Perché non mi piace il revival di Berlinguer, di Vittorio Zambardino

Il 12 giugno Vittorio Zambardino ha postato questa nota su Facebook.

La copio e incollo qui, perché mi pare un’opinione molto interessante da condividere e discutere. Inoltre, è basata sulla testimonianza diretta dell’eccellente professionista che è Zambardino. Che preferisce dire cose anche spiacevoli e controcorrente, pur di mantenere lucidità e evitare ipocrisie.

Grazie, Vittorio.

«Ho scritto su Facebook questo “stato”: “Detto da uno che nel Pci di Berlinguer ci è stato e ha lavorato, questo ritorno di mito è privo di ogni fondamento e, come tutti i miti, è “ignorante” dei dati di realtà. Alla larga”.

Giustamente qualcuno che non è d’accordo mi ha chiesto di motivare l’affermazione. In questi giorni ho un po’ il tempo contato, quindi cercherò di dire saltando alcuni passaggi. E magari viene una cosa lunga lo stesso.

Non ho alcun “pentimento” di essere stato nel Pci. Ci sono rimasto 14 anni, è stata di fatto l’esperienza più formativa della mia gioventù. È stata una grande scuola, il Pci. Un giorno dei primi anni ’80, molto prima di tanti ex di successo, capii di non essere più comunista. Ma non ho fatto di questo una professione. Semplicemente decisi di fare un’altra vita, ho fatto “perfino” e con gioia il giornalista sportivo (se poi sono stato comunista davvero: essere comunisti significava una serie di cose che io, e tantissimi altri della mia generazione, non eravamo… Pajetta era comunista, per dire).

Oggi sento anche dei ragazzi, che allora erano bambini o addirittura non nati, che “rimpiangono” Berlinguer. Chiariamo una cosa, qui per brevità salto tutto il bene che si potrebbe dire di quest’uomo e del partito da lui diretto. Qui mi interessa dire perché secondo me è sbagliato prenderlo oggi a modello di una sinistra da rigenerare. Argomentare perché come padre fondatore non esiste. Ma resta che fu un grande leader. Il problema non è nemmeno personale, il mio interlocutore è il Pci di quegli anni, i miei anni.

Berlinguer non può essere il riferimento di una sinistra vincente e moderna (ma poi che è una sinistra? Non lo so, io voto radicale… ) perché :

1) Non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell’epoca D’Alema alla Fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell’epopea orale.

Il Pci di Berlinguer cercò di evitare fino all’ultimo i referendum su divorzio e aborto e su queste questioni, come su altre, era prudente, cauto, conservatore. Ma ebbe la buona sorte di essere travolto dal movimento delle donne, che lo aiutarono a vincere le sue tentazioni antiche.

2) Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e “popolo” (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la Dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c’era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.

3) Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e “persecutoria”. La sua gestione del sequestro Moro contribuì – ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede – alla morte di quell’uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente “dipietrista” – non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. È una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall’idea che in Italia vi fosse una “reazione”, alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato.

4) Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L’ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di “unità nazionale” era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma ecco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì.

5) Lo confesso, condivido l’analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell’italia post fascista. Non fatevi obnubilare dall’incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari): e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche – e lo dico con grande prudenza – un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l’emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di “pratiche” sostanziali non corrette.

6) Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. È vero che eravamo gente onesta e rigorosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.

Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il Pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il Pci di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che “si dovesse” far così.

Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l’idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.

Da ultimo c’è la questione dei soldi dell’urss, ma non l’ho mai considerata più grave di quanto fosse il fatto che la dc prendesse i soldi degli americani. Era la guerra fredda, continuò fino al muro che cadde. Ma fu grave non rompere prima, fu grave essere così cauti nel denunciare l’urss per quello che era, un regime totalitario e assolutistico, nemico della libertà umana.

E però per me era più grave il carnaio che i giornalisti di sinistra facevano a ogni ondata di assunzioni in rai per aggiudicarsi i favori del partito. Non lo dico con moralismo, avessero assunto me, all’epoca, ci sarei andato. Ma era grave lo stesso.

7) Il Pci di Berlinguer approvò con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Non basta?

