Archivi del mese: luglio 2008

Il Romanzo Totale

Navigando alla ricerca di narrazioni collettive in rete (devo scrivere un articolo su questo argomento entro settembre), ho scoperto il Romanzo Totale 2008, a cura di : Kai Zen : (in questo giorni segnalato anche su Nuovo e Utile).

Il primo Romanzo Totale nacque per un’iniziativa di Wu Ming, Paolo Bernardi e Andrea Pagani, che portò alla scrittura collettiva di un racconto sul portale internet Xaiel e alla pubblicazione cartacea del libro «Ti chiamerò Russell» – Romanzo Totale 2002 (Bacchilega Editore, Imola) – nel febbraio del 2003. Nacque così l’ensemble narrativo : Kai Zen :.

Dopo quella prima esperienza, varie presentazioni, incontri con il pubblico, i componenti dell’ensemble narrativo decisero di scrivere un loro romanzo, dal titolo «La Strategia dell’Ariete». Nel rispetto della filosofia del Romanzo Totale, : Kai Zen : ha sempre mantenuto il contatto con una comunità di lettori, critici, editor e altri scrittori che si sono uniti al progetto, sviluppato su www.kaizenlab.it.

Nel febbraio del 2004 : Kai Zen : ha lavorato, in collaborazione con Amnesiac Arts, alla stesura del Romanzo Totale «La potenza di Eymerich», basato sul personaggio creato da Valerio Evangelisti e che ha visto la partecipazione, oltre allo stesso Evangelisti, di Wu Ming 5.

Nel 2005, con il patrocinio e la collaborazione della Provincia Autonoma di Bolzano, ha realizzato il Romanzo Totale «Spauracch, pubblicato da Bacchilega Editore nello stesso anno. Nel 2007, «La Strategia dell’Ariete» è uscita, dopo anni di scrittura e ricerche, da Mondadori.

Oggi : Kai Zen : è formato da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani.

Tutto il materiale prodotto da : Kai Zen : è pubblicato e diffuso in COPYLEFT con licenza Creative Commons.

Incipit letterari

Come comincia David Copperfield di Charles Dickens?

Così: «Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine.»

E Io uccido di Giorgio Faletti?

«Porta da anni la sua faccia appiccicata alla testa e la sua ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa di più.»

E come inizia Se la luna mi porta fortuna di Achille Campanile?

«È un peccato che lo spettacolo della levata del sole si svolga la mattina presto. Perché non ci va nessuno.»

Ancora… Argo il cieco di Gesualdo Bufalino?

«Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate.»

E l’inizio di Notturno indiano di Antonio Tabucchi?

Eccolo: «Il tassista aveva una barba a pizzo, una reticella sui capelli e un codino legato con un nastro bianco.»

Mhm… e Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marías?

Ce l’ho, ce l’ho: «Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome.»

Se vuoi leggere, rileggere, vedere tutti d’un colpo, confrontare gli incipit di oltre 3500 opere della letteratura di ogni tempo e paese, in lingua originale e relativa traduzione italiana, o solo in italiano, esiste uno strabiliante sito, Incipitario.com, a cura di Giuseppe Ierolli di Roma, in rete da agosto 1997 e continuamente aggiornato.

Idea per una tesi di laurea: tentare una classificazione semiotico-narratologica degli incipit letterari.

Salve, buongiorno, ciao, addio…

Aggiornamento del 26 luglio 2013. Ho scritto questo post cinque anni fa. In questi anni il “salve” si è diffuso sempre più, in tutti gli ambienti e contesti, al punto che oggi non riscriverei più ciò che scrissi allora. Né condurrei più la discussione come feci allora. La lingua italiana, come qualunque altra lingua e qualunque cosa al mondo, cambia, si trasforma. Morale della favola: oggi accetto e uso il “salve” su cui cinque anni fa scrivevo quel che segue.

——–

Chi mi conosce sa che non amo di essere salutata con “Salve!”. Il che, purtroppo, in università mi capita regolarmente, perché è così che il/la ventenne medio/a risolve l’incertezza fra darmi del tu (“È una prof, non si può”) e darmi del lei (“È una tipa informale: non mi viene da darle del lei”). È per questo che, nei corridoi come nelle mail, si moltiplicano i “Salve!” (col punto esclamativo, sì).

