L’arte del commento

Diverse amiche e amici blogger si complimentano spesso con me per la qualità e pacatezza dei commenti di questo blog: «Ma che lettori educati…», «Intelligenti!», «Ma sono tutti così, i tuoi studenti?», «Non ti è mai capitato nessun matto? Nessun flaming?». Ebbene, una fiammata l’ho avuta anch’io; una sola in 14 mesi, però. Poco e niente, mi assicurano. Fortunata? Bah.

Non lo dico per lusingare chi commenta questo blog. Lo dico perché ho appena letto un articolo di David Randall su Internazionale (pescato grazie a Donatella). Randall è senior editor del settimanale londinese Independent on Sunday – e ho avuto, fra l’altro, occasione di ascoltarlo in uno splendido intervento durante il Festival di Internazionale a Ferrara nell’ottobre 2008.

Penso che ciò che lui dice sui lettori delle grandi testate giornalistiche possa essere riferito, in piccolo, anche alla blogosfera. E credo che la «qualità e pacatezza» dei commenti di questo blog possa essere compresa, in molti casi, proprio nei termini di Randall: chi passa di qui aggiunge spesso – per mia fortuna e felicità – nuove informazioni.

Grazie. 😀

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PARLARE CON I LETTORI, di David Randall

Chiediamo ai lettori di mandare informazioni e non di esprimere opinioni

Internazionale 784, 26 febbraio 2009

La Nieman Foundation per il giornalismo dell’Università di Harvard pubblica una rivista trimestrale. Nell’ultimo numero ci sono una serie di appassionati articoli su quello che la stampa può fare per entrare nel futuro digitale. Un’idea sembra aver contagiato tutti: che il giornalismo debba diventare un dialogo, che i quotidiani del futuro debbano essere una conversazione tra giornalisti e lettori, grazie alle reazioni immediate permesse dalla rete.

È una proposta affascinante, ma temo sia frutto di un malinteso. Sia sulla carta stampata sia su internet, i commenti dei lettori sono di due tipi: o sono diretti ai giornalisti o sono scritti per essere pubblicati. Poche persone telefonano in redazione, ma un numero sorprendente di lettori scrive, di solito per raccontare esperienze personali o per criticare.

A me capita anche di ricevere due o tre lettere al mese da persone che avrebbero bisogno di essere curate o rinchiuse. Di solito la busta è coperta di nastro adesivo, l’indirizzo è scritto tutto in maiuscole, e il mittente è convinto di essere spiato dalla Cia. Oppure arrivano cose inquietanti come la foto di una sedia vuota, che mi hanno spedito varie volte l’anno scorso.

La maggior parte delle email che ricevo vengono da aziende che cercano di ricavare dei vantaggi da una notizia di cronaca. La proposta più sfacciata l’ho ricevuta l’anno scorso dopo aver scritto un articolo su Josef Fritzl, l’austriaco che aveva tenuto la figlia segregata in cantina per anni. L’ufficio stampa di un’impresa mi ha suggerito di continuare a occuparmi dell’argomento con un articolo sui loro prodotti per la sicurezza personale. Ho cortesemente rifiutato.

Tra le lettere e le email che vengono scritte per essere pubblicate, il 70 per cento è intelligente e ben argomentato, il 20 è poco originale e il restante 10 per cento contiene informazioni sbagliate o è scritto male. Ma la caratteristica che le accomuna, dato che sono firmate, è che sono quasi tutte garbate e civili. Non si può dire la stessa cosa dei commenti scritti nei siti dei giornali e delle riviste. Internet consente alle persone di scrivere in modo aggressivo e irrazionale, ma soprattutto, anonimo.

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo sulla proposta di limitare la vendita dei televisori al plasma perché consumano troppa energia. Splendido, ho pensato. È una buona occasione per dedicare un paio di pagine alle reazioni dei lettori. E poi ho cominciato a leggerle. Non c’erano più di sei commenti utilizzabili: gli altri erano scambi di insulti tra persone che negavano il problema del riscaldamento globale ed ecologisti altrettanto maleducati.

