Un puzzle sbagliato

Erica, laureata qualche mese fa in Scienze della Comunicazione e ora iscritta alla Magistrale in Semiotica, mi segnala uno spot della sezione italiana di Amnesty International sulla difesa dei diritti delle donne, commentandolo così:

«Lo spot mi piace per i primi due minuti e mezzo, ma la fine mi sembra contraddittoria. Le dico cosa per me va e cosa no.

COSA VA

Nel complesso l’idea è carina. Di solito negli spot sono le immagini che colpiscono di più, la musica. Questo filmato invece mi fa soffermare su ciò che viene detto, mi obbliga ad ascoltare, perchè altrimenti non capisco le immagini. La voce off mi aiuta a comprendere cosa vuol dire ogni tassello bianco che cade dal volto della ragazza: il colore dell’incarnato simboleggia la libertà della donna, la sua possibilità di vivere pienamente la vita. Man mano che nel mondo si fanno passi avanti nella difesa di questa libertà, un tassello bianco cade, e la ragazza guadagna più libertà.

Alla fine si capisce che la ragazza liberata dai tasselli bianchi – che rappresenta tutte le donne che si sono emancipate (o i paesi in cui la donna è libera) – è solo una fra tante, come per dire: non è quell’unica ragazza l’obiettivo finale, ci sono moltissime altre donne da liberare, e per raggiungere questo obiettivo c’è ancora molta strada da fare.

COSA NON VA

Secondo me non funzionano l’immagine finale del puzzle e il claim. Fino a un certo punto, infatti, mi si dice che le donne devono essere libere di indossare la propria pelle, mentre ogni tassello bianco è una violazione dei loro diritti. Alla fine, su ogni tassello appare il nome di una nazione: non male l’idea che i vari tasselli siano i paesi che hanno realizzato le conquiste contro la violenza sulle donne; però non torna la faccenda dei colori: insomma se i tasselli cadono, perchè identificarli con il nome del paese che ha fatto passi avanti nella liberazione delle donne? Così facendo, sembra invece che quel paese non abbia ancora agito in questo senso, visto che fin dall’inizio lo spot mi ha fatto pensare che a ogni tassello bianco corrispondesse una libertà violata. Sarebbe stato meglio usare i colori vivaci (diverse sfumature di rosa e marrone) che stanno sui volti di tutte le donne nel mondo, per rappresentare la difesa dei loro diritti e della loro libertà.

Anche il claim finale non funziona: “Aiutaci a finire il puzzle”. Ma il puzzle è fatto di tasselli bianchi, e aiutare Amnesty a comporre il puzzle significa violare i diritti, non difenderli. È d’accordo, o sono io che ho travisato?»

Io sono d’accordo con Erica, e tu?

4 risposte a “Un puzzle sbagliato

  1. Probabilmente lo spot è troppo lungo e parlato, anzi spiegato. Tuttavia vi invito a ripensare l’idea del puzzle in positivo, come suggerisce il messaggio finale. Un puzzle deve essere costruito pezzo dopo pezzo, partendo da zero e posizionandoli sopra un ipotetico foglio bianco. Al contrario non è una figura già definita sulla quale si è posato un velo da sollevare o staccare. Così nello spou vedo un viso che si va componendo, non una maschera opprimente che lentamente si sgretola. Buone cose.

  2. Più o meno.

    L’analisi mette in rilievo delle difficoltà logiche che si sarebbero potute evitare, ad esempio “il tuo aiuto colora il volto delle donne”. Il volto delle donne è colorato (nella sua accezione di dipinto) dai pezzi del puzzle, viceversa non è colorato (cioè appare nel suo “colore” naturale, l’incarnato) quando i tasselli non ci sono più.
    Grazie alla foce off, a mio parere si deduce che il significato di ogni tassello è “un’azione svolta da un paese che ha contribuito a liberare le donne” (che è un concetto po’ troppo complicato). Quindi il puzzle da comporre è quello finale: serve il tuo contributo affinchè tutti i Paesi tolgano il loro tassello dal viso e si componga il puzzle. Così mentre l’intento del messaggio dovrebbe essere “distruttivo” (aboliamo i soprusi) diventa “costruttivo” (costruiamo un bel puzzle con tutte le azioni che hanno svolto i paesi per eliminare i soprusi). Un po’ macchinoso.
    D’altra parte il nome del Paese sul tassello fa supporre che in quel Paese il problema non ci sia più, e non è vero!

