La rivoluzione si fa in rete?

Qualche giorno fa Massimiliano, allievo del Master in giornalismo Giorgio Lago dell’Università di Padova, mi ha fatto questa intervista per L_inkre@dibile on line, quindicinale del Master.

Intervista

Puoi scaricare QUI l’ultimo numero del periodico, da cui è tratta l’intervista.

Sul caso Iran e social network, segnalo lo splendido articolo del Washington Post «Reading Twitter in Tehran?» (June 21, 2009), che avevo letto giorni fa e da cui ho tratto le informazioni sull’uso iraniano della rete.

29 risposte a “La rivoluzione si fa in rete?

  1. Certo non si può parlare di rivoluzione, ma bisogna ammettere che qualcosa si sta muovendo, anche grazie al web. Lei dice che “la rivoluzione avviene sempre fuori, nelle strade. E’ off line, non on-line”, ma se invece fosse a metà strada? Se unisse entrambe le pratiche? Credo che l’iniziativa di Giovanni Fontana sia un ottimo esempio, anche se non si può definire rivoluzione; questo è il link del suo blog, in cui mostra le foto della sua originale iniziativa “Io parlo con chiunque di qualunque cosa” : http://www.distantisaluti.com/parlo-con-chiunque-di-qualunque-cosa. Cosa ne pensa?

  2. Faccio una domanda: si potrebbe fare una differenza tra video e scrittura? Voglio dire, per la protesta in Iran hanno avuto più importanza i video o gli articoli? Soprattutto, mi pare che la differenza tra i due mezzi possa porre un problema direi “storico”, nel senso che il video attualizza un evento, mentre solo un articolo può proporre un punto di vista interpretativo più penetrante(per esempio, mi pare ci sia stata un po’ di confusione sui “valori profondi” della protesta, penso soprattutto al concetto di libertà).
    Mi viene in mente questo pensando ai bombardamenti israeliani su Gaza di dicembre-gennaio (già ce ne siamo dimenticati? – a proposito del problema “memoria”…) che io ho seguito sul blog “guerrilla radio”, con corrispondenza di Vittorio Arrigoni: una cosa interessante che Arrigoni ha fatto fin dai primi articoli è stata quella di fornire una “mappa” di Gaza. Questo credo che un video non possa farlo.
    Non so se può essere una questione pertinente…

  3. “la rivoluzione avviene sempre fuori, nelle strade. E’ off line, non on-line”

    E su questo non ci piove! 😀
    Forse però si dovrebbe cercare di capire meglio fino a che punto blog, social network e via dicendo non possano davvero diventare un “ponte” tra la vita online e quella offline.
    Nel campo della comunicazione politica la vita online potrebbe rivelarsi uno strumento preziosissimo, ad esempio. E’ il tipo di comunicazione in sè a fare la differenza. L’interazione e la possibilità di sentirsi partecipi in prima persona di un qualcosa in cui ci si rispecchia non mi sembra affatto cosa da poco! E se proprio dal web, da quel blog che si segue tutti i giorni o da quel gruppo su Feisbuk si organizzasse una manifestazione “reale” o qualcosa del genere, perchè mai non si dovrebbe scendere in piazza?
    Certo, alla fine sono sempre i rapporti reali, faccia a faccia, a fare la differenza, a decidere se il movimento avrà un seguito oppure no. Ma questo non dipende dal web. Internet è uno strumento che si affinca agli altri (radio, tv…). Potrebbe essere un ottimo trampolino di lancio, un mezzo di aggregazione e partecipazione per portare fuori, nelle piazze, la comunità virtuale.
    il team di Obama, ad esempio, mi sembra abbia fatto un ottimo lavoro sul web, no?

  4. Ragazzi, siamo d’accordo. Diciamo che l’intervista è durata un’oretta e necessariamente Massimiliano si è trovato a dover semplificare un po’.

    In rete ci sono diversi mezzi e modi per cambiare le cose; giustissimo differenziarli, distinguendo video e altri ambienti, come suggerisce Gianni; giustissimo non sottovalutare, come sia Lilith che Scri notano, che non si devono sottovalutare le possibilità in più di partecipazione e coinvolgimento diretto che la rete offre a molti.

    Il punto è: mai semplificare, mai pensare che un mezzo sia risolutorio di chissacché. Le strade sono sempre molteplici e tortuose, on line come off line.

    Inoltre, non dimentichiamo il digital divide: non tutti accedono alla rete. Al mondo siamo oltre sei miliardi di persone, ma coloro che hanno accesso a internet sono… ricordo bene? più o meno un miliardo e mezzo.

    Ciao!

