Il premier in stile Andy Warhol, di Ilvo Diamanti

In questi giorni sono blindata in un corso di formazione, per cui parlo otto ore di seguito 😮 (Non si uccidono così anche i cavalli? è il film che mi viene sempre in mente in questi tour de force). Pochissimo tempo per il blog.

Ho letto ieri su Repubblica questo splendido articolo di Ilvo Diamanti, con cui mi trovo spesso d’accordo. Anche in questo caso lo sono (i grassetti sono miei):

«È arduo separare Berlusconi dalla sua immagine. E quindi dai media. In particolare, dalla televisione. Imprenditore, attore politico e mediatico al tempo stesso. “Il” protagonista della scena nazionale.

Tuttavia, non ci è mai capitato di vederlo tanto spesso come negli ultimi mesi. Usare argomenti e toni così violenti, con altrettanta continuità. Deciso a rispondere colpo su colpo ai “nemici”. Ai farabutti che si annidano nei giornali di partito e soprattutto nei giornali-partito. Per difendersi da questa “Repubblica dei veleni”. L’unica opposizione che egli tema. Perché ne minaccia l’immagine. Non l’abbiamo mai visto così presente in tivù. In modo diretto ma anche indiretto: nei discorsi degli altri. Amici e nemici.

Non abbiamo dati empirici, al proposito. Ma siamo certi che chi ne dispone confermerebbe le nostre impressioni. D’altronde, nell’era della comunicazione e della personalizzazione, Berlusconi, come ha osservato Giuliano Ferrara sul Foglio (echeggiando David Brooks, columnist del New York Times), interpreta e incarna l’idealtipo dell’individualismo espressivo. E – aggiungeremmo noi – aggressivo. Ne è “il più grande e clamoroso campione in Europa e forse nel mondo”. Iperpresente. Anche perché agisce in Italia, dove dispone dei mezzi – meglio: media – che servono al fine. In primissimo luogo le televisioni. Leadership del governo e del partito di maggioranza. Il Partito Mediale di Massa.

Si tratta di un mutamento sostanziale rispetto alle precedenti vite vissute da Berlusconi, nel corso della seconda Repubblica. Segnate da alti (gli anni della discesa in campo) e bassi (il periodo del limbo, fra il 1996 e il 1998, quando molti, compresi gli amici, lo davano per finito). Sempre attento a marcare le distanze dal mondo. Dai nemici e ancor più dagli amici. Anche durante la precedente esperienza di governo, dal 2001 al 2006. Quando a discutere in tivù con l’opposizione delle piccole cose del nostro piccolo paesino mandava i suoi consiglieri,avvocati, consulenti. I leader alleati. Mentre Lui volava alto. Tra i grandi della terra a cui dava e dà del tu.

Per 10 anni: nessun confronto aperto in televisione. Sino al 2005, quando decide – a sorpresa – di recarsi a Ballarò, nella tana del nemico, dopo il disastroso risultato delle elezioni regionali. E prosegue nella campagna elettorale del 2006. Presenza fissa della tivù. Dovunque. A sfidare tutti e soprattutto Prodi, vincitore annunciato. Per rovesciare le previsioni. Per dimostrare che Lui non ha paura.

Da allora non ha più smesso. Si è trasferito stabilmente sugli schermi. Nella breve stagione del governo Prodi: per ripetere che era abusivo. Infine, dopo la vittoria elettorale del 2008, ha deciso di impersonare governo e maggioranza. Da solo. E negli ultimi mesi la sua presenza è divenuta ancora più frequente. La sua retorica: ancora più aggressiva. È un uomo solo, il premier. Solo contro tutti. O almeno come tale agisce.

Per almeno tre ragioni.
1) Gli scandali sollevati intorno alle sue frequentazioni femminili lo irritano e gli creano disagio. Quasi più delle polemiche sul conflitto di interessi e dei problemi con la giustizia. Perché – appunto – ne incrinano l’immagine pubblica-privata. All’estero, ma anche in Italia. Come è emerso alle elezioni europee. Il cui risultato, rispetto alle premesse e alle (sue) promesse, è apparso deludente.

