Archivi del mese: novembre 2008

Oggi non scrivo…

… perché parlo qui.

Approfondendo un’idea che avevo avuto qui.

A lunedì.

🙂

Advertising goes social

Donatella mi segnala (grazie!) che esiste Zooppa, un sito (il primo?) di social advertising, creato da H-Farm, azienda informatica di Roncade, in provincia di Treviso, che si autodefinisce «technological incubator» e ha una sede anche a Seattle, in California.

Su Zooppa chiunque (singolarmente o in gruppo) può proporre idee grafiche, concept, slogan, spot autoprodotti, banner e altro, immaginando la campagna pubblicitaria ideale per questo o quel marchio, su cui periodicamente il sito bandisce una gara. In questo momento sono aperti i bandi per creare le campagne di Figurella, InfoJobs.it e Tomtom CabaretLive. L’idea più votata dalla community di Zooppa vince il premio in denaro messo in palio dall’azienda di turno ed eventuali altri vantaggi (ogni bando ha le sue regole).

Al vincitore spetta il premio in denaro, ma tutti i partecipanti hanno comunque la possibilità di farsi notare, di entrare in contatto con altri appassionati e imparare da chi è più bravo, chiedendo consigli all’interno della community.

L’azienda, a sua volta, ricava un feedback prezioso sulla percezione del proprio brand da parte dei consumatori, e ottiene spunti per elaborare future campagne, per correggere, migliorare, cambiare linee di prodotti e servizi, per entrare nella testa dei propri clienti.

Mi scrive Donatella: «Girovagando nelle pagine di Zooppa ho avuto l’impressione che sia uno spazio frequentato da molti ragazzi/e che si sentono creativi, che sono incuriositi dalla comunicazione e hanno voglia di mettere in gioco le loro abilità, competenze, idee».

Può essere un percorso interessante per una o più tesi di laurea, che includano la partecipazione a qualche bando proposto da Zooppa. È necessario – naturalmente – che tu sia già abile nella produzione digitale di audiovisivi e abbia competenze sociologiche e/o semiotiche nel campo della pubblicità e dei mass media.

Fatti sotto!

Con la faccia di cera

Con la faccia di cera è l’ultimo libro di Girolamo De Michele (scrittore già noto per la trilogia Tre uomini paradossali, Scirocco e La visione del cieco). È un romanzo breve (o racconto lungo, come preferisci) avvincente e ben scritto. Ma non lo segnalo solo per questo. È anche un atto di denuncia. Di comunicazione ambientale. È un gesto politico.

Oggi alle 17.00 De Michele ne parla con Wu Ming 5 presso la sede di Legambiente, Piazza XX settembre 7, 40121 Bologna (tel. 051-241076).

Ecco uno stralcio di «Inventori di favole», un’intervista all’autore di Emiliano Angelelli (Punto Sostenibile, la newsletter di Edizioni Ambiente, numero 9 – 09/2008):

Con la faccia di cera è il dodicesimo volume della collana VerdeNero di Edizioni Ambiente. Un romanzo ambientato interamente a Ferrara, la città in cui vivi. Presentiamolo ai lettori.

Con la faccia di cera è una ghost-story con evidenti debiti verso Il segno del comando, ma anche verso Blow-up e Lost. Inseguendo le apparizioni di una misteriosa ragazza, un giovane fotografo scopre un archivio sulla Solvay raccolto da un anziano ex-operaio ora in pensione, gonfaloniere della neonata Contrada della Vergine Maria. La storia si svolge l’ultima settimana del Palio di Ferrara, mentre tra le vie della città compaiono personaggi venuti dal passato. Un ulteriore elemento è il condominio in cui il fotografo vive: un agglomerato in preda alle peggiori passioni, avvitatosi in una spirale di autodistruzione che sembra avere le stesse dinamiche di un corpo invaso dagli agenti patogeni derivanti dalla produzione del PVC.

Nel tuo racconto si parla di tumori provocati dal CVM (cloruro di vinile monomero), un composto organico estremamente tossico che la città di Ferrara conosce bene, visto che rientrava nei processi di lavorazione della Solvay. Questa parte del racconto nasce da un’esperienza da te realmente vissuta?