  5. a proposito di rivoluzione in rete segnalo http://dirittoallarete.ning.com/ , un sito che si propone di fare fronte unito con tutti i blogger e chi li sostiene contro le nueve misure del “nostro rappresentante” il ministro Alfano…

  6. Letta l’intervista ho un paio di considerazioni da porre ai bloggers e all’intervistata. Continuo a leggere con accalorato coinvolgimento commenti sulle proteste in Iran a seguito delle elezioni repubblicane, il ruolo di Twitter e meno specificatamente dei nuovi media nell’aggirare la censura, la rivoluzione possibile, etc.
    Ebbene, ammetto di non capire di cosa si stia parlando. Provo a fare chiarezza, sopratutto a me stesso.
    In Iran non vi sono stati brogli elettorali che sconfinino nel complotto. L’opposizione perdente ha fomentato i propri aderenti con l’argomento della vittoria tradita. Si noti che a cercare in rete le notizie non parlano quasi mai di cifre e occorre affidarsi alla BBC per capire che anche dopo il riconteggio la vittoria di Ahmadinejad è stata del 63% (percetnuali di votanti aventi diritto: >83%). Inutile aggiungere che sondaggi preelettorali effettuati da ONG indipendenti (New american foundation; leggere il non ovvio articolo del wahington post http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/06/14/AR2009061401757.html) fossero perfettamente in linea con i risultati ottenuti. Inoltre se ci concentriamo sulle fasce giovanili sedicenti protagoniste della protesta (18-24 anni) si osserva come rappresentassero largamente il blocco più solido in favore del rieletto Ahmadinejad.
    Cosa se ne conclude agilmente? Che sono stati i media occidentali a mettere in scena una protesta marginale, politicamente insignificante, attribuendole un peso statistico che non aveva. Una protesta assimilabile al G8 di Genova, morto compreso purtroppo. E’ facile restare coinvolti da sms poetici che parlano di una rivoluzione incombente alla porte, di un futuro ricco di libertà dove vivere una sessualità più disinvolta, di un potere meno oppressivo e di una professionalità ricca di possibilità per ambo i sessi. Occorre tuttavia capire che in ogni Paese del mondo è possibile trovare una minoranza che nutra le sue legittime rimostranze (personali e collettive) contro il governo e il proprio tempo. Ciò che il giornalismo dovrebbe evitare, tuttavia, sarebbe non attribuire i propri valori e le proprie aspettative a culture distanti. L’operazione è disonesta perché, volente o nolente, la stragrande maggioranza della popolazione appoggia volontariamente Ahmadinejad e fa bene perché non vedo alternative di riforma possibile che passino da altre parti politiche. Non è questa la sede per entrare nei problemi specifici dell’assetto istituzionale dell’Iran, tempi e modi di sostituzione del suo Consiglio dei Capi Religiosi e del suo Rahbar. Ciò nonostante si vada a rileggere quale fosse la situazione pre-Komehyni e sarà evidente come tutta l’informazione mainstream che ci arriva dai media è una falsa caricatura di un regime che deve essere raccontato esasperandone gli aspetti fanatici attraverso la riproposizione delle immagini di repertorio per ogni servizio che tratti l’Iran (come se ogni qual volta si parli dell’Italia sfilassero in video scene di ultrà in curva); negando sistematicamente traduzioni letterarie del parlato preferendovi la sintesi del giornalista di turno; finanziando la stesura di articoli che adottino la tecnica del finto reportage scientifico, in cui si riporta l’intervista di un singolo giocando sulla sineddoche. Questo si chiama barare.
    Twitter è stato il pretesto (occidentale) per immaginare e inoculare la percezione di una società che preme contro un governo retrogrado e ostile, un governo che censura la libera espressione dei cittadini. Tutto questo è di una ingenuità disarmante se ci si immedesima nel lettore modello. Prendiamo la tanto vituperata Cina, il cancan sulla questione Tibetana e i continuati racconti di censura dei Rampini di turno (peraltro giornalista bravissimo). Si potrebbe liquidare la questione mostrando che l’Occiddente ha tuttora in vigora Echelon, ovvero la continuazione di un maccartismo (che non è mai finito) con altri mezzi. E si potrebbe aggiungere che l’Occidente censura continuamente con tecniche di aggiunta, non di sottrazione. Pubblicare le voci di chiunque equivale di fatto a non pubblicarne alcuna con la differenze che un lettore ingenuo si sentirà più libero in un sistema bulimico anche se alla prova del nove mostrerà una comprensione dei fatti del mondo assolutamente priva di fondamento statistico.
    Ma cosa dovrebbe fare la Cina, scusate? Concedere la democrazia, magari proposta dagli statunitensi che l’hanno formalmente adottata nel 1776 ma che salutano come miracoloso l’avvento di un afroasianamerican solo oggi (e taccio su tutto il resto)?
    Riteniamo che la concessione dei diritti sia appunto solo un problema di delibera immediata o meno, indipendente dai tempi e sempre positiva? Crediamo che la situazione anarcoide di una democrazia concessa come manna porti a dei benefici senza comprendere che in Occidente essite tutta una serie di poteri effettivi non monitorizzati da processi di trasparenza o elettività democratica? Se i media occidentali si degnassero di far parlare gli stessi leader che continuano a sintetizzare a propria guisa, si scoprirebbero dichiarazioni molto più mature di ciò che si vorrebbe far credere dato l’etnocentrismo politico del nostro egocentrismo. Hu Jintao ad esempio fece un’ acuta considerazione: se si concedessero diritti democratici in questa fase di sviluppo vincerebbero i programmi di tutela dell’agricoltura dato che la stragrande maggioranza della popolazione ricade ancora in questo censo produttivo. Il risultato sarebbe una instabilità assoluta che riporterebbe indietro lo sviluppo economico e il benessere raggiungibile, alimentando tensioni sociali inimmaginabili. Pensate che informare sia sempre una operazione neutra e non invece insufflare una propaganda d’azione qualora il lettore non possieda l’antidoto degli strumenti di interpretazione? Il problema Tibetano invece trae linfa dalla simpatia e dalla grande personalità del Dalai Lama, appoggiato dalla scaltrezza statunitense che ne ha impersonificato il dramma di un popolo attraverso la sua industria culturale e i suoi mille film, da Scorsese ad Annaud e tutto cià che sta in mezzo. Ma il benessere raggiunto dai tibetani non è univoco nel condannare l’amministrazione cinese, si badi. Sono i media – occidentali, ancora una volta? 🙂 – a battere questa incudine scordando l’opinione della maggioranza dei cino-tibetani. In questo sciagurato gioco di parzialità informative è paradossale che tante persone certamente sensibili e intelligenti siano scese in piazza pensando di difendere la causa democratica difendendo un Tibet che era e dovrebbe in teoria ritornare ad essere una teocrazia -benchè storicamente sia sempre stato territorio cinese!
    Quindi il meccanismo di censura non è sempre negativo a meno di non voler semplificare troppo (censura male, assenza di censura bene). E’ negativo quando diventa anacronistico rispetto alla sensibilità culturale e alla maturità del cittadino verso cui è rivolta. Mi si obbietterà: e se il cittadino diventa maturo ma la censura continua come forma di mantenimento di un sistema di governo superato? Allora si fa la Rivoluzione, direte voi. E qui casca l’asino. Perché la questione non è allora se la rivoluzione si farà online o offline, nella rete o nelle piazze. E’ che dove la trovate la Bastille? Dove andate a prenderlo il Palazzo d’Inverno? Il potere è in ogni luogo e in nessun luogo. Quindi chi uccidete, il vicino di casa? Rimane il voto, un’arma spuntata ma l’unica che c’è. Oppure il ricorso a metodi violenti, ma in questo caso la questione è se può la democrazia (non solo la tanto vituperata dittatura) concedere a se stessa di essere sovvertita dall’interno con metodi non legali. Argomento che fu caro a Bobbio e che nemmeno lui osò risolvere senza contraddizioni.

