Archivi del mese: febbraio 2009

What women can’t do in public

A proposito di maschi, femmine e differenze di genere, Annamaria mi segnala un video non solo corretto – finalmente! – ma gioioso.

Per cominciare bene la settimana.

🙂

Proposta di modifica

Non ho mai amato il giorno di San Valentino: consumistica parata di cuori rossi e pupazzi rosa – ma inadeguate parole.

Però è da mesi che volevo postare questi versi di Erri De Luca. Siccome parlano d’amore, è arrivato il momento: con un giorno d’anticipo, per darti il tempo di ricopiarli. Vedi mai ti ispirassero qualcosa.

Pregasi citare la fonte con serietà. 🙂

Proposta di modifica

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,

con cui sostituisco il verbo innamorare

perché succede questo: che risente il corpo,

mi commuove una musica, passa corrente sotto i

polpastrelli,

un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,

in fondo all’osso sacro scodinzola una coda che s’è

persa.

Mi sono innaturato: è più leale.

M’innaturo di te quando t’abbraccio.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, p. 24).

Dedicato all’amore mio, perché mi fa sentire come dice Erri. Ancora, dopo più di quattro anni.

Una canzone in televisione

Ieri Giulio mi ha fatto scoprire un video che risale alla fine del 2007, a quanto capisco.

Soggetto: Eleonora, che ha studiato con me alla triennale in comunicazione e ora prosegue al biennio in semiotica, duetta con la cantante Giorgia in uno di quei contenitori televisivi che mettono a confronto le star con i loro fan. Uno di quegli ambientacci da cui ti aspetteresti il peggio, insomma, in equilibrio fra la Corrida e gli Amici della De Filippi.

Invece, se superi le moine di Antonella Clerici all’inizio, fai un’esperienza molto diversa. Eleonora non arrossisce, né mostra deferenza. Ma neppure brandisce il microfono, civettando con la telecamera e il pubblico come se non avesse aspettato altro nella vita.

Semplicemente, canta.

Con la sicurezza di una che conosce la sua voce e ha studiato, con la felicità di farlo. Né più e né meno che se fosse a casa sua. Alla faccia dello star system e della tv.

È così che si usa il mezzo, e non ci si fa usare.

Una lezione di comunicazione, brava Eleonora.

Vita da Facebook 5 – La fotina

Ti ricordi di Susanna, la facebook-addicted interpretata da Caterina Guzzanti, con cui ho aperto le nostre chiacchiere su facebook? Ti ricordi di quando lei si lamentava per l’assenza o bruttezza della “fotina” in qualche profilo?

In questi giorni riflettevo sull’importanza della fotina. Per sommi capi:

(1) Se non hai mai incontrato la persona che sta dietro a un profilo e non hai mai visto una sua foto, è il primo appiglio che il mezzo ti offre per costruirti aspettative e fantasie al suo riguardo: bello o brutto, biondo o moro, ma soprattutto, simpatico o antipatico, sorridente o scontroso. Certo, se alla fotina il gestore del profilo aggiunge decine di foto private – come molti fanno – gli appigli si moltiplicano. Ma la fotina è l’unica che appare sempre, mentre le fotone richiedono intenzioni e azioni mirate, spesso a prezzo di noiosi rallentamenti.

(2) Se già conosci la persona che sta dietro a un profilo, la fotina non serve a costruire da zero un’immagine corporea dell’altro, ma resta fondamentale: è da lì che la persona ci guarda ogni volta che scrive uno status, condivide un video, un link, una nota, è da lì che anche noi la guardiamo ogni volta che entriamo nel suo profilo. Il che capita più spesso, magari, degli incontri faccia a faccia.