2) La sua maggioranza è divisa da rivalità politiche, personali e territoriali. Inoltre, Gianfranco Fini non perde occasione per sfidarne la leadership. Non solo in ambito istituzionale. Anche nel centrodestra e nel Pdl.

3) L’opposizione politica: chi l’ha vista? La sinistra radicale è quasi svanita. Di Pietro e l’Idv sono stranamente scomparsi dai media. Il Pd si è preso una vacanza congressuale ed esercita la propria opposizione al proprio interno piuttosto che contro il governo.

L’unica vera opposizione che disturbi il premier, per questo, giunge dai media. I pochi media che lo incalzano. Scavano nella sua vita pubblica e privata. Che poi è lo stesso. Così la presenza mediatica del premier si è dilatata all’infinito. Egli è dovunque. Nelle occasioni pubbliche. Anche – e soprattutto – le più dolorose. I luoghi del terremoto e le esequie dei militari caduti in Afghanistan. Quando fra gli italiani prevale lo spirito unitario.

Conta sull’effetto seriale. L’assuefazione a un format che si ripete, puntuale, un giorno dopo l’altro. Ma, al tempo stesso, asseconda il suo – personale – “individualismo espressivo” (e aggressivo). Che, tuttavia, comporta anche qualche conseguenza non voluta:

a) In primo luogo: il fastidio, la ripulsa. Perché quando è troppo è troppo. E allora quando si presenta a Porta a Porta, in un palinsesto rivoluzionato a sua misura, molti cambiano canale. Meglio la fiction vera. Meglio (molto meglio) la Juve. Oppure fanno qualcos’altro.

b) In secondo luogo: la patologia del rumore. In mezzo a polemiche tanto violente per farsi sentire occorre urlare più forte. Sparare cannonate. Minacciare di nuovo la secessione. Gridare al golpe. Alla sinistra parassita che vada morire ammazzata. Con il rischio che, presto, tutti divengano sordi. Che, molto presto, evocare la secessione e la morte solo a parole – per stupire – non basterà più.

Ma il rischio maggiore di questa strategia iperrealista – che identifica la realtà con la sua immagine – è la dissociazione. Fra realtà mediale e reale. Scoprire che la vita – politica e sociale – è diversa dalla sua narrazione mediatica. Che la crisi, espulsa dagli schermi e dal linguaggio mediatico perché disfattista, in effetti: esiste. Che la disoccupazione: esiste. Che l’insicurezza, bandita dai tiggì: esiste. Che il paese, unito a reti unificate: è diviso. Che l’immagine del premier, riprodotta e moltiplicata, in molti, diversi colori, come un’opera di Andy Warhol: non basta.

La realtà italiana è troppo complessa per venire rappresentata da un monoscopio.»

Ilvo Diamanti, Repubblica, 21 settembre 2009

Una risposta a “Il premier in stile Andy Warhol, di Ilvo Diamanti

  1. Se lo si guarda come al classico fustino del Dash o del dado Liebig, e hai voglia a rifarne, rifarne, rifarne, rifarne l’immagine, e cambiare lo slogan e la forma, e se non mi sbaglio siamo già all’eptadodecasimaltetraedro in brodo, che sbraita dai vapori dalla pentola e ormai in tutte le salse che ‘Egli’ è il più bianco del bianco, il ‘Fenomeno’ ha necessariamente la sua classica curva di prodotto, no?

    Certo occorre pazienza, molta pazienza… anche un attimino di tenacia e persistenza… ma son ottimista, hai visto mai? Del resto fuori dal monoscopio le papille gustative dovrebbero essere ancora attive e la minestra fa proprio schifo, sa di detersivo…

    Però, però… non è che mi diventa un ‘classico’ come la Soup Campbell?
    Poi, si clona?

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