Ebbene sì, sono su Facebook

Ho resistito per quasi un anno, limitandomi a parlarne con amici e colleghi. A leggere montagne di articoli e persino un instant book. Però ne stavo alla larga. Ho già il blog, mi dicevo, non ho tempo per Facebook. Ero dubbiosa. Insofferente.

Qualche volta sono entrata con profili di amici, giusto per sbirciare, cominciare a capire. Dovevo pur farlo: studio i nuovi media.

Infine sono entrata: è l’unico modo per capire davvero.

Prima impressione? Mi turba l’ostentazione di foto private. Finché mi limitavo a guardare quelle di perfetti sconosciuti (è ciò che accade se entri col profilo di un altro) l’esibizionismo/voyerismo di cui tutti parlano erano solo due parole. Adesso hanno un sapore diverso. Piuttosto sgradevole, per i miei gusti.

Faccio un esempio: non sono felice di aver visto su Facebook le foto del figlio o della figlia di tre anni del collega o della conoscente che finora a stento me ne avevano parlato. Non mi piace aver pensato: che bellino o che bruttino così, a freddo. Senza averne mai sentito la voce, senza averlo abbracciato una volta. Avrei preferito conoscerlo prima di persona, il piccolo. O vedere la sua foto estratta dal portafoglio, come nella più tipica delle sceneggiature, perché in quel caso la visione sarebbe stata accompagnata dalle emozioni del genitore o parente. E un po’ di quelle emozioni mi avrebbero contagiata, guidata.

Invece mi sono ritrovata a fare la guardona, ecco. Una guardona autorizzata, ma pur sempre guardona.

E poi è solo un bimbo… Un minore, accidenti. Certo, se i genitori hanno deciso di ostentare il figlio, fatti loro. Ma il bimbo è stato interpellato? Bah. Certo, quelle foto possono essere viste solo dai cosiddetti «amici». Amici? Ri-bah.

Una cosa è certa: su Facebook non metterò foto private.

24 risposte a “Ebbene sì, sono su Facebook

  1. Il peggio è quando gli altri pubblicano foto nostre, taggandoci per giunta…

  2. A mio parere la grande discriminante di Facebook, come di molti (tutti?) gli altri social network, è la libertà di scelta: scelta di cosa condividere di sé, e scelta di cosa guardare degli altri. Chi la sa utilizzare con intelligenza saprò vivere una “user experience” adeguata e piacevole, tutti gli altri invece potranno incappare nei rischi connessi ad un uso sconsiderato del mezzo.

    Per quanto riguarda l’esempio: certo, può avere parzialmente ragione, ma d’altra parte non è detto che – in una situazione di “vita reale” – avrebbe mai avuto la possibilità concreta di conoscere/vedere dal vivo quel piccolo di cui parla.
    (fermo restando l’estrema attenzione che va posta nel condividere informazioni e foto dei soggetti potenzialmente più “deboli” ed esposti)

  3. …io ci sto ancora pensando se farlo o no….è l’idea che già dalla registrazione devo immettere tutti i miei dati privati mi urta un po’…attorno a me dagli amici hai colleghi, dai vent’anni in su, ormai tutti hanno il loro profilo, io ancora resisto, forse in queste serate festive lo farò anch’io, ma ciò non toglie che continuo a vederlo come un’invasione della privacy come se qualcuno entrasse in casa mia senza che io lo desideri…

  4. Io sono entrato in Facebook proprio per diffidare quelli che avevano pubblicato mie foto, ma mi sono reso conto che era una battaglia contro i mulini a vento… quindi, tanto vale provare a usarlo in maniera responsabile, non sia mai ne esca qualcosa di buono
    (comunque ti mando richiesta di amicizia ;))

  5. Tommy David, hai perfettamente ragione. A volte si cerca di utilizzare Facebook con criterio, senza eccedere con foto personali o video, poi ecco che ti ritrovi taggato da un amico che non si è nemmeno posto il problema se tu avevi piacere o meno.
    Io cerco di usare Facebook con accortezza e passo un bel pò di tempo a togliere i tag inseriti dagli amici (e poi, ogni santa volta) a spiegare a questi ultimi il perché.