  7. Alla fine mi pongo la domanda delle domande: è possibile fare a meno di media generalisti? La mia risposta è univocamente no. Può un blogger divenire opinion maker se non lo è già? Raro. La stragrande maggioranza dei blog di successo si fonda sulla trasposizione in rete di un personaggio già noto. Il passaparola è un meccanimso potente ma non sufficiente. E per quanti blog interessanti e autorevoli che nascono, il numero dell’irrilevanza è esponenziale. Quindi qualsiasi forma prenderà il giornalismo postcartaceo (ma lo stesso discorso varrà per l’attivismo politico) occorrerà di nuovo creare strutture piramidali di decisione dei topic rilevanti e di conseguente orientamento del consenso. Con le strutture rizomatiche non si va da nessuna parte e mi sembra di essere d’accordo con Giovanna. Quali forme assumeranno questi Hyperblogs sarà interessante ma non credo che durerà il criterio dell’affidabilità del parlante sbugiardabile all’istante. Purtoppo lo sviluppo quantitativo della rete e dei blog renderà sempre più arduo discernere le informazioni vere da quelle verosimili. Occorrerà ancora una volta definire un blog più autorevole degli altri. E non è detto che alla fin fine non ci si ritrovi in una condizione di scetticismo radicale, impossibilitati ogni volta a ricostruire qualsiasi verità fattuale.

  8. Zinn, scusa se rispondo in ritardo, ma il tuo commento era lungo e complesso. Avevo bisogno di tempo.

    Diciamo che concordo – di fondo – con tutto ciò che dici riguardo alla tendenza occidentale a imporre il proprio sguardo e i propri mezzi sul resto del mondo.

    Oltre alla famigerata «esportazione della democrazia» (quale democrazia?), l’occidente e il nord del mondo esportano, cioè impongono, la loro comunicazione (sguardo, stili, contenuti) a tutti gli altri. Questo è indubbio.

    La rete non è una panacea, siamo d’accordo. E spesso in rete accadono cose indotte, condizionate, amplificate, ecc. dai media tradizionali, siamo ancor più d’accordo. Detto questo, la rete è – per come è stata concepita, per come è nata (Arpanet, ricordi?) – fatta in modo tale che le informazioni possano di continuo spostarsi, passare da vie traverse, deviare, sfuggire, fuggire, prendere forme diverse, mutare, passar di mano…….

    Dunque, uno spiraglio… 🙂

    (Se le multinazionali non cambieranno la rete. Vedi Google. Ma questa è un’altra storia.)

