Quanto conta nel cv il tempo che ci hai messo a laurearti?

Nei giorni scorsi ho avuto uno scambio di mail con Luca, affezionato lettore di questo blog. Tema da lui sollecitato: alcune aziende, nel valutare il cv di un/a candidato/a per un lavoro, tengono in grande considerazione quanto tempo ci ha messo a laurearsi e troppi anni per conseguire la laurea sono visti male.

Io non sarei così drastica, almeno per i cv del settore umanistico. Il tempo è certo valutato dalle aziende, però mai in astratto. Ci sono mille altri indizi che decidono se un anno o due in più per laurearsi siano un segno buono o cattivo: stage, soggiorni all’estero, conoscenza di lingue straniere, esperienze di lavoro durante gli studi. A meno che chi seleziona il personale non sia una macchina. O un/a manager stupido/a. Cosa sempre possibile.

Ecco le mail (per gentile concessione di Luca):

Luca:

Scusi l’intrusione ma gradirei un parere. Leggevo un articolo e mi viene da ridere. Fra le domande frequenti ai colloqui di assunzione c’è il tempo impiegato a laurearsi: un indice di dinamicità, sembrerebbe. No, cazzata galattica!

Specie per il vecchio ordinamento, perché uno può venire da un quartiere difficile e se, invece di andare a spacciare la coca come gli altri, decidesse di studiare, così lo si “fotte”. Se una persona viene da un quartiere difficile o da una famiglia dove non si comprano libri e, magari non si parla neanche in italiano, e decide di fare sacrifici e studiare non si possono applicare i medesimi parametri del “borghese”.

Sappiamo bene che ogni regola sulla terra è sottoposta a numerose variabili individuali. I processi formativi non è che avvengano sotto vuoto spinto; l’esito del singolo dipende dal background in cui sta dalla nascita (il “Capitale Sociale”, come direbbe Chiara Saraceno). Quindi, a prescindere dal “merito”, l’allievo con scarse risorse iniziali è svantaggiato due volte (in partenza e alla fine del percorso formativo) e non possiede i “paracadute” degli altri. Allora non farebbe forse meglio ad andare a spacciare la coca subito invece di studiare? Scusi le parolacce inserite nel testo ma erano funzionali al contesto, almeno mi pare. Grazie, Luca.

Giovanna:

Ciao Luca, sono d’accordo con le tue considerazioni. Inclusa l’amarezza.

In ogni caso, quando lavoravo in azienda, nella selezione del personale che più volte ho fatto, non ho mai valutato la lentezza o velocità di un percorso formativo: ho sempre cercato di capire la persona che stava dietro al cv.

Ci possono essere ragazzi che ci mettono molto a laurearsi solo perché sono figli di papà e possono permettersi il lusso di non fare nulla dalla mattina alla sera; come ci sono ragazzi che ci mettono molto a laurearsi perché non frattempo devono lavorare in osteria per mantenersi agli studi. E non ti preoccupare per le parolacce: non sono una moralista della parolaccia! 🙂
Giovanna

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E tu cosa pensi? Qual è la tua esperienza diretta o indiretta su questo tema?

29 risposte a “Quanto conta nel cv il tempo che ci hai messo a laurearti?

  1. Ciao Giovanna (e di riflesso ciao anche a Luca!),
    qui in Francia non danno troppa importanza all’eventuale “fuoricorso” se supportato da attività documentate e valide: come hai detto tu soggiorni, esperienze lavorative etc… e, anzi, in caso di alternanza scuola-lavoro (peraltro regolamentata ai massimi livelli) essa vale maggiori punti in sede di esame finale e, di conseguenza, anche sul cv.
    A mio avviso i responsabili risorse umane dovrebbe essere i primi a valutare il background del candidato ancora prima del mero cv, ma questo, purtroppo, non è sempre possibile anche a causa di cv lacunosi, incompleti, poco chiari.
    Ecco dunque che, a mio avviso, si entra in una sorta di “circolo vizioso” dove magari il candidato ha le potenzialità e un retroscena degno di nota (e di valutazione positiva) ma si “presenta” male; dal canto suo ci si ritrova, dall’altro lato, l’esaminatore che, vuoi per un motivo vuoi per l’altro, si sofferma più sulle colonne del cv che sulla possibilità di un colloquio formale ed ecco allora che le effettive capacità di un candidato vengono subito castrate in un concorso di colpa.
    Ad ogni modo, per tornare prettamente in argomento, il fattore “tempo” deve essere si valutato, ma anche pesato in virtù di tanti altri fattori senza fermarsi alla prima impressione.