    D’altra parte devo ammettere che nel complesso il messaggio (dacci dei soldi per aiutarci ad eliminare i soprusi sulle donne) tutto sommato funziona, cioè solo ad un analisi più approfondita risulta confuso, macchinoso, mal costruito. Sarà la voce (timbro e tono), sarà la musica, sarà l’impatto emotivo delle immagini…insomma a nessuno verrebbe da pensare che Amnesty International abbia cambiato mission.

  3. Io sono d’accordo con Christian, anche secondo me il puzzle si sta costruendo e non distruggendo togliendo i tasselli bianchi. Inoltre, la frase iniziale dice proprio che il nostro aiuto “colora” il volto delle donne, quindi ogni azione promossa dai vari paesi aggiunge un pezzo, cioè contribuisce a finire il puzzle.
    Forse l’unico appunto che potrei fare riguarda l’immagine finale dei paesi: in quel caso effettivamente sarebbe stato meglio usare dei colori per identificare i paesi che hanno fatto qualcosa di positivo e lasciare in bianco gli altri spazi.

  4. Ciao a tutti!

    Allora, secondo me ci sono due puzzle: uno dei soprusi, in cui ogni tassello è una violenza sulle donne, una discriminazione dei loro diritti; e uno delle azioni positive (i contributi dei cittadini, la presenza delle istituzioni, la coscienza del problema e così via). Quindi, l’agire dei vari Paesi sta nel far cadere ogni tassello, non nel tassello stesso che continua ad avere invece una valenza negativa.
    E’ chiaro (come giustamente ha fatto notare Cate) che, trattandosi di Amnesty, il puzzle è “insieme per i diritti delle donne”.

    Il problema però è l’aura negativa che resta appiccicata a quel tassello e la rappresentazione del suo “cader giù”. Infatti per ben due minuti e mezzo e con tanto di immagini, il concetto che viene ripetuto è proprio l’eliminazione di ciò che il tassello rappresenta, inciviltà e disumanità. L’immagine finale invece me lo ripresenta “marchiato” col nome del Paese che ha fatto passi avanti. E’ un po’ laborioso pensare “Questo è il Paese che si è adoperato (o si sta adoperando, Cate di nuovo sono d’accordo con te) contro ‘x tassello bianco’”. Viene molto più spontaneo pensare “Questo è il Paese che rappresenta ‘x tassello bianco’”. Non so voi, ma, a primo impatto, mi sembrava di stare davanti a una mappa: quasi si delimitano i confini mentre invece l’azione di questi Paesi è in continuo evolvere, non fissa.
    Inoltre, anche dopo che si è capito il messaggio, l’alone di negatività permane: viene fuori la durezza del combattere più che l’apertura all’idea di libertà, prevale “l’andare contro” dei singoli Paesi (la marchiatura) piuttosto che “l’insieme”. Ecco perché mi fisso sul colore: la continuità cromatica fra i due puzzle disorienta. Se il “tassello prevaricatore” deve diventare “tassello costruttivo” deve essere più incisivo, visivamente più efficace, non basta la “marchiatura”. Il messaggio è sbiadito: “aiutami a costruire il Puzzle della Libertà”, quando la libertà è rimasta indietro. Alla fine, questo si dice: “Coloro i volti delle donne togliendo tasselli bianchi e ogni passo avanti è un ‘tassello marchiato’ che mi indica un puzzle che costruiamo insieme”. Ma se la libertà è colore, trasformiamo il “tassello prevaricatore” colorandolo: un passo più vicino al vero volto delle donne.

    Grazie comunque per gli spunti di riflessione !! 🙂
    Ciao!!

    erica

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