Archivi del giorno: martedì, 23 settembre 2008

«Io sono fortunata»

Una mia ex studentessa, laureata con me in Scienze della Comunicazione nel 2004, oggi vive e lavora a Milano.

Stamattina ho trovato questa sua mail su Roberto Saviano, a seguito del post di ieri. È una di quelle cose che, quando capitano, bastano da sole a riempirmi la giornata. Ho deciso di pubblicarla, perché mi piace pensare che qualcun altro, oltre a me, possa riempirsi la giornata con le parole di questa ragazza.

«Io sono fortunata, perché Roberto Saviano l’ho incontrato un paio di volte con la scorta.

La prima è stata nella mia azienda, deserta perché nessuno era ad attenderlo, perché nessuno sapeva che sarebbe arrivato: aveva comunicato un’altra data per non creare l’occasione per essere beccato. Nessun Capo, nessun Nome era ad attenderlo all’ascensore, anzi: c’era una riunione di quelle che si fanno ogni tre mesi, quelle strategiche, per cui nessuno al di sopra di un precario era disponibile e si era accorto di lui.

Guardava fuori, da solo, attorniato dalla scorta che gli dava le spalle per osservare che non sopraggiungesse nessuno. Guardava fuori dal finestrone vicino alla macchina del caffè, macchina spesso affollata; ci sono degli orari, io li conosco, in cui può essere solo tua. Uno è le 12 meno un quarto. Io prendo spesso il caffè alle 12 meno un quarto.

Ero in azienda da due mesi, non m’aspettavo di vederlo lì, io che Gomorra l’avevo comprato nel 2006, appena uscito. Lui si è girato, l’ho visto tra una spalla e l’altra, tra due omoni in scuro; lui si è girato, scostato dai suoi pensieri per un mio colpo di tosse.
Mi fermai e guardai loro. Dissi di dover prendere un caffè, giustificandomi, e Roberto spuntò fra quelle spalle con la faccia allegra e la sua sciarpa da rivoluzionario, dicendo: “Certo e come no!”.

Lo riconobbi subito, ma l’unica cosa stupida che mi venne in mente fu “Mannaggia, non ce l’ho il tuo libro qua!” E lui disse solo: “Me lo offri un caffè? I soldi non li prende”, e io ingenuamente gli volevo offrire un caffè al bar e lui con naturalezza mi disse: “Non posso, ma qua fa lo stesso”.

Rimasi lì con lui, assieme a una collega, per mezz’ora, finchè i Capi non riemersero dalle loro strategie.

Mi colpì la spontaneità delle sue domande: il lavoro, Milano per me che sono del Sud, il laghetto artificiale e le oche, il caffè, l’Università e Bologna.

Poi se lo portarono via i Capi, e lui mi fece solo un cenno con la mano e abbozzò un sorriso che non era ancora così triste come quello di oggi. Era ancora incosciente. Era forse più speranzoso.

La seconda volta è stata a Mantova, qualche settimana fa, in mezzo a un teatro gremito che lo acclamava e che gli ha dedicato un applauso come a un eroe triste della tragedia greca.

Io sono fortunata, perché sono riuscita a leggergli in faccia un sorriso napoletano, un accento verace e una forza necessaria e naturale che è difficile avere, perché per noi pare persa nella quotidianità.

Che fare? Non so. Però è bello distribuire quell’articolo.

Ciao Giovanna.»