Ascoltare musica: auricolari o altoparlanti?

Confesso: non mi è mai piaciuto ascoltare musica con gli auricolari.

Tempo fa me ne facevo quasi un problema: osservavo quelli che si beano di isolamento musicale, registravo il loro entusiasmo («Mi fa dimenticare il mondo», «Mi perdo»), invidiavo i feticci tecnologici che indossano (quanto è bello l’ipod… ma non ce l’ho, non lo userei), e mi sentivo mancante. Sbagliata.

Per un po’ ho creduto che fosse voglia di condivisione, come se la musica per me avesse senso solo vissuta con gli altri. Ma non era così, perché di fatto non uso gli auricolari neppure da sola.

Finché ho capito il punto (o meglio, me l’ha spiegato un musicista): la musica non si ascolta solo con le orecchie, ma con il corpo. Petto braccia gambe piedi. Tutto. Forse sono solo più sensibile all’ascolto diffuso, chissà. Perché in effetti, se devo dirla tutta, con gli auricolari mi sento monca. Immagine non bella, ma rende l’idea: è come se mi mancasse un pezzo.

Detto questo, capisci perché ti propongo la riflessione di Peppino Ortoleva, estratta da Il secolo dei media (di cui ho già parlato bene QUI). Propone una lettura dell’ascolto con gli auricolari, che non contraddice ma integra la mia:

«Pensiamo […] all’uso […] del ricevitore portatile come strumento di autoisolamento dall’ambiente (mezzi di trasporto, situazioni di attesa eccetera): la musica è qui “indossata” più che sentita, e il suo uso è paradossalmente mirato al non-ascolto più che all’ascolto, cosa che non sarebbe concepibile senza una totale familiarità sia con il mezzo che con gli stessi brani.

D’altra parte, in questo tipo di ascolto la componente ritmica finisce col prevalere sulla componente timbrica e sulla struttura compositiva. […]

In questo tipo di ascolto c’è meno spazio per la musica nuova rispetto a quella già conosciuta o addirittura già memorizzata, e i suoni che vengono dalle cuffie finiscono con l’assumere una funzione di rispecchiamento, di autoriconoscimento

(Peppino Ortoleva, Il secolo dei media, Il Saggiatore, Milano, 2009, pp. 77-78).

E tu cosa pensi?

17 risposte a “Ascoltare musica: auricolari o altoparlanti?

  1. Bhè sicuramente l’uso di auricolari fa diminuire di molto l’ascoltabilità della musica ed è anche vero che serve più a non-ascoltare (isolarsi) che ad ascoltare.La musica per poter essere apprezzata deve essere ascoltata liberamente senza qualche arnese infilato nelle orecchie, il che secondo me mette la persona quasi in una situazione di blocco, cioè non rende la persona libera di “godersi” pienamente la musica.

    Oltre a questo c’è da prendere in considerazione anche il danno che gli auricolari portano all’apparato uditivo, questo forte avvicinamento della fonte all’orecchio è assai dannoso e ormai provato da molte ricerche, che nel peggiore dei casi porta lentamente alla sordità passando per il fenomeno degli acufeni e disturbi correlati come mal di testa, irritazione e poca cocentrazione.

    Noi per ascoltare i suoi della natura non abbiamo bisogno di nessuno strumento, il nostro corpo è già predisposto all’ascolto dei suoni senza che vi sia bisogno di complementi vari ed in questa ottica vedo gli auricolari come qualcosa di limitativo ed isolante per la persona. Meglio un bel sound system tenuto non troppo forte che gli auricolari con prezzi da matti http://www.ciao.it/Cuffie_206479_3-auricolare-sennheiser