No. Io patisco disturbi respiratori che mi rendono ipersensibile all’inquinamento atmosferico – e Ferrara è una delle città più inquinate d’Europa. E vengo da una famiglia che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma di quelli che una volta si chiamavano omicidi bianchi, e che oggi sono stati declassati a morti sul lavoro. L’insalubrità dell’aria e gli omicidi bianchi sono due elementi che potrebbero unire la mia città di nascita e la mia città d’elezione, Taranto e Ferrara, in un macabro gemellaggio. Questo mi rende particolarmente attento ai temi della nocività, sia diretta che indiretta, del lavoro.

Ferrara che «non ama la chimica, ma ama i posti di lavoro» è un po’ il paradigma del Nord – in particolare il Nordest – che lavora, che produce, che cresce economicamente, ma a quale prezzo?

Ferrara ha molti elementi per essere eletta come un’allegoria del paese in cui viviamo, sia in positivo che in negativo. È la città di Bassani, nella quale i turisti vanno a cercare la famosa finestra sopra la farmacia, quella della notte del ’43. E magari non sanno che un ragazzo è morto dopo mezz’ora di agonia, alle 4 del mattino, circondato dagli agenti di polizia che aveva avuto la sventura di incrociare, senza che nessuno – meglio: nessun ferrarese, perché l’unica testimone è un’immigrata con permesso temporaneo – si affacciasse alla finestra. Come in molti altri luoghi cresciuti sul profitto di processi industriali sporchi, dei quali in apparenza nessuno sospettava la pericolosità. In questo assomiglia certamente al Nordest. E oggi che la Solvay non c’è più, si può parlare del pedaggio di morte che Ferrara ha dovuto versare, dal momento che nessuno pagherà per questo. Si parla meno, e se si può si tace, della condizione dell’aria e dell’acqua, come se il CVM si fosse dissolto nel nulla. Si preferisce non parlarne perché altri veleni vengono or ora aggiunti ai vecchi, si preferisce fingere di non sapere che le nanopolveri non vengono rilevate, ma esistono. Ci si volta dall’altra parte, ci si nasconde dietro la persiana della finestra: come fa il Nordest quando commercia e si arricchisce con la camorra che apre outlet e porta via i rifiuti.

[…]

Continua QUI.

Perché il rosa è femminile

Ti propongo una breve ricostruzione del perché il rosa è femminile, tratta dal libro La donna perfetta. Storia di Barbie (Laterza, 2008 ) di Nicoletta Bazzano, libro che la settimana scorsa ho avuto il piacere di discutere in pubblico, assieme all’autrice e a Chiara Rapaccini, per iniziativa dell’associazione PerWilma e dalla Libreria Trame di Bologna.

Abbiamo già parlato di simbolismo dei colori in questo post. Trovi tutto su questo argomento nei lavori di Michel Pastoureau, dal Dictionnaire des couleurs de notre temps. Simbolique et société (Bonneton, Paris, 1992), a quelli tradotti in italiano da Ponte alle Grazie: Il piccolo libro dei colori (scritto assieme a Dominique Simonnet, 2006), Blu. Storia di un colore (2008), Nero. Storia di un colore (2008).

Per capire il rosa, Nicoletta Bazzano parte dal rosso:

«Il rosso è il colore per eccellenza. Per la cultura cristiana, il rosso richiama il sangue, ossia ciò che dà la vita, che purifica e che santifica. Rosso è il sangue versato sulla croce da Gesù Cristo; rossa la fiamma dello Spirito Santo. Rosso inoltre è il colore del dinamismo: le sua vibrazioni sono tali che un oggetto rosso sembra più vicino all’occhio di chi lo guarda di quanto lo sia in realtà. Per la cultura progressista, rosso è il sole dell’avvenire, speranza per gli sfruttati che sognano un mondo migliore. Rosso acceso è il colore dell’infanzia, dei giocattoli, delle confetture e dei frutti più golosi. Rosso, soprattutto, è il colore del lusso e della festa. […]

Tuttavia, il rosso ha un valore ambivalente. Le sfumature scarlatte indicano l’errore, il pericolo: in rosso sono sottolienati gli errori sui compiti scolastici; utilizza il rosso la segnaletica stradale, ferroviaria, marittima, aerea per indicare i divieti; rossa è una zona piena di insidie; rossa è la linea di attacco durante i conflitti…

