Archivi del mese: giugno 2009

Bologna, Firenze, Bari

Tre città, tre sindaci Pd eletti al ballottaggio: Flavio Delbono, Matteo Renzi, Michele Emiliano.

Tre stili di comunicazione personale molto diversi.

Si vede da come sono scesi in piazza il 22 giugno, per esempio: specie mettendoli a confronto, vengono in mente tante cose.

Un po’ ne avevo già parlato QUI e QUI.

Tu che ne dici?

(Io dico che, a guardare i video, viene voglia di trasferirsi a Bari… :-D)

Flavio Delbono (festa in piazza Maggiore, Bologna)


Matteo Renzi (festa in piazza Santissima Annunziata, Firenze)

Michele Emiliano (festa in piazza della Prefettura, Bari)


I miei dubbi su Debora Serracchiani 2

Avevo già espresso qualche dubbio QUI.

Ma continuo a osservarla speranzosa, perché rispetto i voti che ha ottenuto e gli entusiasmi che suscita.

Eppure il suo discorso all’incontro organizzato dai giovani del PD, il 27 giugno al Lingotto (QUI una sintesi su La Stampa), mi ha delusa un’altra volta. Molto.

Intanto l’esordio: «Alzi la mano chi non ha telefonato o scritto a Debora Serracchiani in questi giorni». Ma come? Si è già montata la testa? O ha bisogno di conferme e cerca l’ovazione con i trucchetti? (E infatti non arriva.)

Ma la delusione peggiore è il vuoto che segue.

Chiede «un modello culturale che sia alternativo a quello della destra», ma si limita a sciorinare tautologie, traducendo l’agognata «alternativa» ora in «rinnovamento», ora in «diversità», senza mai spiegare in cosa tutto ciò consista. (E sempre prendendo la destra come polo negativo di riferimento: il solito – ancora! – elefante di Lakoff.)

Dice «non abbiamo bisogno di un capo, di una figura salvifica, del messia», ma poi chiede che «qualcuno di quelli che c’è… non dico si faccia da parte, ma accetti, si assuma la responsabilità di un patto generazionale e dica: “Vi aiuto a venire qui”».

Non un messia, dunque, ma un padre per le nuove (?) generazioni del PD, che in questo momento Debora simboleggia. Perché i cosiddetti giovani – assicura – «hanno solo bisogno che qualcuno gli dia una mano a crescere», per costruire quello che lei chiama un «partito adulto».

Poveri piccoli. Povero bimbo PD.

Ripete che ci vogliono contenuti, risposte, soluzioni («Vi faccio un appello perché credo che ci stiamo fermando alle persone, ci stiamo fermando alle idee, non stiamo andando ai contenuti, non stiamo andando alle risposte»), ma lei per prima non ne dà. In dieci minuti di discorso.

Sarà perché ha calcolato male i tempi? A un certo punto infatti le dicono di stringere, e lei chiude con un indecoroso: «Volevo dirvi qualcosa che tutti vi aspettate che vi dica, ma evidentemente non ve lo dico oggi.»

Sarà per la prossima volta?


Obama che ascolta

Sia Barack Obama che la White House hanno un account su Flickr. Ci trovi decine di servizi fotografici su diversi momenti della vita pubblica e (presuntamente) privata di Obama.

Non ce n’è uno fuori posto, casuale, sbagliato. Si nota una grande cura dei dettagli, e un’attenzione spasmodica per la coerenza di ogni foto con l’immagine complessiva del presidente.

Fra le foto più recenti nel profilo della White House, mi hanno colpito queste.

Mostrano Obama assorto e silenzioso. Pare concentrato a capire cosa gli stiano dicendo (e spiegando con le mani) i collaboratori.

È quanto di meglio si possa desiderare da un leader: la capacità di ascoltare gli altri e di lavorare in staff (fa’ clic per ingrandirle).