  9. Grazie Guido, direi che questo servizio riassume esattamente tutte le critiche che si possono muovere al modo in cui i media occidentali realizzano la propria propaganda. Tutte le tecniche di manipolazione e parzialità d’opinione sono messe in gioco, dall’impossibilità di distinguere immagini di repertorio da immagini fattuali, agli accenti fanatici con tanto di bambini addestrati che fanno molto terrorista; dalla colonna sonora inquietante alle interviste a soggetti irrilevanti statisticamente e/o politicamente; arrivando infine a cittadini iraniani che vengono interpellati in un’artificiale diretta telefonica allo stesso modo di un tg nazionale che va a chiedere in giro alla ggente le opinioni che desidera sentirsi raccontare per poi spacciarle come campione statistico. Addirittura la dichiarazione di Obama viene letta come insinuazione di una vittoria elettorale dubbia quando non è che una dichiarazione diplomatica di circostanza a stemperare, non a gettare benzina sul fuoco. Non poteva mancare il pur drammatico incidente alla dimostrante uccisa (Neda Agha Soltan) da un proiettile esploso dalle forze dell’ordine, come se un incidente alla Carlo Giuliani facesse specie senza riflettere sul’ipotesi accidentale di un imperdonabile errore del singolo. I regimi dittatoriali quando fanno repressione non fanno un morto, ne fanno tanti, Myanmar docet, volendo rimanere ad eventi recenti. Perla del servizio la frase: “few brave iranians so decided to change[…]”, che ne esplicita l’isotopia.
    Non è assolutamente sufficiente che la parola sia libera di fluire. Occorre organizzarla se vuole diventare informazione. Se c’è un insegnamento non banale da trarre dall’uso e dall’enfasi di twitter è che anche l’informazione in rete può essere di nuovo utilizzata dai media generalisti per fomentare alcune interpretazioni rispetto ad altre. Una serie di incidenti filmati col telefonino, assolutamente marginali per numero di persone coinvolte, si gonfia nella protesta di milioni di cittadini, induce all’indignazione internazionale. Oggetto della mia riflessione: da un lato la rete non è in grado di restituire una ragionata comprensione numerica delle persone coinvolte in un evento, indipendentemente dalle testimonianze filmate o testuali che ne vengano date senza filtri. Ne consegue una atomizzazione dei gruppi di opinione nella quale ognuno si forma la sua impressione dei fatti attraverso i blog che frequenta ma sempre senza un quadro d’insieme. Dall’altro il ruolo di sintesi viene richiesto a siti che facciano le veci dei media generalisti ed infatti noi siamo costretti, pur con tutto lo scetticismo possibile, a guardare ancora news e tg nazionali e internazionali, con le loro versioni o i loro alterego digitali. Così l’inganno si perpetua perché barare con i numeri è facilissimo. Il cormorano intriso di petrolio che moriva caracollando nella 1a Guerra nel Golfo ha smosso i cuori e rimosso le critiche all’intervento militare (in realtà come sapete benissimo l’immagine era di repertorio: una petroliera finita sugli scogli del Nord Europa); con i miei occhi ho visto giornalisti europei pagare ragazzini libanesi per indurli a bruciare bandiere americane e israeliane, gesto privo di peso per chi voleva guadagnare tre spiccioli ma gravido di conseguene in chi a casa lo guardasse senza sospetto. Il caso Iran partecipa della stessa manipolazione che non aiuta né a capire i reali numeri e le motivazioni di una protesta (che c’è), né ad integrare nella comunità internazionale un Paese che verrà ulteriormente isolato sopratutto nella percezione che noi abbiamo di loro e che loro hanno di noi.

  10. Zinn.. io mi chiamo Guido Mencari, mi aggiungi su Facebook?

  11. Ciao Guido, non ho un profilo su facebook perciò incontriamoci qui nel blog della Cosenza 🙂

  12. Pingback: Gianpaolo Ormezzano: una vita oltre i traguardi  | DaringToDo.com

  13. Zinn “In Iran non vi sono stati brogli elettorali che sconfinino nel complotto. ”
    Scusa ma chi te l’ha detto??
    Eri in Iran? Suppongo di no, quindi come fai ad essere così sicuro che non ci siano stati brogli??
    Il blocco di Facebook prima delle elezioni, ti sembra una cosa “normale”?

    Il Guardian ha parlato di paesi in cui i votanti erano superiori al numero degli aventi diritto. Se non sono brogli questi, come si chiamano?

    http://www.guardian.co.uk/global/2009/jun/17/iran-election-rigging

    Comunque, non avendo un giornalismo indipendente e libero (di agire) in Iran, ognuno può scegliersi le notizie che preferisce 🙂

  14. @Hamlet
    Di certo la notizia che ti sei scelto tu è precedente all’intero discorso che mi pare faccia Zinn, con cui concordo pienamente. La notizia del Guardian è del 17 Giugno (5 giorni dopo le elezioni), prima dei riconteggi. E’ proprio il tipo di notizia basata sul nulla (viene accreditato seppur con cautela questo sito: http://www.ayandeh.nu/; scherziamo?). Questa linea interpretativa sui brogli è già stata abbandonata dai media occidentali e dai governi.
    Con umiltà ti suggerisco di diventare più scafato nel selezionare le notizie: la chiusura di facebook ad esempio è un caso complicato che ho seguito anch’io.
    Sono giunta alla conclusione che di notizia capziosa si trattasse: facebook sarebbe stato chiuso il 23 di maggio ma riaperto il 26, con elezioni il 12 Giugno. Cui prodest? Che senso avrebbe? Non mi si dica che Ahmadinejad avrebbe riaperto ciò che lui stesso avrebbe dovuto chiudere dopo aver ricevuto pressioni. Ma da chi? ahmadinejad non gioca certo a tirare il sasso e nascondere la mano. E’ tutto un far vedere da chi partano le sue sassate. Tra l’altro basta davvero poco per rendersi conto dove la propaganda occidentale vada a mirare: tutti gli articoli sostenevano che la chiusura di facebook avrebbe avuto lo scopo di indebolire la “forte” attività telematica dell’opposizione guidata da Mousavi. Ma sono rimasta di sale perché tutti gli articoli argomentano baldanzosi che i supporters sul profilo di Mousavi erano poco meno di 7000. Tutto molto montato in aria, Hamlet. Lascio la parola a Zinn.

