I generi nell’orto

Che tristezza, sono stufa. Siamo nel 2008 e ancora mi tocca vedere che dei problemi femminili e/o femministi e/o vetero/post/para-femministi sono sempre e solo le donne a occuparsi e preoccuparsi. Cose di donne, si dice. Mentre gli uomini, dal canto loro, parlano solo di cose maschili e/o maschiliste. Cose di uomini, appunto.

E poi ci sono gay che pensano solo ai gay, lesbiche concentrate sulle lesbiche, e via dicendo. Ognuno nel suo orto, insomma. Se va bene, troviamo gay e lesbiche che mettono il naso dentro a orientamenti sessuali che non sono strettamente il loro, e allora parlano – per massima apertura – di LGBT, acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender. Col che dimenticano, fatalmente, che esistono pure gli eterosessuali.

Spiega Wikipedia che della sigla LGBT “esistono molte varianti […], ma LGBT è l’acronimo più comune ed è uno dei più accettati nell’uso corrente. Quando i transgender non sono inclusi nel riferimento, il termine viene abbreviato in LGB. Si potrebbero, inoltre, aggiungere due Q per Queer e Questioning (qualche volta abbreviato con un punto interrogativo) (LGBTQ, LGBTQQ); altre varianti sono diventate LGBU, dove U sta per Unsure (insicuro), e LGBTI dove I sta per Intersex; un’altra variante è T per Transessuale (LGBTT), un’altra è T (o TS o il numero 2) per persone con Two-Spirit (due spiriti), e una A per straight Allies (LGBTA). Una sua forma completa è LGBTTTIQQA, sebbene sia molto raro. La rivista Anything That Moves ha coniato l’acronimo FABGLITTER (da Fetish, Allies, Bisessuale, Gay, Lesbica, Intersex, Transgender, Transexual Engendering Revolution). Il termine non è entrato, comunque, nell’uso comune. I termini transessuale e intersex sono considerati da un certo numero di persone unificabili con l’espressione transgender, anche se molti transessuali e intersex obbiettano (entrambi per diverse ragioni)”.

A quanto pare, anche in questo variegato mondo i confini fra gli orti sono contesi.

Eppure, come dicevo qualche settimana fa, mi piacerebbe che gli uomini (leggi: maschi eterosessuali) scendessero in piazza per risolvere i problemi della donne (leggi: femmine eterosessuali); ma anche i gay (maschi omosessuali) e i trans dovrebbero lottare per i diritti delle donne; mentre queste potrebbero ricambiare occupandosi di LGBT e – perché no? – di andropausa e ansia da prestazione maschile.

Lo so, la faccenda è più complicata e non si possono mettere sullo stesso piano andropausa e diritti delle donne. Né si può dimenticare l’arroganza media con cui la presunta normalità eterosessuale guarda il resto del mondo. Ma era per dire: non è che tutte queste distinzioni ci stanno facendo trascurare il vecchio e caro concetto di persona?

10 risposte a “I generi nell’orto

  1. d’accordissimo con questa riflessione.
    ci sarebbe molto da analizzare e comprendere.
    spesso anche io mi chiedo: “perchè bisogna ritagliare orti e categorie? ”
    magari ci penserò con serietà e ci farò la tesi. sempre che lei l’accetti 😉

  2. Una settimana fa ho partecipato a uno screening di due studentesse di cinema. Trentacinquenni, una sudafricana (bianca), l’altra domenicana (nera), hanno presentato il loro film sull’ “esclusione delle donne da ogni storia dell’arte”.
    A parte la banalita’del film, didattico da un lato e troppo letterale dall’altro, quello che mi ha veramente colpito era la rabbia viscerale con cui hanno difeso il loro film dalle critiche di altre donne a loro volta inferocite. Il pubblico era per la maggior parte composto da ex sessantottine nord-americane e londinesi a cui la sola parola Patriarcato sembrava scatenare una voglia di massacrarsi a vicenda. Ognuna con LA PROPRIA storia di sopprusi subiti dagli uomini da rivendicare alle altre. Ai loro tempi si diceva che nel femminismo “the private is the public”. Uno slogan che molti hanno criticato negli anni successivi. Joan B. Landes per esempio, partendo da Habermas, ha scritto un bel libro sulla necessita’ di ridefinizione stessa di spazio pubblico e spazio privato. Possibile che in quarant’anni di femminismo non si sia ancora arrivati a riconoscere questo errore? E guai a farglielo notare, ti dicono che se hai il pisello non puoi capire.