  2. Mah. Ma si parla dell’iPod o dello Walkman? Perché, se si parla dell’iPod, io lo uso anche (direi soprattutto) per ascoltare podcast di ogni tipo: le mie trasmissioni radio preferite, che non riesco a sentire durante il giorno, podcast musicali in cui ragazzi entusiasti e bravissimi di tutto il mondo presentano la musica che amano (dunque, non è sempre vero che “c’è meno spazio per la musica nuova rispetto a quella già conosciuta o addirittura già memorizzata”: anzi, l’iPod è la cosa più bella del mondo, per chi è curioso), lezioni di inglese e di ebraico, lezioni di statistica (con i videini!), che tutti i siti delle università americane consentono di scaricare gratuitamente, gli audiolibri di Radiotre, le bellissime lezioni di scrittura di Pontiggia, le conferenze di WuMing, senza contare che, con software semplicissimi, si possono scaricare e vedere tutti i filmatini di YouTube che si vogliono, in qualsiasi momento. Anche tu potresti studiare modalità comunicative di politici e pubblicitari, in autobus!
    Voglio dire, a volte mi dispiace che i miei viaggi in treno si limitino a un’ora al giorno. Certo, è vero: mi perdo le telefonate dei vicini, qualche perla di qualunquismo razzista, i “bipbipbipbipbip” delle tastiere dei telefonini non silenziate di chi manda sms; se ci sono da fare due chiacchiere, ben volentieri; se ho un libro che mi appassiona (anche se non riesco a leggere tanto, nei viaggi brevi da pendolare) ben venga, ma, in mancanza, nulla batte l’iPod.
    Per sintetizzare, le possibilità date dall’unione tra un’iPod e una connessione internet sono talmente sconfinate, che un’affermazione come “in questo tipo di ascolto la componente ritmica finisce col prevalere sulla componente timbrica e sulla struttura compositiva” mi sembra assurdamente limitativa.
    Certo, molte persone ascoltano musica ritmica, ma il loro numero penso che sia sopravvalutato dal fatto che sono le uniche persone delle quali si riesec a capire che musica ascoltano, dato che spesso la ascoltano a altissimo volume. E poi, anche leggere, in treno, è una forma di auto-isolamento, no? Eppure, nessuno la critica. Anche riflettere tra sé e sé, anche inerpicarsi in tortuosi processi autoanalitici, o fantasticare, sono forme di auto-isolamento. Sono tutte cose brutte? Criticare l’iPod perché certe persone ci ascoltano musica ritmica è come criticare la lettura perché quasi tutti, in treno, leggono Libero o Chi. Leggere Libero o Chi è una possibilità, ma ce ne sono infinite altre, e la scelta è libera.
    Quanto alle tue osservazioni, certo che l’auricolare è limitante, come mezzo di fruizione della musica. Un violoncello o un basso elettrico ascoltati dal vivo fanno vibrare la cassa toracica, e è una sensazione meravigliosa. Ma ogni mezzo di riproduzione elettronico della musica è limitativo. Sono tutte approssimazioni, più o meno buone, ma siamo fortunatissimi a poterne usufruire. Immagino che sentire Stephen King che racconta le sue storie intorno al caminetto in una notte d’inverno sia molto più bello che leggerne i libri, ma anche i libri non sono male, tutto sommato, no?
    Il problema, molto italiano, secondo me, è che si assegnano giudizi di valore a comportamenti di consumo culturale senza affaticarsi molto per capirli, per di più partendo da posizioni di preconcetto misoneismo.
    Io, quando vedo una persona persa nel suo iPod, non posso fare a meno di pensare che magari, magari!, sta ascoltando un innamorato o un’innamorata lontana che le hanno spedito un lunghissimo file sonoro con una lettura, o semplicemente il racconto di una giornata, scaricato la mattina e messo sul lettore come modo per stare un po’ insieme; o che magari, invece di parlare con il vicino di come sono pericolosi gli zingari, sta imparando il giapponese; e non posso fare a meno di essere felice di avere tutte queste possibilità, che magari non uso, ma che sono lì, pronte per me, non appena diventerò un po’ meno pigro.

  3. quando vado a correre ascolto musica dall’ipod perchè mi annoio, è vero che ascolto musica che conosco già, perchè il movimento, il fiato, la fatica, non mi farebbero apprezzare o capire fino in fondo le parole di nuovi brani, mentre completare mentalmente canzoni che già conosco mi distrae.

    l’anno scorso, per staccare dallo studio e dalla preparazione della tesi, facevo lunghi percorsi in bicicletta, da fuori si poteva pensare che in quelle enormi cuffie da dj rimbombasse un sound tecno…io ascoltavo l’iliade.

    se non avessi avuto quel tempo per ascoltarmi l’audiolibro non l’avrei mai letta.

