Archivi del mese: luglio 2009

Stacca la spina!

Era da un po’ che non facevo un salto su Do The Green Thing (ne ho già parlato QUI e QUI).

Mi colpiscono sempre la freschezza e la vivacità con cui il sito cerca di stimolare comportamenti e abitudini più rispettose dell’ambiente.

Nel guardare Plug out, mi sono resa conto che ultimamente lo faccio meno. (E la bolletta di casa è un po’ più alta.) Ci starò più attenta (tu lo fai?).

E con questo promemoria, stacco la spina anche in senso metaforico.

😀

Il blog resta chiuso per ferie fino al 20 agosto.

BUONE VACANZE!


Consigli per scrivere il curriculum

Tramite Nuovo e Utile sono arrivata a questa intervista a Paolo Citterio, presidente di Gidp (Associazione Direttori Risorse Umane) su Mio Job di Repubblica:

Intervista a Paolo Citterio, presidente di Gidp

di Federico Pace

Quanto incide la presenza di uno o più errori grammaticali o imperfezioni grafiche nella valutazione di un cv da parte di un selezionatore?
Molti profili di basso livello si cimentano in curricula avventati, senza che nessuno li abbia mai corretti, arrampicandosi su termini anglosassoni di cui non conoscono il significato. Talvolta invece emergono veri errori, con delle doppie che non ci vogliono o con sintassi e tempi sbagliati. Certo se necessito di un buon operaio specializzato, di un attrezzista o di un saldatore non ci bado, ma quando è un impiegato amministrativo le cose cambiano.

E per gli errori di “disattenzione per troppa fretta”?
Succede spesso che gli errori siano dovuti alla fretta di confezionare il cv. Si vede che la sintassi è corretta ma qualche doppia o altri piccoli errori scappano. In questo caso se il cv è interessante, chiamo la persona lo stesso, la intervisto e le domando il motivo di tante imperfezioni. Questi sono gli errori che fanno soprattutto i giovani.

Le è mai successo di trovare errori in figure elevate?
Purtroppo sì. Nella mia lunga carriera di recruiter, prima in Techint dove ho lavorato per 23 anni come Direttore centrale Personale e Organizzazione e oggi come head hunter, mi è capitato di leggere ottimi cv di dirigenti o quadri con imperfezioni letterali.

E allora cosa fa?
Mi stropiccio gli occhi ma convoco ugualmente la persona se nel cv emergono contenuti professionali interessanti e managerialità di livello.

Quanto è importante il curriculum per le assunzioni in Italia? Per quali figure è più determinante?
Il curriculum deve evidenziare competenze, conoscenze e capacità oltre a evidenziare i percorsi di studi all’estero, gli Erasmus e i master. Gli studi all’estero sono di grandissima importanza per le multinazionali che operano in Italia e vanno evidenziati anche i trascorsi estivi a Londra, Parigi o Madrid dove mandiamo a studiare i nostri figli con gravi sacrifici economici. Mi piace poi vedere il numero degli anni necessari per il conseguimento della laurea [N.d.R.: su questo punto avevamo già discusso QUI], oltre a un precisa cronologia degli impieghi passati, dei successi ottenuti e dei motovi che hanno indotto al cambiamento. Il curriculum è importantissimo per il selezionatore, deve riportare con chiarezza i percorsi di studi; gli impieghi e soprattutto contenere il messaggio che si vuole dare a chi ci legge: perché ci reputiamo adatti per quel posto, perché dobbiamo essere preferiti agli altri.

Sembra che le persone prestino poca attenzione ai dettagli al momento della compilazione del curriculum. In particolare alle esperienze professionali. Quali sono per un selezionatore gli elementi più importanti sulle precedenti esperienze professionali?
Per il selezionatore gli elementi essenziali, sui quali si ferma subito l’attenzione sono i contenuti professionali, i contributi e successi personali, i riconoscimenti ricevuti all’interno dell’impresa. Per andare nel dettaglio, voglio sapere le date di inizio e di cessazione dei vari rapporti di lavoro e gli incarichi che in dettaglio sono stati ricoperti; gradisco vengano evidenziati i successi e le performance conseguite.

Spesso nei cv i giovani sbagliano. Molti d’altronde hanno anche il problema di non avere esperienze professionali e non sanno cosa scrivere. In questo caso, nel caso di un neolaureato con pochissime o nessun esperienza, su cosa deve puntare un curriculum?
Il neolaureato con poca o nessuna esperienza deve anzitutto evidenziare se ha lavorato durante l’estate (qualsiasi attività), se ha studiato le lingue d’estate, se è stato all’estero per stage o Erasmus. Importanti sono gli eventuali stage svolti presso una o più aziende, che devono essere sempre menzionate per le opportune referenze. Consiglio di evidenziare con cura gli studi conseguiti, i tempi per conseguirli e le attitudini. Tutte queste cose possono dare un quadro preciso di quello che si è si è fatto.