Ho chiesto ai nostri tecnici di scoprire da dove provenivano. Arrivavano quasi tutte dall’Australia e dall’America e, a quanto pare, non cercavano un forum di discussione ma un’arena in cui i monomaniaci di tutto il mondo potevano insultarsi. Suppongo che anche questa sia democrazia, ma una democrazia da idioti. E non è un caso isolato. Nessun giornale inglese, e neanche la Bbc, solleciterebbe mai dei commenti sugli articoli che parlano di Israele: non perché vogliano soffocare il dibattito, ma perché argomenti come questo attirano soprattutto le persone che passano buona parte della loro vita a cercare un posto dove esprimere le loro idee faziose.

Un mese fa l’Independent on Sunday ha pubblicato un articolo del nostro corrispondente da Roma sulla decisione di Benedetto xvi di revocare la scomunica al vescovo inglese che nega l’Olocausto. Appena l’articolo è uscito sul sito, sono arrivati centinaia di messaggi di persone convinte che le camere a gas non siano mai esistite e che sia in corso un complotto sionista per tenere nascosta questa “verità”. E gli altri messaggi accusavano il papa di essere l’Anticristo.

Che fare? L’Independent on Sunday sta sperimentando un sistema in cui i lettori si devono registrare prima di mandare un commento. Sembrava una buona soluzione, e invece abbiamo scoperto che molti di quelli che si sono registrati non sono nostri lettori, ma esaltati che passano la vita a scrivere ai giornali.

Le cose sono andate molto meglio quando abbiamo chiesto ai lettori di mandarci informazioni invece di opinioni. L’anno scorso ho pubblicato due lunghi servizi. Uno era il contrappunto alle squallide liste di persone ricche e famose che spesso ci capita di leggere ed elencava invece cento persone che si sono distinte per il loro altruismo.

L’altra era la lista dei cento segreti meglio custoditi della campagna inglese. In entrambi i casi ho chiesto ai lettori di mandarmi altri suggerimenti, e il risultato è stato diverso dal solito. Abbiamo ricevuto centinaia di proposte intelligenti e originali, e molte sono state usate come base per articoli pubblicati sul giornale nelle settimane successive.

Questo, secondo me, è il modo ideale per usare internet: chiedere ai lettori di contribuire al lavoro dei giornalisti, invece di criticarlo. È un’impresa difficile, ma è meglio che sollecitare semplici commenti. Non è un dialogo con i lettori, ma una collaborazione: e questo secondo me è uno dei segreti per usare bene la rete.

(Internazionale 784, 26 febbraio 2009).

16 risposte a “L’arte del commento

  1. Non credo sia fortuna. C’è sempre una reciprocità tra chi scrive e chi legge (e poi scrive il commento). Così non mi stupisco per l’educazione (o la scortesia) che si può trovare in alcuni blog 🙂

  2. Non sarò stato mica io l’unico reo con quel gioco di parole (inver poco felice) in risposta a “nel solco della tradizione” (Sic) 😦

  3. Ah, dimenticavo. Certo che la gente che scrive è garbata e civile. Le persone DEVONO essere educate, sia in Rete, sia fuori! In alcuni contesti ancor di più.
    Casomai, si potrebbe obiettare che, magari, se uno mette in evidenza determinate questioni, è facile che non ottenga risposta. Ma in questo siamo tutti vittime e carnefici, siamo quello che mangiamo, after all 😛

  4. Un articolo davvero interessante che ribalta il ruolo dei commenti nella discussione.
    Arricchire, correggere, integrare il post di partenza è ben diverso dal criticare e dal voler dimostrare di essere più bravi, preparati, intelligenti di chi ha scritto (o degli altri “commentatori”).