  4. Vittorio, acciderboliperdindindina, nooo! Parlavo (e pure Ortoleva in quel frammento parla) solo di ascolto della musica, non di tutte le altre possibili funzioni dell’ipod.

    Quanto all’ascolto musicale…lungi da me ogni forma di pregiudizio, nooooo… Io ci ho provato moltissime volte ad ascoltare musica, sia con gli auricolari che con cuffie di diversa potenza, qualità a grandezza. Il problema è sempre quello: mi sento monca.
    😮
    Diverso, molto diverso è ascoltare in cuffia o auricolari il parlato umano: discorsi, notizie eccetera. E in effetti mi hai dato un’idea: potrei cedere al feticismo dell’ipod solo per queste ultime funzioni… 😉

    Comunque capisco il tuo punto: grazie per il ricchissimo contributo, che integra il post in modo utilissimo a tutti.

  5. in effetti concordo pienamente, avendo la possibilità di verificare di continuo il fatto che l’ascolto con gli auricolari valorizza molto più l’aspetto ritmico della musica piuttosto che quello timbrico o strumentale, il cui ascolto rsulta molto più pieno e dotato di una identità particolare urante l’ascolto con le casse…l’ascolto con gli auricolari però è per me molto utile quando vado a correre al parco: infatti quando ho con me l’i pod non solo riesco a mantenere un ritmo costante, ma presa dalla musica sento anche meno il caldo e la fatica….
    🙂

  6. Piccola nota, in particolare per Vittorio.
    Quello che mi interessa, nel descrivere l’ascolto con gli auricolari per come a me appare, non è esprimere un giudizio ma osservare un cambiamento. Un cambiamento che è cominciato col walkman e poi col lettore portatile di cd, e che ha conosciuto con l’i-pod un ampliamento ulteriore delle possibilità, ma nella continuità di molti aspetti (salvo naturalmente la differenza radicale tra un medium puramente riproduttivo-amplificativo e uno basato sulla rielaborazione informatica, che tratta ogni testo incluso quello musicale come possibile fonte di nuove informazioni ). Per quanto riguarda l’i-pod in particolare per me l’aspetto più significativo sono le funzioni di ascolto non musicale, un tema sul quale la discussione è ancora quasi tutta da fare. Vittorio fa in proposito qualche osservazione interessante, ma ripeto mancano gli studi empirici, non possiamo basarci solo sull’esperienza dei singoli.
    Che l’introduzione di questi temi in un blog produca subito i viva e gli abbasso non è conseguenza delle mie osservazioni (per esempio, quando dico che i suoni così ascoltati assumono funzione di auto-riconoscimento non sto attribuendo loro un ruolo necessariamente meno significativo o meno esteticamente rilevante rispetto all’eventuale ascolto di suoni nuovi): è una conseguenza di un vizio generale, che non vedo perché definire “italiano” (anche l’autodenigrazione per mali che sono in realtà abbastanza universali è un vizio nazionale): la fretta di giudicare prima di cominciare a capire. Che i giudizi così emessi siano misoneisti o entusiastici, si chiamano comunque pre-giudizi.
    Peppino Ortoleva