Non avevamo le mani pulite. E il fatto che altri facessero bottino più grande del nostro, che fosse ladri in modo sistematico e per fini personali, cosa che da noi era condannata in modo esplicito, non cambiava di molto le cose. Ci faceva solo più ipocriti.

No, Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice.»

23 risposte a “Perché non mi piace il revival di Berlinguer, di Vittorio Zambardino

  1. Col PCI di Berlinguer non avremmo mai avuto le manpower e le leggi sul precariato: Zambardino se lo dimentica, e del resto della “legge Biagi” e dintorni non parla più nessuno, è stata accettata come una cosa normale e naturale, come se si fosse sempre fatto così.
    Posso dire una cosa, con simpatia e senza voler fare attacchi diretti? In questo Paese c’è tanta gente che fa i turni di notte, come alla Thyssen, magari da 20-30 anni; che si alza alle quattro del mattino per andare a lavorare… non mi sembra che questa esperienza faccia parte del curriculum di Zambardino. Se ci avesse provato, forse guarderebbe con più simpatia alla nostra classe dirigente di quegli anni.

  2. Le argomentazioni di Zambardino sono insolitamente puerili, confutarle sarebbe un gioco da ragazzi e basterebbe mostrare che la maggior parte delle sue valutazioni sono controfattuali, attribuzioni di un modus pensandi contemporaneo ad un uomo che è morto un quarto di secolo fa quando il costume e il clima culturale era diversissimo.
    Zambardino giunge a conclusioni giuste (inutile guardare indietro alla ricerca di un Pater, per capire chi si è) ma per motivazioni sbagliate.
    Però una stoccata non gliela nego affatto perché se la merita. E la formulo con le parole di Eco.

    “Non c’è niente di peggio dei preti spretati. Guardatevi dai comunisti delusi, ma dovevate guardarvene anche quando erano illusi, perché vivevano da fascisti il loro comunismo senza sorriso”
    U. Eco (1979, Sette anni di desiderio)

  3. Alla morte di Berlinguer avevo 9 anni quindi non è un personaggio che abbia conosciuto nella mia maturità. Però non occorre essere Sallustio per conoscere Cesare – altrimenti Sallustio non avrebbe mai scritto nulla.
    Il problema di Zambardino consiste nel giudicare l’uomo attraverso una metonimia e una sineddoche. Berlinguer sta per il PCI nella sua interezza. Punto. Quindi non si capisce quanto il giornalista critichi l’uomo Berlinguer, la linea politica, la leadership o il tesserato al partito. La dimensione statistica non è contemplata, da qui le facili generalizzazioni per cui il PCI equivale di volta in volta l’epitome del singolo comportmento vistuoso o di quello delinquenziale.
    Prendiamo – e il discorso varrà per tutte le altre – la frase: “E sopratttuto il Pci di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che “si dovesse” far così. Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l’idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.”

    Diamo la parola al Berlinguer dell’intervista a Scalfari (1981) che si può trovare nell’imperdibile “il ritorno del Principe ” (ed. Chiarelettere, 2008) del PM Roberto Scarpinato. Si scusi la lunghezza:

    “Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
    […]I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

    Scalfari:”Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.”

    La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.”

    Mi pare quindi che al massimo si possa imputare all’uomo la mancata trasformazione dei suoi militanti. Una storia di impotenza ma non mi appare di duplice morale.

  4. Secondo me la questione così come è affrontata da Zambardino è mal posta.
    Innanzitutto mi pare ci sia una contraddizione di fondo: se vuole analizzare gli aspetti negativi di Berlinguer e del Pci è un discorso, anche molto utile per sfatare miti e chiarire molte questioni. Ma se si tratta di stabilire se Berlinguer sia un modello o meno per la sinistra attuale (sempre ammesso che il bisogno di un pantheon sia un problema reale, e non credo), allora bisogna considerare il suo operato nel complesso. Berlinguer ha fatto qualcosa di buono? Zambardino sostiene di sì, però dice “qui per brevità salto tutto il bene che si potrebbe dire di quest’uomo e del partito da lui diretto”, per dire invece i motivi per cui non può essere un modello. Ma così non va bene, non si può giustificare un no escludendo a priori gli argomenti del sì. O meglio, se si vuole si può fare, ma sempre con il presupposto che si tratterà di una posizione molto parziale.
    Ma a parte questo, dicevo che la questione è malposta per un altro motivo: anche dando per scontato che l’attività di Berlinguer sia piena di contraddizioni o di ipocrisie, la lezione in sé della questione morale è valida oggi oppure no? Offre una agenda d’azione valida per la sinistra attuale oppure no? Se si vuole dare concretezza a un modello, è a questo che si deve guardare: Berlinguer può aver predicato bene e razzolato male, ma se la predica era ed è buona, non la si può escludere solo a causa dell’imperfezione dell’uomo.

