La donna in croce

L’associazione Telefono Donna, una onlus nata nel 1992 per dare ascolto e consulenza a donne e famiglie in difficoltà, ha commissionato alla Arnold WorldWide una campagna affissioni per il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il manifesto raffigura una ragazza seminuda, sdraiata su un letto sfatto, in una posa che ricorda la crocefissione di Cristo; mentre la headline domanda «Chi paga per i peccati dell’uomo?», sotto si spiega: «Solo il 4% delle donne denuncia il proprio carnefice, le altre pagano anche per lui».

Telefono Donna, che lavora con il patrocinio del Comune di Milano, chiede allo stesso 500 spazi pubblici per le affissioni. La polemica infuria.

Ecco l’immagine (clicca per ingrandire):

telefono-donna-croce

L’ACCUSA

L’assessore al Decoro Urbano, Maurizio Cadeo (An) dice no al manifesto negli spazi del Comune. «Perché rispondere alla violenza con violenza?», domanda Cadeo. Della stessa opinione il capogruppo di An, Carlo Fidanza: «Il manifesto strumentalizza il simbolo della cristianità. In una città dove giustamente si sanziona chi viola il decoro pubblico, è giusto opporsi a questo tipo di campagne» (Il Corriere della Sera, Milano, 14 novembre 2008).

Il sindaco Letizia Moratti non si sbilancia, ma appoggia l’assessore: «È difficile dare giudizi, perché rischiano di essere personali. Lascio che sia Cadeo a decidere» (La Repubblica, Milano, 15 novembre 2008).

Alessandra Kusterman, ginecologa e responsabile del soccorso violenze sessuali della Mangiagalli: «Non avrei scelto un’immagine che ha a che fare con la sensibilità religiosa delle persone» (ibidem).

LA DIFESA

Si difende Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna e amica del sindaco Moratti: «Io sono cattolica praticante. La crocifissione vuole solo essere l’immagine della sofferenza estrema» (Il Corriere della Sera, Milano, 14 novembre 2008).

La senatrice del Pd Marilena Adamo: «Non trovo offensivo accostare alla sofferenza la figura di Cristo. A meno, naturalmente, che qualcuno non pensi che il problema sia proprio la sofferenza femminile. E poi, al di là del moralismo, dov’è tutta l’efficienza della giunta che si accorge sempre in ritardo delle cose collezionando brutte figure?» (La Repubblica, Milano, 15 novembre 2008).

Molto più drastico Oliviero Toscani: «Non ho visto le foto, ma non importa: censurare è subumano. Punto. non esiste peggior violenza della censura» (ibidem).

Vittorio Sgarbi si fa vivo da Salemi, dov’è sindaco: «Sono pronto a ospitare la campagna. La giunta milanese dovrebbe dimettersi, invece di continuare a menarla con queste stupidaggini» (La Repubblica, Milano, 13 novembre 2008).

RICAPITOLANDO

Non mi convincono né l’accusa né la difesa.

L’accusa di blasfemia era prevedibile. Penso a una vecchia copertina de L’Espresso, che nel gennaio 1979, per parlare della legge sull’aborto, raffigurava una donna incinta in croce. La copertina fu censurata e il numero ritirato. Ecco un’immagine (a scarsa definizione, ma è l’unica che ho sotto mano):

copertina-espresso-19-gennaio-1979

Penso alle polemiche suscitate in tutto il mondo da Madonna, che nel Confessions Tour del 2006, cantò Live to Tell su una croce per attirare l’attenzione sugli orfani per Aids in Africa.

madonna-in-croce

Si sa che la chiesa cattolica e altre chiese cristiane non tollerano che una figura femminile stia sulla croce: dimenticano – hanno sempre dimenticato – che durante le rivolte giudaiche del I secolo d.C. anche le donne furono crocifisse. Dimenticano che esiste una tradizione iconografica di sante crocifisse, come Santa Librada (spagnola, II secolo d. C.), Santa Vilgefortis (portoghese, XV secolo) e Santa Giulia (da Nonza, in Corsica, V sec. d.C.).

Ora, la Arnold WorldWide e il suo committente non potevano non sapere queste cose. L’hanno fatto apposta, naturalmente. Il principio è sempre questo: parlino bene o male, purché parlino. Non a caso, a difendere la campagna, s’alzano Toscani e Sgarbi, entrambi maestri nell’applicare il principio.