  7. Alessandro Domenico Anaxagoras Gaboriau de La Palme

    Carissima Giovanna.
    Il primo pensiero/sospetto che viene leggendoti (su questo argomento) è che tu sei un pò refrattaria alle nuove tecnologie o “snob”… ma qui si potrebbe obbiettare “ma come? una che usa così tanto le nuove tecnologie come il computer…” ma in effetti quella prima sensazione per me viene smentita da un altro fatto: cioè dal fatto che tu sei molto introspettiva.
    Mi sembri una persona che si guarda molto dentro e si mette moltissimo in gioco, che cerca di capirsi e di non darsi mai per scontata (non parlo di prezzi).
    Quindi mi pare che il tuo atteggiamento ( (introspettivo) come testimoniato da questo bellissimo Blog) sia di apertura verso il nuovo e verso la conoscenza di se e degli altri, invece che di chiusura verso il nuovo.
    Poi mi è piaciuto molto la tua definizione di “monca” per far capire il tuo “sentire”…
    Io personalmente uso (non abuso) vari lettori musicali (sotto forma di chiavette usb), ma mai prodotti di “marca” come l’Ipod (originale), probabilmente perché io si sono “snob”! ma è anche un discorso di prezzo.
    Devo dire però che io mi sento “sordo” a differenza di te… un pò come se tu vedessi un film e all’improvviso andasse via il volume, del tutto o quasi… come ti sentiresti? forse un pò a disagio per la fatica di non poter ascoltare e seguire i fili dei discorsi…
    Io mi sento così… cammino per strada o gioco a frisbee (lavoro) con gli auricolari e ho la sensazione di non cogliere tutto quello che normalmente posso ascoltare attorno a me.
    Cosa piuttosto ovvia direi, ma spesso questa cosa (credo) sia voluta, forse è anche una ricerca di isolamento, di introspezione solitaria (a differenza di un Blog), di una ricerca di meno distrazioni esterne… poi è del tutto vero che ciò che si ascolta normalmente sono cose già conosciute e sopratutto “decise”, quindi non “aperte” alla decisione altrui, ma volutamente limitate dal proprio gusto e volontà di sensazioni/emozioni.
    Un mio collega di tanti anni fa in ospedale mi disse che le persone si dividono in due grosse categorie musicali: quelli della radio o quelle delle cassette musicali (tutto ciò che è deciso da noi)… per dire che fondamentalmente ci sono persone (o periodi) che sono preferibilmente aperte al nuovo o che amano piuttosto decidere loro cosa far entrare a “casa loro” (persone tendenzialmente più chiuse).
    Io da un pò di tempo ho scelto di ascoltare la musica (per motivi pratici e di lavoro) dal cellulare, anche perchè obbligato ad averlo con me… e la ascolto senza cuffie (quando posso)… il che può risultare anche fastidioso per gli altri… ma sempre meno dei rumori che abitualmente faccio, come: la motosega, il decespugliatore, il carpentino… o persino la MotoApe.
    Sai una cosa assurda della MotoApe? che mentre per ogni attrezzo da lavoro io ho l’obbligo di usare dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) per il rumore (cuffie anti rumore) per la MotoApe (Diesel) non c’è l’obbligo… e misurazioni alla mano (di un mio collega) il rumore provocato da quei veicoli è superiore alla norma consentita… cioè in teoria dovremmo girare con le Api usando le cuffie antirumore! 😀 fa ridere a pensarci.
    Fra le altre (per restare in tema) usando le cuffie antirumore ho sempre quella sensazione di “sordità” o che tu forse definiresti di essere “monca”, pur sentendoci in realtà… perché non esistono cuffie che ti isolano del tutto, ne forse sarebbe utile.
    Non so se hai notato che in Italia non esistono macchine isolate acusticamente (che sappia io), mentre in America si! una volta sono salito su una macchina in America e questa è partita senza apparentemente accendere il motore… non era elettrica! semplicemente il motore era già acceso e non faceva nessun rumore o la cabina era del tutto isolata! (non ti dico come si sente bene la musica!) credo che in italia questa cosa sia proibita o forse è una scelta economica… non lo so.
    Scusa il post lungo.
    Ale.

  8. Mi ritrovo molto nelle parole di Ortoleva: possiedo un’educazione musicale (intesa proprio come abitudine all’ascolto, familiarità con il linguaggio) molto scarsa e ho sempre avuto la tendenza ad “affezionarmi” a poche melodie facili facili, che ascolto ripetutamente.
    Per me la musica ha sempre una funzione strumentale, non è mai piacere fine a sé stesso. La ascolto per isolarmi, per addormentarmi, per allenarmi in palestra, sempre le stesse venti o trenta tracce. In genere preferisco le canzoni ai pezzi strumentali, perché il suono della voce umana mi rilassa, un po’ come per i bambini piccoli.
    Il lettore MP3 è stato per me una scoperta, perché si adatta perfettamente a questo tipo di fruizione della musica: è un oggetto piccolo e familiare, una scatolina in cui si conservano suoni e melodie come pagine di diario, che ci piacciono non tanto per la loro bellezza ma perché hanno accompagnato particolari momenti della nostra storia, sono diventati qualcosa di diverso. La musica nel mio lettore non è più musica, ma una collezione di pensieri scanditi da un ritmo.