  5. Secondo me lo spunto di Zambardino sul tema della doppia morale è interessante. Non tanto perchè si tratti di moraleggiare a nostra volta sulla doppia morale (e mi sembra che ci caschi anche Zambardino) quanto perchè ci si potrebbe/dovrebbe domandare come mai essa ha così ben attecchito nella nostra cultura. La doppia morale ha qualcosa di gesuitico e machiavellico insieme, e mi ricordo in parte la dottrina della doppia verità.

    Più che predicare bene e razzolare male è tipico della cultura politica italiana, e ciò ha accomunato totalmente Dc e Pc ora uniti nel Pd, interpretare la politica come lottizzazione con una sorta di riduzione ontologica di stampo nominalistico per cui la gestione del potere si riduce alle poltrone che verranno occupate dai potenti (e mi ricorda in qualche modo la democrazia delle sedie di cui ha parlato il “saggio” Gheddafi).
    Se a livello di gestione del potere, a livello pubblico si può far sfoggio di moralità, a livello di acquisizione effettiva del potere, con spirito machiavellico, si sospende la moralità per far spazio alla lottizzazione e alla spartizione degli scranni. Per cui, nel politico, possono tranquillamente convivere questi 2 aspetti, perchè solo il primo è soggetto a morale, non il secondo. Sono come 2 etiche, due morali, che tranquillamente convivono. Sarebbe interssante un’indagine più approfondita in questa direzione

  6. Ragazzi, apprezzo sempre molto i vostri commenti: documentati e pacati anche quando duri e critici, come in questo caso.

    Ciò che mi ha colpito dell’intervento di Vittorio è un po’ la questione – come osserva anche replicant – della doppia morale (anche se è pur vero ciò che dice Ugo), un po’ il suo contrapporsi a facili idealizzazioni, come per dire: la vogliamo smettere con la nostalgia acritica? Non serve certo a individuare nuovi leader e promuovere nuove idee.

    La sua nota su fb ha suscitato quasi una 70ina di commenti: è chiaro che, omettendo i cosiddetti “aspetti positivi” della figura di Berlinguer (come lui stesso riconosce), Zambardino non poteva che accendere la discussione. Un po’ quello che dice anghelos.

    Però meglio accese discussioni, che adesioni acritiche, inconsapevoli e ignoranti di certi fatti.

    Grazie a tutti: come al solito imparo (anche) da voi.

  7. Io sono del tutto d’accordo con quello che dice Anghelos. Omettendo i tratti positivi della figura di Berlinguer la ricostruzione che ne esce è molto parziale. Se facessimo leggere questo pezzo a uno che non sa nulla di Berlinguer sicuramente se ne farebbe un’idea piuttosto distorta. Però l’idea di fondo mi sembra giusta: ispirarsi a modelli del passato per reinventare il presente, purtroppo, o per fortuna, non funziona quasi mai.

  8. Queste discussioni, così impostate, a me fanno sempre venire in mente questa scena: una balena enorme arenata in spiaggia, e tutti a dire la loro, tirando in ballo etica, filosofia, letteratura… C’è solo una ragazza che dice: dovremo portar via la balena o scappare via tutti, perché qui tra un po’ non si potrà nemmeno più respirare.
    Il film era di Marco Ferreri, e ricordo Ferreri stesso che diceva che quello della ragazza era il suo parere, e cioè che quella ragazza era l’unica che aveva capito quale era il vero problema. Il vero problema è la crisi economica, sempre più persone precarie o senza lavoro: una bomba che potrebbe esplodere, ma – come vedo da quel che dice Zambardino e dai commenti qui sopra – sembra che non importi molto a nessuno, e che si preferisca parlare d’altro. Incrociamo le dita e speriamo in bene…

  9. “Col PCI di Berlinguer non avremmo mai avuto le manpower e le leggi sul precariato” è un discorso che non ha senso. Se Berlinguer non fosse morto nel 1984, sarebbe stato pensionato dagli eventi del 1989. Al massimo, avrebbe potuto fare il capocorrente per quattro gatti nostalgici di un mondo che non esiste più.