Quanto sarebbe bello, invece, che l’imbarazzo fosse sciolto scombinando le regole. Un intelligente “Buongiorno Giovanna”, seguito da un educatissimo “tu” – perché il rispetto non passa per forza dal “lei”. O un sorridente “Ciao prof”, che prosegue con un rigoroso “lei”, tanto per dirne un’altra. Ma ci potrebbero essere diverse soluzioni, purché personali e non sciatte.

Perché questo un vero saluto dovrebbe essere (in generale, non solo in università): un momento di attenzione, per quanto fuggevole, specificamente dedicato a una persona, e solo a quella. Troppa fatica?

Sabato scorso, sulla prima pagina di Repubblica, c’era questo articolo di Guido Ceronetti. Non sono l’unica, ad avercela col “Salve!”.

🙂

La difficile arte di salutare gli altri

Caro direttore, il saluto? Dico subito qual è il peggiore. Non c’ è peggior modo di salutare che dire SALVE, parola che, di per sé fredda e sgraziata, viene quasi sempre gettata, più che detta, con svogliatezza e noncuranza: il «salve» esclude ogni possibile amabilità ed è significativo che sia diventato, dopo il «ciao», il saluto italiano più diffuso. Il «salve» degli ambienti giovanili e di lavoro sottintende repulsione per la socialità, indisponibilità al dialogo e all’amicizia, avvertendo: c’è un muro, ci vai a sbattere. Meglio ritrarsi.
Anni fa scendevo talvolta a un albergo romano a tre stelle, al Nomentano, accettabile… Un giorno fu assunto un portiere di giorno che, non ripreso dalla direzione, salutava la clientela, abitualmente, con «salve». Oltre che sgradevolmente infame, il «salve» non può essere seguito da un nome proprio senza sprofondare di più nel brutto, e il portiere ideale, in qualsiasi albergo, è quello che ti dà il buongiorno accompagnato dal nome. Buongiorno signor Tiramazza! Questo fa che il nominato Tiramazza gongoli, e l’albergo, terra dei nessuno, gli è subito reso familiare; molte paure, inerenti all’assurdità del soggiorno in camere di tutti, svaniscono… Per evitare lo sconcertante saluto anonimo di quel portiere caricato a salve, mai più, in quell’albergo romano, ho rimesso piede.
Il miglior saluto è «ciao», in lingua ancora decentemente italiana, lo segua o no il nome. Dall’eco un po’ servile nell’ ètimo (sciavo, schiavo, s’intende: tuo) l’origine è strapersa, e «ciao» ha il colore dell’indipendenza. Il suo uso in lingua corrente è databile, pare, verso 1880: dunque si poteva già salutare con “Ciao Giosuè” il Carducci e con “Ciao Mimile” Émile Zola, come lo chiamava la sua legittima, Alexandrine. Prima del 1922, “Ciao Benito” lo poteva dire chiunque – dopo, via via, sempre meno. Facile, del nobile linguistico, lo scadimento. Ciao è bello a patto che non sia ripetuto: ciao-ciao sfiora già il cadente, è svogliato e denota, pur con le migliori intenzioni, una grande stanchezza. Il ciao ripetuto è dei moribondi, dei grandi malati, potendo è meglio astenersene. Pessimo, da evitare, da reprimere, dilagato come un male infettivo è il ciao a filza di salamini, a mitraglia di guerrigliero, oggi usatissimo nei congedi telefonici, sia di fisso che di cellulare: “ciao ciao ciao ciao ciao…!”. Di solito è affannato, nevrotico, sintomatico di qualche buco nero nascosto o dichiarato.
«Addio» ha cessato di essere un modo di salutare. Era per antonomasia il saluto epistolare, i grandi della lingua terminavano così la lettera di busta sigillata. Adesso sarebbe incongruo, ironico, accolto male. Un suicida, un condannato a morte scrivono, nei loro convulsi messaggi, come saluto supremo, “addio”. La canzone degli anarchici espulsi dalla Svizzera, di Pietro Gori, famosissima, attacca e termina con addio. Dai messaggi lasciati in segreterie telefoniche o digitati nei cellulari “addio” è bandito. O può sussistere come formula di rottura. Nella lingua letteraria, considerato evento in un contesto narrativo, “addio” resta vivo e pregnante. Ma rimanda a Dio, al cui regno appartengono i morti, ed è come se a quel regno si consegnassero i vivi, quelli che oggi stanno camminando di sera lungo la via Karl Johann di Munch o sotto la porta di Brandeburgo, tutti votati Dis Manibus. Rinviare a Dio o agli Dei è, in un certo senso, come già morti salutare i vivi.
C’è da riflettere sull’universale «adiós» castigliano – che ha valore identico a ciao – espressione emblematica di un mondo che aveva (non so se ancora abbia, fra tante demolizioni) un legame indissolubile e una completa familiarità con la morte. La lingua accogliendo a-Diós già nel secolo XV (Corominas Etimologico) lo accompagnava con sii, siate (con Dio, andate con lui, ecc.) in un esplicito affidamento augurale a un deus absconditus delle persone salutate, come corpi viventi da preservare e come anime di disincarnati da salvare. Il fatto che da tempo l’addio neolatino appaia neutro e al di fuori di ogni trascendenza, questa tuttavia, nella profondità d’essenza della parola rinviante a un oltre, rimane sottintesa: apri il bisillabico saluto accomiatante, ed è un giocattolo a molla a rivelarti che cosa in verità significhi dire addio.
GUIDO CERONETTI

