Archivi del giorno: lunedì, 1 dicembre 2008

Poveri umanisti. E povere scuole

Ho appena finito di leggere L’università truccata di Roberto Perotti, la migliore diagnosi dei mali dell’università italiana che mi sia mai capitato di incontrare. (Devi devi devi, non dico leggerla, ma studiarla.)

Per quanto io condivida la pars destruens del libro (e per questo lo consiglio), alcune affermazioni della pars construens (cap 5, «Una proposta di riforma»), mi hanno fatta saltare sulla sedia. In generale, mi pare che Perotti ecceda nel voler applicare anche in Italia, senza mediazioni né adattamenti, il modello americano. Ma su questo per ora non mi soffermo.

Inoltre, qua e là Perotti tradisce una bassa considerazione delle discipline umanistiche che trovo inaccettabile, non tanto perché lavoro in questo campo e mi tocca difenderlo, ma perché mi pare più pregiudiziale che basata su dati o argomentazioni razionali.

Quando ad esempio sostiene – giustamente – che, in un sistema universitario che funzioni, gli atenei non sono affatto uguali, perché alcuni sono migliori in un settore, altri in un altro, alcuni nella didattica, altri nella ricerca, alcuni sono eccellenti in generale, altri scadenti da tutti i punti di vista (il che si dovrebbe riflettere in differenze di tasse universitarie e stipendi ai docenti, come da noi invece non accade), a un certo punto dice:

«Corsi di laurea diversi hanno costi diversi, e portano a carriere diverse, alcune molto remunerative altre meno. È dunque perfettamente efficiente ed equo che le rette per fisica, medicina o veterinaria (che costano molto) [per la presenza di laboratori, strumenti e attrezzature, n.d.r] o per legge o economia aziendale (che in media portano a carriere ben remunerate) siano più alte che le rette per la laurea in storia e filosofia, che costano relativamente poco [perché uno studente di filosofia ha bisogno di buone biblioteche e poco più, n.d.r.] e il cui sbocco professionale è tipicamente l’insegnamento in una scuola secondaria» (R. Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008, p. 99).

Questa frase deprezza in un sol colpo gli umanisti e le scuole secondarie. Il che non solo rispecchia, ma alimenta la svalutazione delle scuole di tutti gli ordini e gradi (dalle materne alle secondarie) che dagli anni Settanta si perpetua in Italia, innanzi tutto in termini di remunerazione e di conseguenza anche in termini di apprezzamento sociale del ruolo dell’insegnante.

Il che è particolarmente grave, in un libro che propone soluzioni per l’università italiana, perché questa non mi pare possa essere separata – senza peccare di astrattezza – dal sistema educativo che la precede. Né si possono aggirare i problemi dello specialismo, per cui si formano fisici semianalfabeti e medici che sanno trattare un menisco o un polmone, ma dimenticano le persone.

D’altra parte lo stesso Perotti, parlando del rapporto fra università e imprese, dice:

«È noto che le grandi banche di investimento spesso preferiscono assumere laureati in matematica o filosofia che dimostrano una mente curiosa e aperta, piuttosto che laureati in finanza che conoscono già tutto degli strumenti del mestiere ma non hanno interessi al di là di questo campo» (ibidem, p. 133).

E allora?