Archivi del mese: maggio 2009

Twitter o Facebook?

Dal Sole 24 Ore di oggi:

TWITTER CAMBIA PELLE E APRIRÀ ALLE AZIENDE

di Mario Platero

CARLSBAD – Ieri a Carlsbad, al settimo convegno D, All Things Digital, il popolo di Internet e dell’Infocom ha reso omaggio ai nuovi eroi della rete, Evan Williams e Biz Stone, i fondatori di Twitter. Per due ragioni, perché hanno dimostrato che la rete può essere sempre travolta da un nuovo fenomeno esplosivo.

E perché hanno rispolverato, proprio oggi, in tempo di crisi, di umile ridimensionamento, il postulato della «valutazione irrazionale» per prodotti Internet rivoluzionari: Twitter ha triplicato il traffico solo negli ultimi mesi, balzando a 34 milioni di visitatori (ma fra i corridoi del Four Season di Carlsbad c’era già chi parlava di 60 milioni), un anno fa aveva appena un milione di visitatori. È ancora nella fase primordiale: ha una struttura di 45 persone inclusi i fondatori, non ha un dollaro di reddito, c’è vaghezza sul “business model”. Ma sulla carta oggi vale lo stesso un miliardo di dollari. A febbraio valeva 250 milioni!

Incontriamo Williams, carino, originario del Nebraska, 37 anni.

È già una celebrità nel settore perché fu lui a lanciare nel 1999 il termine “Blog” e “Blogger”, ai margini del convegno. Con lui, inseparabile c’è Biz Stone, 35 anni, il suo socio (minoritario), più sfuggente e forse un tantino scostante. «Qualche idea ce l’abbiamo: vogliamo creare un traffico più mirato e far capire che attraverso Twitter si può imparare, non è solo uno strumento passivo o limitato che raccoglie in poche parole espressioni di un certo momento apparentemente inutili» dice Williams. «Abbiamo anche in mente il mondo aziendale, dei professionals – aggiunge Stone – non c’è un modello ma ci sono delle idee, forse a produttori di beni al consumo può interessare catturare gusti o sensazioni della loro base di clienti o identificare audience trasversali».

Per chi non fosse completamente al corrente, Twitter fa un balzo in avanti rispetto a Facebook, come Google lo fece su Yahoo!: semplificando, è un microblog, ci si iscrive gratis, ciascuno degli iscritti può inserire un messaggio non più lungo di 140 lettere in risposta alla domanda «cosa stai facendo?». L’iscritto è alle stesso tempo “seguito” o “al seguito”. In apparenza i messaggi sono inutili: «Vado a dormire», «ho appena preso un cappuccino molto buono» e così via.

Ma dietro questa apparente inutilità si mobilita un potente ecosistema fatto di grandi numeri, di preferenze, di gusti e di micro e macroinformazione. Per la micro, si segue un cosa particolarissima, che dire, uno sviluppo di quartiere o un argomento specialistico su cui qualcuno mette in rete informazioni aggiornate. In termini macro significa seguire una celebrità, del giornalismo ad esempio che da opinioni, o dello spettacolo, bypassando agenzie di stampa.

C’è, dunque, se bene organizzato, anche uno straordinario potere informativo. È questo che intendeva Williams quando diceva che su Twitter si può «imparare». Il successo è stato enorme, un anno fa c’erano un milione id iscritti, oggi come abbiamo detto sono 35 milioni – o 60, a seconda dei pareri –. Entro l’anno ci saranno novanta dipendenti e si sta già ridisegnando la “home page”.

L’idea di Twitter e dei Twitts, le minuscule frasi, era venuta a Jack Dorsey, un dipendente di Williams nella sua vecchia società. Dorsey aveva fatto programmi per tassisti e “dispatcher” (centralini di prenotazione), che avevano in continuazione bisogno di sapere dove fosse il traffico in un certo momento. «Perché non farlo per tutti? Mi disse Jack, così abbiamo provato – racconta ancora Williams – e Dorsey e Biz hanno scritto il programma di base in due settimane».

Adesso arriva la parte difficile: tenere il ritmo, fare le alleanze giuste, raccogliere fondi con prudenza. Per ora c’è stato un primo round di venture capital di 20 milioni di dollari e un altro in febbraio per 35 milioni di dollari. La diluzione, dicono fonti, è stata contenuta. Ma adesso ci vuole il modello, poi il testing del modello, poi la Borsa. Quando la crisi sarà già finita, ovviamente.

Mario Platero, Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2009

Chi di bellezza ferisce…

Per continuare la discussione di ieri sulle strade che la comunicazione può prendere per rappresentare il corpo delle donne, degli uomini e le relazioni fra i generi sessuali (non solo maschi e femmine etero, ma tutto il variegato mondo dei generi), propongo un esempio che mi pare interessante.

È l’ultimo spot del tedesco New Yorker, segnalatomi da Aurora. Perché interessante?

Innanzi tutto non è troppo innovativo, perché gioca sulla leva più potente che la comunicazione di massa ha a disposizione: la bellezza del corpo. E su alcuni stereotipi che la bellezza porta con sé (non li anticipo, trovali tu). Dunque è accessibile a tutti, non elitario.

Inoltre, ribalta la valorizzazione positiva del corpo bello e dice: attenzione, se ti concentri troppo su quello, finisce male («Dress for the moment» è il payoff del New Yorker).

Infine, assegna a maschi e femmine lo stesso destino.

Certo, a voler sottilizzare, ci si potrebbe chiedere perché quella fine tocchi proprio a una donna e non a un uomo… Ma insomma, non si può avere tutto. E, come commentava ieri Annamaria Testa, «la pubblicità cambierà dopo che è cambiato tutto il resto. O dopo che avrà cominciato a cambiare, magari grazie a qualche élite. Abbastanza ampia, però».

Sugli stessi temi – con inclusione del mondo gay – anche lo spot del 2007:

E quello del 2006:


TTTLines: fra noia e proteste

La compagnia di navigazione TTTLines lo rifà. Nel 2008 aveva promosso la rotta Napoli-Catania con questa affissione (clic per ingrandire tutte le immagini):

Vesuvio ed Etna

Quest’anno ha scelto la headline «Abbiamo le poppe più famose d’Italia» per presentare i fondoschiena seminudi di alcune turiste che prendono un traghetto. Il formato è gigantesco:

Abbiamo le poppe

Niente di nuovo sotto il sole estivo. Nella pubblicità italiana l’uso di seni e sederi femminili, nudi o seminudi, risale almeno ai primi anni Settanta. Solo che oggi è più frequente. Meno frequente è il tentativo, da parte di gruppi e associazioni femminili o femministe, di scagliarsi contro queste immagini con iniziative come quella di Napoli, quartiere Fuorigrotta:

Protesta Abbiamo le poppe

Non facciamoci illusioni. Queste iniziative sono preziose, ma le persone – donne e uomini – che trovano «divertenti», «simpatiche» e «azzeccate» le similitudini di TTTLines sono più numerose di quelle che se ne sentono offese. Basta farsi un giro in rete per constatarlo. Sentire le chiacchiere in autobus.

Perciò coprire le immagini con striscioni e tasselli non basta. Innanzi tutto attira subito l’accusa di moralismo censorio e limitazione della libertà individuale. Quale libertà? Quella di girare in short e minigonne, naturalmente. Già me li immagino, donne e uomini, ragazzine e ragazzini, tutti a scuotere la testa: «Ma sono rimaste indietro? si scandalizzano per un bel culo?». Oppure: «Non capiscono il gioco, l’ironia? non sono capaci di ridere?». Infine l’acidità peggiore: «Le femministe sono invidiose perché non hanno niente di bello da mostrare».

Dunque, come uscire da questa impasse? Credo che alle manifestazioni di protesta vada aggiunto un lavoro minuzioso e attento sulla comunicazione. Su tutti i media, in tutti gli ambienti, tutti i giorni. Il modo migliore per corrodere la comunicazione è usare le sue stesse regole. Specie se si vogliono raggiungere le masse e ottenere risultati duraturi.

Inventiamo campagne di contro-pubblicità, per esempio. Che siano davvero intelligenti e nuove. Originali. Non ripetitive fino alla noia, tutte seni e sederi. Un po’ quello che su altri fronti fanno gli Adbusters, ma in modo meno intellettualistico di loro, più mirato al grande pubblico.

Ancora più facile: inventiamo campagne che giochino sul corpo maschile. E non mi si obietti che la pubblicità già lo fa, perché esibisce pure corpi maschili. Attenzione: i bei ragazzi della pubblicità – comunque meno delle ragazze – alludono spesso al mondo gay. Ma nessuno gioca su quei corpi come fa TTTLines con le donne. Io invece penso a campagne rivolte a tutti, con questo obiettivo: scherzare col corpo maschile, metterlo alla berlina. Come da sempre si fa con quello delle donne.

Ma invertendo i ruoli, una buona volta.

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NB: questo articolo è uscito oggi su www.zeroviolenzadonne.it, nella sezione Controimmagine.

Nativi o migranti digitali?

Il 16 aprile scorso ho partecipato al convegno «Analogici o digitali? La sfida delle nuove tecnologie nella relazione scolastica e nella costruzione dell’apprendimento».

Il convegno si è svolto presso MEMO (Multicentro Educativo “Sergio Neri”) ed è stato organizzato nell’ambito del Progetto TED, grazie alla spinta propulsiva dell’indomabile Mario Agati, docente di lettere presso il Liceo Carlo Sigonio di Modena, che ho conosciuto tramite il suo blog e ha avuto la gentilezza di invitarmi. 🙂

Sono intervenuti, in ordine di parola:

Adriana Querzé, Assessore all’Istruzione del Comune di Modena

Silvia Facchini, Assessore all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Provincia di Modena

Cristina Bertelli, Dirigente Servizio Istruzione e Integrazione dei Sistemi Formativi della Regione Emilia-Romagna

Mario Agati, Redazione TED

Attilia Lavagno, Docente di Inglese, Liceo San Carlo, Modena

Giovanna Morino, Docente di Informatica, ITI Corni, Modena

Quindi una tavola rotonda, coordinata da Silvia Menabue (Dirigente Scolastico IPSIA Corni, Modena), fra Luigi Guerra (Università di Bologna), Augusto Carli (Università di Modena e Reggio Emilia), Roberto Cubelli (Università di Trento) e me medesima.

La discussione è stata interessante, ricca e persino divertente, soprattutto perché il pubblico, composto di docenti, dirigenti e moltissimi studenti delle superiori, si è lasciato coinvolgere volentieri.

Puoi ascoltare QUI il podcast di tutti i contributi.

Ecco il mio primo intervento (circa 16′), in cui smonto la distinzione fra nativi e migranti digitali, stimolo i ragazzi a parlare di Web 2.0, dei suoi vantaggi e rischi, introduco il problema della privacy.

I limiti del cybersex

Con questo divertente spot – segnalatomi da Aurora – l’olandese InternetSOA mette in evidenza alcuni limiti della ricerca di sesso su Internet.

😀

Bologna, la sinistra, i giovani

Ieri su Repubblica Bologna è uscito – un po’ scorciato per ragioni di spazio – questo mio articolo, col titolo «Diteci anche cosa la sinistra intende fare per gli studenti»:

Condivido la domanda che Grazia Verasani ha fatto su queste pagine qualche giorno fa: «Perché i politici di sinistra non parlano di cultura?».  Condivido i suoi dubbi e la sua amarezza. Ho letto con attenzione la riposta di Andrea De Maria, ma resto perplessa: mi è parsa più descrittiva del passato che propositiva per il futuro. Staremo a vedere.

Alla domanda di Verasani aggiungo questa: «Perché i politici di sinistra non parlano di studenti?». Attenzione però: è una domanda datata, cioè non riguarda solo queste elezioni, ma mi frulla in testa da almeno dieci anni. E purtroppo mi frulla pure la risposta: «Perché la maggior parte di loro non votano».

Ecco il punto: da anni fra la città e gli studenti c’è un muro. O meglio, alla città gli studenti vanno bene finché pagano affitti salati e consumano piadine, pizze e birra nei pub e nelle osterie. Per il resto, i bolognesi tendono sempre più a guardarli con sospetto e fastidio, associandoli al degrado del centro storico, al disordine e al chiasso notturno. Retorica da docente universitaria? No, economia.