La nascita

Ho più tempo per me, in questi giorni, e allora leggo rileggo scrivo. Ti regalo il primo capitolo di Calende greche di Gesualdo Bufalino (se non l’hai letto, mettilo nello zaino delle vacanze).

Titolo: “La nascita”.

Lo dedico a Giacomo, che nel luglio 2005 me lo fece conoscere.

«Un sacco cieco, una tana delicata. Inutile aprire gli occhi, non vedrebbe che tenebra. Ugualmente il corpicciolo matura un’indistinta certezza di sé; e di essere sé dentro un altro. Galleggia, irrisorio isolotto, in un bagno di misterioso tepore. Vi nuota e ristagna, elastico e inerte a un tempo, sotto la vernice di grasso che lo protegge. Se ne unge, abbevera e nutre, così come d’una stilla d’acqua una zolla di terra in un vaso. Solo che a lui la focaccia della placenta garantisce ogni giorno ulteriori sughi e umori lungo un cordone infallibile. Ne cresce, se ne ingrossa, si fa da moncone creatura. Fino all’istante in cui, nel suo esilio intoccabile, un lampo brilla, un alito soffia: “Io, io, io!”; un alito che non è ancora voce, coscienza, pensiero, ma solo infinitesimo, opaco, stuporoso sprigionamento dal Nulla… “Io, io, io!”… se così possa chiamarsi il trasalimento confuso, in lui, di remotissimi suoni e remotissimi moti; e l’ancor più ignara alleanza col mostro nelle cui viscere sta: quel Leviatano di morbida, montuosa carne di cui sente battere il cuore all’unisono col suo.

Poi, un mattino, nella strettura dov’è, si sente eccessivo e smania di scatenarsene. Nel grembo, ch’era finora una patria, indovina un ostacolo e lo sforza duramente col capo, cercando in basso l’uscita. Spasimi senza legge, infrenabili come quelli che una notte voluttuosamente lo accolsero seme, assecondano la sua rivolta. Un’agonia – la prima e la penultima agonia della sua vita – con sudore e sangue lo dirige verso la luce. Ode grida sopra di sé, alte grida. E un altissimo croscio di cataratte. Ma lui, impavido, per emergere usa precocemente astuzia e violenza; allunga, appiattisce la testa, ne impicciolisce le fontanelle; attenua l’ingombro dell’ossa; s’induce a strisciare, a sgusciare lungo il cunicolo come meglio non saprebbe fra le sbarre il più slogabile evaso. Attenzione: lo sbocco è imminente. Dall’orifizio, fra due gambe spalancate e convulse, il grinzoso vecchietto s’affaccia, tutto pieghe, la pelle timida e blu. Uno gnomo miserabile e piangente, un ennesimo, effimero fuoco, ma anche una buccia e polpa di barbara vitalità, un testimonio senza confronto che in un semplice vagito assolve e certifica il mondo.