  9. Nemmeno io amo ascoltare la musica con gli auricolari e conosco anche il motivo:
    non mi piace isolarmi dal mondo quando sono “nel” mondo.

    Prendo spesso il treno, in città mi muovo a piedi o in autobus, in ufficio ci arrivo dopo una passeggiata di 20 minuti. Tutti momenti in cui potrei ascoltare la mia musica preferita (o altro) grazie agli auricolari, ma non lo faccio, non l’ho mai fatto, non penso lo farò.
    Perché non mi piace l’idea di perdermi ciò che accade attorno a me. E così in treno o in autobus preferisco tuffarmi nelle pagine di un libro, da dove posso riemergere appena accade qualcosa che mi interessa (una comunicazione, la voce di una signora che chiede qualcosa, un discorso interessante tra altre persone, etc). Se niente mi interessa, resto nel mio libro.
    Per strada cammino distratta e mi perdo spesso nei miei pensieri… ma se una bicicletta mi scampanella, uno straniero mi chiede indicazioni, due persone litigano ed è meglio passargli alla larga, io voglio sentirli.
    Gli auricolari mi arrivano direttamente al cervello: ascoltando il parlato dovrei alzare molto il volume per concentrarmici a dovere, la musica a sua volta mi riempie e mi rende sorda al resto.
    No, non mi piace il non sapere cosa mi circonda, sentirmi estranea a tutto il resto. Io voglio esser presente, non perdermi niente.
    Ortoleva dice “la musica è qui indossata più che sentita”, ecco, per me diventerebbe come una campana di vetro e non è ciò che desidero.

    La musica l’ascolto di sera, in camera, o durante i week-end e quando l’ascolto mi piace molto disegnare. E’ uno dei miei piaceri più grandi quello di seguire i ritmi, le melodie, le parole, con il disegno.
    E’ il mio modo per gustare la musica amata e sommandolo al non volermi isolare quando sono in giro arrivo ad una conclusione precisa: l’iPod non rientra nella lista dei desideri 😀

    Non metto in dubbio le tante possibilità di un iPod e capisco la gioia di molti nell’utilizzarlo, ma poi ognuno ha le sue esigenze e il suo modo di ascoltare e stare nel mondo. Quindi ci sta Giovanna che si sente “monca”, io che mi sento chiusa dalla campana di vetro e, scommetto, tanti altri ancora con storie diverse.

  10. @Peppino
    Intanto, ti ringrazio moltissimo per la precisazione e per l’attenzione, molto utile la prima e molto gentile la seconda! Questo confronto così immediato con autori e studiosi, possibile anche per chi vive realtà marginali come la mia, è uno dei vantaggi inestimabili della nostra modernità.