    A me Facebook piace, ma costa fatica: non posso abbandonarlo a se stesso, sono costretta a monitorare anche ciò che fanno gli altri (spesso con bonaria leggerezza).

    Non dovremmo caricare foto con leggerezza o scrivere commenti di cui potremmo pentirci se a leggerli ci fosse un nostro capo o un collega non troppo simpatico (e dovremmo porci queste domande anche quando carichiamo roba inerente i nostri amici/conoscenze).

    Oppure, se vogliamo utilizzare Facebook per il nostro privato, dovremmo assicurarci di non lasciare l’account aperto a tutto il pubblico della rete.

    Se utilizzato con criterio, può anche essere utile. Per me lo è stato, ma che fatica a volte 😀

  6. Il problema della privacy è uno dei tanti che dovrai affrontare… una cosa difficile da gestire sono i contatti: a chi accordare un’amicizia e a chi no? pare che (un tempo avevo dei dati su qualche servizio di bookmarking…) molti utenti di fb lascino la piattaforma perchè sono costretti, per motivi diversi, ad accettare l’amicizia di persone che non vorrebbere avere tra i contatti…
    ti segnalo un paio di articoli di che mi sembra forniscano dei punti di riflessione interessanti…

  7. François Marie Arouet

    Sono, ormai, un affezionato lettore di questo blog e sono un sincero estimatore di chi lo scrive e lo commenta: con il vostro stile, la vostra eleganza e la vostra passione per la cultura rappresentate l’Italia che amo.
    Buon Natale a tutti e auguri di un felice Anno Nuovo!

  8. Carissima Giovanna, ti ringrazio per questo bellissimo blog, sempre ricco di spunti ed ottime riflessioni. Ormai una visita ai tuoi post è una prassi quotidiana, come il caffè!
    Approfitto di questo spazio per farti i miei auguri di buone feste! Spero che il nuovo anno di porti un sacco di nuove soddisfazioni e tantissime idee da condividere con noi!
    Un abbraccio, Elena “Verox” Veronesi

  9. Non hai tutti i torti. Si può ovviare a tutto ciò selezionando diversi livelli di privacy per altrettanto diverse categorie di “amici”. Cosa seccante, ma credo sia l’unica maniera.

  10. Io ho un profilo su facebook da un bel po’ e mi sono resa conto della quantità moto alta di amici e conoscenti che si sono aggiunti negli ultimi due mesi.
    Io ne faccio un uso molto “strano”: commento foto di amici, passo del tempo on line a chattare con persone che conosco bene. So che molti lo usano come un modo per conoscere persone o ritrovarsi; io invece lo uso con chi non vedo mai provando a ricreare quei meccanismi di amicizia che ci hanno fatto conoscere nella vita “reale”.
    Fin qui, non trovo molte controindicazioni. La cosa che per me risulta molto poco gestibile è l’impossibilità (o la possibilità) di fare un torto rifiutando un’amicizia ad esempio: perché dovrebbe essere sgradevole rifiutarne una? Pare come ha scritto yurg che ci sia un bon ton da seguire…
    :S

  11. quali amicizie aggiungere e perché rifiutarne altre?
    qui dipenda dall’uso che si vuole fare del mezzo.

    Su Facebook la parola “amico” non si veste dello stesso significato che gli attribuiamo nella vita reale.
    L’amico di Facebook può anche essere il semplice contatto che ci piace tenere nel cassetto nell’attesa che diventi utile, può essere il collega di lavoro, l’ex-collega, l’amico, il vicino di casa, l’amico dell’amico, il postino di paese.
    Chi decide di usarlo come strumento professionale, deve stare ben attento e spiegare/chiedere agli amici di non taggarlo in foto poco simaptiche 😀
    Chi decide di usarlo per gli “amici” veri, che lo sono anche nella vita reale, agli sconosciuti può semplicemente spiegare il motivo del rifiuto adducendo questa scelta.

