Archivi del mese: aprile 2008

Un puzzle sbagliato

Erica, laureata qualche mese fa in Scienze della Comunicazione e ora iscritta alla Magistrale in Semiotica, mi segnala uno spot della sezione italiana di Amnesty International sulla difesa dei diritti delle donne, commentandolo così:

«Lo spot mi piace per i primi due minuti e mezzo, ma la fine mi sembra contraddittoria. Le dico cosa per me va e cosa no.

COSA VA

Nel complesso l’idea è carina. Di solito negli spot sono le immagini che colpiscono di più, la musica. Questo filmato invece mi fa soffermare su ciò che viene detto, mi obbliga ad ascoltare, perchè altrimenti non capisco le immagini. La voce off mi aiuta a comprendere cosa vuol dire ogni tassello bianco che cade dal volto della ragazza: il colore dell’incarnato simboleggia la libertà della donna, la sua possibilità di vivere pienamente la vita. Man mano che nel mondo si fanno passi avanti nella difesa di questa libertà, un tassello bianco cade, e la ragazza guadagna più libertà.

Alla fine si capisce che la ragazza liberata dai tasselli bianchi – che rappresenta tutte le donne che si sono emancipate (o i paesi in cui la donna è libera) – è solo una fra tante, come per dire: non è quell’unica ragazza l’obiettivo finale, ci sono moltissime altre donne da liberare, e per raggiungere questo obiettivo c’è ancora molta strada da fare.

COSA NON VA

Secondo me non funzionano l’immagine finale del puzzle e il claim. Fino a un certo punto, infatti, mi si dice che le donne devono essere libere di indossare la propria pelle, mentre ogni tassello bianco è una violazione dei loro diritti. Alla fine, su ogni tassello appare il nome di una nazione: non male l’idea che i vari tasselli siano i paesi che hanno realizzato le conquiste contro la violenza sulle donne; però non torna la faccenda dei colori: insomma se i tasselli cadono, perchè identificarli con il nome del paese che ha fatto passi avanti nella liberazione delle donne? Così facendo, sembra invece che quel paese non abbia ancora agito in questo senso, visto che fin dall’inizio lo spot mi ha fatto pensare che a ogni tassello bianco corrispondesse una libertà violata. Sarebbe stato meglio usare i colori vivaci (diverse sfumature di rosa e marrone) che stanno sui volti di tutte le donne nel mondo, per rappresentare la difesa dei loro diritti e della loro libertà.

Anche il claim finale non funziona: “Aiutaci a finire il puzzle”. Ma il puzzle è fatto di tasselli bianchi, e aiutare Amnesty a comporre il puzzle significa violare i diritti, non difenderli. È d’accordo, o sono io che ho travisato?»

Io sono d’accordo con Erica, e tu?

Amore paterno

In questi giorni ho visto (meglio tardi che mai) Samaria (o Samaritan Girl) di Kim Ki-Duk, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino nel 2004. Come sempre, il regista coreano ci propone un diverso rapporto col tempo: i suoi film sono spesso troppo lenti per le abitudini occidentali, e alla fine abbiamo bisogno di altro tempo non solo per comprenderli, ma per decidere se ci sono piaciuti o meno.

Anche in questo caso, per tutta la durata del film ho oscillato fra stati di trance e repulsione, ma è stata la scena finale a farmi decidere per l’entusiasmo. Una metafora struggente e crudele dell’amore di un padre per la figlia adolescente: le insegna a guidare l’auto disegnando con pietre dipinte di giallo un percorso talmente accidentato che metterebbe in difficoltà anche il pilota più esperto; alla fine, quando capisce che è pronta (“Non hai più bisogno di papà, ora”), la lascia completamente sola per affrontare – solo a sua volta – le conseguenze del sacrificio compiuto per lei.

Apple sì, ma senza esagerare

Sto passando a Mac: decisione per me epocale. Non è per darmi un tono da graphic designer (giacché tengo un corso a Disegno industriale), ma perché non ne posso più di virus, blocchi, ingolfamenti e resettamenti. Tutti dicono che su Mac non accade (bah, vedremo); inoltre, quando mi hanno proposto Microsoft Vista, ho detto basta.

Però non voglio finire col sopracciglio alzato ogni volta che passa un Pc.

Per questo ti propongo questo divertente articolo di Alex Pareene, editor di Gawker.com, un blog molto sarcastico su gossip e notizie a Manhattan. L’ho trovato tradotto in italiano su Internazionale. Ma lo posto soprattutto come memento per me, casomai mi venisse, un domani, la tentazione di alzare il naso.

Eccolo, copiaincollato da Internazionale, 18/24 aprile 2008, n. 740. Ma leggilo in inglese, che è ancora più carino (Apple fetishists: grow up).

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“Apple fetishists: grow up”, di Alex Pareene (Gawker.com)

Karl Rove ama il suo iPhone. Lo usa in continuazione! Ha anche ammesso di possedere un MacBook Air, un portatile che si distingue per una sola qualità: potete metterlo in una grande busta da lettere. Quel tiranno radiofonico di Rush Limbaugh, invece, ha dovuto chiedere alla Apple di aiutarlo a sistemare il suo nuovo computer.