    Naturalmente non posso “criticare” l’impianto complessivo delle tue argomentazioni, perché non ho letto il tuo libro. Le mie osservazioni sono, dunque, necessariamente pre-giudiziali, dal momento che non ho la possibilità di esprimere giudizi compiuti. O questo, o tacere: ma l’argomento impiantato da Giovanna è troppo interessante per praticare la seconda opzione.
    Ho parlato dell’arretratezza del dibattito italiano su questi temi, perché è giustappunto il dibattito italiano quello che pratico: per fare un esempio banale e magari noto ai lettori di questo blog, già le prime riflessioni che fa Jenkins sull’iPod come uno dei principali hub di creazione e, soprattutto, di fruizione di culture convergenti mi sembrano più interessanti di analisi che considerano l’iPod un “super walkman”. Non lo è.
    Dici che mancano studi empirici sul suo utilizzo extra o meta-musicale: cominciare a farne, no? Cominciare a riflettere, con ricerche sul campo, sul cambiamento epocale nella fruizione dei contenuti costituito da questo scatolino, no?
    Lo walkman, pur avendo cambiato in maniera forse epocale le modalità di fruizione nel senso che indichi tu (autoriconoscimento e isolamento) non ha mai cambiato di una virgola le modalità di produzione di musica e di cultura: era semplicemente uno strumento per ascoltare altrove, o “intimamente”, supporti audio che esistevano già.
    L’iPod, invece, (anche se bisognerebbe, più correttamente, parlare dell’interazione tra iPod, iTunes Store e comunità mondiale dei produttori di contenuti digitali, dal ragazzino di Sidney di prima al MIT) ha già prodotto neologismi, ha già rivoluzionato il modo di ascoltare la musica, li modo di pensare le modalità di condivisione delle proprie passioni, il modo di studiare, il modo di preparare corsi e lezioni universitarie, giusto per dire solo le prime cose che mi vengono in mente. Ora, non che non sia interessante l’analisi della fruizione puramente musicale dell’iPod, o il fatto se sia prevalentemente ritmica, o se il suo uso spinga più all’autoriconoscimento che alla ricerca, ma non vedo come una riflessione di questo tipo possa portare a conclusioni diverse da quelle che si sarebbero potute fare venticinque anni fa ragionando sul Walkman.
    Tu dici che Walkman e iPod condividono molti aspetti di fruizione, “salvo naturalmente la differenza tra un medium puramente riproduttivo-amplificativo e uno basato sulla rielaborazione informatica”, che, peraltro, tu stesso definisci “radicale” e decisiva. Il punto è questo. Il rapporto tra Walkman e iPod è più o meno lo stesso che c’è tra una macchina da scrivere e un computer connesso in rete. Riflettere sul fatto che il secondo come il primo favorisca l’aspetto ritmico dell’ascolto musicale e l’auto-riconoscimento, o l’indossamento della musica piuttosto che il suo ascolto, è utile (beninteso, secondo me!) come riflettere sul fatto che il computer, rispetto alla macchina per scrivere, ha permesso un incremento medio di produttività del 12% nella pratica della dattilografia. È vero, ma è questo il punto? Invece di ragionare su questo e di deprecare l’assenza di osservazioni empiriche sulle altre modalità di utilizzazione (il che mi farebbe pensare che, invece, sulla prevalenza di musica ritmica ci siano accurate osservazioni empiriche, ma ci sono?), mi piacerebbe che la ricerca italiana cominciasse a preoccuparsi di farle, queste ricerche empiriche. Magari collaborando con iTunes Store, che potrebbe fornire dati su quanto viene scaricato e su che cosa venga trasferito sugli iPod. Rimboccarsi le mani e entrare nella modernità.

    Ripeto, tutto il mio ragionamento si basa solo sulla pur utilissima segnalazione di Giovanna, e non ha alcuna pretesa di critica di un lavoro che non ho letto. Mi riprometto di farlo, e di tornare, magari qui, a parlarne con maggior cognizione.

  11. Riassumiamo le varie posizioni in gioco.
    a) Giovanna critica l’aspetto di fruizione auricolare da una prospettiva timbrica
    b) Nel farlo si appoggia all’argomentazione di Ortoleva che però fa un discorso più ampio, molto più filosofico che sociologico. Che il “suono dalle cuffie finisca per assumere la funzione di rispecchiamento, di autoriconoscimento” è molto poetico ma nulla più e vedremo in seguito il perché.
    c) L’intervento di Vittorio è condivisibile ma critica un terzo elemento che non era implicito in Giovanna sebbene lo fosse in minima parte in Ortoleva: lo snobismo antimodernista inteso e come sottovalutazione della versatilità di un ipod e come campione sociologico che giustifichi la primarietà interpretativa di un uso rispetto a altri.