    Non penso ci sia un bon-ton da seguire, ma per utilizzarlo in modo consapevole è bene sapere cosa vogliamo far emergere di noi e seguire una linea di comportamento. Io ad esempio, le persone sconosciute le rifiuto, con gentilezza, ma non voglio facebook per ingrandire il cerchio di amicizie.
    Mi piace sapere esattamente chi ho aggiunto e chi legge/vede quello che scrivo/carico.

    Insomma, ognuno ha il suo bon-ton 😀

  12. Poniamo che il suo collega, preso da irrefrenabile orgoglio genitoriale, avesse appeso alla porta del suo studio la foto del nuovo nato. Giovanna si sarebbe sentita lo stesso una guardona intravedendo la foto mentre passava per il corridoio?

    Questo secondo me è più o meno quello che accade quando un utente di FB si trova davanti al news feed, la prima pagina su cui si apre ogni account. E’ l’unica pagina in cui si ricevono informazioni non richieste dall’utente e le foto sono ridotte a miniature. Evidentemente non ci fa sentire dei guardoni perchè l’unica informazione che se ne ricava è che il tale ha postato una foto.

    A questo punto però la foto ci può interessare e cliccandoci sopra entriamo nell’album delle foto pubblicate dal nostro contatto. Immagino sia questo il punto dove ci si può sentire a disagio. Una sensazione che si può evitare semplicemente non cliccando sopra la foto.

    Ma la foto ci interessa, mannaggia. E allora non resistiamo e la clicchiamo, e già che ci siamo vediamo tutto l’album. E allora? Stiamo guardando comunque foto che sono state esposte in una bacheca pubblica e che siamo espressamente autorizzati a guardare nel momento in cui diventiamo “amici”.
    Siamo per questo guardoni? Certo, ma siamo guardoni come quando dieci anni fa guardavamo le diapositive degli amici appena tornati dal Messico.

    Mi si dirà che c’è una bella differenza, perchè qui le foto sono viste da una moltitudine di gente che non si sarebbe invitata a casa a guardare le diapositive. Va da sè che allora non si dovrebbero accettare amici con i quali non si vuole condividere le foto. O che volendo amici con cui non si vuole condividere le foto, non si pubblichino le foto.

    Quindi non capisco. Se la faccenda è personale e psicologica (mi sento in imbarazzo a guardare foto di privati in assenza del soggetto della foto) basta farsi forza e non cliccare. Altrimenti si condividono semplicemente delle foto, come si è sempre fatto anche quando erano di carta, tra amici e colleghi.

    O il problema è proprio la messa online di foto digitali? La riproduzione infinita e incontrollabile di qualcosa che ci ritrae? Un argomento che però esula dal fenomeno Facebook.

    Infine mi permetto una nota personale: lo snobismo che molti amici riservano ai social network mi ricorda lo stesso di quelli che dicevano che non avrebbero mai usato un telefono cellulare. A mio parere l’esibizionismo che oggi viene imputato agli utenti di facebook è assai simile a quell'”assurdo bisogno di essere sempre contattabili” con cui si deridevano i pionieri del telefonino.

    Oggi che andare a riguardare i film di Fulci è diventato essere sofisticati, i nuovi apocalittici attaccano i mezzi della comunicazione privata di massa! 🙂

    (bello questo ossimoro “comunicazione privata di massa” qualcuno sa se sia stato già usato?)

