Archivi del giorno: lunedì, 21 luglio 2008

Alcol stupefacente

Rileggevo L’amore fatale di Ian McEwan (uno dei miei scrittori preferiti), soffermandomi sulle numerose sottolineature e orecchie che ci ho lasciato. Ti propongo questa riflessione di Joe, il protagonista del romanzo, di professione divulgatore scientifico:

«Come molti prima di me, ero lentamente giunto alla consapevolezza che l’alcol costituisce la sostanza stupefacente d’elezione nell’ambito di esistenze borghesi stressate e vincenti.

Lecita, conviviale, offre la possibilità di una leggera dipendenza facilmente mascherabile in mezzo a quella degli altri, senza contare l’eleganza dell’infinita varietà cromatica delle sue manifestazioni. Il bicchiere pieno che stringi nella mano è un trionfo già a livello estetico; la liquidità ne assimila il contenuto alla vita di tutti i giorni, al tè, al latte, al caffè, all’acqua persino e perciò alla vita stessa.

Bere è un gesto naturale, laddove inalare il fumo di un’erba incendiata non è esattamente come respirare, e lo stesso vale per la distanza fra il mangiare e l’ingerire una pillola; quanto poi alla siringa, non esiste in natura penetrazione che ricordi quella di un ago, tranne forse la puntura di un insetto.

Un buon whisky di malto, un bel bicchiere di Chablis freddo non faranno granché per migliorare la tua immagine, ma conservano il vantaggio di lasciare inalterata la vitrea superficie dell’identità personale.

C’è naturalmente da considerare il pericolo dell’ubriachezza col suo bagaglio di volgarità, vomito e violenza, e in ultima analisi la dipendenza totale, la rovina fisica e mentale e una morte lenta e umiliante. Ma queste sono solo le conseguenze dell’abuso. Scorrono come vino rosso dalla bottiglia, derivano dalla debolezza dell’uomo, dalla mancanza di forza interiore.

Perché prendersela con la sostanza? Anche i biscotti al cioccolato hanno le loro brave vittime, e io in compenso ho un amico non più giovane che è riuscito a vivere gli ultimi trent’anni conducendo una vita produttiva e soddisfacente, senza mai farsi mancare l’eroina pura.»

(Ian McEwan, Enduring Love, 1997, trad. it. di Susanna Basso, L’amore fatale, Einaudi, Torino, 1997, pp. 215-126).

Ammiro molto la capacità di McEwan nel restituirci lo sguardo superficiale ed estetizzante dell’intellettuale medio(cre), che pensa di ragionare in termini universali, ma nulla vede e nulla sa fuori dal suo piccolo mondo benestante.