Vita da Facebook 7 – A cosa stai pensando?

Da qualche giorno Facebook ha cambiato interfaccia per l’ennesima volta. Le trasformazioni più importanti – che molti ancora non gradiscono, come si vede dai gruppi di protesta – riguardano la home, riorganizzata per facilitare la vita di coloro che hanno molti «amici», perché permette di spiarli meglio dividendoli in gruppi. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Il cambiamento su cui oggi mi soffermo è solo in apparenza un dettaglio: lo spazio che si chiamava «Status» ora si intitola «A cosa stai pensando?» («What’s on your mind?»), con una domanda che ricorda il tormentone fra morosi a cui nessuno sa mai come rispondere, se non mentendo o dicendo la prima cosa che passa per la testa.

In realtà il cambiamento tocca una funzione fondamentale degli scambi umani, quella che il linguista Roman Jakobson chiamava la «funzione fática» del linguaggio: si dicono cose («Come stai?», «Bella giornata!» e simili) che sono irrilevanti per contenuto, ma cruciali per mantenere il contatto con l’altra/o, verificare che il canale di comunicazione sia ancora aperto e l’altra/o ci degni della sua attenzione. Un po’ come gli «mhm» e gli «eh» che accompagnano le conversazioni telefoniche: in loro assenza, ci viene il dubbio che sia caduta la linea.

A proposito di questa funzione, Mark Zuckerberg – il giovanissimo inventore di Facebook, ora CEO miliardario dell’azienda omonima – in un’intervista di alcuni mesi fa, aveva parlato di «emotional feed»: grazie a Facebook, diceva, le persone invieranno e riceveranno sul loro computer o cellulare aggiornamenti continui sugli stati emotivi propri e dei loro «amici».

Questa è la mission di Zuckerberg – dal mio punto di vista, una delle chiavi del suo successo – ora finalmente esplicita nella domanda «A cosa stai pensando?».

Questo è uno stralcio dell’intervista, rilasciata via instant messenger a Alex French per GQ:

Alex: How’s things?
Mark: There’s this definite evolution happening. Where the first part of the social web was mapping out the social graph. And the second phase is now mapping out the stream of everything that everyone does. All of human consciousness and communication.
Alex: Imagine if you could broadcast people’s emotions into a feed?
Mark: I think we’ll get there.
Alex: So how are you going to map all of human consciousness and communication?
Mark: We don’t map it directly. We give people tools so they can share as much as they want, but increasingly people share more and more things, and there’s this trend toward sharing a greater number of smaller things like status updates, wall posts, mobile photos, etc. A status update can approach being a projection of an emotion.
Alex: That’s what I use it for.
Mark: So it’s not so crazy to say that in a few years people will be doing a lot more of that. It takes time for people to be comfortable sharing more and for the social norms to change.

(Alex French, «Boy genius of the year».)

17 risposte a “Vita da Facebook 7 – A cosa stai pensando?

  1. così finalmente si è sganciati dall’orribile tentazione di scrivere in terza persona.. Guido is.
    What’s on your mind? apre molti più orizzonti espressivi

  2. A proposito di “emotional feed”: io ho Facebook in versione francese, e il corrispondente di “What’s on your mind” è un freddino (o pieno di possibilità?) “Exprimez-vous”.

  3. Una cosa che sarebbe meritevole di qualche approfondimento, dal punto di vista della psicologia sociale, è il bizzarro effetto che, pur in assenza di altri cambiamenti formali (lo spazio per lo status è identico, dal punto di vista formale, e nulla vieta di continuare a riempirlo dei soliti inutili e stucchevoli trapestii quotidiani autoreferenziali tipo “Vittorio sta andando a mangiare” o “Vittorio sta spiando la ragazza nell’ufficetto di fronte”), il cambiamento della dicitura dello status ha prodotto negli utenti.
    “Che cosa stai facendo” no, ma “che cosa stai pensando” viene giudicato, mi pare, intollerabilmente invasivo dalla maggior parte delle persone che frequento anche su FB.
    Forse per il motivo che dici tu: è la classica domanda, insopportabile e connotata molto negativamente, con la quale si cerca di tappare i buchi e i silenzi; ma mi sembra che questo non giustifichi la sollevazione popolare che l’introduzione della nuova dicitura ha provocato: anche “che cosa stai facendo”, così come “dove sei”, chiesto magari al telefono, è una domanda fàtica e, di solito, piuttosto sgradevole.
    Probabilmente la sfera del pensiero è giudicata più privata e inviolabile di quella dell’azione; più probabilmente, di solito quanto pensiamo (se pensiamo) è meno commendevole di quanto stiamo facendo, essendo quest’ultimo universo, al contrario del primo, limitato dalle leggi penali, dall’opportunità e dalla stessa immanenza fisica degli esseri umani.