  13. Innanzi tutto grazie a François Marie e Verox per gli auguri (e per gli incoraggianti complimenti!), che ricambio con tutto il cuore.
    🙂

    Grazie yurg per la segnalazione dell’articolo: non l’avevo visto.
    E grazie a tutti per la segnalazione dei modi in cui usano facebook: più ci si confronta, meglio è.

    Quanto all’alternativa fra apocalittici e integrati con cui, per questioni di curriculum universitario, sono cresciuta… 😉 , cara Giulia, certo NON sono (né mi sento) una apocalittica (ma neanche una semi- o cripto-apocalittica) solo perché ho qualche perplessità sull’uso/abuso di foto su Facebook. Convivo quotidianamente con tutti i nuovi media che posso. E li studio pure, finanche… 😮

    Sì, certamente il tema delle foto digitali on line va oltre la cerchia, per quanto ampia, di Facebook: prendi Flickr, per esempio. Non dimentichiamo mai che dietro Facebook, Flickr, YouTube ecc. stanno aziende che archiviano i nostri dati e li organizzano (e vendono) per i più svariati scopi. Un esempio?

    Ieri sera, in uno scambio su Facebook, ho parlato di «palestra». Dopo qualche minuto mi è apparsa una proposta dagli evidenti scopi commerciali su salute, diete e quant’altro.

    Detto questo, ognuno/a è libero/a di fare quello che vuole, naturalmente. Gli usi e le pratiche su Facebook, come con qualunque mezzo di comunicazione, sono i più disparati, per fortuna, e generalizzare è sempre abbastanza sciocco. L’importante è avere la maggiore consapevolezza possibile di ciò che si fa.

    Io ad esempio (col che rispondo anche a Silvia) non ho inserito dati veridici (a parte il mio nome e cognome e l’afferenza all’Università di Bologna) neppure nel momento dell’iscrizione su Facebook. L’unico dato obbligatorio per entrare è la data di nascita (gli altri possono essere omessi) e ti consiglio, cara Silvia, di mentire se decidi di iscriverti.
    😉

    Buon Natale a tutti/e!
    🙂

  14. Prima di tutto, riprendo le parole di un mio docente universitario, “la privacy sul Web NON esiste!”. Possiamo fare tutto quello che vogliamo per tutelarci, usare nickname, evitare i siti di social network tipo Facebook o MySpace, evitare che altri ci tagghino o inseriscano cose nostre, evitare di parlare di se stessi… ma non c’è niente da fare, già dal primo giorno che siamo collegati, il nostro pc e la nostra vita privata sono messi alla “pubblica gogna”… facciamocene una ragione! Che poi ci siano quelli espansivi (come me) che pubblicano foto e fatti loro e quelli invece introversi che preferiscano rimanere nell’ombra niente da dire… ma, perdonami Giovanna (sai che ti stimo come persona e come blogger per quello che ti posso conoscere online), entrare in Facebook e poi sottolineare che non si pubblicheranno foto e non si inseriranno dati veri, beh è un controsenso… forse sarebbe stato meglio evitare proprio di iscriversi se vuoi tutelare un minimo la tua privacy… 🙂

  15. Eh Eh, vedo che la provocazione è stata giustamente rimbeccata!

    Ma la sua integrazione è fuor di dubbio, Giovanna. Conosco i tratti salienti del suo curriculum e ho letto diverese sue cose. E recentemente le ho chiesto la tesi, finanche…:)

    Il riferimento agli apocalittici veniva dopo la nota personale e, nelle mie intenzioni, andava inteso come frecciatina verso quelli che, nella diatriba da bar su facebook sì/facebook no, criticano il social network con argomentazioni quali l’esibizionismo degli utenti, il fatto che non si abbiano rapporti “veri, “, la superficialità degli scambi comuicativi, l’invadenza degli altri nella propria vita… le stesse criiche che nel web punto uno si riservavano ai frequentatori di chat. Osservazioni sacrosante, per carità, ma che personalmente ritengo animate più da una “critica ai tempi che corrono” che da una reale analisi del mezzo.
    So bene quindi che non è il suo caso, cara Giovanna.