Guardatelo: già insegna ai polmoni le meraviglie del respiro, li espande, li contrae, torna a espanderli; inaugura gloriosamente l’aria e le sue misture nutrienti…

È nato. Ha cominciato a vivere. Ha cominciato a morire.»

(Gesualdo Bufalino, Calende greche, Bompiani, Milano, 1992, pp. 9-10.)

La Banca d’Italia e le donne

Su segnalazione di Loredana Lipperini, ripesco un articolo di Elena Polidori, apparso ieri su Repubblica, che tocca un problema di cui avevo già parlato in questo post: in tutti i paesi del mondo c’è una stretta correlazione fra alto grado di diseguaglianza fra i sessi e scarso sviluppo economico (vedi il report annuale del World Economic Forum).

Né l’articolo né l’argomento hanno avuto il rilievo e l’attenzione che meriterebbero.

«Miracolo donna. Secondo uno studio della Banca d’Italia, una possibilità di risollevare l’economia italiana dalla fiacchezza che l’affligge sta – starebbe – nell’effettiva parità tra maschi e femmine sul mercato del lavoro. Almeno sulla carta. Se questo accadesse, obiettivo ancora assai lontano, ovvero se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Paese avrebbe una discreta fetta di ricchezza in più.

Per restare solo nella sfera economica, che non è certo l’unica: il Pil, dunque il benessere, (a produttività invariata) crescerebbe addirittura del 17,5%, cioè circa 260 miliardi di euro. Un vero e proprio “tesoro” che vale come una valanga di pluristangate o migliaia di lotterie di Capodanno.

Per avere un’idea più concreta: grosso modo è come tutto il “sommerso”. Ben 60 volte il taglio dell’Ici deciso dal governo. Quasi la metà di quel che s’è bruciato in tutte le Borse europee il 1 luglio scorso. Circa 1.400 volte gli aiuti che adesso l’Italia non vuole dare più ai paesi in via di sviluppo. Un miracolo, appunto.

Donna ausiliatrice, per così dire. Capace di fare da “stampella” all’economia malata, ma anche da straordinario volano per l’occupazione stessa. Con la parità, secondo lo scenario elaborato dall’economista Roberta Zizza, di colpo ci sarebbero quasi 5 milioni di occupate in più, per altro ben spalmate tra il Nord e il Sud, senza più le due Italie che esistono oggi. Un calcolo ancora più semplice dice che ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi – dall’assistenza agli anziani e ai bambini, fino alle attività domestiche vere e proprie – prima non retribuiti perché gravavano sulle spalle della neo-assunta. «Effetto moltiplicatore», lo chiamano gli esperti.

Una soluzione di genere ai guai nazionali, insomma. E sarebbe un prodigio, anche senza arrivare al bilanciamento perfetto, se solo le donne riuscissero a risalire la china, fino ad un più onorevole tasso di occupazione del 60%. Ecco, pure in questo caso i benefici per il Pil sarebbero di tutto rispetto: più 9,2%. Non andrebbe male neppure se il pareggio avvenisse all´interno dell´universo femminile, con le occupate del sud balzate ai livelli nordici del 55,3%: più 5,8% del Pil.

Ma finché il miracolo non si realizza, il tasso di occupazione delle donne italiane resta tra i più bassi d’Europa, superiore solo a Malta: appena il 46,6%, contro il 70 degli uomini. Come se non bastasse, le femmine, costrette a dividersi tra casa e ufficio, pur essendo meno presenti sul mercato del lavoro, finiscono per sgobbare ogni giorno ben 75 minuti in più dei maschi, un record europeo. Hanno una retribuzione più bassa e percorsi di carriera più lenta. Sono pochissime le dirigenti: solo il 17% ha responsabilità di supervisione contro il 26 degli uomini e il divario rimane intatto nel tempo. «Bassa partecipazione e segregazione», nel linguaggio tecnico. Ecco, questa è la realtà, oggi, secondo dati 2007, denunciata di recente dallo stesso governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi.»

Elena Polidori, La Repubblica, 22 luglio 2008.

