Anything is possible in America

Oggi è il grande giorno: Barack Obama sta per entrare alla Casa Bianca. In attesa del discorso di insediamento, prenditi 7’26” di pausa per goderti – se non lo hai ancora fatto – il discorso che Obama ha tenuto due giorni fa sul palco del Lincoln Memorial.

Ricordo che i migliori discorsi di Obama nascono da una collaborazione fra lo stesso Obama, il consulente politico David Axelrod e Jon Favreau che, a soli 27 anni, è il più giovane speechwriter che sia mai entrato alla Casa Bianca.

«Anything is possible in America», dice a un certo punto Obama. Anche la collaborazione fra generazioni, per esempio.

 

7 risposte a “Anything is possible in America

  1. Pingback: 20 gennaio 2009 « myfavoritethings

  2. Obama o Mosè? Continuo ad essere perplesso, Giovanna. Mi chiedo e ti chiedo, da esperta della comunicazione politica, se davvero questo discorso non sia testualmente melenso e banale, ricalcando la retorica messianica da predicatore standard, al netto di qualche “Glory” and “Lord” (ma troviamo comunque il convenzionale “Bless” e i laico “Fathers”…).
    Ti rivelo il mio barbatrucco preferito che uso quando sono indeciso nel valutare l’efficacia di un testo epidittico e non riesco a capire dove vada ricercato il particolare che ne decreti l’ovazione o solo un esito da insuc(cesso). Ebbene, prendo il testo e lo recito alla maniera di qualcun’altro: prendo l’Apologia di Socrate e la metto in bocca a Calamandrei, il Discorso della montagna lo faccio declamare da Mussolini, Agrippa sull’Aventino recitato da De Gaulle, MLK ad imitazione Ratzinger. Qualcosa funziona, qualcosa no. E qualsiasi sia l’esito sono sempre più convinto che l’ipnosi persuasiva funzioni solo se l’oratore funziona. L’abito rifulge di seduzione solo se chi lo calza è già bello di suo.
    Il Mein Kampft non è così delirante alla lettura come lo erano invece l’isterica elocutio e la mimesis del suo autore; la retorica di Mussolini sortiva i suoi effetti più per la tecnica dell’elenco, l’epanalessi, la reiterazione epiforica, o per la declamazione al limite dell’enfatico, la scansione a climax, le accelerazioni repentine, i vocalizzi ascendenti in ogni sostantivo e le pesanti pause? (Peccato non avere che resoconti dell’elocutio dei discorsi passati! Chissà che tono avranno avuto le varie Santippe, Paoline Bonaparte, e Lucrezie Borgia; magari si sarebbero capite di più e meglio le ragioni dei loro sventurati compagni).
    Diciamocela francamente: la retorica Obamiana è tutta giocata sul timbro, sul fascino estetico e sull’attesa che l’uditore ripone in lui. Non funzionerebbe in bocca ad altri, anzi ne sortirebbe gli effetti contrari. Mi si dirà che la bravura del ghost writer sta soprattutto nella sua capacità sartoriale. Ma se vestire Naomi Campbell è relativamente facile, svestirla il più possibile è ben più remunerativo ai fini dell’effetto (pubblico e, fortuna del beneficiario, privato).
    Ma se la magia psicagogica non è dettata da ciò che si dice ma da chi lo dice, se anche il colto e non solo l’inclita sotto sotto cercano il padre, il redentore, il traghettatore allora dateci un padrone, ce lo meritiamo.

  3. Postilla. Umberto Eco studiò il caso Nixon e mostrò come il testo con il quale l’allora presidente in carica si presentò all’opinione pubblica per giustificare il caso Watergate fosse retoricamente perfetto. Ma che l’opinine pubblica non cadde nel trabocchetto retorico perché il testo era composto per essere letto da un Nixon che parlasse alla radio e non che fosse filmato in diretta Tv. Risultato? Il paraverbale tradì il nervosismo di Nixon, tutti se ne accorsero e le dimissioni furono inevitabili.

  4. Non conosco quello studio di Eco ma affermare che le dimissioni di Nixon avvennero per un errore di comunicazione è una cosa che non sta né in cielo né in terra: non ha importanza se il testo di Nixon fosse retoricamente perfetto o no, la cosa importante era che, nel momento in cui la corte suprema ha deciso la pubblicazione delle registrazioni di Nixon, la sua carriera politica era finita e le sue dimissioni inevitabili.

  5. Hamlet, ho detto qualcosa di sbagliato? Me ne scuso. Ma non mi pare proprio di aver affermato nemmeno lontanamente che un impeachment (che come lei mi insegna viene proposto dalla House of Representatives, giudicato dal Senate e validato con i 2/3 dei voti a favore) possa essere bloccato dalla risposta mediatica ad un discorso presidenziale. Ma che le salta in mente, scusi?
    Le “dimissioni inevitabili” erano solo l’espressione profetica e fatale con cui intendevamo sottolineare che la credibilità dell’uomo fosse definitivamente minata agli occhi dei suoi elettori. Ricordiamo per i distratti che, all’epoca, Nixon godeva di sondaggi lushinghieri e aveva la rielezione in tasca.
    In questa sede si voleva solo porre l’accento sulla fallibilità di un testo retorico aristotelicamente deliberativo (e non giudiziario!) narrativamente ben congegnato ma imperfetto. La mia personale pena era e rimane il peso che sulla bilancia hanno Actio e Delectatio Vs tutte le altre figurine retoriche dell’eristica.
    Comunque per gli interessati rimando al brillante saggio di Eco (Morfologia della bugia, 1973). E’ il frutto di un seminario che il prof. fece in collaborazione con gli studenti di letteratura comparata e scienze politiche della City University di New York (quindi giocò in casa dell’assassino). E’ molto interessante perché è un lavoro semiotico che analizza i ruoli attanziali e più in generale le stutture narrative celate nel discorso dell’ormai fu Presidente. Il periodo più Greimasiano di Eco direi.

  6. ciao a tutti, copio-e-incollo un commento da un thread su Slashdot. Mi sembra molto interessante per un’analisi minuta dell’evento. http://news.slashdot.org/comments.pl?sid=1098389&cid=26533267

    “I noticed an odd fact in the prayer before the inaugurations. The qualities ascribed to God were that he is “one” and he is “compassionate.” This seems to be a subtle reaching out to Muslims right there, since those are the qualities of God emphasized in Islam: “In the name of Allah, the Merciful, the Compassionate. Say (O Muhammad), He is God, the One God, the Everlasting Refuge, who has not begotten, nor has been begotten, and equal to Him is not anyone.” He could have mentioned salvation or the Trinity or other divisive attributes instead. When he does mention Jesus, he gives the name in several languages including, I think, Arabic. Probably to remind Americans that Jesus is not a property of the U.S. and remind Muslims that the prophet Jesus is honoured in Islam. Finally, he ends with the Lord’s Prayer which, as well as being blessedly short, is something that no Christian denomination has trouble with.

    Just an observation: the reaching out to Muslims started before the Inaugural Speech.

    -Gareth”

  7. Ugo, hai ragione.
    Il testo del discorso di Obama al Lincoln Memorial – nel complesso e preso in sé e per sé – non è particolarmente originale né memorabile, ma sta nel solco dei “dei padri della patria”. Sono solo alcuni passaggi (ma sono di corsa, non riesco ad approfondire…) a marcare la differenza e certo conta moltissimo il performer – come conta sempre nella comunicazione.

    Gabriele, grazie per il commento che hai trovato e riportato: è davvero intelligente e condivisibile.

    Sul resto, a voi! 🙂

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