I cv che arrivano alle imprese sono molti e spesso anche non mirati sulla figura. Quali sono le ragioni secondo lei di questo fenomeno?
Vi sono persone, le capisco, che in preda alla frenesia della ricerca dell’impiego rispondono a inserzioni senza avere le caratteristiche professionali richieste. Per loro non venire chiamati è una continua frustrazione, e una perdita di tempo per chi legge i cv. Bisogna quindi farsi aiutare da persone che conoscono il mondo del lavoro e da colleghi dei genitori inseriti nelle aziende.

Molti giovani si lamentano per il fatto di non ricevere alcuna risposta o risposte automatiche alla loro candidatura. Le imprese in questi frangenti come si comportano? Si rendono conto di quanto è importante una risposta tempestiva e personalizzata? Rispondono a tutti o solo ad alcuni?
Le imprese si rendono perfettamente conto di quanto conta, almeno in termini di brand, rispondere alle decine di cv che ricevono ogni giorno nell’area informatica dedicata al job posting o alle inserzioni evidenziate nel sito. Quello che però emerge è che i costi per le risposte sono rilevanti. In genere si sceglie di rispondere solo a candidati che possono comunque essere utili in un secondo momento. L’ideale invece sarebbe rispondere cortesemente a tutti, dotandosi di struttura che inoltra ai destinatari un ringraziamento per le risposte, tanto da non precludersi collaborazioni future, e che comunque conferisce la brand dell’impresa un “alone” di umanità.

L’importanza dell’esempio

Ho sempre pensato che la grandezza di un intellettuale – scienziato o umanista che sia – si misura dalla capacità di farsi capire da tutti, trovando (almeno) un buon esempio per ogni nozione astratta che concepisce.

Il che vuole dire trovare un’esperienza quotidiana, accessibile alle persone comuni, qualcosa che tutti possano vedere, ascoltare, toccare, o anche solo immaginare di farlo; qualcosa che si possa addirittura annusare o gustare: olfatto e gusto sono i due sensi più trascurati dal pensiero astratto, e un esempio che vi faccia riferimento resta più impresso di altri.

In semiotica (o semiologia) Roland Barthes si distingueva per questa capacità.

Così ad esempio nel 1957 spiegava la nozione di segno come rapporto fra due termini: significante e significato.

La definizione è datata (usa concetti e termini che la successiva riflessione semiotica ha in parte modificato e ulteriormente raffinato), ma i due esempi sono tutt’oggi illuminanti:

«Ricorderò quindi che ogni semiologia postula un rapporto fra due termini, un significante e un significato. Questo rapporto verte su oggetti di ordine differente, e appunto per questo non si tratta mai di una uguaglianza, ma di una equivalenza.

Bisogna a questo punto por mente che contrariamente al linguaggio comune da cui so semplicemente che il significante esprime il significato, in ogni sistema semiologico non ho a che fare con due ma con tre termini differenti; perché quanto io percepisco non è affatto un termine dopo l’altro, ma la correlazione che li unisce: c’è dunque il significante, il significato e il segno, che è il totale associativo dei primi due termini.

Per esempio, un mazzo di rose: gli faccio significare la mia passione. Non c’è, molto semplicemente, un significante e un significato, le rose e la mia passione? Anzi: in verità ci sono soltanto rose “passionalizzate”.

Ma sul piano dell’analisi sono ben tre i termini: perché queste rose cariche di passione si lasciano perfettamente ed esattamente scomporre in rose e passione: le une e l’altra esistevano prima di congiungersi e formare questo terzo oggetto, che è il segno.

Quanto, effettivamente, sul piano vissuto non posso dissociare le rose dal messaggio che portano, tanto sul piano dell’analisi non posso confondere le rose come significanti e le rose come segno: il significante è vuoto, il segno è pieno, è un senso.

Un altro esempio, un sasso nero: posso farlo significare in più modi, è un semplice significante; ma se lo carico di un significato definitivo (condanna a morte, ad esempio, in una votazione anonima), diventerà un segno.»

(Roland Barthes, Mythologies, Seuil, Paris, 1957 (trad. it. di Lidia Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 1994, pp. 194-195.)

L’uomo instancabile

La campagna McCann Erickson per la linea Men Expert di L’Oréal mette in scena una mascolinità niente affatto facile.

L’uomo L’Oréal è «Expert» in un senso che toglie il sonno. Sempre al massimo delle sue prestazioni, combatte senza tregua la fatica, il cedimento fisico e il tempo che passa, e ha una sola scelta: vincere.