Per questo non mi piace il manifesto. E neppure i suoi paladini.

Non penso affatto che l’immagine sia blasfema. Non è la croce, infatti, a essere strumentalizzata, ma il corpo femminile. Ancora una volta – per l’ennesima volta – si raffigura una ragazza bella, scomposta e nuda. Spogliata, ostentata, usata per attirare sguardi e far parlare. Che la causa sia buona o cattiva, il corpo femminile è sempre strumentalizzato.

È così che si combatte la violenza sulle donne?

27 risposte a “La donna in croce

  1. Sono d’accordo con Oliviero Toscani sul fatto che non esiste peggior violenza della censura. Sul manifesto concordo con lei professoressa, se proprio si vuole creare un manifesto con una donna, dal momento che l’argomento riguarda proprio le donne e servono delle immagini abbastanza forti per risvegliare gli animi, perchè non crearne uno in cui si veda una donna vittima delle angherie di chi pratica su di lei la violenza, o in cui vengono mostrati i segni della brutalità? (Certo, creata apposta in uno studio fotografico). E’ un’immagine abbastanza forte, da poter spingere coloro che non denunciano a fare il contrario, un’immagine toccante. E soprattutto, in questo modo, si eviterebbe di “usare” il corpo femminile.

  2. >È così che si combatte la violenza sulle donne?

    A caldo direi di no.

    Anche perché qui lo sproloquio non è sul “prodotto” (la violenza sulle donne) o sul “marchio” (Telefono Donna), ma sul crocefisso & C. E domani non si va in un supermercato e si ritrova la “merce” che rievoca la pubblicità (o viceversa). Domani ci sarà una donna maltrattata che non saprà chi chiamare o magari ricorderà quella pubblicità, riterrà quell’immagine blasfema e ciò la terrà lontana da chi può darle aiuto.

  3. Non non si combatte cosi la violenza sulle donne.

    Beh sinceramente a me l’idea di base non dispiace… in genere mi piacciono le pubblicità forti anche se… non mi piace la strumentalizzazione del nudo… poteva benissimo essere vestita la donna nel letto… non mi piace la domanda d’accusa «Chi paga per i peccati dell’uomo?», troppo generalista e mi sento associato (in quanto uomo) a certi animali… ma evidentemente la pubblicità non è indirizzata a me… non è indirizzata a nessuno in particolare… La pubblicità non serve a combattere la violenza sulle donne… serve solo a far parlare… e quindi cosa di meglio di unire in un messaggio donne nude, simboli religione e accuse agli uomini… tutto basta che se ne parli… e al solito funziona 🙂
    Il vero scopo e far sapere che esiste Telefono Donna e questa volta hanno avuto il coraggio di metter il logo nella pubblicità, cosa che altre associazioni in passato non hanno fatto su pubblicità forti… e se ne sono pentite (mi è stato detto da chi non ha voluto legare il logo dell’associazione ad una pubblicità tanto discussa realizzata per loro)
    Quindi parliamone che a qualcosa serve… a cosa? Un giorno lo scopriremo

  4. Già, avevo visto questa campagna e l’avevo linkata sul mio Tumblr. Che dire? A caldo mi vengono in mente due cose. La prima è questa escalation a chi la spara (o a chi la fotografa) più grossa, prima o poi dovrà pur finire. Come nel caso della campagna sull’anoressia di Toscani, infatti, il rischio (ma forse è più che un rischio) è che si parli più della campagna medesima che di ciò che si vuol denunciare.
    Ma poi c’è anche un’altra cosa su cui nessuno, mi pare ha riflettuto. A chi si rivolge questa campagna? A chi vive nell’universo culturale cristiano, sia esso credente o non credente, non è questo il punto. A chi vive in questo contesto culturale, l’immagine e il claim evocano pur qualcosa. Ma a chi vive in un diverso contesto culturale-religioso, cosa dicono? Niente o poco. Ad un musulmano, per dire, la frase “Chi paga per i peccati dell’uomo” cosa evoca?
    Insomma, è una campagna nata vecchia e che non tiene conto della complessità della società italiana (eppure siamo qui a discuterne, quindi qualche merito lo ha…).