    a) Giovanna dichiara a chiare lettere la sua premessa: l’Ascolto (capital letter) musicale non può prescindere dalla fisicità dei bassi e più in generale da un’esperienza estetica organica, tattile, che restituisca un impatto e una spazialità del suono credibile, live. Implicitamente Giovanna potrebbe al limite criticare anche il concetto di codifica lossy particolarmente spinta. Se si decide di perdere questa componente si avrebbe un parziale tradimento dell’ascolto, un uso del testo estetico lecito ma inteso come colonna sonora sullo sfondo, un uso di parallasse. La fruizione si accontenta di essere superficiale, timbricamente compressa e mutilata della sua complessità espressiva. Da qui l’uso appropriato della citazione di Ortoleva.
    b) Ortoleva tuttavia dice qualcosa di più e d’altro. “In questo tipo di ascolto c’è meno spazio per la musica nuova rispetto a quella già conosciuta o addirittura già memorizzata, e i suoni che vengono dalle cuffie finiscono con l’assumere una funzione di rispecchiamento, di autoriconoscimento”. Qui siamo nel campo dell’imponderabile e ha ragione Vittorio a subodorare un antipatia (lecita) scambiata per dato sociologico. Per quale motivo infatti si dovrebbe dedurre che il palinsesto presenti occorrenze già note piuttosto che inedite? Va da sé che assumendo questa conclusione come premessa ne vengano fuori riflessioni autoriflesse che infatti parlano di rispecchiamento e autoriconoscimento. Se decidiamo di svolgere a ritroso il modus ponens sui generis della conclusione a cui giunge Ortoleva scopriamo che se la musica è compresa a fondo solo attraverso una concentrata ricostruzione timbrica e armonica della struttura allora un ascolto mutilato e multitasking non può che appoggiarsi sul già visto su ciò che già si conosce. E se non lo si conosce occorrerà che quel brano sia armonicamente simile a altri, tale per cui l’incoffessato piacere del ritorno dell’identico sia dissimulato da un apparente diversità che trova spazio nelle variazioni melodiche. Quando Ortoleva parla di prevalenza della componente ritmica su quella timbrica sta in realtà criticando la semplicità armonica delle soluzioni musicali, sta già inserendo nella sua critica sociologica un elemento soggettivo di valutazione estetica della musica che si ascolta. Se non si accetta la sua premessa la conclusione è inaccettabile.

  12. c) Come giustamente notato da Vittorio, nessuna differenza tra le critiche mosse al walkman rispetto al contemporaneo ipod, critiche che tra gli audiofili dell’epoca andavano per la maggiore. Si potrebbe forse aggiungere che la disponibilità di brani sull’Ipod può decocentrare da un ascolto attento di un singolo brano. Ortoleva sta forse riaggiornando la vecchia diatriba tra radio vs disco, varietà e imprevedibilità vs consapevolezza e ripetitività? O non sarà per caso una critica di costume la sua, in cui la musica è solo sintomo di un approccio più generale alla sbrigatività di un’epoca, al suo mito del multitasking compulsivo?

    (Scusate il paio di refusi)

  13. Ragazzi e meno ragazzi: io ho dichiarato un mio gusto personale, che un bel giorno un musicista mi ha spiegato. Mi piacerebbe tantissimo, ora, che qui intervenisse qualcuno che si intende di musica e pure di fisiologia del corpo umano, porca puzzola.

    Quanto allo snobismo e al timore del nuovo: per quel che mi riguarda no, no e poi no! Ho il problema contrario, casomai (se di problema si tratta), perché tendo a mettere subito il naso nelle novità (tecnologiche e non), sono curiosa. A volte troppo, potrei stare più calmina.

    Per quanto riguarda la musica, vi assicuro che ascolto Mozart come Michael Jackson, i Radiohead come Madonna: sono fatta così, da sempre. E lo faccio perché MI PIACE, non certo in quanto intellettuale chic che si impone di farlo per studio. Ma vi assicuro che, per quanto riguarda la mia esperienza percettiva personale, preferisco ascoltare Madonna e i Radiohead a casse sparate nella mia auto chiusa (un tipo di ascolto che adoro), piuttosto che con gli auricolari. Mi diverto di più, mi piacciono le vibrazioni. Ascolto con le braccia e le gambe e mi dispiace per chi si perde questa cosa, ecco.

    Ciò detto, con questo post cercavo più che altro di capire cosa mi perdo io non usando quasi mai gli auricolari. Credo che i due tipi di ascolto possano pacificamente convivere, no? Ma forse mi sono espressa male, mi scuso con tutti. Però da qualcuno dei vostri interventi, qualcosa in più ho capito e vi ringrazio per questo. Dunque, pazienza se mi sono espressa male… 🙂

    Quanto al collega Ortoleva, cari ragazzi e meno ragazzi: io non voglio fare troppa pubblicità al libro – sennò poi pare che ci guadagno qualcosa – ma è uno dei lavori sui media meno moralistici e pregiudizievoli che io abbia letto. Equilibrato, approfondito, acuto in molti passaggi e sempre storicamente documentato. Colto.

