Vita da Facebook 6 – Cancellarsi è difficile

Su segnalazione di Sergio ho trovato questo articolo di Zeus News, che tutti coloro che abbondano nell’inserire informazioni e foto personali su Facebook dovrebbero tenere bene a mente:

«Facebook ha modificato recentemente le Condizioni d’uso che gli utenti devono accettare al momento di creare l’account, arrogandosi in pratica il diritto di disporre a piacimento di tutti i contenuti (testi, immagini, filmati) inseriti dagli utenti, anche qualora questi decidano di cancellarsi definitivamente dal social network.

Chi si iscrive concede a Facebook il diritto “perpetuo, irrevocabile, non esclusivo, trasferibile” di usare in qualsiasi modo (“copiare, pubblicare, diffondere, conservare, rendere pubblico, trasmettere, modificare” e la lista è ancora lunga) le immagini, i testi e quant’altro possa essere catalogato sotto la dicitura “User Content”, ossia praticamente qualunque cosa. Non solo: Facebook può anche concedere i contenuti in sub-licenza.

“Pazienza” – qualcuno potrebbe dire – “ci si può sempre cancellare”. È vero, ma i contenuti potrebbero non scomparire insieme all’account.

Nella versione originale delle Condizioni d’uso c’erano un paio di righe che tutelavano certi diritti degli utenti: “Potete rimuovere i vostri Contenuti Utente dal Sito in qualunque momento.” – si poteva leggere – “Se scegliete di rimuovere i vostri Contenuti Utente, la licenza concessa scadrà automaticamente, ma riconoscete alla Compagnia il diritto di conservare delle copie archiviate dei vostri Contenuti Utente”.

Ora queste righe sono scomparse, la licenza non scade più e “The Company” non ha più bisogno di archiviare alcunché, dato che può fare quello che vuole con le informazioni immesse, che non saranno mai soggette all’oblio.

Per essere ancora più chiari, una lunga lista, rubricata sotto la voce “Termination and Changes to the Facebook Service”, elenca tutto ciò che non svanisce con la chiusura dell’account e comprende pressoché qualunque attività un utente compia tramite Facebook.

In pratica i nuovi iscritti si consegnano completamente al social network che va tanto di moda e così fanno anche quelli vecchi, che a suo tempo avevano accettato le Condizioni originali.

Da sempre, infatti, le Condizioni d’uso prevedono una clausola che ne consente la modifica da parte della società senza la necessità di avvisare gli iscritti. Anzi, “Continuare a usare il Servizio Facebook dopo tali cambiamenti costituisce l’accettazione delle nuove Condizioni”.

Esiste in realtà una possibilità per mantenere il controllo sulle informazioni immesse e sta nell’essere estremamente restrittivi per quanto riguarda le impostazioni sulla privacy.

Le Condizioni esplicitano infatti che l’unico limite che Facebook si autoimpone riguarda proprio quelle impostazioni: prima di cancellarsi, quindi, sarà utile regolarle. Dopo essere usciti dal social network tutto sarà di “proprietà” di Facebook.»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 16-02-2009)

LA RETTIFICA

Il giorno dopo, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parzialmente corretto la rotta. Questa è la notizia, sempre da Zeus News, che però non cambia la sostanza dell’attenzione che gli utenti devono sempre e comunque metterci:

«Alla fine è dovuto intervenire Mark Zuckerberg in persona per chiarire meglio la situazione che si è creata quando qualcuno ha cominciato a notare i recenti cambiamenti apportati alle Condizioni d’uso di Facebook.

“La nostra filosofia” – ha spiegato il Ceo del social network – “è che la gente possiede le proprie informazioni e controlla la loro condivisione con terzi”.

Per poter mostrare ad altri ciò che un utente vuole condividere, però, Facebook deve avere una licenza che gli permetta di farlo: ecco perché le condizioni d’uso chiedono che gli iscritti accettino la manipolazione dei loro contenuti. Altrimenti il servizio sarebbe impossibile.

Messa così potrebbe anche avere un senso, ma resta da capire perché mai Facebook debba essere in condizione di conservare per sempre i contenuti immessi dagli utenti.

È ancora Zuckerberg a spiegarlo: “Quando una persona condivide qualcosa, come un messaggio, con un amico, vengono create due copie di quel messaggio – una nella cartella di posta inviata e l’altra nella cartella di posta in arrivo dell’amico”. Se poi il mittente cancella il proprio account, l’amico deve poter conservare il messaggio inviatogli e ospitato sui server di Facebook: ecco il perché di quella clausola.