  15. Ti ringrazio per il consiglio, MariaGiulia! Tu che sei molto scafata, potresti spiegarmi perchè (se le elezioni sono state regolari), dall’Iran (a giugno) si disturbano le trasmissioni della BBC?
    http://www.bbc.co.uk/blogs/theeditors/2009/06/stop_the_blocking_now.html
    Ovviamente la situazione è uguale al G8 del 2001: l’Italia disturbava la BBC nel 2001, vero??

  16. @Hamlet
    Io che sono molto scafata e non amo farmi abbindolare da una parte o dall’altra come faccio a non farmi menare per il naso? Cerco di usare un po’ di logica e vado a verificare un paio di condizioni che devono essere soddisfatte per avallare la tua tesi (e quella della BBC):
    I) Se il blocco della BBC persian tv da parte delle autorità iraniane è dovuto a volontarietà o manfunzioamento;
    II) Se il blocco della BBC p tv è contestuale e coevo alle elezioni o alle polemica sui brogli;
    Ebbene, cosa si scopre? Che la teoria della cospirazione sui brogli elettorali in Iran ha le ruote bucate se si crede alla censura mirata.
    Infatti la polemica e la relatica chiusura da parte delle autorità iraniane della BBC è coerentemente annunciata a seguito della chiusura dell’edizione persiana, più remota e in tempi non sospetti (21 jan 2009) (http://www.cnn.com/2009/WORLD/meast/01/21/iran.bbc.persian/index.html).
    Si può assolutamente criticare la posizione iraniana sulla chiusura di un canale britannico. Si può anche decidere di prendere in considerazione le motivazioni storiche degli attriti Iran-Bbc in cui il regime di Teheran imputa alla BBC di aver cospirato e preso parte al colpo di Stato del 1953.
    Ciò che non si può fare è collegare l’oscuramento della BBC alle vicende elettorali e relative polemiche leggendo una notizia vera (BBC chiusa) ma che pubblicata fuori contesto (14 Giugno, a ridosso delle elezioni) instilla il lettore ingenuo a trarne corollari non corretti.

  17. Grazie MariaGiulia, chapeau. Hamlet sta proponendo interventi interessanti su cui ragionare, non fosse per il fatto che gli articoli che cita dimostrano in modo lampante i tempi e i modi dell’agenda setting che si è data l’informazione occidentale. In aggiunta il video taggato nell’articolo della bbc è da tesi di laurea: montaggio, parzialità delle inquadrature a ridurre le masse, discronia percepibile tra eventi diversi tra loro, pochezza dei contenuti…Sembra un classico della creazione della notizia: alzare il volume concitato dello sfondo e lavorare in campo medio per non fare percepire l’entità delle folle (sparute). Purtroppo non ho amici di lingua araba capaci di tradurre il parlato in sottofondo, per capire bene cosa dicano gli iraniani. Il grido di “freedom, freedom” urlato da tre scalmanati in un paesaggio di qualche centinaio di persone caoticamente disposte fa ridere i polli ed è statisticamente insignificante. Il fatto che a girare quelle immagini da protesta domenicale sia stata la bbc, che aveva tutto da guadagnare nel mostrare le masse millantate negli editoriali, ci fa capire che di più non è successo.

  18. Probabilmente mi sono spiegato male. Io non ho mai detto che le elezioni sono state SICURAMENTE truccate. Anzi, tutti quelli che sono in altri Paesi e dicono che le elezioni sono SICURAMENTE truccate o che sono SICURAMENTE legittime mi fanno ridere. Come fanno ad affermarlo? Come fanno Zinn e MariaGiulia ad affermare (tanto per rovesciare la frittata) che le elezioni sono state regolari? Una persona “scafata” come fa a afre affermazioni che riguardano eventi così distanti e su cui dobbiamo per forza affidarci ai media??
    Mi spiegate perchè dovrei credere ala versione “le elezioni sono state regolari”? Solo perchè l’ha detto il ministero dell’interno iraniano?? (Paese ovviamente all’avanguardia nella democrazia del mondo!)

  19. Facciamo assieme una riflessione. A cosa serve la professata fede nella pluralità informativa Occidentale se alla prova dei fatti i principali eventi di cronaca sono ab origine raccontati da poche e potenti agenzie internazionali di proprietà azionaria di multinazionali che hanno interessi economici in gioco?
    I mass media tendono alla verità nel lunghissimo periodo, analogamente alla legge dei grandi numeri. Il costruito incidente nel golfo del Tonchino per giustificare l’intervento USA in Vietnam, le omissioni nell’invasione USA del Guatemala o di Panama, la formazione e l’appoggio a dittatori della genia di Pinochet, Videla, Saddam, le balle sul nucleare iracheno come pretesto d’invasione militare; solo per citare una manciata di episodi scelti tra le grandi balle che il più riuscito sistema democratico d’informazione mondiale ha prodotto e poi rettificato a distanza di tempo con la catarsi complice dell’industria dello spettacolo.
    Il giochino è sempre il solito:
    – creazione della notizia in tempi morti di notizie vere;
    – amplificazione di ballon per creare casi di settimanalizzazione successiva della notizia, magari con fare polemico ma sempre anodino negli effetti, che se poi ci scappa la guerra è festa per tutti, per gli ascolti e per i profitti;
    – bulimia e distorsione di un fatto in una miriade di interpretazioni (il lettore non capisce più nulla e tende a voler capire meglio aumentando le sue letture con il risultato di capire ancor meno di prima ma traendo pacificazione per il suo rispettato impegno a considerarsi lettore informato);
    – mea culpa e purificazione attraverso la rettifica anni dopo. C’eravamo sbagliati/scusate/capita/la cronaca ha le sue trappole/però ora diciamo la verità/quindi siamo onesti e voi potete credere in noi/il giornalismo è morto/viva il giornalismo!
    – Pentimento attraverso profitto. competenza dell’industria editoriale (dal romanzo al saggio passando per l’autobriografia codina) e cinematografica (film controfilm, docudrama, etc.)