  3. Vero vero vero, caro Roberto. Credo che molti, probabilmente la maggioranza, la pensino così. Ma ci sono alcune minoranze che continuano a segnare i confini del loro orto in modi rumorosi, istituzionalizzati e finanziati (penso ai soldi pubblici che vanno a certi gruppi vetero-femministi).
    Il mio problema allora è: che fare? Come rompere questi muri?

  4. Beh, non vorrei dare una risposta scontata e risaputa ma secondo me il problema principale che sta alla base di questi muri è il PREGIUDIZIO.
    Purtroppo il pregiudizio nasce dall’ignoranza e dalla poca voglia di dialogare, nel senso di ASCOLTO dell’altro e CONFRONTO. Oggi ognuno tira la corda come meglio può dal suo lato…E’ una situazione non semplice e si potrebbero dire tante cose…Forse ognuno innalza il suo muro per difendersi, proteggere quella minoranza nella quale si riconosce, perchè vuole rivendicare la sua esistenza ed essere riconosciuto in quanto tale. La società in cui viviamo è talmente frammentanta che diventa difficile trovare dei punti di riferimento saldi, così ognuno fa quel che può. Anzi, è la società stessa che porta alla separazione, a segnare confini sempre più netti. E’ inevitabile che i muri ci siano; piuttosto bisognerebbe evitare che se ne formino degli altri.

  5. Lungi da me dall’attirare l’attenzione,
    ma sono omosessuale dichiarato e sereno.
    Sfilo al gay pride non perchè sia particolarmente orgoglioso (ne proverei la stessa quantità se fossi etero, lesbica, bisex ecc.) ma l’8 marzo ero in piazza in difesa della 194.
    Conosco bene il movimento GBLT e ho fatto il volontario a un centralino organizzato da arcigay che dava risposte sulle MTS (malattie a trasmissione sessuale).
    Abbiamo sempre risposto a persone di tutti gli orientamenti e, credetemi, la gente entra proprio nel dettaglio e si riconosce qual é l’orientamento.
    Tutto ciò per dire che i paletti forse si tolgono col tempo, vale a dire che se uno non li sente, lentamente (forse molto) sparirebbero anche da chi li mette con volontà e necessità.

  6. Infatti Enrico, penso sia esattamente come dici tu. E da quel che dici credo pure che tu faccia parte di quel meraviglioso insieme di persone che guardano agli altri innanzi tutti in quanto persone, poi in base a come gli altri vogliono essere guardati. Senza i pregiudizi di cui parlava Enza, appunto.
    So bene che è più frequente che questo atteggiamento “senza paletti” sia presente fra le persone che si riconoscono nel movimento LGBT. E sono molto felice che persone con questa apertura esistano e lo dicano forte: mi fa sperare che l’abbattimento dei paletti, prima o poi, avverrà.
    Purtroppo sono spesso gli etero presuntamente normali i/le più rigidi/e.

  7. Purtroppo, la costruzione narrativa delle nostre identità si aggrappa a quel che può. Abusi subiti, sigle, descrizioni del DSM IV… sono tutte corazzature. Dovrebbero essere crisalidi, case temporanee da abbandonare una volta che ci superiamo, ci trasformiamo. Troppo spesso ci restiamo intrappolati, invece.
    Quando ero alle elementari, la maestra ci chiedeva sempre “con quale personaggio del libro ti sei identificato di più?” Allora, cercare di capire in che direzione bisognava andare per andare verso noi stessi era un gioco. Poi, un po’ tutti, abbiamo disimparato a farlo.
    😦

  8. Bella quest’idea della crisalide identitaria… grazie Paolo.

  9. concordo davvero con giovanna.

    bellissima, Paolo.

  10. La crislide identitaria a me non piace molto, perchè mi dà l’idea che l’identità sia qualcosa di accidentale, di confuso, di instabile (come se la stabilità fosse una prigione), mentre la “persona” è qualcosa di sostanziale.
    Domanda: chi “crea” queste sigle-acronimi-definizioni? Perchè ho come il sospetto che i presunti normali centrino poco, che non abbiano alcun interesse nel suddividere in sottocategorie chi considerano con arroganza e semplicità dei diversi.

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