  5. Bel pezzo, Giovanna, centratissime le osservazioni che fai e i riferimenti alla tradizione iconografica e agiografica. Però, in questo caso, mi viene un dubbio sul discorso della strumentalizzazione del corpo di donna: non è che si rischia di far sembrare che ogni nudo femminile sia strumentale? Non mi sembra che ci sia né un particolare richiamo erotico, né ammiccamenti in questo annuncio, anzi mi pare un corpo piuttosto androgino. Qual è, cioè, il limite (e il limite c’è, ovviamente) che segna la differenza tra “rappresentare un corpo di donna nudo” e “usare il corpo di donna come richiamo sessuale?”. Sennò si potrebbe anche dire che Goya dipinse la Maja desnuda solo per fare scandalo (e infatti il dipinto venne bollato come “osceno”). Questione che ricorda vagamente, per rimanere ai giorni nostri, il solito problema da calendario di distinguere tra nudo “artistico” o solo “ostentato”, se non “pornografico”. Certo, questo tipo di discussioni spesso non sono usate altro che per regolarizzare l’uso, appunto, del corpo di donna per vendere, però la questione è legittima.

    Poi lo sai cos’è che non piace a me? Sempre la solita storia di mettere donne contro uomini in un contesto di generalizzazioni che diventa spesso disarmante, seppure per una giustissima causa. Voglio dire che queste comunicazioni, volenti o nolenti, hanno l’effetto di sviare il focus dal tema centrale: nelle polemiche si fa bassa teologia mescolata a basso vetero-femminismo (guarda un po’, anche per il richiamo alla Crocifissione, come se non ci fossero state donne a piangere sotto la Croce). Ce l’ho con le campagne che, mi sembra, abbiano il loro limite proprio nell’incapacità di gestire a pieno tutti gli impliciti che si portano dietro. Almeno per questioni così delicate, e per discorsi che diventano di pubblico dominio, bisogna farlo: questi messaggi hanno, in poche parole, il problema di essere troppo auto-riflessivi; volenti o nolenti, l’effetto è che parlano più di loro stessi che del problema che affrontano; però, poi, va a finire che ci scorda del problema (come in quei messaggi che hanno un alto recall, ma poi non ci si ricorda il nome della marca che pubblicizzavano?).
    Quello della violenza sulle donne è anche un problema sociale: una donna che subisce violenza si sente veramente sola e indifesa di fronte al proprio carnefice, è sicuro, ma, ancora peggio, anche di fronte al mondo. La sofferenza non riguarda solo la violenza subita, ma la violenza ripetuta di chi rivive quel momento e lo vuole solo dimenticare, di chi non lo capisce, di chi non assicura adeguata comprensione e assistenza, di chi non offre mezzi reali per togliersi dal pantano e ricostruire la propria vita (ci sono spesso anche problemi economici e culturali reali dietro a questi problemi). Questo, è molto grave. E, su questo sono pienamente d’accordo, è sofferenza estrema.

  6. A parer mio Oliviero Toscani ha perso un occasione per stare zitto. Dice di non aver visto la foto, ciò ha dell’incredibile (trad. non ci si può credere), a questa affermazione affianca un’opinione generale e di comodo (al comodo suo ovviamente) e tira acqua al suo mulino. Riguardo la foto il mio pensiero è in linea con la docente Giovanna Cosenza, la croce è solo un modo per spostare l’attenzione, e neanche tanto bene visto che la headline “chi paga per i peccati dell’uomo” è proprio sul sesso della donna e se la malizia sta davvero nell’occhio di chi guarda io guardo e vedo che proprio la parola PECCATI sta esattamente lì…

  7. Io credo che guardare quella è come subire una violenza. Io mi sento violentata, mi sento nuda come quella donna, umiliata come quella donna, impotente come quella donna. Invece di valorizzare tutte le caratteristiche positive e meravigliose della donna, la si offende, continuamente. Quest’annuncio èuò al limite sensibilizzare qualche donna, di sicuro non scalfisce l’uomo; il depravato poi, quello che commette queste atrocità, magari quarda conpiaciuto e con un risolino soddisfatto, come fosse stato lui a violentare quella donna crocifissa.
    Forse un’alternativa migliore sarebbe stata quella di mettere una foto di un uomo a chinino, in una cella, con poca luce e tanta vergogna. Sopra la foto “Chi commette violenza, paga.”.

