Archivi del mese: luglio 2009

Dove va la pubblicità italiana

Ho trovato su Affari italiani una sintesi dei dati Nielsen Media Research sugli investimenti pubblicitari italiani nel periodo gennaio-maggio 2009.

La tendenza è chiara:

«Investimenti pubblicitari in calo nei primi cinque mesi del 2009: secondo Nielsen Media Research, da gennaio a maggio ammontano a 3.795 milioni, con una flessione del 16,5% rispetto al corrispondente periodo del 2008.

Con i dati di maggio (e con lo storico da gennaio 2009) è entrato nelle rilevazioni Nielsen Media il nuovo mezzo Transit, la pubblicità dinamica gestita da IGPDecaux su metropolitane, aeroporti, autobus e tram. Da gennaio a maggio 2009 l’advertising del Transit è di circa 42,4 milioni.

A mezzi omogenei, la variazione del totale investimenti pubblicitari è, invece, del -17,5%.

La classifica dei top spender vede nell’ordine: Wind, Unilever, Vodafone, Ferrero, Volkswagen, Barilla, Telecom It. Mobile, L’Oreal, Procter&Gamble e Danone, con investimenti pari 524 milioni, il 10% in meno sul corrispondente periodo del 2008.

Di queste dieci aziende soltanto due hanno incrementato gli investimenti rispetto all’anno scorso.

La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari (marchi Sky e Fox), mostra una flessione sul periodo cumulato del -14,8% e sul singolo mese del -13,2%. L’analisi per settore evidenzia per gli Alimentari -14,4%, per l’Automobile -21,6% e per le Telecomunicazioni +5,2%+40,0% maggio 2009 su maggio 2008). Si segnala anche l’exploit di Turismo/Viaggi che registra il +28,1% sul periodo cumulato e il +32,6% sul mese.

La stampa, nel suo complesso, da gennaio ha un calo del -25,1%.

I periodici diminuiscono del -29,5% con l’Abbigliamento a -28,2%, la Cura persona a -26,6% e l’Abitazione a -28,0%.

I quotidiani a pagamento mostrano una flessione del -21,8% con l’Automobile e l’Abbigliamento, i due settori più importanti, che riducono gli investimenti rispettivamente del -35,8% e del -29,0%. In controtendenza il settore Abitazione che supera i 24 milioni con una crescita in cinque mesi del +8,0%, grazie alle performance realizzate a febbraio e, soprattutto, a marzo. Segno leggermente positivo anche per il Turismo/Viaggi (+1,1% sul cumulato e +12,5% sul confronto mensile). A livello di tipologie, frena la Commerciale Nazionale (-25,4%) e sono in calo la Locale (-16,1%) e la Rubricata/Di Servizio (-20,1%). In contrazione anche la raccolta dei Quotidiani Free/Pay Press (-27,3%).

La radio diminuisce del 18,6% da gennaio a maggio rispetto al corrispondente periodo del 2008 e del 16,0% nel confronto mensile.

Fanno registrare variazioni negative Affissioni (-30,5%), Cinema (-16,0%), Cards (-18,0%) e Direct mail (-17,8%).

Performance, invece, sempre positiva per Internet che cresce del 7,8% raggiungendo i 243,5 milioni. In leggera crescita l’Out of Home Tv (+1,6%).»

(Affari italiani, 14 luglio 2009)

Un esercizio di futilità

Grazie a Nuovo e Utile (sezione Cinema e tv) ho scoperto che su questo sito la vodka neozelandese 42 Below sta mettendo online 42 corti d’autore. Mi ha colpita uno che si intitola «An Exercise in Futility», della giovane regista cinese Dee Dee Poon.

È una metafora del contrasto fra il desiderio di controllare le cose che facciamo, le persone a cui vogliamo bene, la vita intera, e l’impossibilità di farlo.


Fate l’amore con il sapore: un incubo

«Labbra» è fra gli ultimi spot della campagna per la Crema di Yogurt Müller, nota per il celebre «Fate l’amore con il sapore». Non è una novità (risale a settembre 2008), ma è più martellante in questo periodo che in altri, sia sulla stampa che in tv. E allora non riesco a stare zitta.

Lo spot mette in scena una delle più desolanti rappresentazioni porno soft del corpo femminile che la pubblicità abbia inventato negli ultimi anni.

Protagonista è una ragazza solitaria che, mangiando uno yogurt, sogna. E magari fosse il bel sogno che lo spot vuole farci credere, ma purtroppo non lo è: la ragazza sogna di tornare indietro, nuda e accucciata come un feto, sogna di galleggiare fra bolle rosse, un po’ ciliegie e un po’ gocce di sangue. Sogna che il sangue del ventre materno le scorra sul corpo, arrivi persino a gocciolarle dalle ciglia.