    Per quanto riguarda Zambardino, mi sembra sia andato un pò in confusione; ha scritto “Il Pci di Berlinguer cercò di evitare fino all’ultimo i referendum su divorzio e aborto” come se evitare i referendum (o referenda) fosse stata una scelta sbagliata. In realtà è vero il contrario: il referendum per il divorzio era voluto per abolire la nuova legge che permetteva il divorzio, quindi era perfettamente comprensibile e condivisibile che chi era a favore della possibilità del divorzio, volesse evitare il referendum (e lasciare la legge così com’era).
    Comunque concordo che, fino a che una certa sinistra avrà il mito di Berlinguer, non diventerà mai maggioranza nel Paese e non potrà mai competere col centrodestra italiano.

  10. Mi rendo conto che questo post è stato, nel mio blog, uno strano sconfinamento… Fatto in un mattino piovoso di sabato.

    Ma non è mio mestiere la politica, né tantomeno l’economia. Al massimo, posso dire qualcosa di sensato sulla comunicazione politica. E proporre spunti di discussione sensati in quel campo. Trovo che abbiate ragione un po’ tutti, incluso Zambardino. E temo la colpa di un po’ di confusione – nella mia testa innanzi tutto – stia nel mio sconfinamento.

    Non si possono fare discussioni degne di questo nome su temi così vasti, senza chiamare in causa competenze storiche, economiche, politiche che riguardino gli ultimi cinquant’anni – almeno – di storia. Si finisce per friggere l’aria.

    Tornerò nei ranghi, scusate.

    Ciao!

  11. Solo una breve risposta (dovuta): è evidente che “rimpiangendo Berlinguer” si rimpiange una generazione più attenta. Non è questione di nomi, è che qui sono state buttate via in pochi anni quasi tutte le conquiste che hanno visto impegnate le generazioni precedenti.

  12. Giovanna, secondo me non è stato un errore proporre questo pezzo di Zambardino. Già parlare di modelli e di pantheon per un partito, in fondo, è un problema di comunicazione politica prima ancora che di programmi: scegliere un modello per dire come ci rappresentiamo a noi stessi e agli elettori (del resto in queste europee attivisti della lista Rifondazione-Pdci, nella sua campagna anti-Sinistra e libertà, hanno diffuso manifesti che contrapponevano Berlinguer sovrapposto al loro simbolo a Craxi sul simbolo di SeL, giusto per fare un esempio). Poi è naturale che il discorso potrebbe allargarsi ad ambiti economici o altro, ma se vogliamo lo stesso potrebbe dirsi per il post sulla Serracchiani, o alcuni di quelli su Obama, e via dicendo, appunto perché non penso ci possa essere una separazione netta tra politica e comunicazione politica.

  13. Anghelos, il confine è labile…

  14. Caspita, Vittorio, abbiamo in comune, oltre alla tecnologia, allo Smau e a Facebook, anche anni di militanza nel PCI. Ero più piccola allora di te, non saprei entrare nel merito, la politica ormai mi sfugge proprio – e me ne dispiace – ma, come dice Giovanna, ben vengano punti di vista così chiari, seppur cinici e controcorrente.
    Saluti a entrambi, Mariella

  15. Giovanna Cosenza mi ha segnalato questa discussione. Molto bella, soprattutto perché fatta senza insulti (ecolalie a parte)

    Altrove mi sono sentito dare della gentaglia e del venduto.

    Mi concentrerei su pochi punti che possono interessare:

    – non mi sono inventato io il revival berlinguer. Vedere su Facebook: c’è tra Sinistra democratica e il pd questo “buzz” che gira. Ma è su quello che intervenivo, non su un trattato di storia degli anni ’70.