Obama che ascolta1

Obama che ascolta2

President Barack Obama listens to a point being made in a meeting with senior advisors in the Oval Office, June 9, 2009. (Official White House Photo by Pete Souza)

This official White House photograph is being made available for publication by news organizations and/or for personal use printing by the subject(s) of the photograph. The photograph may not be manipulated in any way or used in materials, advertisements, products, or promotions that in any way suggest approval or endorsement of the President, the First Family, or the White House.

«C’è Delbono a Bologna». E infatti c’è

Su Repubblica Bologna è uscito oggi questo mio commento, col titolo «Ha perso l’immagine di una città inquietante»:

Per chi lavora nella comunicazione, commentare l’esito delle elezioni bolognesi è fin troppo facile: sono andati al ballottaggio i due candidati che hanno comunicato «di più»; ha vinto chi ha comunicato «meglio».

Nessuna sorpresa, anzi: una conferma ulteriore – se mai ce ne fosse bisogno – che la comunicazione gioca un ruolo imprescindibile anche nella politica locale, come in quella nazionale e internazionale; che oggi le campagne elettorali servono soprattutto a costruire un’immagine credibile dei candidati, e meno a discutere i programmi; una conferma, infine, che alla maggior parte dei cittadini sta bene così, perché il tempo (e la voglia) di approfondire i programmi non ce l’hanno, neppure se si tratta del quartiere in cui vivono.

Ma vediamo in che senso «di più» e «meglio». Spiegare il «di più» è quasi banale: chiunque, girando per Bologna nei mesi scorsi, ha notato che le affissioni, le sedi, le attività a sostegno di Delbono e Cazzola erano molto più numerose di quelle degli altri candidati. Nella comunicazione la quantità conta moltissimo, e d’altra parte è ovvio: se nessuno o pochi ti conoscono, puoi anche avere buone idee e persino una buona immagine, ma non hai speranza.

Riassumere il «meglio» comunicativo per cui ha vinto Delbono non è facile in poco spazio. Dirò solo tre cose. Dopo una falsa partenza, con manifesti non memorabili e discorsi freddi e professorali, Delbono si è affidato a uno dei migliori professionisti di Bologna, Miguel Sal. Anche Cazzola e altri candidati hanno coinvolto bravi professionisti, ma la differenza di Sal è stata netta.

Innanzi tutto era azzeccato lo slogan. Su «C’è Delbono a Bologna» alcuni hanno storto il naso, considerandolo un giochetto, un’invenzione poco originale. In realtà – come ho già commentato su queste pagine [QUI anche sul blog] – era l’unico slogan non trasferibile ad altri, perché costruito sul cognome del candidato. Inoltre si adattava con poco sforzo alle più svariate situazioni – il buon senso, il buon vivere, le buone relazioni – e si prestava a entrare nei commenti da bar e nelle battute ironiche, a favore o contro che fossero. Entrava in testa, insomma.

Ma l’idea migliore della campagna di Delbono è stata mettere in secondo piano, da un certo momento in poi, il candidato, per proporre ai bolognesi gli stereotipi positivi e nostalgici in cui più amano riconoscersi: la sfoglina, la Ducati, i bravi ragazzi che si laureano, la nonna con la nipotina, l’aperitivo in centro. Una Bologna ricca e paciosa, a cui nessun bolognese più crede, ma che tutti vogliono sentirsi raccontare. Un gioco di specchi vincente per dormire sonni tranquilli.

È un po’ questa la chiave per capire come mai l’attacco personale che Cazzola ha sferrato a Delbono, una settimana prima del ballottaggio, ha danneggiato più l’attaccante che l’attaccato. Non lo dico col senno di poi: i numeri di una vittoria possono essere variamente interpretati, e difatti in questi giorni le interpretazioni si sprecano.