    Per quanto riguarda l’uso commerciale dei contenuti che dell’utente mette online anch’io penso che sia necessaria la massima allerta. Vorrei aggiungere l’esempio di Gmail, la posta elettronica di Google: le mail sia in entrata che in uscita sono sempre correlate da uno o più messaggi pubblicitari inerenti alle parole chiave del testo inviato. Il servizio è molto preciso e tiene conto di tutte le lettere scambiate con il contatto.
    Con un amico un giorno abbiamo giocato a mandarci una serie di mail ad argomento “liquidi biologici” e, dopo diversi messaggi pubblicitari in cui ci venivano proposti di volta in volta rimedi contro la stitichezza, pannolini ecc ecc. il risultato finale (che teneva conto di tutto ciò che avevamo scritto su cinque mail di schifezze) è stato ancora una volta accurato:
    “Elimina gli odori in modo naturale senza utilizzare prodotti chimici pericolosi”.
    Geniale.

    E su questa nota di ilarità infantile aggiungo gli auguri di Buon Natale a tutti!

  16. Scusate, ma ho trovato questo:

    pregi e difetti di facebook…

    Buon Natale!
    (senza ‘fotina’ vale uguale?)
    😉

  17. Lary1984, lo so, lo so… diciamo che entro in facebook e riduco al minimo (se di minimo si può parlare) i danni…………
    😉
    ma anche
    😦

  18. lary “Prima di tutto, riprendo le parole di un mio docente universitario, “la privacy sul Web NON esiste!”

    lary, la tua opinione mi sembra una sorta di “resa” all’uso (pessimo) fatto dalla massa di utenti di Internet. La privacy esiste ed è un diritto (persino tutelato dall legge); se alcune persone “usano male” Internet (esempio violando la privacy altrui), ci devono rimettere gli altri? Esiste anche un uso corretto di Internet: usare Internet rispettando la privacy altrui; non capisco perchè dovremmo arrenderci ai comportamenti peggiori di una parte degli utenti.

    Per chi parla di apocalittici: non ho nulla in contrario se alcune persone vogliono raccontare i LORO fatti personali su Facebook o su altri siti ma la domanda è: non sono iscritto su Facebook, è giusto che ci siano mie foto (e addirittura un mio video) su Facebook? Sono apocalittico a farmi questa domanda????

  19. Ho visto su scalo76 tempo fa un servizio su facebook. E’ incredibile come alcune persone dicevano di passare intere giornate su questo sito. Ma per fare cosa? passare tempo con quei giochini e vedere le foto degli altri? ma perchè non uscire all’aria aperta e andare a vederli di persona gli amici? io mi ero iscritto tempo fa, ma dopo poco più di una settimana non ho trovato alcuna utilità in questo social network (senza contare l’enorme numero di email che t’inviano) perciò, essendo purtroppo impossibile eliminare l’account, l’ho disattivato a tempo indeterminato. E’ molto meglio usare il buon vecchio messenger, giusto per mettersi in contatto poco prima di uscire “ehi ci troviamo lì?” o per farsi delle lunghe chiacchierate con gli amici che stanno un po’ più lontano, o in vacanza, o in erasmus…

  20. Hamlet, se questa domanda (retorica) la stai facendo a me (che ho tirato fuori gli apocalittici) ti rispondo semplicemente:
    Quando sostieni che ci sia un uso “giusto” di Internet e uno “sbagliato” stai parlando di etica, criticando i costumi sociali e non il mezzo di comunicazione (e nemmeno i suoi contenuti, qualora siano legittimati dagli utenti che coinvolgono).

