Visti da fuori

Quando viaggio, mi chiedo sempre come mi vedono quelli del luogo. Specie nei paesi poveri: come mi vede un/a cubano/a, brasiliano/a, kenyota, thailandese o quel che vuoi? Come li vede i turisti occidentali che si aggirano bianchicci e molli fra bellezze naturali e capanne?

Male e sempre peggio, concludo inevitabilmente. Male anche quando non siamo turisti per caso, ma viaggiatori benintenzionati e animati dalle migliori motivazioni umanitario-conoscitive. Polli da spennare? Idioti da sposare? Privilegiati di cui prima o poi vendicarsi? Col che, piuttosto che fare quella parte, spesso e (mal)volentieri preferisco starmene a casa.

Ecco come lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez ci restituisce il contrasto fra lo sguardo di un cubano e quello di un “turista incauto e immalinconito” che visita L’Avana:

«Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di mani, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.

Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandondando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in una trance ipnotico, ed esce dalla realtà» (Pedro Juan Gutiérrez, El Rey de La Habana, 1999, trad. it. Il re dell’Avana, Edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 46-47).

3 risposte a “Visti da fuori

  1. A parte la voglia che mi hai fatto venire di leggere il libro (non lo conoscevo, grazie), anche io penso a questo aspetto del viaggio e mi mette profondamente a disagio.

    Ci penso ancora di più (scusate se esco un po’ fuori dal tema del post) quando mi passa per la testa di fare esperienze all’estero, come il servizio civile internazionale. Alcune persone che hanno fatto esperienze del genere (come mio padre in Albania, in fondo non c’è bisogno di andar troppo lontano) hanno percepito (e in parte confermato i miei dubbi) questa ostilità, velata, e in alcuni casi esplicita, da parte della gente del posto, verso persone che, a modo loro, ma forse sbagliando, erano spinte dalle migliori intenzioni.

    Ma io non riuscirei a dargli torto…(alla gente del posto)

    Chissà se c’è un modo per alleggerire il “senso di colpa” per essere nati in questa parte del mondo e allo stesso tempo far sì che ogni gesto non rimanga solo un modo per lavare la coscienza…

  2. Infatti, maurizia, è il mio stesso problema.
    Il libro è molto duro, ti avverto, ma vale la pena.

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