    Da quella che è la mia esperienza, credo che l’atteggiamento positivo di chi commenta sia frutto di diversi fattori.
    Conta l’argomento del blog (per alcuni è proprio inevitabile attirare “rogne”), conta lo stile del padrone/padrona di casa.
    Eh si, perché è proprio chi scrive a dettare per primo il tono della conversazione.
    Sia quando scrive il post, sia quando risponde ai commenti.
    E’ lì che si vede la sua disponibilità ad interagire, la voglia di arricchire e arricchirsi.
    Quando in un blog c’è dello scambio reciproco, come qui dentro, viene spontaneo voler dare il proprio contributo, comportarsi con educazione.
    Così come viene spontaneo commentare in modo aggressivo, o non commentare, dove il clima è ben diverso.

    Io ad esempio leggo molti blog, ma riesco a commentare solo in 3-4 😦

  5. mi associo in toto a Donatella.
    Anche perchè stavo per scrivere praticamente le stesse cose usando le stesse argomentazioni.
    Sarà un caso?

  6. Mio padre ha 52 anni, legge i giornali, sebbene quello che capisce dalle sue letture a volte sia un po distorto. Non ha un’immensa cultura, è il tipico uomo del paesino di montagna siciliano che sa fare di tutto con le sue mani e non è di certo un “litterato”, eppure da qualche anno trascorre buona parte del suo tempo sui blog, ha imparato a usare il mouse, si è confrontato con l’universo del web e ne è diventato parte attiva. Appassionato di politica, è stato trascinato e coinvolto dalla forza partecipativa del web 2.0, e mi ha svegliato urlando di gioia la notte in cui per la prima volta il suo “articolo” era stato pubblicato su Internet. Hai voglia di spiegare che quello era un “commento”, e la pubblicazione non era dovuta al suo sforzo mentale sovraumano per cercare di esprimersi al meglio, dopo diverse brutte copie su carta. Mi stupiva e nello stesso tempo mi faceva un po pena il suo entusiasmo.
    “Papà, sono contenta che scrivi, che ti fai sentire, ma… per cosa? A cosa vuoi che serva il tuo centroduesimo commento, la tua polemica verso onorevoli, leggi o istituzioni irremovibili, vale la pena di perdere ore e ore di sonno dietro l’ennesimo prensiero da rendere noto pubblicamente, chi vuoi che ti ascolti, cosa vuoi che possa cambiare?

    L’articolo di oggi, mi fa riflettere. Perchè sarà pure una goccia nell’oceano, un un granello di sabbia nel deserto…ma il lettore di blog è sicuramente la parte dinamica e la forza motrice dell’interazione degli utenti con la rete. Non tanto nel suo specifico contributo, nell’aggiungere qualcosa, quanto nell’insieme delle voci che solleva e nella legittimazione dell’individuo, l’idea etc a cui quelle voci sono rivolte. Cosa sarebbe Giovanna Cosenza, faccio l’esempio, senza la continua sanzione dei lettori? La creazione della persona “disambiguante” quale è adesso, il costante arricchimento di contenuti….. sono il risultato di un investimento di valore nei suoi confronti per dirlo in termini semiotici. Ora so che tutto questo già lo sapevate, ma è una conclusione a cui sono arrivata solo scrivendo in un questo blog da qualche giorno. Avete creato voi lettori il vostro blogger, in un certo senso, da destinatari a destinanti di esso.
    Pardon se mi accodo al 20% poco originale, ma l’arte del commento prevede anche la recursività indomabile di quello che è già stato detto no?

  7. A Lady Jack, ma anche a tutti/e: un blogger senza i suoi commentatori è poco e niente. Contano, eccome contano.

    Contano anche quando stanno in silenzio, perché il blogger li vede nel retrobottega, grazie agli strumenti di amministrazione. WordPress mi dice sempre quanti lettori passano di qui, anche se non lasciano una parola. So quali articoli sono più letti e quali meno, in quali giorni ci sono più lettori e in quali meno. Poi sta a me ricordare sempre che la quantità non vuol dire qualità, o capire quando invece le due cose vanno assieme.