    Detto questo, mi rendo conto solo ora che averne estrapolato un breve passaggio non ha reso onore al lavoro complessivo… Non su questo tema, almeno. Che aggiungere per questo? Scusami, Peppino.

  14. Vorrei dirti la mia, Giovanna, parlando da (contra e) bassista. L’ascolto con gli auricolari è castrante in ogni caso perché per quanto la tecnologia dei trasduttori sia raffinata (tralasciamo le questioni tecniche tra trasduttori dinamici ed elettrostatici) mancherà sempre lo spostamento d’aria di un woofer e il conseguente impatto della pressione sonora sulla gabbia toracica dell’ascoltatore. Mai come in questo caso l’espressione “ascolto di pancia” è tutt’altro che figura retorica.
    Spero di non annoiare con questa veloce spiegazione. Il problema di un qualsiasi trasduttore (e analogamentedel corpo umano) è la linearita della risposta in frequenza; detto altrimenti se io applico un segnale di potenza alla mia cassa (auricolare o diffusore non ha importanza) ottengo una buona restituzione del volume espresso in decibel delle frequenze alte. Risposta che descresce in modo non lineare allo scendere della frequenza. Tutti noi infatti non siamo mai stati delusi dagli alti dei nostri auricolari, mentre la latitanza dei bassi è una oggettiva tragedia. Perché? Perché ottenere una identica pressione sonora (db) avvicinandosi agli infrasuoni è dispendiosissimo in termini energetici richiedendo elevata potenza per far muovere un trasduttore dal diametro proporzionalmente elevato. Il nostro padiglione auricolare è sensibilissimo alle frequenze elevate per motivi di adattamento evolutivo: infatti queste onde hanno una elevata specificità, direzionalità e ricchezza informativa. Perfette per ricreare la spazialità di un messaggio sonoro.
    Le frequenze gravi invece hanno anch’esse un vettore direzione che ne identifichi la sorgente, a patto di essere elefanti. Per noi sono frequenze non udite con le orecchie ma percepite come spostamento del corpo, come fossero raffiche di vento, scuotimento da urti.
    Potendo esprimere perciò solo le frequenze direzionali, medio alte e alte, ovvero quelle che per caratteristiche fisiche spostano pochissima aria, gli auricolari non hanno senso per le frequenze al di sotto dei 450-500 hz, mutilando l’esperienza estetica. Rullanti delle batterie da godere in pieno stomaco come fossero pugni verranno ridotte ad una metronomica presenza ticchettante; note slappate di un basso funky non avranno mordente, walking in pizzicato perderanno l’attacco, impastandosi irrimediabilmente. Non scendiamo poi in toni ancora più gravi, una nota tenuta in legato con l’archetto in un violoncello, in un contrabasso, che divengono inesistenti e privi di dinamica a livelli inaccettabili. I pianissimi e i fortissimi saranno compressi in un effetto televisore, compressi in senso tecnico quindi tagliati in decibel nelle due ali di una ipotetica curva di Gauss che esprima sulle ascisse lo spettro di frequenza e sulle ordinate lla sensibilità espressa della potenza restituita.

    Se un ascoltatore è abituato a generosi woofer l’ascolto in auricolare diventerà come fare l’amore a distanza. Senza vibrazioni.

  15. PS
    Se vuoi esprimere una bassa frequenza hai bisogno di un trasduttore di grande diametro; se hai i padiglioni auricolari enormi di un elefante puoi percepire tali lunghezze d’onda anche se espresse a pochi decibel di potenza; se hai le orecchie di un uomo occorrerà sfruttare il corpo (polmoni e apparato digerente) come cassa di risonanza sostitutiva di un padiglione troppo piccolino per vibrare in accordo con l’infraonda. Motivo? Semplice, nella pancia c’è l’aria e l’aria può vibrare bene!

  16. Grazie Ugo, per la nutrita spiegazione. 😀

  17. C’è chi suona ascoltando con il corpo:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Evelyn_Glennie

    Uso le cuffie solo per necessità o per isolarmi: la musica dalle casse, o meglio dal vivo, è decisamente un’altra cosa. Ma chi ha una casa silenziosa e/o isolata? Chi ha in casa un musicista? Solo pochi fortunati mi sa.

    E poi, Giovanna, anche nella necessità ci sono cuffie e cuffie. 🙂

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