    – il buzz attecchisce perché prevale una lettura moralistica di Berlinguer. Alcuni tracciano una continuità Berlinguer-ideologia moralista, quella della nebulosa dipietrogrillotravagliodemagistris che secondo me distrugge la politica riducendola a pura ginnastica di regole da rispettare (a proposito di fascismo, siete studenti colti, esercitatevi nella comparazione tra ideologia fondativa del fascismo e ideologie di quest’area) e non ha nulla in comune con Berlinguer e col Pci. Ma proprio nulla.

    – Il revival moralista “berlingueriano” è un’operazione culturale ignorante: parlano solo dell’intervista a Scalfari, altro è difficile che sappiano, anche perché Berlinguer scrisse pochissimo. Uno che mi ha criticato è arrivato perfino a dire che era un grande comunicatore. Grande comunicatore? I comizi di Berlinguer erano una noia mortale.
    E’ una operazione sconfitta e da sconfitti, che prescinde dalla figura storica di Berlinguer e dal partito che dirigeva: sì li tratto insieme, perché non AVETE LA NOZIONE di cos’era il Pci. Nel pci c’era il centralismo democratico e la disciplina di partito: non c’era la libertà di espressione, c’era la lotta politica, che sono due cose diverse. Voi rimpiangete un Berlinguer mai esistito. Berlinguer è l’autore di un articolo, negli anni ’50, in cui il modello di donna che veniva elogiato era quello di Santa Maria Goretti (ho scritto. Santa Maria Goretti).

    – Non a caso si prende a modello l’intervista a Scalfari. Volete sapere cosa ne penso? Quella intervista era un grido di disperazione. Berlinguer vedeva nel suo partito il male che avanzava e cercava di fermarlo. Il pci era un partito coinvolto nelle pratiche di regime e la cosa stava sfuggendo dalle mani del gruppo dirigente, che era fatto di gente rigorosa e onesta. Punto e basta.

    – Divorzio, aborto: vero qui avrei dovuto essere più chiaro. Il pci tuttavia frenò sull’approvazione delle due leggi e fino all’ltimo era disposto a modficarle (soprattutto il divorzio) inpeggio per evitare i referendum (le varie commissioni che furono istituite). Pensate che sull’aborto fino all’ultimo ci fu nel Pci chi voleva dare al medico, non alla donna, la parola finale nel decidere l’interruzione di gravidanza. Fu il movimento delle donne che travolse quella scelta e fu un aspetto molto positivo del Pci saper ascoltare quel movimento.
    Sui due referendum il pci voleva “risparmiare” al paese lo scontro ma perche’ era CONVINTO DI PERDERE. E perché c’era questa puttanata dello spaccare il paese (immortale puttanata, arrivata fino nel Pd: ve la ricordate livia turco su pacs e dico? ve la ricordate Anna Serafini contro il “laicismo”) tra cattolici e laici, laddove lo scontro, a mio parere, aiuta la verità – certo quando ci sia un sistema di informazione accettabilmente non schiavizzato, non parlo dell’Italia di oggi.

    Il Pc era un partito che sui diritti civili frenava perché non ha MAI creduto fino in fondo in quei diritti che erano estranei alla sua storia. Crede in quelli economici, caro ragazzo che parli della Thyssen, non è vero? Prima l’economia, la condizione operaia, POI i diritti. Che concezione sciagurata e ottocentesca. Santa Maria Goretti… e il movimento dei “cattolici comunisti” che fu per anni vicino a Berlinguer, nella persona di Franco Rodano (studiare, studiare, figlioli).

    – Perché scrivo di queste cose: perché penso che uno che abbia vissuto quegli anni e che ne parli senza interessi politici personali (io non faccio politica, ma ho convinzioni politiche), possa aiutare chi è venuto dopo a non prendere abbagli. La nostalgia uccide la politica.

    Mi pare di aver finito. Grazie Giovanna

    vittorio zambardino

    P.S.
    E ricordatevi di Santa Maria Goretti

  16. Non vi credo esperti di storia sacra: Maria Goretti, giovanissima contadinella dell’agro pontino, viene santificata per essere stata uccisa con un punteruolo dal suo stupratore. Difese con la morte la sua castità. Non siamo esattamente nell’Italia di oggi. Ma chi di voi vivrebbe in quella?