    In tutto questo porcaio i veri interessati, governo o multinazionale, posseggono i media dai quali dovrebbero essere criticati: il primo indirettamente per ricatto o minaccia di mancato finanziamento, il secondo per controllo diretto. Nel migliore dei mondi possibili si limitano a sfruttare i media come ballon d’essai, per tastare il polso alla reazione posibile dell’elettore.

    Lo sapete benissimo che i media non informano, ma formano. Nel breve periodo la veridicità dei propri contenuti è prossima allo zero. Cassa di risonanza che moltiplica all’infinito una “notizia”. Ma una news generata da chi? Con la scusa del dovere di cronaca e dell’urgenza di pubblicazione si stampa una notizia non verificata generata da un’agenzia. Il danno è perciò già fatto perché, non vi insegno nulla, una evetunale rettifica ha un potere comunicativo nullo rispetto alla notizia che vorrebbe smentire.

    Arrivare alla conclusione che le elezioni iraniane sono state per lo più regolari è frutto di tutta una serie di ragionamenti ad absurdum:
    a) Per prima cosa è l’irregolarità che va dimostrata non il suo contrario. Sta ai media occidentali scovare le prove. Non basta la tecnica dell’insinuazione.
    b) Il numero dei sostenitori del broglio non deve essere solo quantitativamente elevato. Deve presentare quanti più soggetti eterogenei per interessi e finalità. Il criterio principe è il disinteresse se non il danno: avere un’etnia, una lobby, un gruppo di pressione, un’impresa industriale che abbia tutto il vantaggio a parlar di brogli e non lo fa. Non occorre che prenda posizione a favore perché l’omissione generalizzata è già sinonimo di approvazione. E’ lo stesso argomento inoppugnabile da proporre agli scettici dello sbarco sulla luna: se i russi che potevano lamentarsi di un’eventuale mitomania statunitense non l’hanno fatto allora vuol dire che l’allunaggio fu vero.
    c) La credibilità dei media occidentali è direttamente proporzionale al numero di fonti indipendenti tra loro che riportano un evento. Questo è un criterio storiografico e filologico indispensabile e attualmente coinvolge in negativo la totalità della cronaca internazionale.
    d) La credibilità delle agenzie di stampa internazionali su una specifica notizia è inversamente proporzionale agli interessi dei suoi azionisti finanziari.

    Trattare l’interpretazione delle notizie non è infine materia religiosa di certezza. Solo di probabilità.
    Valutiamo assieme parte di una notizia che ormai fa rubrica (da Il Sole 24 ore di oggi):
    Titolo: In Iran confermata la rielezione di Ahmadinejad

    […]Atomica pronta? L’Iran ha perfezionato la tecnologia per creare e utilizzare una bomba atomica. Per farlo – dicono fonti di intelligence occidentale al Times – manca soltanto l’ordine politico della massima autorità religiosa, l’ayatollah Ali Khamenei.
    Le fonti spiegano che il programma di arriccchimento uranio a fini militari è stato già completato dall’estate del 2003. a questo punto, aggiungono, basta che Khamenei ordini di passare alla realizzazione di un ordigno nucleare e entro un anno i tecnici iraniani potranno realizzare la bomba. Tecnicamente, dall’ok del leader supremo ci vorranno sei mesi per produrre i necessari quantitativi di uranio e altri sei per assemblare la bomba, che poi potrebbe essere montata su uno dei nuovi missili a lungo raggio Shebab-3. […]

    Repubblica passa una notizia analoga con tanto di stessa foto, idem per La Stampa che addirittura parla di un Iran nel caos. Tralascio l’estero per mancanza di tempo. Ciò che mi interessa è spiegare perché a queste notizie si dà lo statuto della menzogna.
    Si parla di elezioni ma si scivola sul nucleare iraniano (ma va?)
    L’AIEA (International Atomic Energy Agency) ha sempre avuto la possibilità di ispezionare l’Iran e non ha mai trovato tecnologia sospetta di alcun tipo.
    Le illazioni provengono invece dal governo americano che le giustifica tramite le insinuazioni di un gruppo paramilitare iraniano (il Mek).
    Si noti che, come nella sventurata vicenda irachena, il governo aveva tutte le tecnologie (satellitari e non) e tutto l’interesse a portare d’innanzi alla comunità internazionale prove evidenti delle proprie accuse. O meglio, avrebbe avuto questo interesse se non fosse invece stato certo del contrario, ovvero che non c’era nessun programma nucleare e nessuna testata atomica in Iraq.
    Stesso copione, stessa generazione del vulnus e del successivo casus belli.
    A questo punto ci si aspetterebbe che il giornalismo internazionale facesse di tutto tranne fare la prima cosa che scarterebbe qualunque bravo disinteressato giornalista ovvero appiattirsi sulle linee governative.
    Invece cosa fanno i media nel frattempo? Apparecchiano, come hanno sempre fatto.