  8. Secondo me, come foto che deve illustrare una campagna contro la violenza, non funziona. Catalizza troppo l’attenzione sul simbolo della croce e fa passare in secondo piano il messaggio. E se il messaggio passa in secondo piano diventa un’esposizione del corpo femminile gratuita, e in qualche misura anche ammiccante. Il messaggio non dovrebbe limitarsi al fatto che le donne soffrono della violenza (come Cristo? Può darsi: ma che senso ha cercare un paragone? Soffrono, punto e basta), ma rimarcare che nessuno (o quasi) paga per questa sofferenza, se non la vittima stessa. E questo secondo punto nell’immagine non c’è. Fermo restando che la sofferenza di Cristo è voluta dalla vittima, e giustificata da un’escatologia: non quella delle donne.

  9. Sono d’accordo con Roberta, bisogna fare una distinzione tra i nudi femminili strumentali e quelli rispettosi nei confronti delle donne, utili ed efficaci, come a mio avviso in questo caso.

    La differenza tra questa campagna pubblicitaria, e quella del post precedente (e della maggior parte delle pubblicità commerciali che usano i corpi femminili) è nel valore che investe il nudo. Nel primo caso, il corpo femminile rimanda al concetto di donna, comprendendo tutto il genere. Negli altri casi pubblicitari si tratta di nudo a fine sessuale ed erotico. Mi sembra chiara la differenza tra il corpo umano di donna in quanto tale, e il corpo di donna come oggetto, spogliato dei valori che ha il genere femminile.

    Sono atea, e il messaggio di questa fotografia mi sembra efficace, trovo sia un’ottima scelta quella della donna-crocefisso-lenzuola.
    Non è una questione religiosa, è storia. Le sofferenze e violenze subite da Cristo in croce, sono note a tutti. La trovo una scelta “nobile” quella di sostituire una donna alla figura di un uomo, per lo più un Dio. La traslazione tra sofferenza di Cristo e quella di una donna è diretta.
    Le lenzuola sono lo stesso oggetto, usato in due accezioni diverse. Il lenzuolo che copre la vita della donna, rimanda a quello di Cristo, rimarcando il concetto di sofferenza. L’altro lenzuolo, p quello di un letto, che non ha a che vedere con Cristo, ma come luogo di sesso e piacere.
    Le lenzuola svolgono un ruolo importante, rimarcano il concetto di sofferenza (cristo morto e le lenzuola sporche di sangue) e creano quello di piacere e agio, assieme ai cuscini.
    È proprio il contrasto di bellezza-piacere (donna e sesso) in opposizione a sofferenza-morte (croce-lenzuolo) che esplicita l’idea di abuso, violazione di un piacere universale, come per il sesso.
    Non riesco a capire come possa essere censurata questa campagna pubblicitaria. A mio avviso valorizza le donne e denuncia l’uso sbagliato del nudo femminile. Non c’è paragone tra l’uso improprio e di pessimo gusto fatto nella campagna per la donazione degli organi, che fa leva su una stupida pulsione erotica per promuovere un gesto che non ha prezzo, una scelta profonda per la vita e non è una banale scelta di un prodotto.

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  11. Sono un pochino indecisa sul giudizio rispetto a questa campagna promozionale.
    Da un lato, la trovo ancora una volta troppo disinibita, il solito accenno erotico-sessuale, la solita donna nuda, il riferimento religioso un po’ offensivo forse nei confronti dei credenti, quelli veri (non è il mio caso).
    Dall’altro lato, la trovo un’idea geniale: parlare di un argomento scottante come la violenza alle donne con una pubblicità altrettanto scottante e sconvolgente, che scatena polemiche, che tocca tasti delicati come la religione (cosi forte in Italia per la presenza del Vaticano) e la nudità quasi totale della donna. Sconvolgere per parlare di un argomento importante è una cosa che si fa spesso!!! Forse è un buon modo per scuotere gli animi su un argomento così importante… parlare se ne parla e questo è già un grandissimo successo per la campagna. Io sono contro ogni tipo di censura, soprattutto nei media e nella comunicazione, di conseguenza non opterei per questa soluzione…

    PS: Conosco l’agenzia Arnold WorldWide, una account venne a parlare durante una lezione in università e la trovai un’agenzia ricca di spunti innovativi e creatività, questa campagna in fondo in fondo dimostra coraggio e fantasia (a parte il riferimento sessuale si intende).