D’altra parte, scrivere un contratto richiede il rispetto di certe convenzioni: “Buona parte del linguaggio delle Condizioni è eccessivamente formale e protettivo nei confronti dei diritti di cui abbiamo bisogno per fornirvi il servizio”. Insomma: nessuno vuole sottrarre agli utenti il controllo dei loro contenuti; c’è soltanto bisogno di avere le autorizzazioni necessarie per lavorare.

Credere soltanto alla buona fede e alle questioni tecniche è tuttavia un po’ poco. Per questo Zuckerberg ricorda che le impostazioni sulla privacy sono vincolanti: “noi non condivideremmo mai le vostre informazioni in un modo che voi non volete”. Ciò che è esplicitamente dichiarato come privato resta privato.

Che però tutto ciò non emerga molto chiaramente dalle nuove Condizioni è evidente, tanto che anche il Ceo di Facebook deve ammettere che – forse – le cose si potevano fare un po’ meglio, specie considerata la natura delicata della questione: “È un terreno accidentato da percorrere e faremo qualche passo falso, ma […] prendiamo questi problemi e le nostre responsabilità nel risolverli molto seriamente”.

Forse il post del padre di Facebook non avrà fugato tutti i dubbi, ma almeno è segno del fatto che la questione è stata notata e presa in considerazione. D’altra parte, come ha fatto notare a suo tempo anche il nostro garante della privacy, i primi a preoccuparsi delle proprie informazioni personali devono essere gli utenti: l’importante è che, se uno vuole mettersi in vetrina, sappia bene a che cosa va incontro»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 17-02-2009)

22 risposte a “Vita da Facebook 6 – Cancellarsi è difficile

  1. Ciao Giovanna, hai fatto benissimo a dare risalto a questa notizia.
    E’ bene che tutti prendano coscienza delle condizioni d’uso del social network, sopratutto chi non si è mai posto il problema.

    Grazie e buona giornata.

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  3. Cara Giovanna, non vorrei apparire polemico ma sono persuaso che la questione della tutela della privacy su Facebook sia un controsenso, una preoccupazione che non sfiora minimamente la natura degli utenti. Le certosine disssertazioni à la Rodotà cosa vuoi mai che interessino a chi si infila in un social network? Sensibilizzare gli utenti è tempo perso, chi ha già maturato una concezione personale sulla rilevanza o meno del cedere contenuti privati a terzi non userà certo facebook. Il fatto che le rimostranze sulla sostanza contrattuale di facebook non interessino se non una sparuta e colta minoranza di utenti, e che lo stesso Facebook co., inteso come azienda, proceda spedito al possesso dei contenuti dei suoi iscritti, è la conferma che l’argomento privacy non è rilevante.
    Non vorrei paventare il pessimismo di chi vede il bicchiere mezzo vuoto ma ho l’impressione che in questo caso non vi siano bicchieri. Se l’invito è diffidare da un uso ingenuo e spontaneo di facebook, perché farlo? A che scopo, dato che la natura del social network è ontologicamente espansiva, tendente ad azzerrare i possibili filtri, quantitativa, facilona? Che senso ha spiegare con pazienza e competenza le conseguenze sociali dell’uso commerciale – o governativo – del proprio privato a coloro che, anzi, sono culturalmente smaniosi di fare del privato cosa pubblica? Che senso ha esibire timori sulla diminuzione della diversità sociale che può derivare dalla possibilità delle imprese e dei governi di disporre di uno strumento che rende superfluo qualsiasi spionaggio e proprio per la volontà del soggetto a farsi spiare, l’essere guardato essendo sinonimo pavloviano di successo nascisistico? Che ragioni possono spingere un utilizzatore di facebook a diffidare di un’offerta commerciale configurata sulla falsariga dei suoi specifici consumi dato che la sua natura di consumatore ne trarrà giovamento e facilitazione? Perché mai diffidare di una potenziale bocciatura di un lavoro a causa di un selezionatore che abbia curiosato sul mio profilo quando al massimo il mio book potrebbe al contrario migliorare l’esito di quell’imbarazzato colloquio non proprio convincente, mostratre al capo ufficio di turno che si amano la montagna, la ferrari, o i trudy, proprio come lui?
    Questo è compito improbo, da martiri votati alla sconfitta. Nessun catechismo è mai stato così ambizioso. E’ come redimere un alcolizzato a Capodanno o un frequentatore di prostitute essendo la peripatetica di turno.
    La gente non legge i contratti, figuriamoci quello di facebook. Sei troppo ottimista sulla natura umana, lasciamo che le persone si scottino da sole. Ma sono persuaso che pagherebbero perfino una dolorosa scottatura, grati dell’integrazione che è loro offerta come antidoto alle solitudini. Forse aveva ragione Stanislaw Lem quando scuoteva la testa dicendo che le persone non leggono. E se leggono con capiscono. E se capiscono non ricordano.