Ai più giovani il campione mondiale di skate Taïg Khris propone uno stile «indistruttibile»: ne fa di tutti i colori, ma i suoi capelli stanno sempre come vuole lui.

A rappresentare la generazione intermedia c’è l’attore Matthew Fox – il Dr. Jack Shephard della serie televisiva Lost. Dice di amare il suo lavoro, il movimento, le feste, ma in ognuna di queste situazioni ha un unico obiettivo: vincere la stanchezza.

Ai signori più maturi l’attore Pierce Brosnan – noto per le interpretazioni di James Bond – dice che «Lasciarsi andare è fuori discussione» e l’imperativo vale non solo al lavoro, ma pure nei momenti di relax con gli amici.

Unico conforto per tutti: la solidarietà con una squadra di uomini che aspirino a essere ugualmente instancabili. Come nell’ultimo spot italiano (gennaio 2009), con Buffon, Camoranesi, Legrottaglie e Sissoko della Juventus.

Corpo, potere e disuguaglianze economiche

Sui rapporti fra Berlusconi e le cosiddette «escort» e/o «ragazze immagine», mi ha folgorata Maria Laura Di Tommaso, che nell’articolo «Il corpo, il potere politico e il potere economico» pubblicato su «La voce» il 13 luglio 2009, allarga la prospettiva in questo modo (i grassetti sono miei):

«La visione che accentua l’uso del corpo delle donne come oggetti da mostrare, da “utilizzare”, di cui vantarsi in un certo mondo politico, corrisponde senz’altro a quanto abbiamo appreso da alcune interviste con Maria Teresa De Nicolò e Patrizia D’Addario (donne che hanno rilasciato interviste alla Repubblica e sono state chiamate a testimoniare dai magistrati di Bari come persone informate dei fatti) e dallo stesso avvocato del Primo Ministro.

Tuttavia è riduttiva.

È riduttiva perché non considera che quello che conta qui non è tanto la visione della donna ma la visione del potere. Se infatti le preferenze sessuali degli uomini di potere fossero diverse non si esiterebbe a “usare” anche uomini.

Inoltre non sappiamo, perché non è verificabile nel nostro contesto politico, se un potere politico femminile utilizzerebbe gli stessi strumenti. Non è verificabile ma molti studi nel settore del mercato del sesso mostrano che la richiesta di prestazioni sessuali maschili per clienti donne sia in aumento.

Quindi clienti americane o europee che richiedono servizi di escort e servizi sessuali a pagamento a uomini che provengono da paesi in via di sviluppo (Brasile, Cuba, Bahamas). Anche una visione superficiale dei quotidiani, di riviste e di programmi televisivi ci conferma che l’uso del corpo maschile non solo di quello femminile serve per vendere il prodotto.

[…]

Quindi l’argomento è molto più ampio.

Dal lato dell’offerta, una situazione di povertà e di disuguaglianza economica e, dal lato della domanda, una mentalità della maggioranza delle persone italiane che accetta che il potere si eserciti anche sull'”uso” del corpo delle donne. Ma potrebbe essere anche di quello degli uomini.

Infatti quello che conta qui è la disuguaglianza di potere e di risorse economiche.»

(Maria Laura Di Tommaso, «Il corpo, il potere politico e il potere economico», La voce, 13 luglio 2009)

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È vero: sono innanzi tutto le disuguaglianze economiche a favorire la compravendita di corpi e prestazioni sessuali. Assieme a una cultura che tale compravendita legittimi e addirittura alimenti. Ora, in una società come quella italiana in cui le disuguaglianze sono nettamente a sfavore delle donne, è più frequente che siano le donne a vendere e gli uomini a comprare.

Ma concentrarsi troppo sulla donna-oggetto rischia di farci dimenticare che il problema è – più in generale – quello del corpo-oggetto. E di una cultura che favorisce la reificazione estetizzante dei corpi: femminili, maschili, omosessuali, infantili… tutti.

Ho già detto (QUI e QUI) che vorrei lavorare sulla rappresentazione mediatica del corpo maschile. Ma ci sono anche i bambini, i gay, gli extracomunitari, le trans: qualunque essere umano a rischio di debolezza economica è un potenziale venditore del proprio corpo.

Non è una novità. Ma il sexy-gate italiota e l’arretratezza della condizione femminile nel nostro paese possono farci perdere il quadro complessivo.

A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)

Il tam tam mediatico sull’influenza A è analogo ad altri casi di allarmismo sanitario negli ultimi anni: mucca pazza, sars, influenza aviaria.

