Obama, we love you

Ho ascoltato con molta attenzione il discorso di Barack Obama all’Università del Cairo. «We love you», gli hanno gridato gli studenti. «Thank you», ha risposto semplicemente. Chi non avrebbe voluto unirsi all’ovazione?

Sappiamo tutti che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e che molti saranno gli ostacoli che Obama incontrerà sulla sua strada. Molti i passi falsi che potrà fare. Tuttavia il discorso era perfetto. Personale, ma storicamente fondato. Ecumenico, ma duro contro il terrorismo e gli estremismi. Equilibrato sulla questione israelo-palestinese. Emozionante.

Stralcio i passaggi che mi hanno colpita di più. (Non sono gli unici, ma l’alternativa era copiare l’intero discorso.)

Il richiamo continuo all’esperienza personale, volto a conferire autenticità al discorso:

«In parte, le mie opinioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre proveniva dal Kenya e aveva una famiglia che per generazioni intere era stata musulmana. Quando ero piccolo ho passato molti anni in Indonesia, e ascoltavo sempre al chiarore delle prime luci dell’alba e al calare delle tenebre la chiamata dell’azaan. Da giovane ho poi prestato servizio in alcune comunità di Chicago presso le quali molte persone trovavano dignità e tranquillità interiore nella loro fede musulmana.»

La battaglia contro gli stereotipi:

«La mia esperienza ispira la mia opinione che un rapporto tra America e Islam deve basarsi su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è. Credo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti battermi contro ogni stereotipo negativo dell’Islam, ovunque esso si manifesti.

Questo stesso principio deve applicarsi però anche alla percezione dell’America da parte dei musulmani: proprio come i musulmani non rientrano tutti in un generico stereotipo, così l’America non rientra in quel generico stereotipo di impero interessato solo al proprio vantaggio.»

Il mondo globalizzato, ovvero siamo tutti nella stessa barca:

«Abbiamo scoperto da poco che quando un sistema finanziario si indebolisce in una nazione, ne soffre la prosperità di tutte; che quando una nuova malattia contagia un uomo solo, tutti gli uomini sono in pericolo; quando una nazione vuole procurarsi una bomba atomica, il rischio di attacchi nucleari si moltiplica per tutte le nazioni; quando violenti estremisti agiscono in una striscia montagnosa lontana, la gente è a rischio anche al di là degli oceani; e quando degli innocenti disarmati sono sterminati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne infangata. Questo significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta.»

La democrazia non si impone:

«So che negli ultimi anni ci sono state molte polemiche su come debba essere incentivata la democrazia e molte di esse sono da rapportare alla guerra in Iraq. Sarò chiaro: nessun sistema di governo può o deve mai essere imposto da una nazione a un’altra. Questo non vuol dire, chiaramente, che il mio impegno nei confronti dei governi che riflettono il volere dei loro popoli è minore. Ciascuna nazione dà vita a questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni del suo popolo: l’America non pretende di sapere che cosa sia meglio per ogni nazione, così come noi non condizionerebbe mai il risultato di elezioni regolari e pacifiche.»

La libertà di religione:

«Il quinto argomento che vorrei affrontassimo tutti insieme è la libertà di religione: l’Islam è fiera della propria tradizione di tolleranza, constatabile nella storia dell’Andalusia e di Cordoba ai tempi dell’Inquisizione. Da bambino in Indonesia ho visto io stesso che i cristiani erano liberi di esercitare la loro pratica religiosa in un paese a stragrande maggioranza musulmana. È questo lo spirito che deve animarci anche oggi: gli uomini di tutti i paesi devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione, la loro anima, il loro cuore. La tolleranza è fondamentale perché la religione possa crescere, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

In alcuni musulmani c’è la preoccupante tendenza a quantificare la propria fede in misura proporzionale al respingimento di tutte le altre.»

I diritti delle donne:

«Il sesto problema di cui vorrei ci occupassimo tutti insieme riguarda le donne e i diritti delle donne: si discute molto di questo e per quanto mi riguarda respingo l’opinione di chi in Occidente pensa che se una donna sceglie di velarsi i capelli sia in qualche modo “meno uguale”.

So tuttavia con certezza che negare alle donne la possibilità di istruirsi significa sicuramente privare le donne di uguaglianza: non è casuale che i Paesi nei quali le donne possono studiare hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Su questo punto non vorrei ci fossero dubbi: la questione dell’eguaglianza delle donne non concerne l’Islam, tanto è vero che in Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia e in altri paesi a maggioranza musulmana hanno eletto al governo una donna. Ma la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua anche nella quotidianità americana e in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare alle nostre società un contributo uguale a quello dei nostri figli, e la nostra comune ricchezza si avvantaggerà consentendo a tutti gli esseri umani, uomini o donne che siano, di raggiungere il loro potenziale umano. Non penso che una donna per essere considerata uguale a un uomo debba prendere le medesime decisioni, e rispetto tutte le donne che nel mondo scelgono di vivere assolvendo ai loro compiti tradizionali. In ogni caso questa dovrebbe essere sempre e comunque una loro scelta.

Gli Stati Uniti si assoceranno a qualsiasi paese a maggioranza musulmana che intenda sostenere il diritto delle bambine ad accedere all’istruzione, e voglia aiutare le giovani a cercarsi o crearsi un’occupazione tramite il microcredito,che tanto aiuta a realizzare i propri sogni.»

L’appello finale ai giovani, contro gli scettici e gli “ancorati al passato”:

«Molte persone – musulmane e non musulmane – mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio: alcune sono impazienti di fomentare le divisioni, e intralciare in ogni modo il progresso. Alcune lasciano capire che è tutto inutile perché siamo predestinati a non andare d’accordo, e le civiltà sono predestinate a scontrarsi. Molte altre sono semplicemente scettiche, dubitano che un cambiamento possa mai aver luogo.

Ci sono paura e diffidenza: se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, di sicuro non potremo mai fare passi avanti. Lo voglio dire con particolare chiarezza ai giovani di ogni religione e di ogni Paese: voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare il mondo

QUI la traduzione del Sole 24 Ore, da cui ho tratto i vari passaggi.

QUI la traduzione e il testo originale riportati da Repubblica.

QUI il video del discorso sul sito della White House.

3 risposte a “Obama, we love you

  1. A me ha impressionato molto (e molto bene) l’insistenza sul sesto punto, quello relativo alla questione femminile. Il giorno prima in Arabia Saudita faceva un certo senso vedere l’accoglienza riservata a Obama da tutti quegli uomini, senza nemmeno una presenza femminile. Ecco, credo che la sua risposta sia stata davvero importante. Anche tutto il resto, sia chiaro; ma questo aspetto non è per niente secondario, a mio parere.

  2. Ciao Giovanna,
    Salve a tutti,

    io ho anche apprezzato, dal solo punto di vista della comunicazione:
    espresso in un inglese US davvero semplice, non banale ma privo di orpelli, che davvero qualunque ascoltatore di lingua principale diversa può comprendere.

    Sto facendo il CPE (a proposito: qualche bazza?! Grazie in anticipo!) ma Obama dimostra come i buoni discorsi prescindano dalla ricercatezza stilistica, proprio come un’architettura bella e funzionale si può ottenere con tecnologie e materiali ordinari.

    A presto,

    V

  3. Già proprio parenti!
    Tu hai trovato un’altra chiave di lettura molto interessante: quella del coinvolgimento personale.
    Secondo me Obama non è fuffa, come si legge da qualche parte in giro, ma ne riparleremo.

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