I profeti preferiti degli americani amano il design sottile e la semplicità dei prodotti Apple. Quei criptofascisti: sono proprio come noi! E questo ci porta a una preghiera: possiamo, per favore, smetterla una volta per tutte con questo falso mito per cui la Apple avrebbe un fascino particolare che la rende un’azienda fichissima?

La Apple è una gigantesca fabbrica di tecnologia. Quindi sta uccidendo il pianeta! I computer, i processori, le batterie e i telefonini sono pieni di veleni, e finiranno tutti sotto terra. Certo, l’azienda di Steve Jobs ha detto che riciclerà il vostro vecchio computer se promettete di comprarne uno nuovo. Da loro, però. E pensare che nel consiglio d’amministrazione c’è Al Gore!

La Apple ha anche lanciato qualche iniziativa aziendale con la parola “verde” nel nome, proprio come la General Electric. Per non parlare del suo negozio online, iTunes, pieno di file protetti per evitare le copie pirata. Oppure della sua abitudine di costringere i blogger che parlano dell’a­zienda a rivelare le loro fonti citandoli in giudizio, e di tutte le altre cazzate con cui attirano l’attenzione dei blog tech-alternativi come Boing Boing.

Feist e la Bauhaus

Ormai i prodotti della Apple sono solo degli accessori: paghi un po’ di più per un portatile senza lettore dvd solo perché c’è il logo e il tuo mouse ha un solo tasto perché Apple pensa che i suoi utenti non siano capaci di usarne due.

Molte cose supertrendy costano più della concorrenza, ma spesso sono decisamente migliori: i Levi’s da duecento dollari sono più robusti di quelli da sessanta. Con i prodotti Apple, invece, spendi di più per un portatile senza porta usb e così lucido da sembrare una piastrella per il bagno.

Bisogna ammettere che il loro sistema operativo è intuitivo ed estremamente semplice da usare. In più ha una bella grafica e spesso funziona. Ecco perché è perfetto per vostra nonna! Preferirà senz’altro usare il Mac invece di provare a installare Firefox su Windows Xp.

Ma queste cose non verrete mai a saperle da qualcuno del reparto marketing della Apple, che sembra adulare solo i consumatori più cosmopoliti. Designer! Fan dell’indie rock! Ragazzi con le sneaker! Questi prodotti sono stati creati per voi, perché Apple pensa che siate degli idioti!

Sono due anni ormai che ce lo dimostrano con quegli stupidi spot “I’m a Mac”. Tu sei un Mac! Tu sei uno sgradevole e insopportabile fighetto! Il pc è uno spirito brillante e un bravo scrittore. Ma porta la cravatta, guarda un po’, e quindi è uno sfigato. La Apple ha insultato la vostra intelligenza fin dall’inizio: ricordate il famoso spot lanciato durante il super bowl del 1984?

È da idioti pensare che sia un gesto ribelle spendere un sacco di soldi per un computer, quando puoi comprarne un altro a meno che funziona altrettanto bene. Almeno hanno abbandonato lo slogan “Think different”: faceva venire voglia di sganciare dal continente l’intera West coast e mandarla alla deriva nell’oceano.

Ma noi non odiamo i Mac. Pensiamo che l’iPhone sia un oggetto per stronzetti che funziona meglio del BlackBerry, abbiamo un iPod e ammettiamo senza alcuna difficoltà che comprare un pc con il sistema operativo Vista è un errore madornale (però se si torna a Windows Xp tutto va bene!).

Ma siamo stufi di chi è convinto che siccome qualche leccapiedi del marketing ha fatto ascoltare al capo la musica di Feist o un designer della Apple ha sentito parlare di Bauhaus, allora la Apple sia un’azienda più creativa e liberale, che so, della Dell. Almeno la Dell non ci tratta come dei cretini.

Spessatamente

Nei corsi di scrittura professionale mi capita spesso di dedicare almeno mezz’ora agli avverbi che finiscono in -mente. In realtà sarebbero sufficienti 5 minuti: basterebbe dire che, a meno che non ci siano precise ragioni stilistiche, è meglio dire “prima” invece di “precedentemente”, “perciò” al posto di “conseguentemente”, “più” e non “maggiormente”, “subito” invece di “immediatamente”.

Il problema è che c’è sempre qualcuno che alza la mano: comincia a spiegare che “prima” non equivale a “precedentemente”, “maggiormente” esprime un’abbondanza a cui non può rinunciare, “conseguentemente” implica sforzi logici (sic) che non sognamoci nemmeno di trovare in “perciò”, né tanto meno in “quindi”.

Tu capisci, allora, cosa mi tocca fare: dal semplice ribadire che la parola breve è più incisiva in tutti i casi in cui non abbiamo fondate ragioni linguistico-espressive (come dicevo all’inizio, appunto) per sceglierne una più lunga che sia anche più precisa, più evocativa, più qualcos’altro, al controbattere che “immediatamente” è parola meno immediata di “subito”: è più lenta da scrivere e leggere, ma allora perché impiegare più tempo per significare rapidità?