Lo dico perché la vittoria di Delbono era già chiara mesi fa, e lo è stata a maggior ragione dopo il primo turno, se pensiamo al gioco di specchi che la sua campagna ha costruito. Cazzola ha raccontato una Bologna inquietante, fatta di invettive, cazzotti e veleni fra ex fidanzati; Delbono ha raccontato il buon senso e la buona amministrazione, rassicurando i più: come potevano esserci dubbi?

E poi si sa: ai bolognesi piace parlar male della città, ma guai se qualcuno gliela tocca. Cazzola lo ha fatto e mal gliene ha incolto.

Se Sharon Stone avesse le rughe di George Clooney

Ho trovato sul blog Il corpo delle donne, di Lorella Zanardo, un post che ti rilancio:

«Qualche giorno fa Giampiero, carissimo amico, mi diceva che a suo avviso le donne invecchiano peggio degli uomini. Cercavo di spiegargli che non è così, anzi. Le donne si tengono di più, sono a volte meno pigre, si curano, fanno ginnastica… Non lo convincevo.

Poi ho capito.

Ho capito che quello che lui intendeva stava dentro il suo sguardo.

Noi tutti ci guardiamo l’un l’altro partendo da pre-concetti ben radicati in noi che agiscono a livello subliminale, di cui non ci rendiamo conto e che spesso ci sono stati tramandati da generazioni.

George è nato il 6 maggio 1961.

clooney

Sharon è nata il 10 marzo 1958.

Sharonstone

Sharon Stone ha 51 anni.

È unanimemente giudicata una donna bellissima.

George Clooney ne ha 48.

È unanimemente giudicato un uomo bellissimo.

Possiamo affermare che il mio amico Giampiero ha torto?

Apparentemente sì.

Sharon non ha le rughe naso-labiali profonde.

clooney naso

E non ha nemmeno le rughe profonde di George sulla fronte.

clooney fronte

Qualcuno però potrebbe obbiettare che forse la Stone nella foto sopra non appare al naturale, mentre Clooney sì.

Facciamo dunque un esperimento.

Con Photoshop abbiamo disegnato le rughe di Clooney sul volto di Sharon.

USA/

Com’è Sharon ora?

È ancora bella ?

È meno bella?

Prendiamoci un po’ di tempo per favore…

Come è cambiata la nostra percezione della Stone?

Cosa è cambiato?

Probabilmente la Sharon al naturale, senza ritocchi, è oggi pressappoco così.

Però, come dice Giampiero, se fosse così, vorrebbe dire che invecchia “male”.

George con le sue belle rughe, invece, invecchia bene.

Perché?

Un tempo si sarebbe risposto perche le donne sono fatte per fare figli, perdono di attrattiva quando non sono piu fertili.

Ma ora?

Da anni l’accoppiamento non è più legato unicamente alla riproduzione.

È veramente meno attraente una bella donna con le rughe?

O siamo vittime di un pre-concetto?

Le rughe in un uomo piacciono, si dice, perché comunicano esperienza, vita vissuta, saggezza, protezione.

Anche in una donna.

Il pre-concetto ci impedisce di vedere ciò che probabilmente è già realtà.

Forse è ora di indossare nuovi occhi.»

Lorella Zanardo, Il corpo delle donne

Bologna. La gioia (?) di Delbono

A Bologna Flavio Delbono, candidato sindaco del Pd, ha vinto al ballottaggio con il 60.7% dei consensi. Il suo rivale Alfredo Cazzola, sostenuto dal Pdl, si è fermato al 39.2%.

A Bologna il Pd è andato meglio che a Firenze (dove Renzi ha vinto con il 59,9%), meglio che a Ferrara (dove Tagliani ha vinto con il 56,82%) e Bari (dove Emiliano ha vinto con il 59,8%).

Buona anche l’affluenza alle urne: il 62,2% a Bologna, di poco superata da Ferrara, con il 62,45%, ma sopra Firenze, ferma al 58,92%, e Bari, al 60,02%.

