Sottocultura accademica

In sociologia e antropologia una sottocultura (o subcultura) è un gruppo di persone che si differenziano dalla cultura più ampia di cui fanno parte, perché sono accomunate da credenze e visioni del mondo, che di solito (ma non necessariamente) ruotano attorno alla stessa etnia, classe sociale, appartenenza di genere, età anagrafica, oppure allo stesso credo religioso o politico.

Una sottocultura si riconosce in simboli, rituali e pratiche (semiotico-linguistiche, estetiche, religiose, politiche, sessuali) che esprimono valori ben distinti da (e a volte contrapposti a) quelli della cultura da cui la sottocultura tende a smarcarsi.

Il senso comune attribuisce al termine “sottocultura” anche un significato dispregiativo, secondo il quale è un «complesso di valori e di modelli culturali degradati, deteriori e massificati, spec. con riferimento a frange marginali della società urbane» (De Mauro Paravia).

Detto questo, ecco cosa Henry Jenkins dice a proposito delle attuali università occidentali, dopo aver definito la «produzione teorica accademica» come una «pratica sottoculturale tra le molte possibili», «dotata di linguaggio, obiettivi e sistemi di circolazione tutti propri»:

«Sicuramente l’accademia possiede preziosi livelli di competenza che sono necessari in una varietà di conversazioni nell’attuale periodo, ma onde diventare mobile, tale competenza deve adottare un linguaggio che non parli soltanto agli altri accademici, ma a un pubblico più ampio. Ciò significa ripensare la retorica accademica. E significa riconoscere l’esistenza di altri tipi di competenza capaci di portare qualcosa al tavolo della conversazione… Il problema è che il mondo accademico si è tagliato fuori da quei dialoghi di cui dovrebbe fare parte.»

(Henry Jenkins, Fans, Bloggers, and Gamers. Exploring Participatory Culture, New York University Press, 2006; trad it. Fan, Bloggers e Videogamers. L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale, Franco Angeli, Milano, 2008, p. 114 e p. 135).

È con la sottocultura accademica che spesso mi arrabbio.

7 risposte a “Sottocultura accademica

  1. Fantastica segnalazione, grazie Giovanna.
    Urge un approfondimento, già il titolo mi ispira parecchio : )

  2. “onde diventare mobile”?

    :-O

    spero sia una traduzione a braccio e non il testo definitivo!

  3. Ciao Paolo S: è il testo definitivo, così come compare nell’edizione italiana che cito. Se c’è una traduzione italiana già pubblicata, cito quella e amen (salvo problemi GROSSI), visto che quasi tutti gli studenti leggeranno quella.
    E di solito sono molto accurata (salvo sviste, sempre possibili) nel riportare le citazioni, dunque non introduco modifiche mie…
    🙂

  4. Ciao Giovanna. Non volevo dubitare della tua accuratezza, ma ‘onde diventare mobile’ o è una presa per i fondelli del linguaggio accademico preso a bersaglio (presa che non ho colto, data la brevità del testo) o… un autogol?
    Magari del traduttore! Non mi sembra che il testo di Jenkins si rivolga a un pubblico strettamente accademico, non vedo motivo di usare arcaismi da burocratese.
    Just an opinion…

  5. Questo tema m’interessa tantissimo,
    però mi chiedo se
    come tutte le sottoculture
    anche quella accademica si nutre e si proietta nel mainstream (sicuramente si),
    e se anche nel caso delle sottoculture accademiche accade che la società mainstream è tutta interna al processo………..
    direi, usando Bourdieu, che in questo processo si produce capitale sottoculturale ………. E Sarah Thornton (tr. it. Dai club ai rave, o qualcosa di simile) che evidenzia il “riduzionismo” della scuola di Birmingham? Mi dispiace, non posso stare a lungo, sono in un internet point, e penso proprio che devo schiodarmi dalla sedia. Spero di farmi vivo al più presto, che se ne parli ancora e di collegarmi fra non molto tempo alla rete. So che non sono stato molto chiaro, ma non ho il tempo per essere chiaro è sintetico. Mi volevo solo fare sentire. è un pò che sono senza internet…..
    a presto, grazie Giovanna (mi viene di darti del tu in questo post), grazie a tutti,
    ciao

  6. l’accento su quella “”””e””” fra chiaro e sintetico è una cattiva svista,
    scusate e grazie ancora,
    ciao

  7. L’accademia potrebbe cominciare questa rivoluzione comunicativa abolendo il termine “subcultura”. Questo termine, anche se usato in naiera “neutra” e con le migliori intenzioni, è fuorviante: da un lato perchè in una prospettiva più ampia, anche il “mainstream” è una subcultura (l’occidente è una subcultura), dall’altro perchè più che dare conto di alterità simboliche, di “visioni del mondo” e “stilistiche”, identifica una gerarchia nei rapporti di potere. E’ “sub” solo perchè non è dominante (sì, è tautologico): è “sub” solo in termini contingenti.
    Meglio parlare di “culture”: anche perché oggi più che mai i confini tra le”subculture” sono assolutamente labili, le “appartenenze” sono mutliple, è sempre più difficile parlare di “mainstream” intendendolo come “pensiero condiviso dai più”, dato che di solito è il pendiero di pochi che però detengono “i mezzi di produzione” (espressione gracchiante di vetero marxismo, ok, ma non mi vien di meglio). Il mainstrema è più che mai l’insieme di subculture, più o meno in lotta per accaparrarsi un (relativo) dominio.

    Mi rendo conto che forse il punto del post era un’altro, però non si trovano molti posti in rete in cui parlare di queste cose!
    Pardon!

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