Inoltre, proprio osservando le fotine di persone che conosco, ho registrato queste impressioni:

(1) alcuni cambiano spesso fotina (più volte alla settimana, se non di più): a ogni cambiamento mi sento a disagio, disorientata, perché mi pare di non riconoscere più la persona, di dover fare uno sforzo per riabituarmi (e quando l’ho fatto, quella magari zac, cambia di nuovo);

(2) altri mettono una fotina di quand’erano bimbi: non riesco a prenderli sul serio, neppure quando scrivono preoccupatissimi commenti su attualità politiche e sociali (il che mi porta a dire che la fotina infantile è accettabile se si usa facebook per scherzare con gli amici, meno accettabile se si vuole dire la propria su questo e quello);

(3) altri ancora optano per avatar simil-manga o simil-South Park di se stessi: poiché gli avatar si somigliano un po’ tutti (almeno per tipi), è come se il loro profilo perdesse spessore e unicità;

(4) altri infine mettono frammenti di fotografie o illustrazioni prive di figure umane: anche in questo caso, prima di abituarmi, vivo una sorta di spiazzamento, mi sento destabilizzata, perché se a parlarmi è una persona vorrei che le parole fossero accompagnate da sembianze umane, non da scorci di montagna o quadri astratti.

La mia conclusione è che la fotina di facebook andrebbe trattata – più in piccolo e senza esagerare – con la stessa attenzione e lungimiranza con cui le aziende progettano e gestiscono il loro brand: in fondo è la componente visiva del nostro marchio personale, è l’immagine con cui tutti i giorni ci presentiamo alla comunità di facebook (e oltre, se apriamo il profilo alle ricerche sui motori), dunque perché trascurarla? O meglio, se la trascuriamo, stracciamo, cambiamo di continuo, dobbiamo essere consapevoli che daremo di noi una rappresentazione (almeno un po’) stracciata e variabile: è davvero ciò che vogliamo?

A partire da queste osservazioni – per ora non esaustive né sistematiche – mi piacerebbe stimolare una tesi di laurea triennale.

Ulteriori dettagli a lezione di Semiotica dei nuovi media o ricevimento.

Pubblicità e stereotipi di genere

Abbiamo già toccato altre volte questo tema. Per esempio qui, qui e qui.

Questa campagna della birra israeliana Gold Star Beer sta facendo molto discutere in Europa (e forse anche in paesi extraeuropei?). Ho ricevuto diverse segnalazioni in proposito, da Roberto a Londra, da Marcella e Monica in Italia.

La cattiva notizia è che la campagna ci propina la solita rappresentazione (ormai scontata fino alla noia) delle differenze di genere: mentre i maschi eterosessuali sarebbero più felici («Thank God you’re a man» è la headline) perché rudemente e direttamente orientati a una sessualità priva di sentimenti e preoccupazioni, completata da una “sana” bevuta di birra e da una visita al bagno, le femmine eterosessuali sarebbero più infelici perché inutilmente inclini a complicarsi la vita con vestiti diversi per occasioni diverse e con fantasie mal riposte su amore, principi azzurri, famiglia e bambini.

La buona notizia è che, per quanto orribilmente trita, questa campagna almeno non mette in scena né corpi femminili nudi né azioni di violenza esplicita fra i generi. Col risultato che molti commentatori (e commentatrici, ohimè) concludono sorridendo: «Che c’è di male, è carina!». (Di questo tenore sono la maggior parte dei commenti che ho letto nella blogosfera.)

Che dire? Non è affatto «carina» perché rinforza stereotipi e attribuzioni di valore (più furbi e felici gli uomini, più scemotte le donne…) che, al contrario, andrebbero scardinati.

Tuttavia c’è di peggio.

E dalla pubblicità non possiamo aspettarci rivoluzioni.