    Per onore di cronaca, qui a Parigi cercare lavoro se non sei francese (anche con lettere di motivazioni e cv di tutto rispetto) è un autentico casino: ancora più se sei italiano.

    un saluto a tutti e buona giornata!

  2. @Fleur: “Fleur, ne te sens pas perdue, même mon coeur est à nu, aime ce chaud plumard et la joie de chaque jour qui se donne à ton regard” 😀
    Fiore, Io ero nel Sud della Francia ed il sistema universitario francese lo conosco molto bene; in Francia i “fuoricorso” non esistono…
    Io credo che il problema sia a monte; ovvero, prima di tutto, devi riuscire ad arrivarci al colloquio! Ritengo che molta gente venga “castrata” prima quando, invece, in sede di “entretien” potrebbe giocarsi le sue carte.
    Dici che in Francia essere Italiano (il maiuscolo è d’obbligo) è uno svantaggio? Ci vai un pò sul pesante! 🙂
    Io invece so di una persona che in Italia ha ottenuto un posto di lavoro proprio perché… non era italiana!!
    Nel senso che, dopo numerosi colloqui, il responsabile si è reso conto che… faceva più “tendenza” assumere una persona francese 😛
    Cosa vuoi, noi italiani siamo razzisti al contrario…

  3. porto l’esempio di una persona che ha voluto fare altre esperienze durante la laurea e al tempo stesso laurearsi in tempo. studiare costa e andare fuori corso è una spesa in più, ma laurearsi in corso (e con una buona media) vuol dire studiare e basta e studiare e basta vuol dire non acquisire competenze concrete in un’università che lascia poco spazio alla pratica. non acquisire competenze concrete vuole dire arrivare sul posto di lavoro con il bisogno di una persona che ti segue costantemente per un po’ di tempo. penso che i “selezionatori di curriculum” a questo ci facciano caso. in ogni caso, non potendo fare le cose con calma, tra una buona media e le esperienze concrete ho scelto le esperienze. da una parte sono orgogliosa di avercela fatta in tempo, ma al tempo stesso mi dispiace perchè la mia media ci ha rimesso. come dice mia madre (e non solo lei) fretta e bene non vanno insieme… e forse anche questa è una cosa che i “selezionatori di curriculum” sanno

  4. competenze concrete… le competenze sono anche astratte? scusate il miscuglio

  5. Scusate l’intervento che forse apparirà provocatorio: cosa serve esibire un curriculum se non si è mai lavorato in quello specifico settore o addirittura si è solo studiato tout court? Cosa dovrebbe comunicare un curriculum? Nelle mie numerose esperienze di selezione personale, attribuzioni borse di studio per Masters, stesura di graduatorie varie, occorre essere sinceri: i candidati parlano di tutto nel tentativo di parlare di se stessi ma non vi è correlazione tra il privato personale e i criteri di valutazione del selezionato. L’equivoco nasce dalla standardizzazione dei curricula come criterio di meritocrazia; purtroppo questo parametro va benissimo per lavori in cui si possa quantificare il risultato raggiunto nelle precedenti esperienze lavorative oppure per l’assegnazione di borse di studio esclusivamente scientifiche, il cui il progetto di ricerca presentato è misurabile, così come lo sono le pubblicazioni passate. L’impact factor nelle pubblicazioni umanistiche è invece un parametro indecidibile.
    Non capisco invece come si facciano a selezionare neolaureati in base a criteri che non scadano nell’arbitrarietà assoluta. E infatti è proprio così che funziona. Tanto varrebbe scegliere leggendo i fondi di caffé. Non parliamo poi di un sistema scolastico che 40 anni fa ti preparava ad un ruolo dirigenziale con 4 anni di università, dove oggi la metastasi ha prodotto un Barnum di titoli accademici assurdi, dove proliferano Masters d’ogni tipo, lauree specialistiche risibili, post-post dottorati per ricercatori che rischiano di essere invecchiati per strada. Risultato? Oggi la preparazione di uno studente costa tantissimo per lo studente stesso, prepara meno attraverso la diluizione e la ripetizione di corsi sintetizzabilissimi in pochi anni, infine getta un giovane che non è più giovane in un mercato che non ha bisogno di lui e nel quale i migliori rischiano davvero di esaurirsi per sfinimento, per demotivazione; i peggiori hanno invece nutrito aspettative irrealistiche su se stessi e il proprio ruolo reddittuale nella società a causa di un sistema scolastico che non può sanzionarlo, bocciandolo prima, perché ha bisogno dei suoi soldi.
    Alla fine l’esaurito di turno è pure costretto a giustificare se in questo calvario infinito senza garanzia di ritorno economico ha perduto tempo ad abbeverarsi mentre gli altri muli salivano la china a testa bassa.

