Semplice, solare e complice

Scrivendo ieri della “manifestazione semplice, solare e bella” di Veltroni, mi sono ricordata di una conversazione che qualche anno fa ebbi con Maria Luisa Altieri Biagi, grandissima linguista e splendida persona che per anni ha onorato della sua presenza il Master che dirigo. Parlavamo di parole logore ed espressioni abusate, e per un po’ ce le siamo scambiate come figurine.

All’epoca la professoressa teneva una rubrica sul Resto del Carlino e La Nazione. Ho trovato in rete la puntata che emerse dalla nostra conversazione.

“Complicità” cercasi
di Maria Luisa Altieri Biagi

Giovanna Cosenza – che insegna Semiotica a Scienze della comunicazione, nell’Università di Bologna – mi segnala per posta elettronica l’ultima vittima del bla-bla universale: è la parola “complicità”, “…logorata da usi e abusi televisivi e non. Nel mondo degli annunci personali tutti cercano complici e complicità…”.

Per averne conferma, basta assistere, su Canale 5, alla trasmissione “Uomini e donne”: rappresentanti dell’uno e dell’altro sesso si corteggiano e si esibiscono per individuare “a pelle” un compagno che sia “solare” ma, al tempo stesso, “intrigante”; insomma “una bella persona, fuori e dentro”, con cui realizzare un rapporto di “complicità”.

Che due persone siano sentimentalmente “complici” è accettabile se si vuol sottolineare la confidenzialità di un’intesa che esclude tutti gli altri. Ma il trasferimento di “complice” dalla sfera del crimine a quella dell’amore dovrebbe rimanere scelta episodica, di tipo espressivo, come è negli Indifferenti (1929) di Alberto Moravia: «Cercò sotto la tavola il piede della fanciulla e lo premette come per invitarla a ridere con lui; ma come prima ella non rispose a questo suo confidenziale e complice contatto».

Il guaio è quando “complice”, “complicità” si irrigidiscono nell’uso espressivo e diventano tessere pronte all’uso (“stereotipi”), sostitutive di parole che potrebbero dire la stessa cosa con più semplicità o con maggiore aderenza: cercare un’ “intesa”, un rapporto di “confidenza”, di “intimità”, di “comprensione reciproca”, di “alleanza sentimentale”, di “partecipazione emotiva”, ecc. Senza escludere parole ed espressioni ancora più semplici, che sarebbero le più giuste in una trasmissione che vuole sostituire la “realtà” quotidiana alla “finzione televisiva”.

Ma “Uomini e donne”, davanti alle telecamere, cercano di impreziosire il loro discorso: «Il modo in cui “ti poni” mi “urtica”» – ha detto una signora del pubblico a un “corteggiatore” che le stava antipatico! E voleva dire: il tuo modo di fare mi “irrita”, mi “dà noia”, mi “dà fastidio”, mi “indispone”, non mi “piace”, non mi “va giù”, non mi “va a genio”, non mi “sfagiola”, ecc.; ma è stata rimproverata dalla conduttrice e ha rinunciato alla sua perla. Ha invece attecchito “prototipo”, in un dialogo in cui la parola giusta sarebbe stata “tipo”: «Sono il tuo “prototipo” d’uomo?» // «Sì, sei il mio prototipo!».

Perché “Uomini e donne” preferiscono “urtica” a “irrita”, “prototipo” a “tipo”, “complicità” a “intesa”?

Perché credono che queste parole “riempibocca” siano eleganti, nobilitanti; non si rendono conto che invece – quando non siano sbagliate – sono solo più pretenziose delle parole semplici, quotidiane (ma ricche di linfa), che “incantavano” Umberto Saba, uno dei più grandi poeti del Novecento: “Amai trite parole che non uno/osava. M’incantò la rima fiore/amore,/ la più antica difficile del mondo”.

(Da La Nazione, 5/11/2004).

9 risposte a “Semplice, solare e complice

  1. Spesso “uomini e donne” che partecipano a quel tipo di trasmissione cercano di esprimere il loro contenuto con espressioni molto artificiose, forse per loro è l’unico modo di essere considerate/i, in quei contesti, non solo come manichini ma anche come persone pensanti…chissà!