A questo proposito cito Annamaria Testa (che parla dell’Italia, ma il discorso può essere esteso):

«La pubblicità non si colloca mai all’avanguardia proprio perché la sua vocazione è farsi accettare facilmente, rispecchiando il sentimento medio del pubblico. Possono spingersi un po’ più in là prodotti d’élite che appaiono su mezzi di comunicazione segmentati e rivolti a un pubblico ristretto. Ma non si può chiedere alla pasta o ai sofficini che appaiono in prima serata su Rai Uno o su Canale 5 di proporre modelli non condivisi dalla maggioranza degli spettatori. O meglio ancora: di proporre modelli che il management delle imprese (costituito, nel nostro paese, da una stragrande maggioranza di maschi in età non giovanissima) ritiene non condivisi. […]

Insomma, poiché la pubblicità, come ogni altra forma di discorso persuasivo, si fonda sul consenso, e poiché il consenso si guadagna essendo conformisti (e magari trasgressivi nelle forme, giusto per colpire e farsi ricordare. Ma difficilmente nella sostanza), non appena cambierà davvero il ruolo delle donne cambierà anche il ruolo delle donne negli spot. La pubblicità non mancherà di registrare il cambiamento, magari amplificandolo. Ma un attimo dopo. Di sicuro, nemmeno un attimo prima.»

(citato in L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 73-74).

Ecco le immagini (clicca per ingrandire).

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Miriam Mafai e gli errori di Benedetto XVI

Ho trovato su YouTube questa intervista di Corrado Augias a Miriam Mafai, andata in onda ieri durante la trasmissione «Le storie. Diario italiano», su Rai 3 ogni giorno alle 12.45 (la tv generalista italiana trasmette le cose migliori quando nessuno può vederle, ovvio).

A parte uno scivolone iniziale (quando afferma di essere stata incuriosita dal caso Englaro innanzi tutto perché era una «così bella ragazza» 😮 ), tutto ciò che Mafai dice sui gravissimi errori comunicativi (e politici) dell’attuale pontefice – dal caso Englaro alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani – mi pare equilibrato e condivisibile.

Incluso lo stupore (com’è possibile che Benedetto XVI «dotto, teologo eccetera» faccia errori di tale portata?) e la conclusione: così facendo, il papa finirà per alimentare nuove forme di anticlericalismo.

Porta pazienza per la lunghezza (10 minuti) e guarda l’intervista fino in fondo. Ne vale la pena.

Stage alla Fondazione Renata Tebaldi

La Fondazione Renata Tebaldi, con sede a San Marino, è nata nel 2004 con l’autorizzazione della Tebaldi e organizza attività culturali e musicali per tutelare e rafforzare nel mondo il ricordo e la fama della grande cantante. La sua attività principale è un Concorso Internazionale di Canto, che ogni anno coinvolge artisti di altissimo livello e i più importanti teatri d’opera del mondo.

Per l’organizzazione dell’edizione 2009 del Concorso, che si terrà a San Marino dal 14 al 28 settembre 2009, la Fondazione cerca stagisti e offre:

1) ospitalità completa + rimborso viaggi a chi si rende disponibile solo nel periodo del concorso;

2) un gettone proporzionale all’impegno a chi è disposta/o a collaborare più ampiamente, a partire dalla primavera 2009.

Requisiti del/della candidato/a ideale: ottima conoscenza di almeno una lingua straniera (non solo inglese, anche altre lingue), padronanza dei principali applicativi di Microsoft Office e del web, predisposizione e passione per l’organizzazione di eventi culturali.

Sede: Palazzo dei Congressi Kursaal di San Marino.

Periodo: 14-28 settembre 2009, con disponibilità non continuativa nei mesi precedenti.

Prospettive di lavoro dopo lo stage: poiché la Fondazione non ha scopi di lucro e si sostiene con contributi, sponsorizzazioni, donazioni e aiuti volontari, il responsabile della Direzione Artistica – che conosco per ragioni professionali – al momento non può promettere nulla. Ma questo vale nella maggior parte delle offerte di stage, se formulate in modo corretto e onesto.

Questa offerta mi pare molto più seria e interessante di altre, perché la/lo stagista entrerà in contatto con aziende e istituzioni culturali di primaria importanza nel mondo. E se son rose… 🙂

Per informazioni scrivi a: direzioneartistica chiocciola renatatebaldi.info

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