    Quindi a mio parere la questione degli apocalittici e degli integrati non c’entra un fico 🙂

  21. Rispondo all’amica Giulia, in quanto da lei sollecitato. Giulia scrive: “Il riferimento agli apocalittici veniva dopo la nota personale e, nelle mie intenzioni, andava inteso come frecciatina verso quelli che, nella diatriba da bar su facebook sì/facebook no, criticano il social network con argomentazioni quali l’esibizionismo degli utenti, il fatto che non si abbiano rapporti “veri “, la superficialità degli scambi comunicativi, l’invadenza degli altri nella propria vita… le stesse criiche che nel web punto uno si riservavano ai frequentatori di chat. Osservazioni sacrosante, per carità, ma che personalmente ritengo animate più da una “critica ai tempi che corrono” che da una reale analisi del mezzo.”
    Appunto, osservazioni sacrosante, altro che sciocchezze. Mi pare invece più snobistico il modernismo da due lire di chi liquida i giudizi di valore come chiacchiere da bar, difendendo ingenuamente la neutralità di un mediume della tecnica che ne viene articolata.
    Mi pare che Giulia non abbia chiaro che un medium non è neutro, ma tende a favorire alcuni usi rispetto ad altri in funzione della sua natura. Fare l’analisi di facebook non può prescindere dal ricostruire la psicologia dei suoi utenti.
    Un fucile non è un mezzo neutro, e non vale l’argomentazione da liberale improvvisato che ritiene saggio pensare che tutto dipenda dal suo utilizzatore; un fucile è pericoloso perché in mano ad un individuo in stato nevrotico, tenderà ad essere usato con conseguenze diverse da un manico di scopa e proprio in virtù delle sue caratteristiche. Non c’è bisogno di tirare in ballo le affordances, Norman, Gibson et similia. Quindi l’interesse si sposterà dalla constatazione statistica di come venga utilizzato un medium verso lo studio di gradi di probabilità nell’usare quel medium. Così si scopre che la maggior parte di individui utilizzerà istintivamente un fucile per sparare, e molti meno vi vedranno un succedaneo di una mazza da baseball o un bastone da passeggio.
    Penso che Giovanna debba per professione porsi la necessità di un’analisi semiotica di facebook e che non possa più di tanto spingere sul pedale della critica assiologica, che c’è, lo si avverte; verrebbe infatti subito svilita come interlocutrice in quanto sentenziata a ruolo di anacronistica apocalittica. Cerchiamo inoltre di uscire dalla fortunata dicotomia echiana che nacque in un preciso contesto culturale italiano, dove le posizioni erano estremizzate più di oggi, le generazioni accademiche più polarizzate, e occorreva tentare una mediazione attraverso lo strumento della caricatura; occorreva sottolineare le possibilità del medium di fronte ad una generazione culturale che si era sclerotizzata sui limiti, appiattendosi supinamente sulle posizioni della Scuola di Francoforte da un lato e sul determinismo seducente ma inconsistente delle tesi di McLuhan dall’altro.
    Avevamo già parlato io e te, Giulia, in privato su questo tema. Ripeto la mia posizione perché ho l’intima presunzione che rifletta la medesima natura delle riserve che Giovanna ha in parte taciuto, in parte espresso.
    Si possono fare le analisi che vogliamo ma ritengo che tutte siano corollari di una considerazione primigenia che urta Giovanna: la spersonalizzazione estrema di una serie di relazioni private.
    L’amicalità di facebook è giocoforza inconsistente e proprio perché la natura del messaggio uno-a-molti rivela i limiti di ciò che definiamo intimità. Mi si potrebbe obiettare che ogni prodotto editoriale, artistico, ogni blog, per rimanere in tema, configura un rapporto asimmetrico e non biunivoco.
    Ma è proprio lo sdoganamento dell’impudicizia ad essere sgradevole, quell’omeopatico e quotidiano degrado della contenzione dei fatti propri, l’uniformità di tutta la propria aneddotica biografica quotidiana a pubblico indifferenziato, ed esigenza di una sua condivisione allargata. L’utilizzatore di cellulare che in luoghi promiscui ci fa sorbire la sua urgenza alimentare raccomandando alla madre quando buttare la pasta, che ci tedia con le sue margherite emotive mentre parla con l’amata/o, che ci propina l’elenco telefonico dei propri network o se il pupo abbia fatto il ruttino, sanciva già a suo tempo l’indifferenziazione tra privato e pubblico. E le critiche all’uso compulsivo del cellulare sono solo passate di moda per critici ormai rassegnati; resta la constatazione che non avvertire il bisogno della separazione momentanea dai network sociali, qualunque essi siano, che eleggere la reperibilità a obbligo, che non sapere assoparare l’assenza per poter meglio comprendere la presenza, era e rimane materia per psichiatri sociali.
    Lascerò ad altri la noia di commentare tutte le configurazioni positive e negative che possano assumere i social network à la facebook;
    Ma continuo a ritenere che una comunicazione (una foto, un testo, quel che è ), vada gestita di volta in volta a seconda dei diversi rapporti.
    L’amicizia consiste nel creare distinzioni nei rapporti non nell’uniformarli; condividere una serie di esperienze con una moltitudine di persone porta fatalmente all’indifferenziazione e alla banalizzazione dei presenti, alla constatazione implicita che il numero è rilevante (altrimenti perché non dedicare singolarmente a ciascuno una prospettiva o un frammento diverso della medesima esperienza? Perché esibire ad altri le virili misure della propria cerchia, del proprio clan?).
    Come ricevere gli auguri da una persona che si dimentica di “nascondere” la mailing list dei molteplici destinatari è deludente, allo stesso modo lo è degradare quella specificità che si ritiene contraddistingua la sensibilità di un’amicizia da ciò che non lo è.
    Auguri a tutti perciò. E non venitemi a dire che la formula è amicale. Andrebbe benissimo su facebook, ma agli amici si dedicano altri spazi, ne sarete tutti convinti. E allora, mi chiedo perplesso, a chi serve Facebook?