  6. Aggiungo inoltre che la conseguenza logica di un sistema curriculare non basato su risultati lavorativi pregressi tende alla riproduzione incontrollata della menzogna, della millanteria. La verificabilità per il selezionatore è minima e costosa in termini di tempo. Il risultato è che nei curricula si tende a dire di tutto, a esasperare semanticamente la funzione svolta o il titoletto acquisito al fine di superare questo primo filtro e accedere al colloquio. In un gioco patetico di elencazione che non dice nulla della compatibilità di un candidato vergine verso uno specifico lavoro.

  7. @MariaGiulia: “Scusate l’intervento che forse apparirà provocatorio: cosa serve esibire un curriculum se non si è mai lavorato in quello specifico settore o addirittura si è solo studiato tout court? Cosa dovrebbe comunicare un curriculum?” – “In un gioco patetico di elencazione che non dice nulla della compatibilità di un candidato vergine verso uno specifico lavoro”.
    MariaGiulia vacci piano 😀
    Ma in effetti il candidato perfetto è… quello che non ha bisogno di presentarsi!!!! Appena finito gli studi (solo per far vedere che, comunque, è in possesso del pezzo di carta) lo sistemano nella fabbrichetta o nell’azienda il paparino o lo zietto…
    Io so di una persona che non è stata assunta in un posto con la motivazione di essere… troppo preparata(!) e che… soprattutto credeva in quello che faceva. Pare che a Milano abbia detto: “mandèadarviaelcù!” che è un pò la variante meneghina del “Doukipudonktan” di Queneau in “Zazie dans le métro” 😀
    Forrest (o Ferdinand?)

  8. @Forrest: ti parlo per quel che sto provando io ora, rispondendo ad annunci ai quali coincido pressoché perfettamente, e ti porto la testimonianza di un amico francese che ha avuto la “sfortuna” di avere un cognome nostrano e di provare anche lui quanto è difficile a Parigi trovare lavoro se non hai credenziali e un cognome straniero che non sia vagamente francese o marocchino… nel sud non so, ma qui veniamo molto visti come “quelli della scappatoia, della vita facile e della poca voglia” ahimé.

    @Maria Giulia: come non darti ragione, soprattutto nel tuo secondo post. Non biasimo il ruolo del selezionatore che si trova, spesso e volentieri, sommerso di cazzate di dubbia veridicità e, soprattutto, di dubbia utilità ai fini valutativi.
    A questo scopo riquoto, però, Forrest nel primo commento: a volte anche candidati potenzialmente validi vengono castrati senza dar loro neppure la possibilità del colloquio orale che, scusa se è poco, è quello che mette maggiormente a nudo la persona. e qui si scenderebbe nel psicologico e nella prossemica.

