Archivi del mese: ottobre 2008

Come si vota negli USA

In questa notizia Apcom, una sintesi utilissima di come si vota negli USA.

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

Il voto elettronico non lascia traccia su carta in 22 Stati

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

New York, 30 ott. (Apcom) – A dirlo meglio di tutti è Homer Simpson, nella puntata del cartone animato cult che andrà in onda domenica prossima, e che è dedicata interamente alle elezioni presidenziali del 4 novembre. Di fronte allo schermo al tatto, in un seggio della fantomatica Springfield, Homer prova a votare per il democratico Barack Obama, ma il computer registra il suo voto per il repubblicano John McCain, non una, ma più volte, prima di inghiottirlo.

Il segmento dei Simpsons, diffuso in anticipo su YouTube, è stato visto da milioni di persone ed è diventato una sorta di manifesto degli incubi elettorali nella notte in cui gli americani sceglieranno il prossimo presidente. Anche perché l’incidente di Homer è accaduto per davvero, in alcuni stati è previsto il voto anticipato, e potrebbe succedere anche martedì prossimo.

I guai in vista sono numerosi, vanno dalle irregolarità nelle operazioni di voto con il possibile malfunzionamento delle ‘macchine elettorali’ ai problemi legati alle liste, alle code interminabili ai seggi. E poi naturalmente ci sono i timori di più banali brogli: voti invalidati, elettori che per qualche motivo saranno respinti dai seggi o se ne andranno perché stufi di aspettare il loro turno, magari sotto la pioggia.

La premessa è d’obbligo: negli Stati Uniti non si vota – salvo rare eccezioni – con una scheda elettorale e una matita indelebile, ma con sistemi meccanici o informatici spesso bizzarri, modernissimi o gli stessi di decenni fa. E neppure lo scrutinio assomiglia a quello cui sono abituati gli italiani: in molti i casi i voti sono contati dalle stesse macchine o con speciali scanner ottici. Non ci sono copie in carta del voto espresso e non esiste, in almeno 22 Stati americani, alcuna possibilità di controllare che le operazioni si siano svolte in maniera legittima. Di più: nove milioni di elettori, inclusi quelli di Florida e Ohio, useranno macchinari introdotti nel marzo scorso e mai sperimentati.

Anche dove il voto è espresso con carta e penna, o dove vengono utilizzati macchinari che timbrano o bucano le schede premendo pulsanti o muovendo leve, i rischi di irregolarità sono concreti.

Sembra impossibile, ma la realtà del voto assomiglia drammaticamente a quella di Homer Simpson. Ad esempio in West Virginia, Colorado, Tennessee e Texas dove alcuni elettori hanno premuto sullo schermo al tatto sul nome di un candidato notando che il voto veniva attribuito all’altro. Su YouTube ci sono i filmati che dimostrano questi problemi. I sistemi di voto sono previsti dagli Stati e non sono uniformi sull’intero territorio americano.

Il 55 per cento degli elettori voterà con sistemi elettronici a scanner ottici, il sei per cento in più rispetto alle politiche del 2006. Un terzo degli americani sceglie il candidato su un touch screen, che assomiglia a quello di un bancomat, ma spesso non rilascia la ricevuta. Lo stato di New York utilizza ancora un sistema meccanico a leve introdotto negli anni Sessanta. I terribili macchinari che bucano le schede quando l’elettore preme il pulsante relativo al proprio candidato, sono ancora in vigore in Idaho: si tratta degli stessi utilizzati in Florida nel 2000, nel contestatissimo duello tra George W. Bush e Al Gore, poi deciso dalla Corte Suprema. Solo alcune piccole contee di Maine e Vermont usano le schede di carta e le preferenze espresse dagli elettori vengono contate a mano.

Dopo lo scandalo della Florida (ci sono le prove di migliaia di voti non contati o attribuiti al candidato sbagliato) il governo federale ha investito milioni di dollari per rinnovare i sistemi di voto in molti stati. Sono state quindi introdotte le nuove macchine con schermo al tatto. La tecnologia non è garanzia di accuratezza. I voti vengono registrati su un chip di memoria, non su carta e la manomissione è un gioco da ragazzi: Cnn ha filmato il procedimento simulato da una associazione che si batte per garantire la regolarità del voto: basta togliere il vecchio chip, sostituirlo con uno nuovo.