  22. E aggiungo per Giulia che guardarsi i film di Fulci pensando che siano una visione sofisticata per acroamatici palati privilegiati, è invece la riconferma che si appartiene ormai ad una riserva indiana di critici ridicoli e frustrati, di quelli che Beethoven è banale perché lo ascoltano tutti mentre è meglio andare a pescare lo sconosciuto insignificante madrigalista così da fare bella figura gettando nel panico lo sprovveduto interlocutore che ignori il suo contributo fondamentale alla Storia dell’arte. Fulci era solo un onesto artigiano del cinema, che si guadagnava il pane con prodotti infimi, seriali, senza velleità di alcun genere. Poi arriva un Tarantino che lo omaggia solo per il proprio godimento da Madeleine proustiana, per realizzare dalla propria acne giovanile, fatta di telefilm di quint’ordine, un film piacevole. Ma se noi guardiamo il trash con lo sguardo smagato di colui che per stanchezza o frustrazione vuol far sì che la recensione diventi il prodotto da recensire, e faccia dire al testo, per amor d’estro, ciò che il testo non dice, allora è finita. Meglio allora il vecchio Piero Manzoni che la merda d’artista la esibiva davvero, facendo così cianchetta e sgambettando il critico di turno costretto a magnificare l’arte, per professione, e così facendo la merda.

  23. Caro Hamlet ma è un consiglio per tutti, leggetevi questo libro del mio prof:

    Palmieri Nicola Walter
    SICUREZZA O LIBERTA’?
    INTRODUZIONE AL DIRITTO DI INTERNET
    Pitagora, 2004

    Link: clicca qui

  24. Non conoscevo quel libro, potresti farne un riassunto a grandi linee?
    Intanto è interessante anche leggere qui:
    http://www.tecnoetica.it/2008/10/25/sociologia-di-facebook-ovvero-perche-facebook-ha-cosi-tanto-successo/

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