Le contraddizioni dell’avversario

Una mossa di grande efficacia in un dibattito politico è mostrare una contraddizione dell’avversario. Assicurandosi – naturalmente – che il pubblico non solo veda la contraddizione, ma la consideri obiettiva e non pretestuosa. Insomma non basta ripetere, come fanno i nostri politici: «Ieri dicevi una cosa, oggi il contrario». Occorre provarlo.

Non sempre, durante un dibattito, si hanno le prove che servono (a meno che l’avversario non si sia contraddetto da solo, durante lo stesso dibattito). Inoltre, additare le contraddizioni dell’avversario può restituire un’immagine fastidiosamente pedante o troppo aggressiva di chi lo fa. Cosa non sempre desiderabile.

Allora si fa come lo staff di Obama che, dopo l’ultimo faccia a faccia, ha diffuso un video su YouTube e uno spot in televisione, a proposito dell’affermazione di McCain “Senator Obama, I’m not president Bush”, ormai divenuta celebre.

Quanto tempo dovrà ancora passare prima che i politici italiani riescano ad applicare queste – peraltro elementari – regole della controversia politica?

Il video

Lo spot

5 risposte a “Le contraddizioni dell’avversario

  1. Giò, molto molto bello. Credo sia un punto nodale quello che hai toccato, e complicatissimo nonostante la sua apparente semplicità. 🙂
    Anche leggendo te, in questi mesi, ho maturato -come mai prima- la convinzione di come la presunzione di poter “dire agli altri” sia una stoltizia immane, proprio per quell’esito di comunicazione “fastidiosamente pedante o troppo aggressiva” che dici tu; se è vero, come sembra vero, che il confronto con un mittente ritenuto “inferiore” è bacato in origine.
    ho amato questo post! “i migliori editoriali si scrivono con la cronaca”: ti giuro che proprio a questo pensavo ieri, sorridendo di come abbia passato tutto il liceo a crogiolarmi tra le più infuocate rappresaglie verbali e il brio di quegli assolutismi che non riconosci come totalmente ingenui finché ne sei intossicato. “che schifo non prendere posizione. che schifo non urlare lo schifo.” è solo da poco che ho imparato a notare le elementari (?) regole cui fai cenno qui sopra, e non avrei mai saputo esprimere la cosa nel modo lucido, accurato e bellissimo in cui hai fatto tu quassù! però -giuro- l’umiltà di poter “lasciar dire agli altri” l’ho abbracciata al punto che, ora, si tratta solo di farla diventare una mia corda.

    a dimostrazione che il commento non è venuto fuori “tanto per”, mi permetto anche di segnalarti un mio spazio di prova. è una mini-pubblicazione che ho chiamato “se-ppuku”, in onore del vecchio hara-kiri (journal bete et mechant) francese. 😉
    sai cosa ci metto dentro? quelle che tu hai chiamato – ge-niA! – prove. faccio dire e fare agli altri, io guardo e ascolto, poi semplicemente riporto. non mostro niente, imparo a lasciare che ogni cosa si mostri da sé. 🙂 e ho moltissimo da imparare in questo senso, per cui ora avrai capito com’è che questo pezzo mi ha colpito tanto.
    il tuo “Senator Obama, I’m not president Bush” ci finisce dentro all’istante, e di diritto direi. altre evidenze sono sempre benvenute, da te e da chiunque.

  2. Carino il tuo “spazio di prova”, Vale! 🙂

  3. Devo confessare che anche io ho spesso avuto la stessa idea: perché un politico, o relatore in un confronto, all’inizio del dibattito non pubblicizza un suo spazio web dove potrà trovare degli approfondimenti sui temi trattati nel dibattito stesso?

    Lì si potrebbero smascherare le contraddizioni degli avversari e portare prove troppo “pesanti” da mostrare in un dibattito pubblico, fatto di risposte brevi.

    Non lo fa nessuno (in Italia, intendo).

  4. Ma vuoi che abbiano tempo di studiare, i politici italiani di sinistra? E dove lo trovano il tempo di “salvare l’Italia”, poi?
    Io ho appena ri-studiato Non pensare all’elefante. E sto annotando Creazione senza dio di Telmo Pievani come testo esemplare sull’uso della logica nell’arte della confutazione. Ma, appunto: non ho mai pensato di salvare l’Italia. Ho tempo da perdere, io 🙂

  5. Pingback: M5S, Renzi e le contraddizioni smascherate. Grillo a lezione dagli americani - Il Fatto Quotidiano

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