Media e italiano medio

«[…] Le abitudini televisive, fatte di manipolazioni gergali e di italiano tecnologico para-anglosassone, influiscono molto, troppo sul linguaggio comune. Lo scrittore fatica. E fatica anche il romanzo che deve conciliare comprensibilità e invenzione, adesione alla realtà linguistica del paese e intervento critico sul sempre più povero codice comune. […]

Spesso nella conversazione si inseriscono pezzi di pubblicità, frasi intere di canzoni. Termini derivati da film stranieri e da slogan della moda si trovano, quando uno meno se lo aspetta, nel linguaggio comune, trasformati in segnali di scambio, codici verbali.

Altre volte sono i gruppi sociali meno prestigiosi che prendono in prestito formule dai mestieri invidiati e così abbiamo il medichese, il sindacalese, il politichese, lo psicoanalitichese e via di seguito.

Mi piacerebbe proporre a chi usa questi gerghi di provare a cantare il loro detestabile politichese ad esempio con un tempo di rap. Nel rap le parole vengono fuori come lampi dalle nuvole, tutte legate elettricamente le une alle altre. È un modo di cantare basato sul ritmo e non sulla melodia, un ritmo rapidissimo in cui le parole si incastrano l’una nell’altra. Tante pesantezze inutili sparirebbero subito. E uno sarebbe costretto alla concisione e alla chiarezza verbale.»

(Dacia Maraini, Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni, BUR, Milano, 2000, pp. 114-115.)

Aggiungo che, da quando c’è il Web 2.0, oltre ai media anche i nuovi media ci si mettono, nell’appiattire l’italiano comune. E penso soprattutto alla logorrea di certe zone della blogosfera.

Bella, la terapia del rap per i malati di gergo stretto. 🙂

Alcol stupefacente

Rileggevo L’amore fatale di Ian McEwan (uno dei miei scrittori preferiti), soffermandomi sulle numerose sottolineature e orecchie che ci ho lasciato. Ti propongo questa riflessione di Joe, il protagonista del romanzo, di professione divulgatore scientifico:

«Come molti prima di me, ero lentamente giunto alla consapevolezza che l’alcol costituisce la sostanza stupefacente d’elezione nell’ambito di esistenze borghesi stressate e vincenti.

Lecita, conviviale, offre la possibilità di una leggera dipendenza facilmente mascherabile in mezzo a quella degli altri, senza contare l’eleganza dell’infinita varietà cromatica delle sue manifestazioni. Il bicchiere pieno che stringi nella mano è un trionfo già a livello estetico; la liquidità ne assimila il contenuto alla vita di tutti i giorni, al tè, al latte, al caffè, all’acqua persino e perciò alla vita stessa.

Bere è un gesto naturale, laddove inalare il fumo di un’erba incendiata non è esattamente come respirare, e lo stesso vale per la distanza fra il mangiare e l’ingerire una pillola; quanto poi alla siringa, non esiste in natura penetrazione che ricordi quella di un ago, tranne forse la puntura di un insetto.

Un buon whisky di malto, un bel bicchiere di Chablis freddo non faranno granché per migliorare la tua immagine, ma conservano il vantaggio di lasciare inalterata la vitrea superficie dell’identità personale.

C’è naturalmente da considerare il pericolo dell’ubriachezza col suo bagaglio di volgarità, vomito e violenza, e in ultima analisi la dipendenza totale, la rovina fisica e mentale e una morte lenta e umiliante. Ma queste sono solo le conseguenze dell’abuso. Scorrono come vino rosso dalla bottiglia, derivano dalla debolezza dell’uomo, dalla mancanza di forza interiore.

Perché prendersela con la sostanza? Anche i biscotti al cioccolato hanno le loro brave vittime, e io in compenso ho un amico non più giovane che è riuscito a vivere gli ultimi trent’anni conducendo una vita produttiva e soddisfacente, senza mai farsi mancare l’eroina pura.»

(Ian McEwan, Enduring Love, 1997, trad. it. di Susanna Basso, L’amore fatale, Einaudi, Torino, 1997, pp. 215-126).

Ammiro molto la capacità di McEwan nel restituirci lo sguardo superficiale ed estetizzante dell’intellettuale medio(cre), che pensa di ragionare in termini universali, ma nulla vede e nulla sa fuori dal suo piccolo mondo benestante.