    A mio avviso si tratterebbe di trovare un equilibrio fra il cestinare i cv pessimi e l’offrire una chance in più a quelli “discreti”. ben sapendo però che il tempo è denaro e che il personale risorse umane costa oro… quanto è fattibile ciò?
    Solito circolo vizioso…

  9. Luca hai ragione, a me hanno chiesto che lavoro fanno i miei genitori in più di un colloquio: l’estrazione sociale spesso è ancora un parametro di valutazione (purtroppo) . Ecco perchè se sei andato fuori corso per lavorare in osteria non va bene lo stesso.

  10. @Fleur: Non ti sembra di esagerare un pochino? 🙂 Capisco (purtroppo) l’amarezza ma dire che in Francia il cognome marocchino è avvantaggiato rispetto a quello italiano. Suvvia! I discriminati sono proprio i maghrebini. Basta vedere i quartieri-ghetto con i “casermoni” …
    Dopo tutto la gente cerca sempre di migliorare la propria posizione sociale. L’ipocrisia è già a scuola. Non tutti gli insegnanti ammettono che lo studente ha il DIRITTO di copiare così come l’insegnante ha il DOVERE di impedire a questi di copiare. Se poi c’è uno che è un po’ più turbolento (perché ha la madre in comunità e nessuno l’ha mai vista), è chiaro che adotterà con lui un metro diverso…
    Non è vero che chi la dura la vince prima o poi; il caso gioca un ruolo preponderante. Se qualcuno ha studiato Storia dell’Immagine saprà che Truffaut non sarebbe mai diventato uno dei più grandi registi del mondo senza André Bazin che ebbe fiducia in lui (tirandolo praticamente fuori di galera). Avete visto come fa Antoine Doinel in “Baisers volés” a trovare lavoro?!
    Allo stesso modo uno che è nato in Eritrea e ci sta male, perso per perso, ha il DIRITTO di cercare di raggiungere le coste dell’Europa per sognare una vita migliore. Pensiamo a Scamarcio nel recente “Eden is West”. Che poi la guardia costiera abbia il DOVERE(?) di impedirglielo è un altro discorso… Capisci che così non se ne esce, Francesca… 🙂

  11. Forrest il mio commento circa il cognome era una simpatica punzecchiatura. i quartieri ghetto coi casermoni sono tanto riservati ai magrebini quanto agli immigrati di altri paesi.
    Tale e quale agli uffici “riservati” ai magrebini o di qualsiasi altro dom o tom che si voglia (ma anche no) che si trovano alla defense o in saint honoré.
    Con questo non voglio dire che un africano sia avvantaggiato rispetto a un italiano, ma che un africano di una qualsivoglia colonia francese, a parità di competenze, nel confronto con un italiano per la ricerca di un lavoro avrà la precedenza.
    E lo stesso molto spesso accade anche con francesi di discendenza italiana che non mettono a caratteri cubitali in CV NATIONALITE FRANCAISE.
    Per questo ultimo punto riporto solo la tesimonianza di qualche amico franco-italiano 😉

  12. Fleur, ma dopo tutto le persone che tu citi mettono nel loro CV Nationalité Française perché… sono di nazionalità francese! 😀 Pare che abbia un trisnonno spagnolo; non per questo metto nel CV nazionalità spagnola… Magari potessi! Ma non perché non accetto la mia nazionalità, tutt’altro; ma se me ne dessero anche un’altra (francese, spagnola, croata che sia), l’accetterei con piacere. Potrebbe sempre fare comodo; lo diceva anche Kossiga (la k è d’obbligo).
    Non vedo alcuno scandalo in quello che dici. Anche in Italia, a parità di competenze, fra un italiano ed un inglese potrebbe benissimo andare avanti l’italiano. Bisogna anche verificare la logistica ed il tipo di impiego.
    Inoltre, ogni situazione ha il suo particolare perché. Non sapendo di cosa ti occupi e cosa fai a Parigi rischierei di “toppare”.
    Ritornato in Italia ho maturato la convinzione che, potendo, è meglio un pasto da “bamboccione” che una fame da “co….ne”. Mi autocensuro, io in Francia ho già dato 😛

  13. Premetto che mi occupo di informatica, quindi rischio di andare off-topic rispetto alle esperienze riportate precedentemente.