  12. Una campagna contro la violenza sessuale è difficilissima da progettare. Ecco alcune cose che sarebbe meglio evitare:
    – generalizzare (colpevolizzare i maschi tutti, in quanto tali, è controproducente)
    – immagine patinata (rende astratto il messaggio)
    – immagine cruda (rischia di essere rimossa)
    – tono di voce allarmistico (incoraggia la paranoia)
    – tono di voce neutro (assenza di empatia)
    – nudo (morboso, voyeuristico. Il contrario di quanto si deve dire)
    – scandalismo (la violenza è uno scandalo in sé)
    – assenza di indicazioni per reagire (so what?)
    Non è nemmeno vero che, quando una campagna fa discutere, il fatto sia comunque positivo. Se il tema diventa la campagna in sé e non il messaggio che si dovrebbe trasmettere, vuol dire che la forma sta cancellando il contenuto. Non esattamente quanto una buona comunicazione dovrebbe fare.
    Nel nostro caso, poi, risultato è paradossale: si ottengono dissensi nei confronti della campagna anche da parte di chi è sensibile all’argomento e condivide totalmente il tema. Ma, purtroppo, non il messaggio.

  13. Questa campagna parla di violenza sessuale non è quindi lecito che si sia scelto di mostrare l’oggetto di questa violenza, la donna nuda e indifesa?

    Può darsi che ci sia un richiamo sessuale nel vedere una donna nuda su un letto disfatto, ma mi sembra che rientri nel ventaglio di possibilità pertinenti al messaggio, che in questo caso potrebbe essere sintetizzato da una frase tipo: prima di assecondare i tuoi istinti, sessuali, o uomo, pensaci.

    Sarò ingenua ma questa volta a mio parere lo sfruttamento del corpo femminile, dato che è usato per parlare dello sfruttamento del corpo femminile, non è sfruttamento del corpo femminile. Chiaro no? eh eh

    Il messaggio è banale, se vuoi, ma non ha nulla a che vedere con l’inutile e vetusta immagine di un culo in minigonna dell’Unità o della sequenza del ormai famigerato silicone Saratoga.

    Tutto questo trambusto mi sembra esagerato. Tuttalpiù si può disquisire sul buon gusto di una simile scelta. Ma si potrebbe parlare allo stesso modo della scelta di usare gli occhioni del bambino che muore di fame della pubblicità dell’Unicef, o dei cani legati al palo nella campagna contro l’abbandono.

    Riguardo all’uso che si fa in questa campagna dell’analogia con il Cristo in Croce, non credo si possa considerare una gran trovata dal punto di vista dell’ingegno pubblicitario visto che, come Giovanna ricorda nel suo post, l’abbiamo vista e rivista. E’ comunque evidente che per molte persone potrà risultare “efficace” (come la definisce Aurora) o addirittura “un’idea geniale” (Lary1984).

    Anche le polemiche insorte a Milano mi fanno venire il latte alle ginocchia, possibile che si debba assistere all’eterno ritorno dell’uguale? E i bambini di Cattelan, e le foto di Witkin e adesso la donnina in croce…. Che noia.

    D’altra parte anche della retorica della pubblicità shock non se ne può più. Sembra però che sia uno dei capisaldi dell’attuale ondata pubblicitaria milanese. Secondo me siamo allo stesso livello dei giochi di parole dell’Esselunga o del “se lui ti prende per la vita” (fiera bolognese dei vestiti da sposa), solo in salsa molto più trendy.