[…] Il rosa è parente stretto del rosso, appartiene alla medesima scala cromatica ed è, nella cultura occidentale, il colore per antonomasia delle femminucce appena nate, così come l’azzurro lo è per i maschietti. L’uso di attribuire ai bebè, rispettivamente, l’azzurro se maschi e i rosa se femmine era una pratica nata nell’Ottocento tipica dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. […]

La coppia azzurro/rosa può essere […] una declinazione della coppia blu/rosso. Si tratta di colori pastello, ovvero bianchi leggermente colorati, in cui il bianco richiama la purezza e l’innocenza, legate alla nascita di un nuovo individuo, mentre il viraggio diverso rispetto al sesso riprende una distinzione nata alla fine del Medioevo: il blu è maschile e il rosso è femminile. […]

E mentre il celeste, malgrado indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine, senza tema che l’indentità sessuale ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, indica lo scherno, è beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentrameto nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba. […]

Se nella sfumatura più tenue esso comincia a fare capolino nel guardaroba dei gentiluomini degli anni Ottanta, è per testimoniare una sorta di anticonformismo; ma in effetti il rosa continua a essere colore femminile, in qualsiasi modo si interpreti la parola “femminilità”.»

(N. Bazzano, La donna perfetta. Storia di Barbie, Laterza, Roma, pp. 100-103.)

Marketing, web e mamme

Da diversi mesi Tes – cioè Cristian, mio ex allievo di master – sta seguendo un interessante caso di web marketing, che ha ottenuto un grande successo negli Stati Uniti. Per condividerlo con me e con i lettori di questo blog, ha scritto una breve presentazione, che volentieri pubblico.

«Il marketing più recente tende a trasformare i consumatori in cosiddetti “consumAttori”: non solo destinatari passivi ma veri e propri protagonisti, se non addirittura creatori, della comunicazione.

Suave, azienda americana di prodotti di bellezza pensati per mamme, assieme all’operatore telefonico Sprint, sotto la supervisione dell’agenzia MindShare e in collaborazione con Msn, hanno creato il sito In the Motherhood (tag-line: “For mums, by mums and about mums”), in cui le madri americane sono invitate a raccontare le esperienze più strane e buffe che hanno avuto coi loro bambini.

Questi racconti sono sottoposti al giudizio dei lettori: le storie che ottengono l’indice di gradimento più alto diventano cortometraggi di circa 5 minuti, pubblicati in streaming video sul sito stesso e interpretati da note attrici del piccolo schermo, tra cui Chelsea Handler, volto noto della commedia americana stand-up, e Jenny McCarthy, vista anche sul grande schermo in qualche film degno di nota come Scream 3.

Il materiale è visibile a tutti ma, per votare, postare commenti o inviare le proprie storie, occorre registrarsi, il che permette all’azienda di crearsi un database. L’iniziativa mira ovviamente a colpire il target femminile, sempre più importante negli USA, dove le donne navigano il web e acquistano on-line con maggior frequenza degli uomini (cfr. “InformationWeek”).

La prima stagione è stata un successo clamoroso: i suoi 5 episodi sono stati visti da oltre 5 milioni di utenti. Il risultato ha convinto le aziende a dar vita a una seconda stagione – da poco conclusa e anche questa premiata dal pubblico – che ha permesso al sito di raggiungere la ragguardevole cifra di 15 milioni di utenti complessivi. Certo, sotto il profilo artistico non ci sono i meccanismi perfetti delle commedie di Billy Wilder, ma la serie è comunque piacevole e di buona fattura.

L’esperimento è interessante perché mostra come, in un’epoca in cui i consumatori tendono a essere refrattari e diffidenti, il marketing più indiretto e meno invasivo può essere la risposta giusta: nella serie i marchi non compaiono mai né sono citati, ma svolgono solo un ruolo di cornice esterna.

In the Motherhood è un esempio eccellente di quello che oggi si chiama “brand entertainment”, in cui le aziende offrono intrattenimento ai consumatori per migliorare la percezione del brand. Inoltre il sito offre uno spazio di discussione, in cui le visitatrici possono scambiarsi opinioni ed esperienze. Si crea cioè una forma di comunicazione-intrattenimento che non si rivolge a un pubblico passivo come quello degli spot tv (ormai a basso impatto e costi elevati), ma coinvolge le consumatrici nella stessa costruzione del messaggio pubblicitario.