  17. Ringrazio personalmente Zambardino per essersi lasciato infastidire da una spina nel fianco. Come un possente leone può dolersi a vita di un semplice pruno, alla stessa stregua occorrerà l’intervento di un topolino per rimuoverne la causa.
    Certi di avere una chiara anamnesi, promettiamo al paziente la formulazione di una diagnosi tardiva della sua malattia. Non, si badi, di una terapia, poiché tipico di queste patologie è la cronicizzazione, e si sa come vanno queste cose, più si insiste più tendono a recidivare. La faremo con tutta l’acribia impertinente che speriamo voglia perdonare a nipotini che hanno pressapoco la metà dei suoi anni. Inoltre useremo il “noi” in omaggio alla sua collaterale tendenza a pluralizzare più del dovuto in una continua sostituzione del “voi” al “tu” e del “loro” al “voi”. Partiamo.

    I) Avendole dato del prete spretato lei mi tira fuori Maria Goretti, mostrando un certo gusto nel fare pendant. La santa è nota a chiunque, non fosse che per l’epiteto antonomastico che i maschietti esasperati da serate in bianco rivolgono sovente alle muliebri creature che non gradiscono le loro profferte amorose.
    A lei invece sembra meno noto che Berlinguer scrisse l’articolo che lei cita nel 1947, all’età di 25 anni, portando come esempio femminile la non ancora beatificata Maria Goretti. Quale fosse poi la femminilità accessibile all’epoca a lei non interessa, né tanto meno interpretare il testo del giovane leader della FGCI, ateo convinto per tutta la vita, come un ecumenico tentativo retorico di proporre anche alle baciapile cattoliche una figura vicina alla loro sensibilità biografica. Ipotesi suffragata dal fatto che a fianco della Goretti nel testo si legge Irma Bandiera, dinamica partigiana non certo in odore di santità e parimenti suggerita come ideale.
    Cosa avrebbe proposto lei ad un pubblico semianalfabeta del primo dopoguerra, dove una Magnani in versione popolare stile Roma-città-aperta era ancora guardata alla stessa distanza di una Rita Hayworth, a 15 anni dall’introduzione della pillolina di Pincus e dalle invenzioni della Quant?

    II)Sulla sua ricostruzione dei referendum continua a commettere inesattezze. Vada a ristudiarsi con pacatezza il carteggio di La Pira con Berlinguer ove, dal 1969 in poi il cattolico ex sindaco di Firenze pressò esplicitamente il leader comunista allo scopo di non far passare al Senato quella che poi sarebbe divenuta la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Berlinguer non mutò la sua linea politica nonostante la parte più retriva del partito e la generosa mano aperta dell’Episcopato.
    Lei cita inoltre il movimento femminista, come se fosse stato qualcosa di totalmente indipendente dal PCI, affermazione non vera. Che poi il PCI non volesse il referendum per paura di perdere una legge faticosamente conquistata, questo è lecito calcolo politico. La spaccatura tra cattolici e non è stata sempre una costante dal dopoguerra in un Paese che per 50 anni ha votato il medesimo partito il cui nome era una chiara negazione della laicità costituzionale e più specificatamente la proposta integralista di una teocrazia morbida. Passi lo scontro come forma di crescita ma in politica tale scontro si chiama guerra civile e se non ha compreso questo punto continuerà a vedere solo il (giusto) lato negativo del tentato compromesso storico o la (sciagurata) avventura di fusione all’anagrafe del PD – e i risultati ci dicono che la fusione fredda produce più Binetti che Berlinguer, più DeMaistre che Gramsci.
    Attribuisce poi a Berlinguer, come fosse una colpa, la frequentazione di Franco Rodano e più in generale del movimento dei cattolici comunisti. Taciamo sul fatto che fu una frequentazione principalmente di Togliatti, desideroso fin dalla stesura della Costituzione di circonvenire la Chiesa pensando di inocularle il germe marxista laddove fu la Chiesa ad annacquare con più efficacia le massimalistiche tesi del “Migliore”.
    Lei continua a guardare alla politica come ad un Iperuranio senza compromessi e classifica una concessione di un do ut des come un tradimento, un’abiura. Si capiscono perciò la sue denunce verso la lottizzazione della Rai , i soldi dell’URSS, il caso “Moro”, la laicità troppo tiepida; tutte critiche che cadono nel vuoto poiché il PCI poteva solo giocare di rimando, vivere dell’opposizione impotente di chi subisce e non detta l’agenda di governo; considerazioni che quell’antipatico di Togliatti avrebbe definito massimalismi da anime belle, e per una volta mi tocca dargli ragione nel suo realismo à la Clausewitz.
    Lei ci consiglia inoltre di cercare le eventuali origini fasciste nel pensiero dei vari Di Pietro, Travaglio, Grillo, etc. La sua argomentazione è debole. Vero che la strategia persuasiva di un Grillo possa essere confusa frettolosamente con un qualunquismo, un poujadismo o un atteggiamento di fomentazione antipolitica. Vero parimenti che Travaglio e di Pietro possano essere forse imputati di sopravvalutare la legalità pubblica come strumento di maggior efficienza del sistema. Ma lei commette l’errore di confondere il concetto di legalità attribuendolo al pensiero reazionario o conservatore. Lei non ha fatto distinzioni tra una legalità fascista che si scaglia contro l’indigente che ruba una mela e una legalità come richiesta che il potente di turno si adegui alle stesse leggi che legifera; tra un codice che stratifica i ceti e uno che li renda indifferenziati. Sembra dimentico che l’articolo 3 della Costituzione non fa parte del bagaglio culturale della destra storica, la destra della Tradizione, del blut und boden. O forse ha poco riflettuto sul fatto che i movimenti di Giannini e Poujade erano reazionari e classisti nel loro rigetto delle istituzioni parlamentari a differenza dei soggetti che lei ha citato.
    Ma stiamo divagando anche noi nell’inseguire il suo cahier de doléance.