I ‘bancomat’ elettorali sono semplici computer, in fin dei conti, e quello utilizzato per votare è un semplice software: basta poco per riprogrammarlo in maniera da aggiungere un 10% di voti a un candidato. Chi mai riuscirebbe ad accorgersene? La Florida insegna inoltre che il voto può essere influenzato ancora prima che i voti siano espressi: è sufficiente che i commissari responsabili dei seggi non consentano di votare ad alcuni elettori, per presunte irregolarità nelle liste elettorali.

È vero che il voto è segreto, ma fino a un certo punto poiché gli elettori sono registrati come democratici, repubblicani o indipendenti. E non è un segreto, ad esempio, che il 95 per cento degli afroamericani voti per Obama e che per il democratico votano la stragrande maggioranza degli americani di origine ispanica, due terzi di quelli che hanno un nome ebraico, quasi tutti i giovani sotto i 25 anni.

Apcom 19:43 – ESTERI – 30 OTT 2008

Ho trovato su un canale francese di YouTube l’anticipazione della puntata in cui Homer Simpson finisce maciullato dalla macchina per votare.

😦

Fidarsi è bene…

… non fidarsi è meglio.

Evidentemente Barack Obama non si fida dei sondaggi che lo danno nettamente vincente, perché manda in onda questi spot: il primo è rivolto ai sostenitori volontari, il secondo alle fasce più indolenti o distratte del suo elettorato che, magari per troppa sicurezza nell’esito del voto («Non vado, tanto la vittoria è sicura»), potrebbero mancare all’appuntamento del 4 novembre.

Don’t Let Up

Make History

Elevator music

L’espressione “elevator music” (o “lift music”) si riferisce a quegli arrangiamenti strumentali di celebri brani melodici che si sentono in sottofondo nei centri commerciali, negli aeroporti, nelle toilette pubbliche e negli ascensori, appunto. Il termine è usato spesso in senso dispregiativo, per indicare una musica orecchiabile e facile.

Con questo titolo Serdar Ferit, giovane regista e scrittore britannico, ha realizzato un video molto suggestivo – presentato durante il Pangea Day – che induce a riflettere sulle barriere fra generazioni, etnie, sottoculture, media vecchi e nuovi.

La ricerca italiana vista da Nature

In un editoriale del 15 ottobre dal titolo Cut-throat Savings, l’International Weekly Journal of Science Nature fa il punto sui tagli alle università e scuole decisi dal governo Berlusconi, e sulla più generale sofferenza che affligge la ricerca italiana. (NB: cut-throat significa letteralmente “taglia-gola”, ma in inglese si usa un po’ come l’espressione italiana “darsi la zappa sui piedi”.)

L’immagine che Nature dà alla comunità scientifica internazionale del modo in cui l’attuale governo sta trattando la ricerca e l’istruzione fa accapponare la pelle.

Io mi vergogno.

😦

Nature 455, 835-836 (16 October 2008) Published online 15 October 2008

CUT-THROAT SAVINGS

In an attempt to boost its struggling economy, Italy’s government is focusing on easy, but unwise, targets.

It is a dark and angry time for scientists in Italy, faced as they are with a government acting out its own peculiar cost-cutting philosophy. Last week, tens of thousands of researchers took to the streets to register their opposition to a proposed bill designed to control civil-service spending. If passed, as expected, the bill would dispose of nearly 2,000 temporary research staff, who are the backbone of the country’s grossly understaffed research institutions – and about half of whom had already been selected for permanent jobs.

Even as the scientists were marching, Silvio Berlusconi’s centre-right government, which took office in May, decreed that the budgets of both universities and research could be used as funds to shore up Italy’s banks and credit institutes. This is not the first time that Berlusconi has targeted universities. In August, he signed a decree that cut university budgets by 10% and allowed only one in five of any vacant academic positions to be filled. It also allowed universities to convert into private foundations to bring in additional income. Given the current climate, university rectors believe that the latter step will be used to justify further budget cuts, and that it will eventually compel them to drop courses that have little commercial value, such as the classics, or even basic sciences. As that bombshell hit at the beginning of the summer holidays, the implications have only just been fully recognized – too late, as the decree is now being transformed into law.

Meanwhile, the government’s minister for education, universities and research, Mariastella Gelmini, has remained silent on all issues related to her ministry except secondary schools, and has allowed major and destructive governmental decisions to be carried through without raising objection. She has refused to meet with scientists and academics to hear their concerns, or explain to them the policies that seem to require their sacrifice. And she has failed to delegate an undersecretary to handle these issues in her place.