C’è da stare allegri insomma, specie se si considera la disfatta del Pd sul fronte europeo. Non a caso Repubblica ha intitolato «La gioia di Delbono» le prime parole che il sindaco neoeletto ha rivolto ai cittadini.

Ma a guardare il video gela la schiena: parole lette su un foglio, sguardo basso, faccia scura e mai sorridente. Roba che fa rimpiangere la ben nota freddezza di Cofferati.

Vale la pena ricordare che gli studi sulla comunicazione non verbale mostrano che, nel caso di contraddizioni fra ciò che una persona dice e ciò che manifesta con la faccia e il corpo, gli interlocutori credono molto più alla faccia e al corpo che alle parole. Pare addirittura che i segnali non verbali abbiano in questo senso una efficacia 5 volte superiore a quella del linguaggio verbale.

Spero sia stata l’emozione. O l’amarezza degli ultimi giorni di campagna elettorale – come lo stesso Delbono dice – con il gossip e le allusioni pesanti sulla sua vita personale.

Ma così non si parla ai cittadini che ti hanno appena eletto. Così non si festeggia.

Il secolo dei media

Ho appena finito di leggere Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie di Peppino Ortoleva, uscito a gennaio per Il Saggiatore. È innanzi tutto un libro di storia, che ricostruisce l’origine novecentesca di due caratteristiche fondamentali del mondo mediatico contemporaneo: la moltiplicazione illimitata degli strumenti di comunicazione, dei messaggi, dei loro emittenti e riceventi, la crescente dipendenza individuale e collettiva dalle reti.

Copertina Il secolo dei media

Ma il libro Peppino è molto di più, perché contiene sorprendenti e acute osservazioni su tantissimi fenomeni odierni, dalla diffusione della pornografia negli ultimi quarant’anni (a cui sono dedicati i tre capitoli centrali, che da soli meritano l’acquisto del libro) al declino del giuramento, dalla passione collettiva per gli sport di massa alla diffusione della musica leggera, che fa da colonna sonora a quasi tutti i momenti della nostra vita, dallo svago al lavoro.

È insomma una lettura imprescindibile per chiunque si occupi di media, nuovi media e comunicazione. Ci tornerò sopra diverse volte, prevedo.

Ti propongo qui uno stralcio sul difficile rapporto che la cultura occidentale intrattiene con quello che Sigmund Freud chiamava il «lavoro del lutto». Un tema delicato e dolente, che tutti tendiamo a dimenticare perché riguarda il principale tabù del nostro mondo: la morte.

«[…] il processo di deritualizzazione dei grandi momenti e passaggi della vita umana, e del cordoglio in particolare, è uno dei frutti più vistosi dell’affermarsi dei modelli individualistici di vita personale e di comunicazione interpersonale.

Tali modelli vietano, in nome dell’imperativo generalizzato della sincerità e dell’«autenticità» individuale, comportamenti troppo rigidamente cerimoniali (come quelli che contraddistinguevano la partecipazione ai riti del lutto di molte persone affettivamente poco coinvolte ma socialmente obbligate alla presenza), ma d’altra parte rendono raro e difficile il crearsi di livelli di affettività sufficientemente intima da consentire una partecipazione personale realmente sincera al lutto se non da parte di pochissimi parenti e amici.

Il risultato è il generale rarefarsi «per imbarazzo» delle comunicazioni verso le persone in lutto proprio nel momento in cui ve ne sarebbe maggiore bisogno, e la necessità di ricorrere, per chi è colpito da questi eventi tragici quanto inevitabili in ogni biografia, o alle competenze acquisite attraverso i media, o alla terapia.»

(Peppino Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore, Milano, 2009, pp. 64-65).

Avrò il piacere di presentare il libro, assieme all’autore e a Roberto Grandi, Elena Lamberti e Guglielmo Pescatore, presso la Libreria Coop Ambasciatori di Bologna, mercoledì 24 giugno alle ore 18.00. Scarica QUI l’invito.