    III)Torniamo a Berlinguer e alla lecita critica del suo revival, che questo è il tema. L’operazione è sintomo certo di sconfitta, di disorientamento, come dice lei. Berlinguer, come tutti i monumenti, è scolpito del marmo peggiore e come tutti i monumenti partecipa del fastidio che ogni cervello ha dei valori troppo sbandierati, dell’icona ingessata nelle semplificazioni estreme.
    Il ricordo di Berlinguer diventa il coraggioso strappo con Breznev, la denuncia di un sistema oppressivo, l’emanipazione dal PCUS di metà anni ’70, il suo anticipo sulla caduta del Muro, la sua opposizione- unica- all’espulsione della Rossanda dal partito, il suo battere, illusoriamente, sulla questione morale. La morte che rende incompiuto il disegno ieratico poi, sacralizza, lo sappiamo bene. E il confronto con la contemporaneità facilita la smania di rimpianti.
    Ma lei, Zambardino, tradisce un moto di insofferenza verso una generazione nella sua totalità. Iscritto al partito comunista con le idee acerbe di chi non lo è mai stato davvero deve aver vissuto il calvario. Anni di domande inopportune sul perché di questo abbandono, sulle accuse di convenienza, perfino di tradimento, l’avranno nevrotizzata; costretto a congedare le insinuazioni importune di “compagni” ancor meno comunisti di lei ha finito per detestare loro e ciò che rappresentavano. I suoi discorsi lasciano intravedere un livore più autobiografico che intellettuale. La sua risposta è stata giocoforza radicale, anche politicamente. Se Berlinguer non aveva nulla del fascino comunicativo di un Kennedy d’oltreoceano meglio l’istrionismo stentoreo di un Pannella, molto più dotato come animale da palcoscenico. Se i suoi coetanei politici frequentavano le comuni del pensiero marxista in modo ottuso, sbavando per la sobrietà di un Berlinguer , forse lei era già indignato di un suo personale bisogno di purezza, ma di una moneta diversa dal conformismo a buon mercato di chi le brandiva in faccia il suo libretto rosso letto d’accatto o il Marx mai aperto. Forse, e mi scuso per la bonaria psicanalisi, la sua vendetta per il comunista ingenuo che aderì ad una idea che non fu mai sua consistette nel denunciare ironicamente chi era più ipocrita di lei, chi cambiò casacca per pecunia. E col piglio del critico di costume si arroccò sulla posizione radicale, non luogo a procedere che però le permise quel nomadismo del pensiero che forse è la linfa della sua critica.
    Lo saprà bene, suvvia, che è della natura umana semplificare nel ricordo. Anche lei non si esime dal deformare ed inconsciamente la logica controfattuale del suo discettare l’ha conduce a troppi giudizi anacronistici per la sua intelligenza ed esperienza. Buoni per qualche ucronia narrativa ma troppo idiosincratici per persuadere il nostalgico o anche solo per insinuarvi il dubbio.
    Come ragiona l’anacoreta contemporaneo o l’esule di sinistra? Nel tentativo di dar ragione di se stessi si va alla ricerca del padre. Ma di un padre che non si è conosciuto, come un bimbo adottato divenuto ormai adulto che voglia scrutare la propria identità nell’utero di una sconosciuta madre biologica .