Lacrime di sangue?

In effetti, a guardare il finale, c’è proprio da piangere: la ragazza resta nuda, sola e accoccolata su un pavimento indefinito. Unica consolazione: un’enorme bocca rossa dipinta sul corpo. Insomma, lo spot riesce perfino a superare la solita equazione: donna = corpo, per suggerirne una ancora più riduttiva: donna = bocca (piccola parte del corpo). E l’annuncio stampa insiste su questa immagine.

Fate l’amore con il sapore, dice il claim.

Fate l’amore con una persona, dico io. Non con un incubo di regressione solitaria come questo. Fate l’amore con qualcuno che abbia la dignità di un essere umano, con pensieri, parole, ricordi, emozioni, speranze. Qualcuno con cui entrare in relazione e mettersi in gioco.

Non sei convinta/o? Lo spot ti sembra meno inquietante di come lo racconto io?

Fa’ la prova di commutazione: immagina lo stesso spot con un corpo maschile al posto di quello femminile. Lo accetteresti? Ti darebbe fastidio? Capisci a cosa siamo abituate/i?

Agenzia: Phoenix Advertising
Fotografia stampa: Gyslain Yarhi
Body Painter: Guido Daniele (Accademia di Brera)
Casa di Produzione: The Family
Regia: Federico Brugia
Pianificazione: Carat

La rivoluzione si fa in rete?

Qualche giorno fa Massimiliano, allievo del Master in giornalismo Giorgio Lago dell’Università di Padova, mi ha fatto questa intervista per L_inkre@dibile on line, quindicinale del Master.

Intervista

Puoi scaricare QUI l’ultimo numero del periodico, da cui è tratta l’intervista.

Sul caso Iran e social network, segnalo lo splendido articolo del Washington Post «Reading Twitter in Tehran?» (June 21, 2009), che avevo letto giorni fa e da cui ho tratto le informazioni sull’uso iraniano della rete.

Graffiti e sindaci da Bologna a Bari

Ieri su Repubblica Bologna è uscito questo mio commento, col titolo «I graffiti tra sceriffi e scarabocchi».

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Come promesso in campagna elettorale, a Bologna la prima azione del sindaco neoeletto Flavio Delbono è stata mettere in moto la macchina amministrativa per ripulire i muri sporchi della città. Da cosa? Dai «graffiti», dicono tutti. Dagli «scarabocchi» dice Delbono. Vorrei ripercorrere le principali implicazioni comunicative e simboliche di questa mossa. Non tutte positive, a mio avviso.

Il primo problema sta nel termine «graffiti». È vero che il dizionario riporta, come primo significato di «graffito», «qualunque segno inciso, scalfito su una superficie, spec. di pietra, metallo, intonaco e sim.» (De Mauro on-line). Dunque, alla lettera, chiamarli «graffiti» non sarebbe sbagliato. Ma è ormai da anni che a questa parola tutti associano subito – e strettamente – il «graffitismo» o «graffiti writing», cioè quel movimento artistico, impostosi negli Stati Uniti fin dagli anni Ottanta, per cui nelle città si realizzano pitture murali con bombolette spray.

Se li chiami graffiti la gente pensa al writing e si divide subito in due: quelli che ne pensano bene, pur facendo i distinguo del caso (non sempre sono «arte», non tutti sono «belli», eccetera), e quelli che ne pensano male (sono atti di vandalismo, imbrattano le pareti, sono illegali, eccetera). È chiaro che le cose sono più complesse e le distinzioni fra graffitismo, aerosol-art, street-art, tagging e semplici brutture sono più sottili.

Ma il senso comune funziona così: o buono o non buono.

Perciò un sindaco che li chiama «scarabocchi» finisce all’istante – anche se non vuole – dalla parte di quelli che ne pensano male. Il che, per una giunta di centrosinistra non è il massimo, visto che il graffitismo è collegato alle fasce più giovani della popolazione, con cui la sinistra fa fatica a dialogare, e agli studenti, con cui questa città non va sempre d’accordo.

Peggio ancora, poi, se il neoassessore Nicoletta Mantovani, con delega alle politiche giovanili, alla domanda che questo giornale le ha fatto: «Che ne pensa del piano anti-graffiti?» risponde: «Tutto il bene possibile. Che la città sia tremendamente sporca lo vedrebbe chiunque».

Peggio ancora, infine, se ricordiamo che nel 2007 un piano anti-graffiti fu avviato (e finì nel nulla) anche da Sergio Cofferati, da tutti denominato «sceriffo» anche per mosse (sbagliate) come questa. Vuole forse Delbono continuare questo infausto cammino?