  2. condivido il pensiero di kris: al di là di qualsiasi pianificazione dei discorsi, un modo di esprimersi caratterizzato da un tripudio di stereotipi e soprattutto inglesismi o burocratese (…che nel mondo delle pr son dannatamente cool! 😛 ) a mio avviso sono chiari segnali di insicurezza ed egocentrismo.
    L’uso di parole all’apparenza “importanti” e radicate nel comune per proiettare una immagine di se più solida di quanto non lo sia in realtà.

    nick

  3. Cara Giovanna, oggi tocchi un tema molto spinoso e ciò mi piace.
    Sono d’accordo con Saba, che da poeta lanciava lecitamente una sua provocazione; sotto sotto ciò che voleva dirci è che per mantenere in vita la parola occorre fare le pulci alla propria contemporaneità linguistica e laddove il piccolo borghese si avvertiva colto perché non usava più la rima fiore/amore, noi gli avremmo mostrato, non senza l’alzata di ciglio, che la si poteva svecchiare e riportare a nuova vita solo con un suo uso più consapevole. Ma ho il sospetto che per una Gertrude Stein che scriva che una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, una buona parte dei lettori ne deducano che la tipa meritasse un 3 per l’insistente tautologia nonché per la banalità della scelta del fiore. Allora ammettiamo che ci sono valutazioni extratestuali per le quali la stessa rima riproposta fino alla nausea viene da noi giudicata sintomo di sciatteria linguistica o raffinata parodia in funzione della qualità culturale che attribuiamo all’enunciatore di turno. Alla fin fine se il ruolo quotidiano d’ogni attento parlante è sanzionare l’altro e se stesso nei confronti di un termine che si fa anodino, che si scolora nel suo valore semiotico, la questione diventa complessa. E se personalmente posso erigermi in reciproco scambio a grillo parlante ne avverto comunque una deriva prescrittiva, nella quale “irritare” non è più giustificato che “urticare” se non nella mia personalissima oasi linguistica. Hai letto Lawrence piuttosto che Musil, inclini più per James che per Perec, prediligi Radiguet a Liala? Ne risulterà un idioletto diverso.
    Per questo ti può capitare distrattamente di udire un Baricco che con sicumera affermi in pubblico che lo Ulysses Joyciano sia un dei libri più sopravvalutati e riceva pure l’applauso mentre personalmente provo un brivido di blasfemia. E’ il mio un sentimento lecito o è solo l’irritazione malcelata per un gusto diverso? Non è facile rispondere se le mie istanze critiche siano allora davvero accettabili. Ripropongo il criterio regolativo della dimensione statistica. Sanzioniamo senza venia alcuna l’abuso di un termine ma non storciamo il naso se una donnetta imbellettata in modo circense ne sceglie uno che a noi pare pretenzioso; perché se sono onesto non so dirmi se l’antipatia è per il singolo termine o per un’idea più generale che è già giudizio sulla persona tout court. Nulla in contrario alla stroncatura, ci mancherebbe, ma che non mi si venga a raccontare che se la stessa persona avesse usato parole quotidiane, semplici (ricche di linfa) le avremmo invece concesso l’avallo; probabilmente non vi avremmo visto Saba ma Mike Bongiorno.

  4. Caro Ugo,
    grazie per il ricchissimo contributo. Sono d’accordo con te, accidenti.
    Sono d’accordo che è un fatto (anche) di gusti. E non amo affatto le alzate di sopracciglio, né in un senso né nell’altro.

    La cosa con cui me la prendo sono certi automatismi maldestri, certe parole e frasi buttate là senza neanche sapere come e perché, solo perché “suonano” meglio di altre, o si presumono segnali di maggiore competenza e cultura. Perché in quel caso tutti ripetono e ripetono e ripetono, solo per il gusto di parlare come gli altri, come va di moda. Magari privandosi di parole più semplici e belle, o anche più complicate, ma in ogni caso più personali.