  14. Non è così che si combatte la violenza sulle donne.
    Alcune osservazioni:
    – è penoso che l’unica arma che la cricca dei pubblicitari e i clienti abbiano per rumoreggiare sia l’iconografia cattolica e la sua derisione o irrisione.
    – la croce per i cattolici non solo è simbolo di sofferenza, ma anche di redenzione, quindi l’accostamento è da ignoranti (o da maliziosi e in questo forse c’è qualcosa di diabolico)
    – non sono d’accordo con te Giovanna sul fatto che i cattolici si infastidiscono di vedere una donna in croce, perchè come tu hai ricordato ce ne sono di sante e di donne crocefisse e non mi sembra che sia la Chiesa a dimenticarsene. La crocefissione, per quanto atroce, rimane il martirio che rende i cristiani più simili a Cristo.
    – L’esplicito riferimento al cristianesimo (immagine e claim), prima di essere blsfemo (e a mio parere lo è) è innanzitutto superfluo.
    Proprio la Bertaccini s’è fatta abbindolare: o della violenza vera non sa nulla o delle donne non gliene frega nulla.

  15. Annamaria, perchè secondo te mostrare il nudo in una campagna contro la violenza sessuale è “morboso, voyeuristico. Il contrario di quanto si deve dire”? In particolare cosa intendi con “il contrario”?
    Mi sembra sempre di più che l’implicito che sta sotto molti post sia che il nudo inciti la violenza sessuale. Spero d sbagliarmi.

  16. @ Giulia:

    Giulia per favore, mi pare che leggi solo parte dei commenti, non leggere solo quello che ti sembra utile per criticare. Tu dici “E’ comunque evidente che per molte persone potrà risultare “efficace” (come la definisce Aurora) o addirittura “un’idea geniale” (Lary1984)” riferendoti all’idea della Croce… peccato che io dicessi IDEA GENIALE parlando in generale di TUTTA LA PUBBLICITA’ e non solo della croce, quindi del fatto che fosse una campagna sconvolgente, che portasse a numerose critiche che ho pure elencato… (tra cui l’offesa per i veri cristiani). Non usare i commenti altrui a tuo uso e consumo, è solo un consiglio, niente contro di te, anzi apprezzo la discussione 🙂

  17. Giulia: “il contrario”…
    In sintesi: penso che una comunicazione che condanna un comportamento non dovrebbe civettare con il comportamento medesimo.
    Dunque: niente corpi scheletrici se parliamo di anoressia (troppo vicini al desiderio di chi della malattia soffre)
    E niente corpi nudi, supini, indifesi e serviti su lenzuola di seta come su un piatto d’argento se parliamo di violenza sessuale.
    Ci sono altri modi per ottenere impatto.
    Ciao.

  18. Chiedo scusa a Larry1984 se si è sentita fraintesa quando l’ho citata come esempio immediato di qualcuno che apprezza questo genere di provocazioni. Pensavo che il suo trovare un’idea geniale il “parlare di un argomento scottante come la violenza alle donne con una pubblicità altrettanto scottante e sconvolgente, che scatena polemiche, che tocca tasti delicati come la religione e la nudità quasi totale della donna” potesse essere considerato una nota di merito nei confronti dell’analogia Cristo/donna violata. Lungi da me l’intenzione di appiopparle il ruolo di quella che difende l’uso scandalistico della simbologia cristiana.

    Mi piacerebbe approfondire il dibattito con Annamaria (mi incuriosisce l’uso che fa del termine “civettare” e vorrei capire se secondo lei c’è un modo per fare comunicazione sociale con un riferimento “esplicito” al problema trattato, o se invece sia necessario giocare sempre “di sponda”) ma mi frena la preoccupazione di usare illecitamente questo spazio, facendolo diventare un dialogo un po’ fuori tema fra me ed Annamaria.

  19. Pingback: Cristo o un criminale? La locandina di un film fa discutere in Francia « SPIRITUAL SEEDS

  20. Sul blog abbiamo parlato sia di questa pubblicità che di quella per l’Unità. Ieri il cerchio si è chiuso, con l’Unità che ha messo in prima pagina proprio l’immagine della campagna anti-violenza…

  21. altre donne in croce..

    *per Giulia.. Cattelan non ha fatto solo bambini.. purtroppo..