Se tutti sorridono, bene. Se invece qualcuno resta imbronciato, è perché non sopporta che il suo “maggiormente” del cuore sia vilipeso in pubblico.

In questi casi non mi resta che una mossa: chiamare in causa quel genio di Antonio Albanese e il suo esilarante onorevole Cetto La Qualunque. Che sugli avverbi in -mente (spessatamente, infattamente, purtroppamente…) la sa molto lunga.

Orgoglio tranquillo

Quest’anno la campagna affissioni del Bologna Pride (28 giugno 2008 ) è decisamente innovativa. Il grafico Lorenzo “Q” Griffi e l’illustratore Michele Soma hanno ripreso lo stile dei manga giapponesi, disegnando personaggi con volti tondi e occhioni spalancati che hanno chiamato Puraido, traslitterazione della parola katakana che significa “orgoglio”.

Ogni Puraido racconta, sorridendo, la sua storia: abbiamo Mario, 26 anni, che “fino al mese scorso per lo Stato era Maria” e Clara, 28 anni, che “pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna”; abbiamo Giulio, di cui sappiamo solo che ha 25 anni e “vota già al Senato”. L’unico a non sorridere è un innominato Xxxxx, 34 anni, vestito da calciatore della nazionale italiana e “campione nel mondo e negli spogliatoi”: presumibilmente, un calciatore gay che non può dichiarare la sua identità sessuale.

Così Lorenzo “Q” spiega i Puraido: “Ognuno è unico, proprio come nella vita reale. Quello che la campagna cerca di comunicare è che non c’è una divisione netta tra normali e diversi, ma una enorme ‘zona grigia’ che comprende tutti e tutte, anche il tuo cantante pop preferito che per contratto non può dichiararsi, il tuo compagno di banco delle superiori, la potenziale vincitrice del Grande Fratello o la cassiera della Coop sotto casa”.

Mi piacciono, questi Puraido: sono simpatici, sereni, tranquillizzanti. Gradisco meno alcuni stereotipi che, a dispetto delle intenzioni degli autori, restano loro appiccicati: le parole di Clara sono veterofemministe e come tali chiudono il messaggio, invece di aprirlo; Xxxxx dà per scontata l’impossiblità di fare coming out: perché non sognare un calcio in cui ciò sia possibile? Dolcissimo quel Mario che era Maria, ma perché vestirlo da operaio? Non poteva essere un docente, un manager? Un po’ troppo ermetico, infine, il messaggio di Giulio. All’inizio non capisci cosa c’entri il Senato, poi, dopo qualche sforzo, ti viene in mente che il punto è proprio questo: l’orientamento sessuale di Giulio, come quello politico, non è rilevante. Il rischio, però, è che molti non lo capiscano, specie se vanno di fretta come si fa per strada.

Nel complesso, comunque, apprezzo molto questa campagna che cerca, una buona volta, di togliere dalla testa dei bolognesi l’idea malsana che “quelli del gay pride” mangino i bambini. 🙂

Da quel che ho capito, infine, sul sito del Bologna Pride ognuno potrà costruirsi il suo Puraido-avatar. Sperabilmente questi personaggi si moltiplicheranno, almeno in rete se non per strada. Mi auguro allora che nascano Puraido di 40, 50, 70 anni, Puraido bancari, giardinieri, medici, infermieri, Puraido nordafricani, neri, veneti, siciliani… Che la normalità dell’essere diversi riguardi tutti i mestieri, insomma, tutte le età, le provenienze, i gusti, le inclinazioni.

Guarda i manifesti ora (puoi fare clic per ingrandirli), e come al solito, se ti va, dimmi che ne pensi.

Visti da fuori

Quando viaggio, mi chiedo sempre come mi vedono quelli del luogo. Specie nei paesi poveri: come mi vede un/a cubano/a, brasiliano/a, kenyota, thailandese o quel che vuoi? Come li vede i turisti occidentali che si aggirano bianchicci e molli fra bellezze naturali e capanne?

Male e sempre peggio, concludo inevitabilmente. Male anche quando non siamo turisti per caso, ma viaggiatori benintenzionati e animati dalle migliori motivazioni umanitario-conoscitive. Polli da spennare? Idioti da sposare? Privilegiati di cui prima o poi vendicarsi? Col che, piuttosto che fare quella parte, spesso e (mal)volentieri preferisco starmene a casa.

Ecco come lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez ci restituisce il contrasto fra lo sguardo di un cubano e quello di un “turista incauto e immalinconito” che visita L’Avana:

«Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di mani, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.

Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandondando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in una trance ipnotico, ed esce dalla realtà» (Pedro Juan Gutiérrez, El Rey de La Habana, 1999, trad. it. Il re dell’Avana, Edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 46-47).

Acqua pubblica, acqua venduta

Oggi ho trovato questo video. A quanto pare, è su YouTube da quasi un anno, ma stranamente l’hanno visto in pochi. L’hanno realizzato quelli del Meetup di Napoli.

Magari guardalo più di una volta, è delizioso. E poi smettila di bere acqua in bottiglia: quella del rubinetto è migliore, e se ci metti un filtro è anche più buona.

Provare per credere.

🙂