Insomma, per ripulire i muri sporchi senza sbagliare, è sufficiente evitare la parola «graffiti»? Certo che no, anche se nella comunicazione politica le parole contano, eccome contano. Ma è ovvio che cambiare una parola non basta.

Come non basta nessuna azione basata su logiche esclusivamente negative: no graffiti, no sporcizia, no degrado. A ogni azione negativa va affiancata sempre un’azione costruttiva e positiva. Altrimenti l’immagine dello sceriffo, tutto censura e repressione, è dietro l’angolo.

Ma quali azioni positive? A Bologna sono tutte da studiare (o ristudiare, visto che progetti su questo tema giacciono in diversi cassetti dai primi anni 2000).

Suggerisco di dare un’occhiata – mutatis mutandis – a ciò che sta facendo Michele Emiliano a Bari, che ha già dato agli artisti un muro di 200 metri nel quartiere San Paolo e promette a breve un muro in ogni quartiere. E intanto studia un piano per ripulire Bari da ciò che arte non è.

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Ecco il video con cui Emiliano ha presentato l’iniziativa in campagna elettorale:

Street art @ San Paolo

Il G8? Pura comunicazione

È solo una passerella, una parata mediatica, un momento per confermare, aggiustare o ribaltare le strategie comunicative (nazionali e internazionali) dei vari capi di stato.

Per questo andrebbe studiato da analisti della comunicazione, più che da politologi ed economisti (idea per una tesi).

Fra coloro che hanno evidenziato con più equilibrio l’ineffettività politico-decisionale di eventi come il G8, c’è Loretta Napoleoni, che mercoledì 8 luglio ho sentito intervistata da Radio 24.

Lo ha ribadito ieri in una videointervista per l’Unità, in cui fa il punto sui giorni scorsi e anticipa cosa dobbiamo attenderci per oggi.

Le iperdonne di Satinelle

Da oggi apro una nuova sezione del blog. Poiché sono ormai molti gli studenti che prendono spunto da qui (vedi la categoria «Idee per la tesi», ma non solo), ho deciso di pubblicare alcuni lavori.

Mi spiego: non è una «garetta» per scegliere il/la primo/a della classe. Né voglio incentivare il copia-incolla di tesi altrui (disabiliterò l’apposita funzione). 🙂

Voglio solo condividere con chi non studia con me cosa accade oltre il blog: in aula, nei corridoi, nel mio ufficio. Raccontare «com’è andata a finire» questa o quella discussione. E valorizzare scritti che altrimenti – dopo il bel voto, la lode e le feste – prenderebbero polvere nei miei scaffali.

Saranno soprattutto saggi brevi, cioè tesine d’esame o fine triennio, perché vorrei venisse voglia di leggerli a molte persone – e la forma breve aiuta. Saranno lavori con metalinguaggio tecnico, teoria e astrazioni ridotti al minimo, perché vorrei che fossero facili da leggere. Insomma, saranno lavori che proseguono dove io mi sono fermata.

Marco Salimbeni è al primo anno della Magistrale in Semiotica e ha scritto una tesina per l’esame di Semiotica dei consumi su «La rappresentazione della transessualità nella campagna Satinelle Ice Epilator di Philips».

Un estratto:

«Il corpo, ancora una volta, è il centro attorno al quale si svolge la manipolazione pubblicitaria. Nonostante la scelta di mettere in scena proprio un corpo sia abbastanza ovvia, essendo il prodotto pubblicizzato un prodotto per la cura del corpo, è utile indagare come questo corpo viene presentato.

La scelta di servirsi di un personaggio transgender per promuovere un epilatore femminile appare innovativa e conferisce al brand una connotazione di modernità e sensibilità verso il sociale, provocando volutamente scalpore e attirando attenzione; i valori di delicatezza ed efficacia trasmessi al prodotto sono espressi in modo coerente, perché Karis raffigura sia un modello di femminilità costruita, anche grazie all’epilatore, con successo, da ammirare; sia il lato problematico della costruzione di questa bellezza, il dolore, a cui Karis è più sensibile in quanto uomo.

Meno innovativo, invece, è come questo corpo viene messo in scena. Il corpo femminile, nonostante il non essere donna biologico del protagonista, è sempre veicolo di accettazione sociale, ancor più perché iper-costruito, iper-femminile, iper-piacente e iper-seduttivo. Volere essere donna e soprattutto sapere essere donna con l’esibizione di un corpo glabro, sexy e conforme ai canoni estetici della società contemporanea sono gli imperativi a cui nessuno, né donna biologica né transgender, può sottrarsi.»

Puoi scaricare da QUI la tesina di Marco.

Questo, infine, è lo spot 2008 della campagna Satinelle Ice Epilator di Philips: