Archivi del mese: maggio 2009

Gli scrittori e la morte

A completare la riflessione di una settimana fa sul Narcisismo lettarario, estraggo un altro brano da La pazza di casa di Rosa Montero, con cui mi trovo in sintonia:

«Sappiamo che si scrive contro la morte, ma in realtà mi ha sempre sorpreso e divertito l’ansia di eternità che manifestano tanti scrittori. […]

Ed è un’ambizione che non interessa soltanto gli imbecilli. Non sono soltanto gli scrittori più vanitosi, egocentrici e insopportabili che sognano di vedere il proprio nome nelle enciclopedie a diletto e giovamento di generazioni future.

Ho amici letterati stupendi, persone magari un po’ narcisiste ma simpaticissime, che sono accecate dal miraggio de posteri. Fanno subito donazioni della loro corrispondenza a qualche biblioteca, ordinano le loro carte con tanto di date e note a margine in previsione dei futuri biografi, strappano le fotografie in cui non si piacciono, scrivono appunti si diari privati che in realtà sembrano fatti apposta per essere letti in pubblico, un giorno…

Mi affascina questa ansia di permanenza, perché la trovo davvero assurda. Il tempo tutto sminuzza, tutto deforma e tutto cancella, e ci sono autori e autrici importantissimi che si sono perduti per sempre nella memoria del mondo.

Per esempio la meravigliosa George Eliot, per me una-uno dei romanzieri più grandi della storia, è praticamente sconosciuta nel mondo ispanico, e in quello anglosassone, dove è divenuta un classico scolastico, non la legge nessuno. E la Eliot può dirsi fortunata, perché in fin dei conti è entrata nel pantheon letterario ufficiale della lingua più potente del pianeta.

Più triste e molto più comune è il caso di quelle migliaia di scrittori e scrittrici di cui ignoriamo il nome perché le tracce della loro vita e opere sono svanite dalla faccia della Terra.

Questo è il destino che attende quasi tutti noi. Aspirare a qualcosa di diverso è semplicemente ridicolo.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 137-139.)

Insulti dal libro di storia

Marzo 2009.

Silvio Berlusconi dà del «catto-comunista» al segretario del Pd Dario Franceschini, che replica:

«Tecnicamente lui è un clerico-fascista». E aggiunge: «Ho visto che Berlusconi mi ha definito un “catto-comunista”. È una vecchia offesa che veniva usata prima che io nascessi nei confronti dei cattolici progressisti. Magari sarebbe utile che il suo consulente di storia del movimento cattolico gli spiegasse che lui, tecnicamente, è un clerico-fascista».

Maggio 2009.

Nelle dichiarazioni di voto alla Camera sul pacchetto sicurezza appena varato dal governo, Antonio Di Pietro, per criticare il provvedimento, dichiara:

«Questo governo vuole trasformare il nostro Paese in un Paese dell’intolleranza, fascista, razzista, xenofobo, pidduista e per questo noi, prima o poi, riusciremo a mandarlo a casa».

Sembra che facciano appello a chissà quali competenze storiche, ma sono solo insulti più o meno vacui. Come dire: brutto, cattivo, tiè.

Il problema è che i leader dell’opposizione, invece di cercare stili di comunicazione nuovi e argomentazioni stringenti, si limitano – tanto per cambiare – a scimmiottare Berlusconi, che cominciò a dare del «comunista» agli avversari nel 1994.

Per fortuna oggi Berlusconi lo fa meno di allora: ha capito che le cose sono cambiate e non funziona più come una volta. A sinistra invece, pare ci abbiano preso gusto.

Il team di Obama fa lezione al PD

Leggi cosa ci racconta oggi Loredana Lipperini:

«Ieri pomeriggio ho conosciuto Ben Self e Dan Thain. In altre parole: Blue State Digital. In altre parole ancora: coloro che hanno predisposto e realizzato la strategia on line per la campagna elettorale di Barak Obama.

L’occasione era un incontro fra alcune persone che si occupano di/vivono su/scrivono per il web in Italia e chi, nel Partito Democratico, si occupa di/ragiona su/lavora per il web medesimo. È, per la cronaca, il secondo incontro a cui ho preso parte in quel del Nazareno, insieme a un piccolo gruppo di blogger, imprenditori, giornalisti, operatori della rete.

Ed è stata un’occasione molto, molto interessante.

Self e Thain hanno parlato di cose note e no. Hanno precisato…».

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Sapranno, quelli del PD, imparare la lezione dal team di Obama?

Io sono pessimista, purtroppo. C’è troppa strada da fare. Ci vogliono persone nuove, competenti, intelligenti. Ma da troppi anni i bravi e intelligenti sono stati sacrificati dal PD, mai accolti, incoraggiati, promossi.

Con quel gruppo dirigente, come fanno a cambiare strada? Possono al massimo fingere di farlo, radunando esperti, organizzando conferenze e cose analoghe. E strombazzando un po’ in giro di averlo fatto. (Poco però, perché fuori Roma neppure si sa).

Per poi continuare di testa (testa?) loro.

Vita da Facebook 9 – C’è chi finisce in tribunale…

Leggo e riporto dal Sole 24 Ore di ieri.

Ti sei mai trovato/a in una situazione che si avvicina a queste?

FACEBOOK NEL MIRINO: SEMPRE PIU’ CAUSE DI DIFFAMAZIONE

di Marisa Marraffino

Facebook nuovamente sotto tiro. Dopo i filtri delle aziende per bloccare l’accesso ai dipendenti durante l’orario di lavoro, gli appelli del Ministro Brunetta e le accuse di violazione della privacy della Ue, arrivano anche in Italia le prime querele e richieste di risarcimento danni a carico degli utenti del più popolare social network del mondo.

«Facebook non può sottrarsi alle regole del diritto comune – spiega Giuseppe Conte, professore di diritto privato e avvocato esperto di privacy e comunicazioni elettroniche – e gli utenti dei social network non possono invocare la spazialità virtuale quale esimente per le loro affermazioni e i loro comportamenti. La tutela dei beni morali e, più in generale, dei diritti della personalità non viene sospesa nello spazio telematico». Il messaggio è chiaro e le conseguenze non si sono fatte attendere.

Gli episodi
A Molfetta un imprenditore ha querelato un suo ex collaboratore per averlo definito “bastardo” su facebook. A Torino un professore ha denunciato uno studente per averlo iscritto al social network a sua insaputa e per avergli attribuito perversioni imbarazzanti. Mentre a Firenze sono state presentate almeno due querele per diffamazione a mezzo Facebook. E in una scuola superiore di Colle Val d’Elsa una bidella ha chiesto ad otto studenti un risarcimento danni di migliaia di euro per aver creato sul social network un gruppo contro di lei.
Secondo gli esperti, le segnalazioni sono destinate ad aumentare, con utenti, spesso minorenni, costretti a confrontarsi con la legge.

I reati
Il reato in cui più facilmente possono incorrere gli utilizzatori di Facebook è la diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità: le pene possono arrivare fino a tre anni, con possibili risarcimenti danni da migliaia di euro. A configurare il reato, non solo le offese esplicite all’altrui reputazione, ma anche la pubblicazione di foto di amici in atteggiamenti imbarazzanti o qualche battuta di troppo. «Potrebbe integrare il reato di diffamazione anche taggare un amico un po’ ubriaco in un locale equivoco – spiega l’avvocato Riccardo Lottini di Grosseto – in caso di querela non ci si può nemmeno difendere sostenendo che l’amico aveva prestato il consenso a farsi fotografare: l’utilizzo, se lesivo della reputazione, è comunque illecito».

Niente da fare nemmeno per le mogli gelose che, con una falsa identità, tentano di scovare la relazione adulterina del marito. La sostituzione di persona è un reato punito con la reclusione fino ad un anno.
Possibili guai in vista anche per i dipendenti pubblici. Usare facebook sul lavoro potrebbe integrare addirittura il reato di peculato.

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Il marketing del marketing

Per introdurre e posizionare nel mercato un nuovo marchio (servizio, prodotto), occorre anzitutto trovargli un nome (è il cosiddetto naming). Poi, naturalmente, bisogna dotarlo di significato, arricchirlo di suggestioni e emozioni, arredare di situazioni, cose, persone, eventi il mondo in cui il nuovo marchio (servizio, prodotto) andrà a vivere. La comunicazione lavora sull’arricchimento semantico, con tutti i mezzi: spot, affissioni, campagne stampa, testimonial, ospitate televisive e tutto ciò che sappiamo.

Il marketing applica lo stesso metodo a sé, per vendere sempre nuovi corsi di formazione, curricoli accademici, libri, posti in azienda. Ma troppo spesso si limita alla prima parte: l’invenzione di nuove etichette. Sicché, lasciati soli, i nomi muoiono presto. Come le mode.

Grazie a Silvia, ecco un censimento dei tipi di marketing più in voga ora. Ma di sicuro ne sta nascendo un altro mentre leggi. 🙂

(Idea per una tesi triennale: uno studio sistematico sull’origine, il posizionamento, i significati e gli intrecci di tutte queste etichette.)

Anti-Marketing
Authenticity Marketing
Buzz Marketing
Cause Related Marketing
Chrono-marketing
Co-Marketing
Community Marketing
Convergence Marketing
Contextual Marketing
Counter Marketing
Creative Marketing
Cult Marketing
Customer Centric Marketing
Database Marketing
Eco-Marketing
Emotion Marketing
Empowerment Marketing
Entrepreneurial Marketing
Environmental Marketing
Ethnic Marketing
Ethno-marketing
Event Marketing
Expeditionary Marketing
Experience Marketing
Exponential Marketing
Family Marketing
Geo-marketing
Grass Roots Marketing
Green Marketing
Guerrilla Marketing
Holistic Marketing
Interactive Marketing
Knowledge Marketing
Life Event Marketing
Loyalty Marketing
Macro Marketing
Maxi Marketing
Mega Marketing
Micromarketing
Multilevel Marketing
Multi-Sensory Marketing
Network Marketing
Neural Marketing
Niche Marketing
Non Business Marketing
Nostalgia Marketing
Olfactory Marketing
One-to-One Marketing
Permission Marketing
Scarcity Marketing
Sensory Marketing
Situational Marketing
Slow Marketing
Social Marketing
Societal Marketing
Solution Marketing
Stakeholder Marketing
Stealth Marketing
Street Marketing
Sustainable Marketing
Radical Marketing
Real Time Marketing
Relationship Marketing
Retro-marketing
Reverse Marketing
Symbiotic Marketing
Time Based Marketing
Total Relationship Marketing
Trade marketing
Trend Marketing
Tribal Marketing
Turbo Marketing
Undercover Marketing
Value Marketing
Viral Marketing
Yield Marketing

(da B. Cova, A. Giordano, M. Pallera, Marketing non-convenzionale. Viral, guerrilla, tribal e i 10 principi fondamentali del marketing postmoderno, Il Sole 24 Ore Pirola, 2008.)

Narcisismo letterario

Mi sono sempre chiesta perché gli scrittori di narrativa siano in genere affamati di complimenti e si irritino moltissimo se qualcuno li critica. Inoltre, tendono ad affliggere il resto del mondo con insopportabili e continue manifestazioni di narcisismo e autereferenzialità. Soltanto pochi riescono a camuffare questi impulsi. Ma camuffarli non vuol dire che non li provino.

Una analisi del fenomeno si trova ne La pazza di casa, di Rosa Montero:

«Scrivere romanzi è un’attività incredibilmente intima, che ti immerge nel profondo di te stesso e riporta in superficie i tuoi fantasmi occulti. Come fa lo scrittore a non sentirsi fragile, dopo un esibizionismo così esagerato?

A volte penso che pubblicare un romanzo sia come strapparti un pezzo di fegato e posarlo sopra un tavolo davanti al quale passa la gente che commenta spietata: “Ma che brutta frattaglia”, potrebbe dire uno; “Ma guarda che colore orrendo ha, per non parlare della consistenza, è uno schifo”, commenta magari un altro. E tu, che naturalmente ti identifichi con il tuo fegato, ascolti quelle affermazioni e ti senti morire.

A quanto pare (lo racconta Theroux), un giorno Naipaul disse a un intervistatore: “Non posso provare interesse per la gente cui non piace quello che scrivo, perché se non ti piace quello che scrivo mi disprezzi”. È una frase spaventosa nel suo egocentrismo, ma in realtà la capisco… Addirittura credo che si possa provare la tentazione di condividerla, soltanto che ci si corregge, ci si reprime, così come reprimiamo altri impulsi disdicevoli come mettersi le dita nel naso.

Noi scrittori di solito riteniamo che i nostri libri siano migliori di noi, e se qualcuno li disprezza come è possibile che non disprezzi anche te, che sei peggiore delle tue opere? Quando a qualcuno non piacciono i tuoi romanzi, tendi a sentirti rifiutato globalmente come persona.

Perciò Gore Vidal, sempre così lucido e maligno, dice che la migliore lusinga che si possa rivolgere a uno scrittore sia elogiare la sua opera di minore successo. Ecco perché di solito sei stranamente propenso a credere che la gente a cui piace quello che scrivi sia molto intelligente, mentre le persone che mostrano qualche riserva… chi lo sa, magari non sono così sveglie come credevi.

Tutto questo non favorisce la relazione tra scrittori e critici. Nemmeno con quelli bravi, che di certo esistono, anche se sono pochi. Ogni scrittore sogna di incontrare il critico perfetto, quella persona che con rispetto, ammirazione, sensibilità e intelligenza ci segnala gli errori, ci incoraggia affettuosamente e ci esorta a proseguire per il giusto cammino; purtroppo questa creatura singolare appartiene alla leggenda ed è irreale come l’unicorno, ma di sicuro, se anche ci imbattessimo in una persona così, ci sarebbe molto difficile accettare i giudizi negativi.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 100-101.)

Il corpo delle donne. Una domanda

Ho scoperto il documentario «Il corpo delle donne» di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi lunedì 4 maggio a L’infedele. L’ho cercato e ritrovato, la mattina dopo, su www.ilcorpodelledonne.blogspot.com e sul blog di Loredana Lipperini.

«Una riflessione sull’immagine della donna nell’Italia contemporanea, attraverso i volti e i corpi femminili che vediamo ogni giorno nel nostro televisore. Quale è l’immaginario femminile proiettato oggi dalla televisione italiana? Quali sono i modelli femminili di riferimento? Quali verità comunicano? Quali autenticità? Negli anni ’60, Anna Magnani prima del ciak diceva al suo truccatore che stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele”. E oggi?» (da mymovies.it).

Immagini che purtroppo conosciamo. Riflessioni che spesso abbiamo fatto su questo blog. È duro vederle concentrate nei 25 minuti del documentario.

Qui sotto trovi gli estratti andati in onda a L’infedele. Ma ti consiglio di prenderti mezz’ora per vederlo QUI tutto. Fallo anche se non sei una donna, perché queste immagini ci riguardano tutti, a tutte le età e in tutti gli ambienti. E dal documentario non uscirai indenne.

Dopo di che mi (e ti) domando: nel proporre una riflessione critica e appassionata sul modo in cui i media (gli uomini, le stesse donne) trattano il corpo femminile, una riflessione che però non usa solo le parole (come fa un libro, un articolo di giornale) ma si avvale soprattutto di immagini (come fa un documentario), non si rischia di moltiplicare – almeno un po’ e seppure involontariamente – le stesse umiliazioni che si vorrebbero denunciare?

Quel montaggio rapido di bocche, seni, sederi che il documentario mostra, sebbene fatto con altre intenzioni, non finisce per somigliare a tanti altri che vediamo tutti i giorni in tv, con l’aggravante di rendere la rappresentazione ancora più grottesca e feroce?

Insomma mi (e ti) sto chiedendo se, per restituire dignità al corpo delle donne, non vi sia ormai altra soluzione che smettere di fotografarlo e filmarlo.

Sottrarlo allo sguardo.

Spegnere i riflettori.

Una volta per tutte.