    Però ha ragione Randall quando distingue le informazioni dalle opinioni (e non importa essere a tutti i costi originali, cara Lady Jack: il tuo commento è interessante, originale e informativo così com’è 🙂 ). Randall ha ragione non perché le informazioni riferiscono fatti e le opinioni no: non esistendo fatti che non siano interpretati, non esistono fatti che non contengano anche un’opinione.

    La distinzione di Randall può essere quindi riformulata come una distinzione fra opinioni basate su informazioni – e in quanto tali argomentate, ragionate, ponderate – e opinioni basate sul nulla – e per questo faziose, autoreferenziali, pregiudiziali.

  8. @Lady Jack: Ma non è una cosa positiva che un padre di 50 anni si rimetta in gioco ed impari ad utilizzare i nuovi strumenti tecnologici?! Io penso di sì. 🙂
    Se l’alternativa è che non abbia alcuno interesse, meglio un po’ di sano entusiasmo…

  9. oh yeah Forrester… l’ho capito dopo un po’… ma sono orgogliosa del mio “babbo” !

  10. Specialmente in tempi come questi dove il gap tecnologico acuisce le differenze tra generazioni. Già fra un venticinquenne ed un trentacinquenne ci può essere un gap enorme, figuriamoci andando oltre… Inoltre, dipende anche dal background di base.

  11. forrest gamper non è che uno perchè ha più di trentacinque anni è lobotomizzato dal punto di vista tecnologico!!! poi si compensa con l’esperienza…la cultura…il metodo…e tanta curiosità!!!
    ringrazio chi a sedici anni ha formato il mio approcio alla tecnologia, quando i montagggi audio si facevano ancora tagliando il nastro magnetico, quando il digitale era una chimera lontana, quando ho imparato a fare il grafico tagliando e incollando realmente usando tempere e retini…e poi mi sono trovata a insegnare come si faceva al computer senza nessuna difficoltà…è la sostanza che conta non l’età!!!
    scusa Giovanna per il fuori tema ma non sono riuscita a trattenermi….

  12. Hai fatto benissimo, Silvia

  13. Che grinta, Silvia!! Ma io non ho mai detto niente del genere… Leggo cose e, ogni tanto, vedo gente. Questo divario generazionale sulle nuove tecnologie è presente in misure differenti in tutta la penisola. Per questo parlavo di background culturale. Dopo una certa età, alcune categorie svantaggiate non sono in grado di adeguarsi, ecco tutto.
    Chiedo venia a Vossia ma una precisazione era d’uopo. 😀

  14. Mi è venuta in mente una cosa a proposito del commento di Silvia e questa volta non è fuori tema 🙂 Penso che, a volte, commentando in Rete si possa confondere una parte per il tutto (io lo faccio anche nella vita di tutti i giorni, per carità). Nel senso che quando ho parlato di 25enni e 35enni era per fare un esempio, ma avrei anche potuto dire 15 e 25… Probabilmente Silvia, che so io, ha 38 anni e si è sentita chiamata in causa 😀 Invece, non era assolutamente mia intenzione di creare tassonomie di persone…

  15. …precisazione doverosa…devo ancora compiere i 37…e oltre ad essere mamma di due pre adolescenti lavoratrice full time sono anche studentessa universitaria e trovo che, a parte qualche rara eccezzione, ne hanno da mangiare di piatti di pasta i miei giovani colleghi…non è qestione di generazione, è questione di testa…una mente aperta e curiosa non ha età e può arrivare ovunque…”smanettare” su un computer non vuol dire averne compreso le potenzialità…quando studiavo come fare i montaggi video mi insegnarono la teoria del montaggio, il significato di uno stacco piuttosto che di una dissolvenza ecc., ed ora a distanza di vent’anni lo saprei ancora fare, i programmi e la tecnologia si evolvono ma è l’approccio che si ha ad ogni esperienza che conta….

  16. Vero. Questa è una cosa che ti fa onore.
    Avendo fatto una recente breve supplenza in un liceo posso dire che ho visto anche degli adolescenti felici, magari non in Piazza Maggiore 🙂
    Una mente aperta e curiosa va coltivata e non dipende dall’età, sottoscrivo.

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