  20. Notizia ufficialissima di un’ora fa (http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5hcI2cEI2R_30663RxlsVetrBx_dg) in cui si conferma apertamente da parte del Segretario di Stato Clinton il ruolo mediatico occidentale (e l’ingerenza aggiungo) nella questione delle elezioni iraniane.
    Che di deformazione propagandistica si trattasse era piuttosto logico. Il danno è però fatto perché l’effetto dell’ammissione di colpa raggiungerà una porzione infinitesimale delle persone che negli ultimi due mesi sono state esposte ad una quotidiana sequela di menzogne orchestrate ad arte.
    Bugie interessate che irrigidiranno ancora di più l’idea media che Euromica ha dell’Iran in particolare e dell’Islam in generale.
    Ringrazio la lucidità di MariaGiulia e lo scetticismo di Hamlet. E naturalmente Giovanna, che l’argomento ha lanciato.
    Sarà interessante chiedersi quale negoziato si nasconda dietro la mano tesa dell’ammissione statunitense.

  21. Zinn, il tuo intervento è interessante (e molte cose che dici sono innegabili)ma mi domando una cosa: perchè parli di media occidentali propagandistici (che fanno il lavaggio del cervello) e non parli mai della propaganda dei media iraniani? Si potrebbe dire che anche questa omissione, in un certo senso, è propaganda 🙂

  22. @Hamlet 🙂
    Il motivo è semplice: da regimi a forte carattere satrapico è ovvio aspettarsi censure e manipolazioni. Il ruolo di noi osservatori in questi casi consiste nel valutare quali strumenti siano usati da tali regimi per raggiungere i propri scopi. Il gesto di una nazione a forte carattere teocratico che non ammazza gli oppositori che hanno flirtato con nazioni straniere per fomentare un golpe soft, ad esempio, pur celebrando simbolicamente il processo giudiziario a loro carico, è inquadrabile come un passo in avanti verso forme più evolute di modernità del diritto. In questo caso infatti si comprende come l’uso della forza sia minore rispetto alla liceità che un sistema sensibilmente autocratico potrebbe tollerare senza implodere. Un piccolo, tuttavia, importante miglioramento da mettere nel cassetto delle cose buone.
    Ma dai nostri sistemi sedicenti democratici non è tollerabile che vengano poste in gioco propagande orchestrate. Dato il crèdo nella garanzia informativa che deriverebbe dalla presunta pluralità dei media se paragonata alla voce univoca di una Pravda, scoprire ogni volta che i nostri mezzi d’informazione non sono né indipendenti né atomizzati nelle loro interpretazioni è un evidente tradimento di quel concetto di libertà che andiamo esportando agli altri Paesi con ingiustificata e belligerante sicumera.
    Per questo la critica verso i nostri governi (e media) è e deve essere ben più spietata. Perché il nostro modello è arrogante e presuntuoso nel credersi più libero degli altri mentre alla prova dei fatti non lo è per molti parametri.
    Se gli altri sono cannibali, non possiamo fare come loro e mangiarli – così imparano, ché se lo sono meritato! Malgrado non sia immediatamente evidente, è molto più grave il tradimento dei nostri valori rispetto a chi quei valori li debba ancora metabolizzare. Si concede all’imputato che si va criticando ottimi, giustificati motivi per dubitare della credibilità del nostro sistema. Per questo criticare la propria parte è precipuo se si vogliano conoscere i propri limiti. Solo allora si vedranno chiaramente i limiti altrui senza scivolare nella miopia evangelica della trave nei propri.

  23. Se tu (giustamente) pretendi dei media indipendenti e “sinceri”, allora dovresti essere il primo che critica i media dei paesi non democratici. Se qualcuno leggesse solo i tuoi messaggi, potrebbe pensare che i media occidentali sono pieni di propaganda … e gli altri media? Non esistono?
    Concordo con alcune delle osservazioni che tu fai ma in alcuni casi hai semplificato troppo le cose. La situazione non è monolitica come la descrivi tu: vedi il caso David Kelly, che in un certo senso voleva essere usato dalla BBC (la stessa che critiche tu) quasi per buttare giù il governo Blair.
    Prima di arrivare a conclusioni affrettate, io preferirei ascoltare tutta l’intervista di Hillary Rodham Clinton alla cnn, e non solo alcuni estratti (come quello riportato da ap).