A questo proposito ero d’accordo con Marcello Foa, quando il 25 aprile scorso aveva scritto sul suo blog:

«Nelle ultime 24 ore è scattato l’allarme in Messico per l’influenza suina e i media di tutto il mondo hanno ripreso la notizia con toni drammatici evocando il rischio di un contagio planetario. Sarà, ma gli studi sullo spin mi hanno insegnato a diffidare degli allarmi su improvvise epidemie provocate da malattie misteriose.

Ricordate la Mucca pazza? E quelle immagini angoscianti dei bovini tremanti? All’epoca ci dissero che l’encefalopatia spongiforme bovina,  variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob, avrebbe provocato la morte di migliaia di persone, nonostante l’abbattimento di decine di migliaia di capi. Ma a oggi sono stati registrati 183 casi in tutto il mondo. Le autorità fecero bene a mettere al bando le farine di origine animale, che costringevano degli erbivori a trasformarsi in carnivori; ma l’allarme fu eccessivo.

sars 1

E la Sars? Vi ricordate le immagini dei condimini sigillati, con i medici che vi entravano indossando degli scafandri simili a quelli degli astronauti? Furono pochissime le vittime, ma ci fu panico in tutto il mondo. Oggi il virus pare sia scomparso.

Ancora: l’influenza aviaria. Esiste dal 1878 e i casi di trasmissione all’uomo sono rarissimi. Eppure il mondo nel 2005 non parlava d’altro; i governi decisero di rendere obbligatorie stock di riserva del Tamiflu, un farmaco in realtà poco efficiente contro la malattia; per la gioia della Roche (su quella vicenda segnalo la splendida inchiesta di Sabrina Giannini, trasmessa nel 2006 da Report).

Ora improvvisamente tutto il mondo parla dell’influenza suina e da Città del Messico arrivano, come da copione, notizie molto allarmanti. Gli Usa sostengono che sia troppo tardi per arignare il virus, l’Europa è in allarme. Si stanno creando tutte le premesse per diffondere una piscosi mondiale. Sarà ingiustificata come le altre? Io dico di sì, con una conseguenza facilmente prevedibile: per un po’ ci si scorderà della crisi economica

Foa ha ripreso l’argomento tre giorni fa:

«La mia tesi sull’influenza suina (vedi i post su questo blog), ovvero che si trattasse di un allarme gonfiato ad arte, ha trovato conferma: nel mondo decine di migliaia di persone sono state contagiate, ma i morti sono poco più di 150. Il virus è tutt’altro che letale. Eppure l’allarmismo continua e ora le compagnie britanniche vogliono bloccare a terra chiunque mostri i sintomi del contagio. Insomma basterà uno starnuto per vedersi rifiutato l’imbarco. Un delirio.

A vantaggio di chi? La scorsa primavera l’allarme era servito a distrarre l’opinione pubblica dalla recessione (paura scaccia paura), ora ho l’impressione che l’interesse sia economico. Quanto guadagneranno le case farmaceutiche? Tantissimo e a finanziare acquisti di vaccini che non serviranno a nulla saranno per lo piu` gli Stati. Questo sì è spreco di denaro pubblico…»

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Ora, non mi pare che l’influenza suina abbia distolto più di tanto l’attenzione dalla crisi economica.

E non non mi piace il cospirazionismo (in cui però Marcello Foa non cade).

Ma sono ormai chiare, mi sembra, le forze economiche che trarranno vantaggi da questa storia: le multinazionali farmaceutiche.

Lo spiega, per esempio, l’articolo di Maurizio Ricci su Repubblica di oggi: «Virus A, affari d’oro per Big Pharma. Il vaccino vale 10 miliardi di dollari».

Detto questo, toccare la salute delle persone è talmente persuasivo che ormai non ci si può fare più nulla: faremo tutti il vaccino. Perché – nel dubbio – costa poco, e male non fa, ci racconteremo. Perché… se non lo fai e poi capita qualcosa? E d’altra parte, come negare il vaccino al nonno? Al bimbo piccolo? Alla mamma in attesa?

Insomma, hanno un bel dirci, medici e scienziati, che l’influenza A è lieve e passa in pochi giorni (cfr. questa rassegna di articoli su Nature): il vaccino si farà.

Comunicazione batte scienza, al solito.

Idea per una o più tesi di laurea (triennale o magistrale, a seconda del taglio e dell’ampiezza del corpus): analizzare la campagna di comunicazione sull’influenza A. Ti potrai concentrare sui quotidiani nazionali (almeno le due testate più vendute, Repubblica e Il Corriere) o allargare lo sguardo al contesto internazionale (europeo e/o statunitense) e/o altri media (telegiornali, periodici, internet).

Per studenti della magistrale: sarebbe interessante un confronto con le campagne comunicative di casi analoghi (posso mettere a disposizione un paio di tesi di laurea già fatte sull’aviaria).

Donne e università

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.