  4. Infatti, Vittorio. Tuttavia, credo che la vecchia dicitura di “Status” (in italiano “Che cosa stai facendo?”) ottenesse lo stesso effetto voluto da Zuckerberg e dai suoi, ma in modo indiretto e per questo meno fastidioso. Staremo a vedere se gli utenti accetteranno il cambiamento o se si ribelleranno al punto tale da indurre fb a tornare al vecchio “status”.
    A Guido, ma anche a tutti: mi pare tuttavia che le persone siano abbastanza indifferenti al cambiamento (a parte il fastidio iniziale, giusto perché ci impone un piccolo sforzo percettivo e cognitivo) e continuino a usare quello spazio esattamente come facevano prima, in terza persona e mettendoci le stesse cose che mettevano quando si chiamava “status”.
    L’abitudine la fa da padrona, di solito. Ma stiamo a vedere…

  5. Per ritornare al 2004. Secondo me una comunicazione mediata in tal senso è POSTCOMUNICAZIONE: ovvero la possibilità di dire delle cose protetti da un’interfaccia digitale senza essere costretti, imprigionati, dalle convenzioni sociali. Cioè, riassumendo, partendo dall’assurto di McLuhan (“il medium è il messaggio”), “una degenerazione dell’interazione formulata tramite i nuovi media (Internet, cellulari) dove il mezzo (in questo caso il BLOG), incapace di comunicare altro se non le proprie ragioni di esistere, diventa anche il fine: la tecnica trionfa e il contenuto ha un ruolo di natura subordinata”.
    Adesso, se io riuscissi a “Get an Analogical First Life, l’alternativa analogica alla Second Life dei Social Networks, potrei permettermi di iscrivermi a Facebook anch’io perché questo “Grand Rien” comincia a farsi interessante.

  6. secondo me non c’è nessun motivo sociologico o psicologico in base a tale decisione ma un motivo “economico”: la competizione nei sns (social network sites) è fortissima e Facebook deve combattere Twitter. Il “what’s on your mind?” attuale è un modo di inglobare il “what are you doing?” di Twitter, è come se Facebook dicesse “Non avete più motivo di usare Faceboom e Twitter, adesso potete usare il nuovo Facebook in “modalità Facebook” e “in modalità Twitter””.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Twitter
    http://twitter.com/

  7. sì, sì, certo che le persone continuano in terza persona.. e credo anche che alla fine accettino i cambiamenti. “È facile lamentarsi quando c’è chi ascolta” o legge. (è comunque un motivo per aggiornare lo status).
    Sottolineavo soltanto che modificando l’interfaccia FB ha tolto l'”is” automatico che compariva dopo il nome e cognome. Come per lasciare più spazio espressivo, non credo, come dice Vittorio, in un senso invasivo, ma come per dire.. scrivi, liberamente, quello che ti viene in mente. (Basta che tu scriva)

    C’era già “il messaggio personale” per i contatti su MSN, c’era su Skype, ma non era così ossessivo, non era richiesto. Non diventava un intervento del Blog della Nostra Vita, un mattoncino di noi stessi. Con FB ogni cazzata viene scolpita sullo schermo, che ormai non ci scherma più. La “Postcomunicazione”, protetti da un’interfaccia digitale, era l’analisi dei media prima di FB. Oggi non si vuole più essere protetti dalla maschera dell’avatar, si vuole essere. Nome e Cognome.

    MySpace lascia spazio libero.. non chiede, ma indica Status e Umore con emoticon relativa. Twitter chiede espressamente “Cosa stai facendo?”, perchè vogliono farlo diventare la piattaforma dello status mobile. Col telefonino è cambiata la domanda da “Chi parla?” a “Dove sei?”: “Sono fuori”, “sono in giro” ..e sto facendo”.. “sto andando”. Vedremo quale tipo di “domanda” dei Social Network prevarrà..

    “Che ti passa per la testa” va dal “Sono in ritardo”, “spio la collega”, fino a uno stato d’animo, una riflessione o un’informazione (o una delle mie tante citazioni). Una dilatazione delle possibilità di risposta. Interessante è anche notare come l’aggiornamento dello Status FB adesso possa essere sincronizzato con quello (mobile) di Twitter. Quindi sì si cambia la dicitura, ma come ci dice Zuckerberg, si vuole andare più a fondo in una mappatura di stati emotivi, non necessariamente stati importanti, ma continui, sempre aggiornati. Un sondaggio quotidiano regalatogli. La svolta della privacy e del marketing. La fine dell’ipotesi vs dati concreti. (si veda la questione vendita dati FB alle aziende).

    Credo che l’argomento sia molto interessante, come dice il Prof. Coppock (su FB), non tanto per il mezzo, in quanto tale, ma in relazione alle implicazione sottostanti al mezzo: quello che noi ci stiamo giocando. Gratis.