    Noi siamo qualcos’altro, è bene recidere il cordone ombelicale anche dai padri culturali. Ma ci hanno detto che siamo nani sulle spalle dei giganti e questi giganti vanno conosciuti se vogliamo salirvi sopra e provare a guardare più lontano di loro. La nostalgia uccide la politica ma il suo contrario travisa la storia.

  18. Oh Ugo, qualsiasi cosa le sia successa da bambino, lei sappia che io non c’entro niente.

  19. Per fortuna. Però nemmeno io c’entro niente con ciò che le è successo da adulto. 🙂

  20. Enrico Berlinguer era una persona perbene e per me (e per quelli che lo hanno votato; e per quelli che parteciparono ai suoi funerali, etc.) resta un punto di riferimento indissolubile. Se guardo all’oggi, poi, Enrico Berlinguer fa parte effettivamente del “mito”!
    Bisogna andare oltre, dice in sostanza Zambardino. Verissimo, ma…dove?

    Un paio di brevissime considerazioni specifiche sul ‘pezzo’:

    – laicismo. Pannella è un laico ma con i radicali, in passato, ha preso certe posizioni ultraliberistiche che mi hanno fatto rabbrividire… .
    -Maria Goretti. Zambardino forse non considera il profilo ed il carattere di Berlinguer, splendidamente delineato da Peppino Fiori, che certamente influenzò anche il suo modo di far politica.

  21. sono una di quelle non nate che rimpangono Berlinguer. E sono una dottoressa di Scienze Politiche in grado di essere sufficientemente obiettiva per commentare Berlinguer e Andreotti in modo pulito, privo di rigurgiti ideologici. Berlinguer, così come Tucidide, come Andreotti e come Craxi compare sui libri di storia del pensiero politico; di Marco Pannella non ho trovato nulla, nella mia carriera universitaria. La critica di un comunista da parte di un radicale (la cui ideologia si basa sul liberalismo e anticomunismo) è cosa poco attendibile. Berlinguer non era la perfezione, cosi come non lo era il Pci. Parliamo di un’idea di sinistra tanto diversa da quella odierna, parliamo di un uomo che faceva parte della corrente di destra del pci. Parliamo di rimpiangere, non il Berlinguer Enrico che oggi sarebbe del tutto anacronistico rispetto allo scenario politico attuale, parliamo di rimpiangere un modo di far politica, una dirittura morale, una lungimiranza politica oggi impensabile. Parliamo di un uomo che ha unito milioni e milioni di italiani. Che ha combattuto le ingiustizie ALL’INTERNO delle istituzioni. Senza rivoluzioni, senza false promesse, senza cadere nell’ideologia nuda e cruda. Enrico Berlinguer in una parola sola era un politico. E la politica è compromesso, non rivoluzione, non lotta mortale per gli ideali. é compromesso per il raggiungimento lento e continuativo dell’obiettivo. Berlinguer applicava la social democrazia prima che di essa in italia si avesse il coraggio di parlare.

  22. Non avevo letto quel “La nostalgia uccide la politica ma il suo contrario travisa la storia” scritto, o riportato, da Ugo, altrimenti non avrei inviato il commento precedente. Mi identifico in quella frase.

  23. Finalmente! Condivido in pieno l’analisi di Zambardino e rido dei commenti di chi non vuole ancora accettare la realtà di un teatrino postbellico in cui tutti recitavano un ruolo scritto a tavolino, ben recitato e molto meglio remunerato.

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