È infine interessante, dal punto di vista mediatico, che i contenuti web, se di successo, si vadano serializzando come quelli televisivi. In America la fortuna della serie è stata tale, che presto diventerà cross-mediale: la ABC ha annunciato di voler trasmettere sulla tv nazionale 13 episodi della serie» Tes.

Il caso merita di essere approfondito.

Idee per una tesi specialistica o più tesi triennali: inquadrare In the Motherhood nelle più recenti tendenze di brand entertainment e web marketing; confrontarlo con casi analoghi (per cross-medialità, categoria merceologica, target…); analizzare la serie dal punto di vista delle storie che racconta e degli stereotipi di genere che propone: come sono rappresentate le mamme? quale nesso fra bellezza e maternità? quale rappresentazione del corpo? che ruoli narrativi giocano?

Spiritual Seeds

Donmo è il nick di un prete cattolico appassionato di web e tecnologie informatiche.

Spiritual Seeds è il titolo del suo blog, che ha per sottotitolo «Le religioni e il mondo. Il mondo e le religioni» e affronta temi e problemi del dialogo fra le religioni, dai più disparati punti di vista: sociali, economici, storici, culturali, finanche artistici.

Notevole è l’attenzione che Donmo riserva al marketing e alla comunicazione religiosa. Ebbene sì: anche le religioni, oggi, devono fare i conti con queste competenze, per entrare (e rimanere) in contatto con i fedeli. Il che solleva – è inevitabile – problemi di etica. E anche di questi si occupa Spiritual Seeds.

Seguo il blog di Donmo da diversi mesi e trovo che sia uno dei più seri, accurati e affidabili che ci sono in rete. Se anni fa mi avessero raccontato che esiste un prete cattolico capace di:

(1) curiosare ogni giorno nelle religioni di tutto il mondo,

(2) trattarle con la stessa passione e serietà che riserva alla propria fede,

(3) raccontarci le sue riflessioni e scoperte con una semplicità e chiarezza degne del giornalismo professionale…

… be’, forse non ci avrei creduto.

Grazie alla rete, ho scoperto che non solo esiste, ma scrive tutti i giorni su Spiritual Seeds.

La mia prima mail dallo staff di Obama

Mi sono iscritta al sito Change.gov, lasciando i miei dati (nome e cognome, professione, indirizzo postale e mail) per essere aggiornata sul periodo di transizione di Obama verso la Casa Bianca.

Ieri sera mi è arrivata la prima mail.

Subject: Take a Look.

Testo: semplice, diretto, colloquiale ma non ammiccante. Concreto. Mi è venuta voglia di mandargli davvero i suggerimenti che chiedono… 🙂

Qui in Italia non sono capaci di fare cose del genere neppure le amministrazioni locali, per le quali dovrebbe essere più facile mantenere un rapporto con i cittadini che simuli – senza scimmiottarla – l’immediatezza delle relazioni private.

Ancora una volta, la grande comunicazione si vede dalle minuzie.

——

Dear Giovanna,

62 days. That’s how much time we have left to prepare for the Obama-Biden Administration that will bring the change Americans demanded so strongly in this past election.

President-elect Obama has set a high bar for the Transition team: to execute the most efficient, organized, and transparent transfer of power in American history. As a co-Chair for the Transition, I want to tell you about a few steps we’ve already taken to achieve this goal.

First, we adopted the strictest ethics guidelines ever applied to any transition team. President-elect Obama pledged to change the way Washington works, and that begins with shifting influence away from special interests and restoring it to the everyday Americans who are passionate about fixing the problems facing our country.

Opening up the Transition means listening to your ideas and stories and providing a window into how the process works.

To give you a look at how we’re approaching some of the nation’s most pressing issues, we filmed this meeting of our Energy and Environment Policy Transition Team and interviewed team member Heather Zichal.

Watch the video and submit your ideas on energy and the environment.

President-elect Obama and Vice President-elect Biden have set an ambitious agenda, and we are going to make Change.gov a source of information, as well as a place to participate in the decisions being made about your government.

Since the decisions we’re making affect all Americans, we’re counting on citizens from every walk of life to get involved. You can help us right now by making sure your friends and neighbors know about Change.gov and give their input, too.

We’re continuing to develop new ways to open up the process, and we’ll keep you posted along the way.

Thanks,

John

John Podesta
Obama-Biden Presidential Transition Team