Una ricerca svolta in Ateneo circa un anno fa mostrava che, per mantenersi a Bologna, un fuorisede spende in media più di 1000 euro al mese, di cui oltre 600 se ne vanno in vitto, alloggio e spostamenti per e dentro Bologna. Rispetto al 1998 la spesa era cresciuta del 57%, oltre il doppio dell’inflazione. Nell’ultimo anno è arrivata la crisi e gli affitti sono un po’ calati, dicono le agenzie immobiliari (nulla si sa del nero). Ma con la crisi è diminuita pure la capacità di spesa delle famiglie, e la sostanza oggi non cambia.

Risultato: un calo costante di immatricolazioni che risale – se la memoria non mi tradisce – ai primi anni 2000. Certo, è ingiusto responsabilizzare solo la città: anche l’università deve fare autocritica, e infatti alcune discussioni fra i candidati rettore di questi giorni vertono su questo tema.

Ma perché vorrei che anche i candidati sindaco parlassero di studenti? Perché – lo dice la parola stessa – «studiano», cioè consumano, trasformano, producono cultura: come si fa a non pensare a loro quando si parla (se si parla, come chiede Verasani) di cultura? Inoltre gli studenti che arrivano a Bologna da altre città, italiane o straniere, portano idee e prospettive diverse, che la città dovrebbe sapere accogliere e valorizzare al massimo, per rinnovare le proprie. Infine gli studenti sono al momento la risorsa più preziosa che Bologna ha sotto mano per contrastare l’invecchiamento intellettuale, oltre che anagrafico, della sua popolazione.

E poi diciamola tutta: trascurare gli studenti solo «perché non votano» è doppiamente miope. Innanzi tutto, molti potrebbero prima o poi prendere la residenza (una volta lo si faceva spesso, ma oggi?) e diventare elettori. L’attenzione per gli studenti può dunque essere remunerativa a medio e lungo termine; la disattenzione, penalizzante. In secondo luogo, molti studenti sono già bolognesi. Come si catturano i loro voti? E quelli dei loro amici che studiano altrove e votano a Bologna?

Insomma, la disattenzione per gli studenti è sintomatica di una più generale – e grave – disattenzione per i giovani. Inutile ribadire che una città che non punti sui giovani non guarda al futuro. E allora riformulo la domanda: «Cosa propongono i politici di sinistra ai giovani di questa città?».

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NB: trovi QUI una sintesi dell’indagine socio-economica di cui ho parlato.

Bologna e i suoi studenti

Da anni c’è un muro fra Bologna e i suoi studenti. Finché pagano affitti salati (meglio se in nero), birre e piadine al bar, va tutto bene. Ma i bolognesi tendono a guardarli con sospetto, ad associarli a degrado, chiasso, disordine. E se fai un giro per locali, la sera, scopri che gli studenti frequentano posti diversi dai coetanei residenti.

Con questo problema ha fatto i conti Miguel Sal, quando ha deciso di inserire i giovani nella campagna di Flavio Delbono per le amministrative. Doveva dare un’immagine positiva, contrastare i pregiudizi.

Ecco allora un improbabile bacio in piazza Santo Stefano. Perché improbabile? I due ragazzi sono abbigliati come una coppia anni Cinquanta, e guardali bene: gli scappa da ridere. Inoltre, vogliamo dire che le «buone relazioni» sono solo quelle fra coppie eterosessuali? E gli omosessuali? Le diverse razze, etnie?

Poi ci sono i neolaureati con la corona d’alloro: sembrano usciti da una pubblicità del CEPU. Povera università. Colpa del pubblicitario? Ma no, Miguel Sal ha fatto benissimo a rappresentarli così. Non aveva altra strada.

È la rappresentazione dorata e lontana dal mondo che i bolognesi hanno in testa quando pensano ai loro figli: «bravi ragazzi» che non hanno nulla a che fare (per carità!) con il chiasso e il degrado.

Vedrai, agli elettori benpensanti piacerà.

Bacio

Laureati