Scientific organizations affected by the civil-service bill have instead been received by the bill’s designer, Renato Brunetta, minister of public administration and innovation. Brunetta maintains that little can be done to stop or change the bill – even though it is still being discussed in committees, and has yet to be voted on by both chambers. In a newspaper interview, Brunetta also likened researchers to capitani di ventura, or Renaissance mercenary adventurers, saying that to give them permanent jobs would be “a little like killing them”. This misrepresents an issue that researchers have explained to him – that any country’s scientific base requires a healthy ratio of permanent to temporary staff, with the latter (such as postdocs) circulating between solid, well equipped, permanent research labs. In Italy, scientists tried to tell Brunetta, this ratio has become very unhealthy.

The Berlusconi government may feel that draconian budget measures are necessary, but its attacks on Italy’s research base are unwise and short-sighted. The government has treated research as just another expense to be cut, when in fact it is better seen as an investment in building a twenty-first-century knowledge economy. Indeed, Italy has already embraced this concept by signing up to the European Union’s 2000 Lisbon agenda, in which member states pledged to raise their research and development (R&D) budgets to 3% of their gross domestic product. Italy, a G8 country, has one of the lowest R&D expenditures in that group – at barely 1.1%, less than half that of comparable countries such as France and Germany.

The government needs to consider more than short-term gains brought about through a system of decrees made easy by compliant ministers. If it wants to prepare a realistic future for Italy, as it should, it should not idly reference the distant past, but understand how research works in Europe in the present.

La retorica dei numeri

Dopo ogni manifestazione di piazza, scattano puntuali le polemiche sulle cifre: due milioni di partecipanti, un milione, 300mila… bah. Non ho occhio per queste cose: a malapena riesco a distinguere se nell’aula in cui faccio lezione ci sono 50 o 100 presenze, dopo anni di didattica. 😮

Con numeri più grandi, poi, l’impresa per me si fa impossibile.

Mi conforta il fatto di non essere l’unica, a non esser capace. Perché è su questa specie di cecità che fanno leva i leader politici dopo ogni evento di piazza: gonfiano (o sgonfiano) i numeri – a seconda delle convenienze – da poche centinaia di migliaia a milioni (o viceversa).

E lo fanno tutti, a destra come a sinistra.

Leggi questo illuminante articolo, apparso su Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2008.

NELL’ARENA 300MILA POSTI: I MILIONI SONO SOLO LEGGENDA

di Marco Ludovico

La gara a chi la spara più grossa trova sempre un nuovo vincitore, se si tratta delle cifre sulle manifestazioni politiche e sindacali. Aspettiamo, dunque, i numeri di oggi. Sorridono intanto sotto i baffi i dirigenti del Viminale: da tempo hanno deciso di non dare più le loro stime, per non entrare nel conflitto politico. Ma la matematica non è un’opinione.

Il Circo Massimo, in base alla sua estensione (72mila metri quadrati), calcolando un massimo di quattro persone a metro quadro – ed è già tanto – contiene al massimo 300mila persone. Nel 2002 Sergio Cofferati, contro il terrorismo e le modifiche all’articolo 18, portò un mare di persone anche oltre la piazza, ma i tre milioni dichiarati dagli organizzatori erano evidentemente sopravvalutati. Il successo di quell’evento è incontestabile, ma da allora è partita una rincorsa nelle stime senza limiti.

Per gli organizzatori scendere sotto il milione è ormai sinonimo di insuccesso. Ecco allora che si è arrivati anche a duplicare le stime. Nel 2006, a piazza San Giovanni, Silvio Berlusconi dichiarò «due milioni» di manifestanti: peccato che, con lo stesso inattaccabile criterio di calcolo della questura di Roma usato per il Circo Massimo, in quel luogo ce ne possono stare al massimo 150mila. Lo ha fatto Rifondazione l’anno scorso nella medesima piazza romana («Siamo un milione!» ma erano 150mila), lo ha fatto poco prima An al Colosseo («Siamo mezzo milione» in realtà circa 60-70mila).