  4. GENIALE UGO!!!! Finalmente qualcuno che la pensa come me! 🙂 Una persona che ha a cuore la propria “privacy”, infatti, non entra in un tale Social Network…

  5. Caro Ugo e caro Forrest, mi permetto di dissentire, almeno in parte, dal vostro radicale aut aut: si può entrare in un social network proteggendo il più possibile la propria privacy, nella consapevolezza che oggi si è sempre “tracciati” (altrimenti, non pagheremmo MAI con carta di credito né prenderemmo MAI un’autostrada), ma comunque evitando eccessi di informazioni personali.

    Io ad esempio sono su facebook e beneficio di qualche vantaggio che mi dà (rimanere in contatto con studenti vecchi e nuovi, per dirne uno), ma non ci ho messo dentro le mie foto d’infanzia, non racconto lì dentro cosa faccio la sera, chi incontro, con chi sono fidanzata, qual è la data del mio compleanno, che liceo ho fatto…

    Dopo di che, se l’FBI vorrà un giorno incrociare un po’ di dati :-), sarà capace di ricostruire tutto (e molto di più) in men che non si clicchi, ma perlomeno ora evito di ritrovare le mie foto di quinta ginnasio sul desktop di qualche studente.

    Mi spiego? È il famoso, vecchio e piccolissimo granello di sale…

  6. Non sono d’accordo, Giovanna. Tu sei su facebook per dovere – o deformazione- professionale. Sei la Mata Hari della situazione, la Miss Marple. La tua non è una frequentazione d’uso, solo d’investigazione. E come ogni infiltrato adotti i crismi dell’anonimato. Entrare su facebook senza mettervi le foto d’infanzia, la data di compleanno, che liceo hai fatto è come andare a fare un passaporto pretendendo di non dichiarare il nome, generalità, e volto. La carta di credito è un mezzo che mi consente una transazione altriementi complicata. Le informazioni personali su facebook non possono essere considerate alla stessa stregua perché ne sono il contenuto, il fine. Non do il mio numero di carta di credito al fine di far conoscere ad altri quei numeri, mentre invece do i “numeri” su facebook proprio perché gli altri li leggano, li commentino, li registrino nella propria biografia, non fosse altro che quella del loro book.
    Ci sono altri network professionali, come linkedin. Sono più tutelati e lo sai bene. Hanno un uso specifico e il protocollo utilizzato ne impedisce un uso giocoso.
    Ma la domanda che devi porti è la seguente: cosa vuol fare Giovanna del proprio profilo di facebook? Non vorrai mica fare del tuo book un coltello senza lama privo di manico, vero?

  7. Però, Ugo, una persona può decidere di entrare su facebook immettendo, come dati personali, solo il minimo indispensabile a farsi riconoscere, o un po’ più del minimo a seconda della propria soglia di sopportazione. L’esistenza di network più professionali non toglie che spesso, per raggiungere determinati risultati (trovare persone, organizzare eventi) sia meglio utilizzare quelli più diffusi. E non è l’inserire i propri dati personali che rende esposti alla mancanza di privacy, ma soprattutto le opzioni che ognuno decide di inserire, come ho visto dal vivo.
    A parte questo, penso che la cura dei propri dati dovrebbe nascere molto prima di arrivare su un social network. Se una persona non vuole vedere proprie foto compromettenti su FB, la cosa migliore sarebbe proprio non farle, queste foto, perché il rischio che girino, a prescindere da FB, è altissimo: basta andare a farsi un giro su Emule digitando nomi a caso nelle sezioni “immagini” e “video” per farsene un’idea

  8. segnalo una news dell’ultima ora: sembra che Facebook abbia fatto marcia indietro.