  24. @Hamlet
    Non ho semplificato affatto né tratteggiato una situazione monolitica. Ho scritto sei commenti piuttosto pesanti e al contrario ho cercato di restituire un onesto quadro del funzionamento dei media. Le critiche ai media altrui sono date per scontato sebbene meno interessanti perché spesso rozze e prevedibili e comunque doviziosamente strombazzate dai nostri.
    Tu scambi sintesi per semplificazione. Non cadere nell’errore tipico dell’umanista che attacca come un’indebita generalizzazione chi usi il termine gatto per riferirsi al suo animale e a quello del vicino con l’argomento che sono irriducibilmente diversi e che ogni tentativo di istituire parentele sia gretto riduzionismo.
    Sfatiamo immediatamente il mito della varietà come arricchimento che viene sovente citato a (s)proposito. Lo slogan è seducente ma è logicamente inconsistente. Il suo successo deve molto ad una equivoca nozione di democrazia nella quale occorrerebbe rappresentare idealmente l’intero spettro delle istanze presenti. Il che è vero, ma solo per ciò che concerne la rilevanza e la distribuzione delle notizie nel palinsesto. Purtroppo il massimo della varietà informativa in materia fattuale equivale invece al caos e all’indeterminazione. Quindi, che ci piaccia o meno, se il continuum che va dall’esistenza di un fatto alla sua negazione è rappresentato in toto ciò equivale alla completa assenza informativa, ad un’afasia da mancato rispetto del principio di non contraddizione.
    Tuttavia questa visione anarchica del passato prossimo potrebbe ancora essere tollerabile se riguardasse solo materie inessenziali, curiosità da gossip, l’ultima smentita del nano, il sesso e le vacanze, è più buono il prosciutto o la finocchiona…
    Il fatto che la BBC abbia dato contro Blair usando Kelly non cambia di una virgola il mio discorso; anzi, dimostra solo la semplificazione estrema con cui tu hai inquadrato il concetto di propaganda e faziosità. Nessuno ha mai sostenuto che i mass media siano filogovernativi in ogni caso (anche perchè i governi cambiano e bisogna indovinare da chi sarà composto il prossimo, ché ne va della carriera anche nell’ammirevole BBC). Lo sono sempre in politica estera per ragioni che ho già ampiamente cercato di spiegare e che possono riassumersi nella semplice constatazione che nessuno sega mai il ramo su cui è seduto e la ragion di Stato implica conseguenze economiche che addomesticano sovente l’onestà toccando l’interesse di tutti gli ceti nazionali. Giornalisti inclusi e spesso senza bisogno di pressioni esterne, perché i più tendono ad allinearsi a un sentire comune, a una convenienza perfino inconscia magari non vissuta come individualismo ma che interpreta il senso di appartenenza e protezione della propria comunità di interessi.
    Poi naturalmente anche la rettifica tardiva dell’errore fa parte del gioco ma rammento che Leo Longanesi era solito ripetere che quando potremo dire tutta la verità non la ricorderemo più.
    Non comprendo infine per quale motivo tu non sia andato immediatamente ad ascoltarti l’interezza dell’intervento prima di buttare là l’insinuazione che gli estratti dell’intervista tradissero con abile montaggio le parole della Clinton, della quale però hai sentito l’urgenza di ricordarci il cognome da nubile, questo sì eccesso di acribia superflua.
    L’ascolti e trai le tue conseguenze, sulle quali possiamo dibattere perfino in off topic. Ma a conclusioni affrettate rischi di arrivarci solo tu che non avendo approfondito hai concluso affrettattamente per l’ipotesi della conclusione affrettata. 🙂

  25. Ma dico io, proviamo a guardare questa notizia con occhi non velati dalla partigianeria (La Repubblica, oggi). Proviamo a ribaltare la prospettiva riflettendo su come valuteremmo noi un’operazione del genere contro l’Occidente: probabilmente la liquidiremmo come becera propaganda. E allora perché non si odono voci dissonanti al coro delle elezioni truccate, una obiezione contro un fumetto riadattato da due tizi che fanno i pubblicitari e vivono all’estero? Perché fare da cassa di risonanza? Che senso ha fomentare la rabbia degli europei che finiscono per manifestare contro un equivoco, pilotati come al solito nella difesa di interessi che passano sopra le loro inconsapevoli teste?

    http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/persepolis-20/persepolis-20/persepolis-20.html

  26. Avevo apprezzato il lavoro della Satrapi, ingenuo ma legittimo nell’analizzare in modo manicheo l’Iran pre e post ’79. Il fatto che 100000 persone, così dichiarano i due impresentabili remakers, e riportano i giornalisti di Repubblica, abbiano formato eventualmente parte delle proprie opinioni su questa impresentabile versione 2.0 non può che amareggiare. Sembra di leggere i raccontini della rivista fascista “La difesa della razza”, quella lettura dicotomica con i buoni di qua e i cattivi di là e tutto l’armamentario retorico infantile tutto intorno. Non poteva mancare certo il cinguettio di Twitter.
    Esilarante è l’argomento complottardo proposto dagli autori e messo in bocca a due inconsapevoli imbecilli. “Come hanno potuto contare più di 40 milioni di schede in meno di 24 ore?” si chiede uno. “Semplice” replica l’altra, “basta che sapessero già il risultato”.
    Furbi vero?

  27. Giovanna, che amarezza ascoltare Saviano parlare delle elezioni iraniane attraverso tutti i cliché della BBC. Ricostruire la morte di Taraneh, della quale non sappiamo nulla di nulla se non il racconto delle BBC che si basa su una ventina di righe di un blog arabo. (http://www.huffingtonpost.com/shirin-sadeghi/the-rape-of-taraneh-priso_b_233063.html) Le fonti usate pro o contro, finanche fossero una sola anonima voce, valide o meno a seconda della tesi che si vuole confermare. Il metodo uguale ai regimi che si contestano: la sentenza è già scritta, poi troveremo le prove.
    Nessuna testata giornalistica seria stamperebbe un articolo di così infamanti accuse dando voce a venti righe di un blog arabo. Siamo in un mondo dell’informazione che non vale la pena di essere vissuto. Ognuno legge quel che crede e crede quel che legge. Ma il dubbio mai?

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