A Thousand Words

Negli ultimi giorni mi sono lasciata prendere dall’urgenza dell’attualità. Oggi ti propongo una pausa di ottimismo sentimentale.

Fra i cortometraggi presentati al Pangea Day, c’è quello di Ted Chung, regista e sceneggiatore di Los Angeles. S’intitola «A Thousand Words» ed è – come l’hanno definita – «una storia d’amore e creatività, raccontata senza parole».

C’entra la comunicazione? Moltissimo.

8 risposte a “A Thousand Words

  1. Direi che è un’amore aiutato da molte delle forme e dei mezzi di comunicazione, dalla prospettiva in pittura e architettura in poi: strade ferrate, bici, posta, digitale, telefono… manca solo Internet! carinissimo, grazie.

  2. Molto intenso ed emozionante, nonostante sia la tecnologia la protagonista (la macchina fotografica digitale in primis), c’è un costante richiamo a valori tradizionali (la semplicità di un volto, la ricerca di una persona che ci ha colpito) e a mezzi di comunicazione tradizionali (la posta, lo scritto dell’indirizzo…). Tutta questa semplicità e questo silenzio (in mezzo al caos cittadino) sono accentuati dall’uso del bianco e nero. Lo trovo estramamente rilassante e delicato come video…

  3. Ho messo un(‘)amore al femminile… e va be’, se non ha età, non avrà neanche sesso…
    🙂
    Ciao!

  4. 1000 of words, sono quelle parole che all’inizio di un film romantico, un attore avrebbe letto nelle pagine di un diario dimenticato da una donna sul treno…
    Ora, quel diario, in cui le parole potrebbero scorrere a fiumi per immortalare i pensieri, sono state rimpiazzate da scatti, che ritraggono lo stato d’animo di un viso in primo piano, o da una sequenza di pose che fissano la memoria della nostra vita.
    La narrazione di un testo scritto è stata smarrita. Basta una sequenza di foto per illustrare il nome di una via, il colore del cielo, e lo stato d’animo di una frazione di secondo.
    La mano è la stessa. Chi scriveva, preme il pulsante. L’autore, si autoritrae o sta dietro l’obiettivo, parla di sé o di quello che gli accade attorno. L’intento è lo stesso… salvare per descrivere o immortalare per ricordare…
    Nel video, la ragazza, probabilmente fotografa per esplicitare un pensiero. Così coglie silenziosamente il passaggio di una persona, che non sa chi sia.
    Se avesse avuto una reflex analogica, il “chiasso” visivo e l’ “ingombro” temporale, non le avrebbero permesso di passare inosservata al suo soggetto. Probabilmente non avrebbe neanche sprecato una stampa.
    Una macchina digitale, è istantanea, la fotografia si può salvare o cancellare con la stessa facilità, così diventa un segno che permane come una vecchia cartolina, o che scompare senza lasciare alcuna traccia.
    Penso al favoloso Mondo di Amelie. Se invece di una lettera, di una fototessera e altri ricordi frammentati avesse trovato una macchina digitale con un continuum di shots recenti? ….Quanto facile sarebbe stato rintracciare le persone?
    Questi segni, oggetti materiali o scatti virtuali, parlano di noi. Com’è cambiato il modo in cui parlano di noi? Come ci raccontiamo? Qui e ora, o riusciamo a non farci limitare da questi mezzi tecnologici che tralasciano il passato?!
    Un oggetto raccolto e conservato con cura, parla di più del passato e delle intenzioni future. Possiamo intuire una storia che parli del prima e del dopo. Un tempo, a lungo raggio, ma vago.
    Una serie di scatti digitali* parlano di un periodo di tempo breve, ma dettagliato. Quasi niente può sfuggire ai 10 milioni di pixel contenuti in un quelle fotografie che scattiamo di continuo.…
    La foto, sarà solo il frutto della decisione di un secondo, magari casuale o erronea, oppure cercata e studiata.
    La pressione di un pulsante, può dire tutto o niente della volontà di scattare quell’immagine, mentre l’inchiostro di una parola è sicuramente il proseguo di un idea…
    Che immagine del nostro bagaglio collettivo passato, ci aiuta a desumere che questo video sia una storia d’amore desiderata da entrambi ?

    * (mi riferisco alle proprietà di memoria ampia e veloce che può avere una macchina fotografica portatile digitale.)

  5. Quale immagine? Sempre quella del primo incontro; perché, appunto, uno sguardo vale più di mille parole. E chi per primo chinò gli occhi, usa ogni possibile mezzo per ritrovare quello sguardo tradito.
    Certo, se invece che a Boston fossero stati in Italia, stavano freschi!
    😉

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