    Per la mia esperienza posso dire che in quasi tutti i colloqui di lavoro post laurea (triennale), i potenziali datori guardavano molto all’età. Non credo fosse il fattore determinante, però forse l’idea che il candidato abbia trascorso gli ultimi anni della propria vita portando avanti un progetto determinato nei tempi giusti, senza stravolgimenti o derive varie, è rassicurante per loro.

    Dove lavoro attualmente posso dire che il manager dell’azienda (stupido eccome, ma è un’altra storia) mi ha preso in simpatia al colloquio preliminare proprio perché ha visto che mi sono laureato a 21 anni, però il mio capo attuale (che faceva il colloquio effettivo) non ha proprio guardato l’età e mi voleva solo perché tra un lavoro e l’altro all’università mi sono occupato di politica universitaria e dei rapporti con gli Atenei esteri.

  14. Seeeeeeee! A 21 anni dovevo ancora iniziare! 😀
    Solo tre anni per fare la tesi…
    A me hanno insegnato che l’università è sudore e sacrificio ed una persona che non ha “intoppi” non la vorrei. Direi che è un “borghese” o, peggio, uno “square” come direbbe Allen Ginsberg.
    Seriamente, capisco che per informatica è tutta un’altra cosa 🙂
    “A falcon..nun te la piglià…semo a scherzà!” 😛

  15. Forrest studio comunicazione a Bologna e ora anche a Parigi e cerco lavoro nell’ambito della scrittura professionale.
    Ad ogni modo non sto parlando di regola, ma dell’atteggiamento che hanno molti francesi a considerare prima il cognome della lettera di presentazione, lasciandosi influenzare da esso e pregiudicando l’intera candidatura.
    E questo non solo in ambito lavorativo ma anche universitario e nella quotidianità: l’immagine che ha un italiano (sia anche di esso il solo cognome) è quello del poco di buono con l’attitudine alla vita facile. che poi nel cv ci scriva FRANCESE a caratteri cubitali poco importa quando esso non viene neppure aperto…

  16. Il COGNOME? Da una canzone del 1982:
    “E che cosa dice un poverino che ha i soldi a Lugano e la barca ce l’ha a Portofino? Dice che in Italia c’è chi c’ha il cognome e chi non ce l’ha…” 😀
    Già cercare un lavoro nell’ambito della ‘scrittura professionale’, “maremma ‘ane, l’è nà ‘osa che me fa angoscià…ma che vo’ dì? Magari a me garba pure a me” 😛
    But seriously, con la concorrenza che c’è, se è che quello che penso io, come puoi pretendere di trovarlo (e pure all’estero!) senza una letterina, una bustarella, un inciucietto?! 🙂

  17. E non tengono neanche in considerazione la tesi di laurea?

  18. No, questa cosa mi fa arrabbiare, perché non mi va di scoraggiarmi. Beh, possono esserci figli di papà in gamba e degni di ammirazione da tanti punti di vista oltre a quello che riguarda direttamente la loro formazione e il loro percorso di studi, e altri che… lasciamo perdere… 😉
    Io, che non sono figlio di papà, ci metterò qualche anno in più a terminare la specialistica perché voglio dedicare tanto tempo alla tesi, perché si, perché dopo tanti esami… ci vuole qualcosa di mio, di personale! Se poi, per dirla con Forrest, si aggiungono altri intoppi, eheh… I keep at it and I don’t lose heart ;))
    ciao

  19. Forse è meglio che io taccia. Credo di non essere in grado di capire certe dinamiche e di farmi comprendere. Ho maturato l’idea che se uno non è figlio di papà e non ha rendite di posizione acquisite, non ha senso che sciupi denaro ed energie in una facoltà umanistica.
    Una persona che termina gli studi, se non è in grado di applicare immediatamente le sue competenze (ammesso che ne abbia) al soddisfacimento dei bisogni primari, vuol dire che è un coglione e che studiare non gli è servito a un cazzo se non ad ingrossare le tasche di qualcuno.
    Sai dove te la metti la tesi sperimentale personale, Francesco, quando “l’acqua del bagno non scorre più, hai un frigo vuoto negli occhi tuoi ed un imbecille telefona e tu devi spiegargli che non ci sei?” …
    Je répète: Tutto ciò che non favorisce ed adempie al soddisfacimento dei bisogni primari è una sovrastruttura.
    Purtroppo non ho taciuto… accetterò il crucifige…