    http://blog.debiase.com/2009/02/diritti-di-facebook-ritirata-i.html

    😉

  9. Capisco il tuo punto di vista, Anghelos. Può darsi che mi stia sbagliando, che estremizzi, tipizzandolo, un uso tra i tanti possibili. Ma se Facebook conta su una comunità di 180 milioni di individui che preferisce quel format ad altri, vuol dire che la bulimia biografica non solo è tollerata ma richiesta e incentivata. Se Zuckerberg è azionista di maggioranza di un progetto che gli ha fruttato la non modica cifra di 3 miliardi di euro, stando alle informazioni di mercato, non mi si venga a raccontare che il progetto è filantropico o wiki, scevro dalla consapevolezza dell’utilizzo che ne fanno gli utenti. A me non interessa minimamente il soggeto che usa facebook come una segreteria telefonica, un succedaneo del serivizo ricerca abbonati. Se così facessi sarei ancora più ingenuo degli ingenui che lo usano senza farsi paturnie per la privacy. A me interessa capirne la dimensione statistica, per quale motivo vi è la moda compulsiva a crearsi un catalizzatore virtuali di contatti che si pensavano, o meglio si volevano, dimenticati. Se facebook si limitasse al suo uso primigenio, la ricerca dei classmates, non si spiegherebbe la vitalità e l’urgenza di un profilo da aggiornare il più possibile. Insomma, diamo un’occhiata statistica e vediamo di capire quanto la sobrietà riesca a sopravvivere. Di sicuro se facebook si esaurisse ad una pratica rubrica o all’organizzazione eventi, pochi si sarebbero iscritti, meno luminoso sarebbe stato il successo mediatico, e raro l’interesse accademico. O no?

  10. Donatella, grazie, è la stessa notizia che ho riportato io stessa, stamane, a integrazione della prima.
    L’ho aggiunta due minuti dopo che tu avevi commentato, dunque forse non hai fatto tempo a leggerla. 🙂

  11. accipicchia, mi era sfuggito l’aggiornamento.
    La prossima volta starò più attenta 😀

  12. Comunque sia Facebook gigantizza il problema della privacy su internet, aggiungendo dati come per esempio le foto e così via. Ma basta essere iscritti a qualunque cosa su internet (forum/chat/gruppi/news/ e tanto altro) per dover consapevolmente (in teoria) dare via i propri dati, al minimo la mail (ma è raro che sia l’unica richiesta)

    Nel contratto poi ci sono altre trappole più sottili. Tempo fa era molto discusso un fornitore di blog (credo fosse myspace) in cui le condizioni d’uso prevedevano obbligatoriamente che i dati fossero trasferiti in America. Il problema è che negli states le leggi sulla privacy sono molto diverse dalle nostre e tutti i dati possono essere visualizzati dalle autorità a piacimento… e a qualcuno ciò non andava a genio.

    Insomma, il problema privacy è causato dal fatto che internet è (a volte per fortuna a volte no) terra di nessuno dove le leggi hanno un valore del tutto particolare.

    Alla fine chi sceglie di mettere la propria vita privata su facebook lo fa, secondo me, non curante delle possibili conseguenze. Ma se su internet dovessimo curarci di tutto ciò che POTREBBE accadere allora dovremmo semplicemente chiudere la connessione in quanto anche mentre leggete questa pagina potrei esservi entrato nel pc o aver rubato la vostra mail da questo blog o aver infettato il blog in modo da modificarne i contenuti ecc ecc.. 🙂

    Bisogna fare attenzione ma senza estremizzazioni, come con tutti i media.

  13. I dubbi di Ugo sono legittimi. Chi fa ricerca, come Giovanna, è in possesso degli “anticorpi” per difendersi dalle insidie della Rete. L’adolescente, o addirittura il bambino, non possiede ancora questi filtri; ecco perché non si può prescindere anche da uno studio etico e captologico di tali media. Il rischio è che, in alcuni social network, si passi dallo stadio dello specchio lacaniano alla fase “sparati-allo-specchio-per-vedere-un-uomo-morto!” Quanti modi ci sono per analizzare una comunicazione par écran interposé? Linguistico, sociolinguistico, psicolinguistico, sociometrico, captologico, semiotico, intersemiotico… Io credo che di ognuno di questi fattori si debba tener conto…
    Se qualcuno non la pensa come me ditelo pure… nessuno è depositario della verità assoluta 🙂

  14. se cliccate qui
    http://blog.facebook.com/blog.php?post=54746167130
    potete leggere il post di Zuckerberg in cui c’è una sorta di retro marcia sulla decisione precedente