Dirigenti del dipartimento di Pubblica Sicurezza, come Carlo De Stefano (oggi capo dell’antiterrorismo) o Nicola Cavaliere (vicecapo della Polizia), quando erano giovani poliziotti in ascesa hanno contribuito più di ogni altro a raffinare i metodi di calcolo. Ma allora si aveva a che fare con bugie più soft. Come quando negli anni Ottanta del secolo scorso piazza del Popolo era appannaggio della Destra, in testa il segretario Msi Giorgio Almirante. Mentre il piazzale davanti alla Basilica di San Giovanni rimaneva per tradizione della sinistra. Si faceva a gara, in quel caso – specie se c’erano due manifestazioni in contemporanea – a dire qual era la piazza più affollata. Peccato che piazza del Popolo può contenere al massimo 60mila persone: il Msi non avrebbe mai potuto vincere.

Sempre in quegli anni la Polizia ricorda le angosce della sinistra, quando a San Giovanni si temeva un afflusso inferiore al previsto: con la corsa affannosa a posizionare il palco dei leader al centro della piazza, per mostrare alle telecamere il tutto esaurito. Dietro, però, c’erano centinaia di metri quadrati deserti.

Marco Ludovico, Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2008.

Che Banca!

La scorsa primavera è nato Che Banca!, il nuovo istituto di credito del Gruppo Mediobanca, che si rivolge ai piccoli risparmiatori puntando tutto su una comunicazione innovativa: burocrazia ridotta al minimo, uso del web per contenere i costi, linguaggio semplice e toni informali con i clienti, dichiarazioni sperticate di trasparenza.

Ma le novità maggiori sono nell’interior design delle filiali, arredate in stile fantascienza anni ’60: niente barriere all’ingresso, spazi aperti e luminosi, dominati dal giallo e dal bianco, postazioni self service, area break e bambini, sportelli in cui bancari e clienti siedono dallo stesso lato.

Guarda qua.

Dal 12 ottobre è stata avviata la nuova campagna di Che Banca!, realizzata dalla Casiraghi Greco &: 5 milioni di euro di investimento, per una presenza a tamburo battente su tutti i mezzi (stampa, tv, cinema, radio, Internet). A questo proposito, l’amministratore delegato della banca Christian Miccoli, intervistato su Economy del 22 ottobre, dichiara che «è l’ora della pubblicità trasparente» e che lo spot del nuovo Conto Tascabile ha come base il brano Cuore matto di Little Tony per richiamare la «tradizione italiana» e un «periodo storico di ottimismo».

Sarà.

È apprezzabile lo sforzo creativo ed economico, evidentemente pianificato mesi fa. Ma nel frattempo è subentrata la crisi finanziaria internazionale, con i relativi timori di recessione. A me pare che, in questo contesto, il nuovo spot suoni come una presa in giro: «C’è un conto nuovo, che ti vuole bene/ incassi e paghi, fai tutto quel che vuoi/ un euro al mese e pensieri non avrai… dice la verità, la verità…».

Forse non si poteva più tornare indietro, chissà. Però, potendo, io avrei aspettato a lanciare la campagna.

Mille volti per Saviano

Sono tantissime le manifestazioni di solidarietà che Roberto Saviano ha ricevuto nei giorni scorsi: dalla raccolta di firme indetta dai premi Nobel su Repubblica, a una maratona di lettura di Gomorra organizzata dalla trasmissione Fahrenheit di Radio 3. Puoi leggere QUI i ringraziamenti che Saviano ha scritto oggi.

Fra le tante iniziative, questa mi ha colpita di più.

Gli allievi delle sezioni di grafica pubblicitaria dell’Istituto professionale Mattei di Caserta, coordinati dal professor Emanuele Abbate, hanno ricostruito il volto di Roberto componendo assieme le foto di un migliaio di cittadini casertani che hanno voluto manifestare solidarietà allo scrittore “mettendoci la faccia”.

Il manifesto è affisso da qualche giorno a Caserta ed è patrocinato dall’Amministrazione Provinciale.

Perché questa iniziativa mi piace più di altre?

Perché viene dagli studenti di una scuola.

Perché fotocomporre il volto di Roberto usando quelli di cittadini comuni vuol dire rispondere a quanti – come il ministro Maroni – hanno ricordato nei giorni scorsi che Saviano non è l’unico simbolo contro la camorra: certo non è l’unico, vuol dire, ma tutti gli altri sono con lui.

Perché il manifesto è affisso nel territorio incriminato e le facce sono del luogo: ci vuole più coraggio, per chi vive da quella parti, a farsi fotografare col rischio di essere riconosciuti, che a mettere una firma qualunque sul sito di Repubblica.

Risultato: la sfida alla criminalità organizzata è molto più forte.

Per vedere il manifesto, fai clic qua sotto.