  8. Wow, grande guido, appoggio del tutto la tua linea, “si vuole andare più a fondo in una mappatura di stati emotivi, non necessariamente stati importanti, ma continui, sempre aggiornati”.
    Ora, andando oltre Fb, e il “ci metto la faccia” il nome e il cognome, senza maschere, mi rendo rintracciabile etc…. il cambiamento sul “What’s on your mind” è molto indicativo.
    Sarà una mia impressione ma la rete, sempre di più, si sta sviscerando, sta penetrando a fondo la persona. Comincia a prendere un direzione che seppure corrotta e contaminita dal marketing, la pubblicità, la profilazione, si propone sempre più introspettiva e umana.
    Non voglio fare l’anti-apocalittico del web ma non è detto che questa ricerca di profondità sia per forza un contratto faustiano, un “vendimi l’anima”.
    Man mano che si gioca le carte si scoprono, è la regola. La rete non fa eccezione.
    Prendo ancora in esempio Giovanna (che non si arrabbia vero?) che conosciamo tutti, lei stessa ha creato una serie di dati e informazioni inerenti la sua persona da ipotizzare persino il suo tipo di pigiama! E con questo? Ha sviluppato, nel frattempo una forma di competenza per difendersi e avere una certa immunità dalla parte “oscura” del web. La rete è il tuo oppositore e l’aiutante.
    Domandarsi cosa c’è per ora dentro la propria testa è uno stimolo, aprire un blog e scrivere da soli nella propria stanza buia …. etc etc è aprirsi. Fb ti chiede cosa sei in questo momento, non cosa fai…. è boh, per me è un passaggio notevole…

  9. Mhmm, Lady Jack, certo che non mi arrabbio. Ma sei proprio sicura di avere ipotesi corrette su com’è fatto il mio pigiama?
    😮
    Intendo: è un’immagine pubblica quella che si ricostruisce da qui, ben distinta dalla mia vita privata. Immagine di cui io sono consapevole e che controllo. Salvo errori o smagliature, naturalmente. Parlo di me come esempio per un discorso generale.
    Ma… pigiama???
    🙂

  10. su Dnews di oggi a pag. 24 si parla di 3 libri su Facebook
    http://www.dnews.eu/sez_video/index.htm

  11. ….Non può esistere una perfetta bipolarità dell’utente, la rete è un colabrodo, passa di tutto, e con l’entrata di fb la gestione della propria personalità, se questa è interrelata ad altri, non è più una forma broadcastata di se stessi. Io ti dico chi sono, ma i miei amici contribuiscono in modo rilevante a ampliare la fonte delle mie informazioni, anche in modo incontrallato e illeggittimo. Alludevo all’esempio del pigiama per richiamare la sfera personale (facciamo magari versione: Pigiama party) 🙂 .
    Comuque si forse un pochino ho esagerato…

  12. @lady Jack: Non riesco ad essere ottimista come te, lady… Ma non è che mi sfugge qualcosa? Forse dovrei iscrivermi anche io su Facebook? E per fare che? Au secours!!!!!!!!!!!!!

  13. Ma guarda un po’ che leggo su “Venerdì” di Repubblica…
    Rido ancora…
    “Papà fa l’amico su facebook? serve lo psicologo”.
    La Standford University ha avviato un corso gratuito di psicologia per genitori “Facebook for parents” (sul sito http://www.facebookforparents.org).
    “Lo scopo è aiutare gli adulti ad avvicinarsi ai ragazzi senza apparire invadenti e ad apprendere le regole base di comportamento sui social network. In modo da non apparire come pesci fuor d’acqua nella rete”.
    Consiglierò il sito a mio padre che ha provato e ri-provato ad aggiungermi nella lista dei suoi amici. Richiesta che io ho più volte rifiutato.
    😀

  14. Enza ti applico subito due distintivi sociali:
    1) Il “Venerdì” di Repubblica è un giornale BORGHESE, non si compra, al limite un’occhiata di struscio se si può scroccare perché….”inquina” 😀
    2) Ma che cavolo di genitori c’avete?! Come mai non vanno a lavurà?! Artro che er Facebook, vanga, picozza e ‘na crickata in fronte glie darei 😛
    Ferdinand (eh già!)

  15. Ma grazieeee 🙂
    dunque, Venerdì mi è stato dato in allegato al quotidiano…
    Comunque, ogni tanto leggo pure quello e qualcosa di interessante c’è sempre. Disaccordo totale sul fatto che “inquina”. Ci si informa sempre in modo critico, o almeno è quello che cerco di fare io.
    Ah…poi, rispondo al tuo “punto 2” dicendoti che se la Standford University ha deciso di agire in questo modo, evidentemente, non è solo un problema mio.
    Mi spiego?! Complimenti a tuo papà 😀
    Rispondo col sorriso come hai fatto tu, niente offese!
    Ciao!

  16. Brava Enza! 🙂
    Ti sei disimpegnata molto bene. Non era facile uscire dall’anatema che ti avevo lanciato 😀
    Più che altro è “La Repubblica” come quotidiano, in quanto simbolo di una certa ‘oligarchia sociale’ tutta italiana che inquina. Allo stesso modo anche “Il Giornale”, per carità. Fare distinzioni politiche sarebbe fare il loro gioco…

  17. Stavo pensando al LangTech… Veramente in una comunicazione mediata in tal senso, a breve le lingue che non disporranno di un buon TAL saranno destinate a divenire dialetti e poi a scomparire??!!
    Au secours, Mrs Giovanna!! 🙂

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