  15. Ripensandoci, sono stato troppo tranchant, il piglio moralista ha forse preso la mano. Una comunità di 180 milioni di iscritti ha la consistenza di una nazione. E di una nazione tra le più grandi. Orzo un po’ la barra del timone e opto per considerare facebook alla stregua di un nuovo medium e non semplice servizo o funzionale applicativo. La decisione non è immune da fastidio dato che se si decide di assurgere facebook al ruolo di medium cadono giocoforza le critiche assiologiche perché sarebbe come prendersela col telefono se chi parla è Toto Riina o maledire i ponti perché gli aspiranti suicidi li usano come trampolini.
    Però, Giovanna, a questo punto le strade mi paion solo due: o si decide di descrivere lo spazio in cui si articola il messaggio, le sue condizioni di esistenza, il novero di possibilità permesse – e così si fa una descrizione tecnica, da impiegato delle poste o dei telefoni; o si devono ancora una volta cercare le correnti principali, le tribù, annusando di volta in volta gli usi preponderanti che ne fanno gli utenti, ma sempre con la bussola che cerchi il Nord magnetico e non la calamita del vicino di casa – ma in tal caso si finisce a far sociologia e antropologia, e nemmeno troppo interessanti perché prive di critica.
    Allora di nuovo, si può davvero analizzare facebook senza assumersi la responsabilità del dare giudizi o fingendo di non darli nascondendoli surrettiziamente?

  16. Je répète: Secondo me colui che fa ricerca non può prescindere dai meccanismi di persuasione occulta che spingono “on the screen” 🙂

  17. @ugo “Una comunità di 180 milioni di iscritti ha la consistenza di una nazione. E di una nazione tra le più grandi. Orzo un po’ la barra del timone e opto per considerare facebook alla stregua di un nuovo medium e non semplice servizo o funzionale applicativo.”

    ma siamo sicuri che gli utenti di Facebook formino una COMUNITA’? O sono utenti “slegati” tra loro (che hanno in comune solo il fatto di usare uno stesso sito)? Gli utenti di YouTube formano una comunità? Le persone che usano il cellulare formano una comunità (per il semplice fatto di usare lo stesso mezzo)? Secondo me una delle grande bufale della retorica internettiana è l’uso distorto del termine “comunità” (e tempo fa ne scrissi qui http://technosoc.blogspot.com/2008/01/deconstructing-terms-online-community.html )

  18. Hamlet, sono scettico anch’io, non scrivevo “comunità” senza una qual ironia. E’ un uso semanticamente debole del termine, talmente passpartout da voler dir tutto e niente. Però se do un’occhiata al dizionario in effetti questa profusione tollerante di declinazioni c’è da sempre.
    Del resto se non lo si tratta come comunità l’oggetto facebook diventa davvero senza forma, senza confini. Indefinibile e quindi incapibile. E’ proprio perché non vorrei considerare facebook un medium che ho espresso i miei dubbi. Se lo tratto come tale allora mi si sfalda tra le mani e ci sarà sempre qualcuno che relativizzerà ogni critica fattibile con il ricatto della neutralità del medium e bla bla bla. Se invece evitassi di trattarlo come medium ma solo come singolarità organizzate in modi diversi allora il termine “comunità” riprenderebbe un senso più compiuto; dovrei solo preoccuparmi di vedere i meccanismi ricorsivi, farne tipologie semiotiche, e tirarne fuori categorie quantitative.
    Prima ero perplesso ma ora non ne sono più così sicuro 🙂

  19. Col tempo ogni critica si stempera, si scolora e la convivenza con la novità ci farà sentire soli nel nostro luddismo d’antan. Ma a quel punto avremo scordato tutto, anestetizzato il passato, rimossa freudianamente la responsabilità. Anche la privacy in fondo è un concetto mobile, cangia col tempo e forse gli utenti di facebook razionalizzeranno l’inevitabile perdita della propria moltiplicando quella altrui o millantando menzogne in un continuo gioco di specchi e scarti laterali. Che siano queste le briglie per illudersi di padroneggiare la propria vita?

  20. Ugo “Del resto se non lo si tratta come comunità l’oggetto facebook diventa davvero senza forma, senza confini. Indefinibile e quindi incapibile. E’ proprio perché non vorrei considerare facebook un medium che ho espresso i miei dubbi. Se lo tratto come tale allora mi si sfalda tra le mani e ci sarà sempre qualcuno che relativizzerà ogni critica fattibile con il ricatto della neutralità del medium e bla bla bla.”

    capisco il tuo punto di vista; per me un medium non è affatto neutro e chi lo afferma sbaglia (proprio ora sto leggendo un paper che riafferma lo stesso concetto). Comunque non possiamo ignorare che, per alcune persone, Facebook è un medium come un altro, un mio amico dice esplicitamente: “Stare su facebook è come stare sull’elenco del telefono”

  21. Facebook come hai descritto nel tuo articolo fa un po’ come gli pare grazie alle sue condizioni d’uso… consiglio a tutti di non usarlo più e magari di passare a Twitter…
    Account Bannati, chiusura di pagine o gruppi… sono a migliaia gli utenti che si lamentano…. meglio lasciare perdere facebook il prima possibile e vedere altri Social più seri…

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