    Insomma, io mi arrabbio quando le persone, più che parlare, intonano una cantilena vuota o, se vogliamo dirla in altro modo, si fanno parlare, “sono parlate” da un gergo, una moda, una tendenza.

    Spero di aver chiarito meglio la mia posizione, anche rispetto agli altri interventi. Nessuno snobismo, da parte mia: sono consapevole che la parola vuota sta in bocca al tronista come all’accademico di turno.
    😉

  5. “perché se sono onesto non so dirmi se l’antipatia è per il singolo termine o per un’idea più generale che è già giudizio sulla persona tout court”.

    wow. Ugo riesce a dire in maniera molto elegante e argomentata, quello che tentavo di dire io ieri in maniera molto più goffa: “siccome ormai Veltroni lo si ritiene ormai irrimediabilmente lesso, ha in qualsiasi caso torto. ma a questo punto la comunicazione non c’entra più nulla. gioca in maniera determinante sul giudizio un pregiudizio di tipo politico”.

    è come se nel difficile lavoro di trattare le parole con le parole, l’oggettività della scienza – neccessariamente fittizia – a cui volentieri ci agrappiamo per non perderci, ci fornisse l’alibi per poter trascurare l’esplicitazione del punto di vista dal quale proettiamo il nostro stesso discorso. se non vedo male, si tratta della questione, spinosissima e forse intrinsecamente irrisolvibile, dell’a-semioticità del metalinguaggio scientifico.

  6. Non dicevi male Dedalus, la tua posizione era molto chiara. E ti ho anche ringraziato per questo, nei commenti di ieri a quel post.
    🙂
    Comunque sono consapevole della necessità (e difficoltà) di esplicitare sempre il punto di vista da cui si parla, relativizzandolo e tenendone conto.
    Obiettività? Ma quando mai… no. Nessuna pretesa di obiettività, né in semiotica né fuori dalla semiotica.

    Tuttavia, in questo caso, come in quello di Veltroni, io e te – evidentemente – abbiamo opinioni diverse sulle parole che vengono usate e sul modo in cui vengono usate. Punto e a capo. E la nostra opinione è diversa in modo del tutto indipendente dal fatto che sia il tronista, l’accademico o Veltroni a usare certe parole. Non c’è nulla di male nell’avere opinioni diverse, no?
    😉
    Io non penso affatto che la tua buona impressione sull’uso di certe parole, in un certo contesto, da parte di Veltroni o chicchessia, derivi da un pregiudizio positivo su chi le pronuncia.
    Ma tu allora non dovresti, per favore, pensare che chi – come me – non ha la tua stessa buona impressione su quel modo di dire e porsi, sia condizionato da qualche pregiudizio negativo sulla persona che parla… Mi spiego?
    Altrimenti non ne usciamo… Ciao!
    🙂

  7. Ciao Giovanna,
    il discorso (bello!) sulle parole logore mi ha ricordato un passo straordinario del “Lavoro culturale” in cui Luciano Bianciardi faceva il verso a tutti i modi di dire e ai gesti associati del politichese. Da repertorio.

  8. no no, ma siamo d’accordo. il mio era un discorso più generale. e la mia critica era già anche auto-critica 😉

  9. Mi ha colpito il riferimento defilippiano al “compagno che sia “solare” ma, al tempo stesso, “intrigante”; insomma “una bella persona, fuori e dentro”, con cui realizzare un rapporto di “complicità””. Mancano solo “cercasi per storia seria” e “astenersi perditempo” e siamo sul “Confidenze” di una volta. E questo vale anche per il “semplice, solare, bella (presenza?)” del PD
    😉
    Tra l’altro “confidenze”, mi pare anche una parola elegante. Mando questa sferzata: http://www.pctuner.net/forum/200913-post1.html (non sono riuscita a trovarlo sulla fonte originale on line).
    Il fatto è che il linguaggio è quasi sempre più “scafato” (http://www.demauroparavia.it/102125) di chi lo usa (vedi anche qui: http://espresso.repubblica.it/slangopedia).
    Per questo “le persone, più che parlare, si fanno parlare, “sono parlate” da un gergo”. Bella questa antinomia, mi piace

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