  22. Giovanni Battista Sambuelli

    L’iniziativa mi sembra lodevolissima e senza tempo, tant’è vero che nel 2000 ho realizzato la campagna di sensibilizzazione basata sullo stesso concetto.
    Allora era stata pubblicata su molti media ed ha partecipato ufficialmente al Second International Festival of Public Service Communication, promosso da Pubblicità Progresso con la collaborazione di Università Bocconi, proprio a Milano.
    La pubblicità era questa http://www.glamouravenue.com/Pubbl.Progresso.jpg
    Mi sembra un oltraggio alle donne, oltre che all’arte, censurare un’immagine come quella attuale, del bravo Rosfer.
    Preciso che nella mia immagine, qui purtroppo in bassa risoluzione, i seni ed il pube erano coperti da nastro nero, a metafora di ulteriore negazione della femminilità.
    Quanto alla presunta “crocefissione” della modella, mi sembra ridicolo ridurre ad un contesto religioso una posa. Non dimentichiamo che la crocefissione è stata una delle più usate forme di messa a morte con sofferenza della persona condannata e che, quindi, deve essere disgiunta dalla sfera religiosa.
    Se poi qualcuno vuole vederci comunque anche Nostro Signore Gesù, buon pro ne venga; il suo sacrificio sarà servito a farci ulteriormente riflettere.

  23. Per l’annuncio in esame non mi pare per niente sostenibile il sotto-sotto-titolo “ogni riferimento a persone, fatti, situazioni noti è puramente casuale”, e non solo per il simbolo della Croce: è l’headline dell’annuncio che parla chiaro. Anche se non fosse stato quello religioso il tema portante in fase di concept dell’annuncio, censurarlo no, ma devono essere comunque considerate le critiche rispetto pure a quello che NON si voleva dire. Per quanto riguarda la tua immagine, mi sembra che lì ci siano dei riferimenti stilistici piuttosto precisi, o mi sbaglio?

  24. sono un’artista, poco più di due anni fa ho esposto un lavoro a napoli, a palazzo crispi, realizzato insieme a massimo patruno, in cui in una successione di sette scatti, viene presentata una donna in croce: la nazarena. i giornali locali hanno parlato di dolore al femminile, ma io ho sempre sostenuto che sulla croce può starci chiunque, dalla donna picchiata e violentata al vecchio abbandonato al bambino violato e ucciso. quello che mi chiedo è: perchè fa scandalo la rappresentazione e non la realtà rappresentata?erminia fioti

  25. Cara Erminia,
    ti prego di non confondere la rappresentazione artistica (qualunque rappresentazione artistica) con la campagna che abbiamo discusso.
    Non conosco la tua opera, ma è sicuramente altra cosa rispetto alle affissioni di Telefono Donna, per tanti motivi che potrei dettagliare se conoscessi ciò che fai.
    Qui abbiamo discusso (e io ho contestato) una campagna pubblicitaria rivolta a un pubblico generico per presunti obiettivi di difesa della donna, NON un’opera d’arte.

  26. Sono d’accordo con Roberta. Non condivido la strategia scelta per mettere in scena un problema complesso come quello della Violenza di genere, ma non trovo che il corpo della ragazza sia erotico semplicemente perchè nudo. Anzi, sotto questo aspetto mi pare che sia stato pensato un sapiente “nascondimento” delle zone “hot”: immagine sparata, seno piccolo e teso (un costato quasi androgino, a prima vista), bacino ovviamente coperto. Anche Cristo, dopotutto, “levato un alto grido spirò”, ma con le pudenda debitamente occultate. Tanto per confermare il gioco delle analogie.
    Piuttosto, mi piacerebbe vedere un’immagine nuova, in cui alla donna è concesso di reagire alla violenza subita. Un’immagine attraverso cui si va al fondo del problema, ci si cala nella sua realtà, e del vaso di Pandora non si consdera solo il tappo.
    Vergogna, consolidata subalternità del ruolo femminile, incapacità di sfuggire a quella paralisi della volontà che alle donne impedisce di realizzare la propria condizione, imponendo un atto di ribellione e di autosalvaguardia. Immobilità. Apparente assenza di alternative esistenziali. Senso di abbandono.
    Società più attente della nostra a queste tematiche parlano di “vittimizzazione secondaria”, facendo centro.
    Scommetto che a nessuno di noi verrebbe in mente di consigliare un “yes you can” a un Cristo in Croce, o a una donna inchiodata al talamo nuziale. In questo, secondo me, l’occasione persa.

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