  20. Forrest, c’è da dire anche che io, per diversi motivi, ho i miei tempi, e i miei tempi sono un po’ lunghi. Aggiungo poi gli intoppi di cui tu parlavi, che possono essere di svariata natura. Il tempo schiarisce le idee. I keep at it, oramai, e non posso andare oltre un certo limite di tempo, non devo andare oltre a questo limite. Devo continuare qualcosa che ho già iniziato, vorrei concludere, sarebbe da idioti mollare proprio adesso! Da idioti! Però hai ragione anche tu, ci sono bisogni fondamentali che vanno soddisfatti prima: il frigo vuoto mi fa paura! Vorrei una casa, uno spazio tutto mio e non chiedere niente a nessuno, neanche ospitalità ai miei genitori che non me la rifiuterebbero ma che si capisce quello che pensano. Accidenti, lo so che è dura, lo so lo so, ancora prima di terminare la tesi e di laurearmi. I keep at it! Altrimenti non mi laureo più. Ciao

  21. Hai ragione! I problemi cominciano quando non riesci più a gestire il tempo… e lo so bene!
    Una cosa alla volta. Il resto è “prostituzione intellettuale”, per dirla alla Mourinho 😛

  22. Su questo pezzo, invece, conto di riuscire a fare con te una chiacchierata più approfondita.
    Hai scoperchiato uno di quei vasi che, per noi “piccini”, conta assai voi scoperchiate. 🙂 ‘ste cose che vedo accadere solo da te, ha!

  23. Io ero una studentessa che oltre a studiare, lavoravo anche tutti i pomeriggi come commessa. Per paura di non farcela a laurearmi in tempo ho deciso di farmi aiutare da Universitalia per superare alcuni esami che non riuscivo proprio a dare. Sono riuscita a laurearmi in tempo così!!
    Ciao

  24. io credo che conti un bel po’… anche io, come tanti, ho necessità di lavorare e per questo all’università (studio economia) stavo andando un po’ a rilento. Alla fine ho scelto l’e-learning all’università unisu e sono riuscita ad accelerare i tempi e se tutto va bene quest’anno dovrei raggiungere il traguardo.
    Alla fine, secondo me, è meglio un voto un po’ più basso, piuttosto che passare 10 anni all’università!

  25. @Chiara e Valentina: Ma dipende da che punto di osservazione guardate il mondo!
    Per esempio uno studente pendolare potrebbe avere qualche problema in più per lavorare e studiare… e poi il ceto sociale d’origine non lo considerate? 😀

  26. Per quanto mi riguarda, io sono una studentessa madre di un bambino piccolo. Sarebbe un’ingiustizia penalizzarmi per questo.

    In generale, sono d’accordo con Luca, anche se è vero che il figlio-di-papà può metterci lo stesso tempo dello studente lavoratore nato e cresciuto nel quartiere difficile. Insomma, è un criterio troppo astratto per “giudicare” il candidato. Senza contare che, poi, è molto discutibile l’equazione sottesa : velocità = efficienza.

  27. “Efficienza” nel far cosa? Ritirare ogni mese lo stipendio con il minimo di dispendio… 😀

  28. Si Denise, chi è più veloce è più efficiente, quindi chi cerca solo efficienza opterà per i candidati che sono stati veloci a laurearsi, molti dei quali potranno essere creativi e competenti. Però, con tutto il cuore, spero proprio che esistano anche quelli che non guardano solo all’efficienza, ma anche all’efficacia (sono un pò vago e lo so!)…
    Io sposterei il fuoco dell’attenzione proprio qui: non bisogna confondere l’efficienza con l’efficacia, cosa che si fa spesso e che sta diventando strutturale, in tutti i campi, dal macro al micro.:-|

  29. Anzi, è già strutturale. 😡
    I don’t lose heart! 😉

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