Ai confini del guerrilla

Martedì 8 settembre i Black Eyed Peas hanno inaugurato a Chicago la nuova stagione del celebre show televisivo di Oprah Winfrey, due giorni prima che andasse in onda.

La performance, organizzata con lo sponsor T-Mobile USA, è stata salutata come il più grosso flash mob mai tenuto in un’unica città, perché ha indotto – si dice – ben 21.000 fan a ballare in Michigan Avenue a Chicago.

La multinazionale T-Mobile non è nuova a queste iniziative. A gennaio e aprile di quest’anno, la sede inglese aveva organizzato a Londra – prima alla Liverpool Street Station, poi a Trafalgar Square – due memorabili azioni di guerrilla marketing. Ne abbiamo già parlato QUI, dove puoi rivederle e metterle a confronto.

A Chicago, però, di flash mob ce n’è poco. A dispetto di come lo presentano.

L’adesione dei fan alla coreografia non è affatto improvvisata e non coglie nessuno di sorpresa (come potrebbe?), ma è organizzata nei più infimi dettagli per le riprese televisive: l’ostentazione del telefonino da parte di Oprah, le distanze regolari fra i ballerini (calcolate per farli muovere con agio), i primi piani sui ragazzi al centro, le panoramiche dall’alto. Tutto.

Non più guerrilla, direi, ma sua messa in scena (citazione?) televisiva.

Ringrazio Giulia per avermi segnalato l’evento.


7 risposte a “Ai confini del guerrilla

  1. Già, sembra proprio un prodotto costruito per la tv fin nei più piccoli particolari. Come fai notare, le prove più evidenti sono nella regia, che riesce a cogliere i fotogrammi al momento giusto aggiungendo movimenti di macchina calcolati.

    Tuttavia l’effetto finale, seppur artefatto e non più spontaneo, rimane spettacolare. l’unica cosa veramente inguardabile è Oprah che, con quel telefonino teso in aria, finge di filmare la platea. Cosa non si fa per la pubblicità;-)

  2. A me è piaciuto tantissimo.

  3. Trovo imbarazzane le messe in scena di entusiasmo posticcio. E sono d’accordo con Giacomo, la scenetta con oprah che finge di filmare tutto è terribile… Che trash!

  4. eh si, quell’Oprha che filma non è proprio il massimo, ma confesso che la prima volta che ho visto il video ho pensato si trattasse di una campagna virale dei Black Eyed Peas (molti dei miei contatti su FB condividevano il video commentando la canzone e il gruppo)^^ l’unica cosa certa è che non mi è mai sembrata spontanea o improvvisata; simpatica e divertente, quello si 😀

  5. Quando abbiamo visto il video in agenzia ne abbiamo parlato un po’. La domanda che ci facevamo era “Può un flash mob dove i partecipanti sono tutti attori pagati, essere considerato tale?”, quando per flash mob in genere si intende una mobilitazione veloce che vede la partecipazione spontanea di attivisti e magari anche semplici passanti. Conseguenza implicita ma importantissima, il “pubblico” non sarebbe un semplice ricevente del messaggio, ma partecipando liberamente alla mobilitazione si trasforma a sua volta in emittente. In questi flash mob invece la costruzione di senso è tale che la partecipazione spontanea, quando è permessa, rimane comunque vincolata rigidamente. Dunque è ancora un flash mob in senso proprio? Direi di no. Tuttavia è innegabile la forza virale del video che ne scaturisce. Dunque è guerrilla? Direi di sì.

    In altre parole, se separiamo l’attività in due operazioni, ovvero il flash mob ed il video che ne scaturisce, vedremo che il flash mob non ha raggiunto la partecipazione spontanea che ci si attenderebbe naturale da tale attività (portare a termine un flash mob ha comunque obiettivi che superano la partecipazione spontanea del pubblico, e che magari vertono sulla notiziabilità di un’azione presentata ai media come “spontanea”), ma che il video sta raggiungendo ottimi risultati. Descriverlo con una categoria come “marketing non convenzionale” significa solo riconoscere come sia un’attività difficile da inquadrare in definizioni, e che risulta popolare proprio in virtù di questa caratteristica di “a-normalità”.

    Dunque, per quanto mi riguarda, è un video virale basato non su di un flash mob ma su di un set accuratamente studiato. E questo non sminuisce per niente il lavoro ma lo ricolloca in una dimensione diversa, in cui il pubblico rimane, tutto sommato, soggetto passivo finché non impugna un mouse per partecipare ed influenzare la diffusione di un contenuto che diviene virale. Sarebbe credo interessantissimo studiare l’interazione tra contenuti “costruiti” a tavolino per la strada da un direttore creativo e partecipazione “spontanea” degli utenti in rete. L’incontro con “l’inaspettato” si sta spostando in rete? Ahi ahi ahi..

  6. Ecco: innanzi tutto debbo premettere che non avevo la più minima idea di cosa fosse un flash mob; ciò che più mi ha colpito appena ho cominciato a guardare il video sono le facce tese e attente degli “astanti” in prima fila, che sembravano tutti focalizzati sull’unica ragazza che balla al centro….vederli poi muoversi insieme, con una coreografia studiatissima, perfettamente coordinati, mi ha lasciato un po’ spiazzato…. Ma il mio è un giudizio del tutto emotivo, “di pancia e di sguardo”….
    Ciao a tutti e buon fine settimana!

  7. Non posso che condividere a pieno quello che ha detto il mio esimio collega Frankie. Penso che termine flash mob sia una categorizzazione messa a posteriori dagli addetti ai lavoro quando una campagna pubblicitaria non riesce ad essere definita in nessun altro modo. Se volete vedere cosa sia veramente un flash mob vi consiglio il sito del collettivo improveverywhere ( http://improveverywhere.com/). Ma se il punto della situazione è capire se la campagna possa essere definita come un’azione di guerrilla non posso che essere nuovamente d’accordo con Frankie. Il video della performance è dotato di una dimensione narrativa che racconta la “messa in scena di un flash mob” per generare passaparola sul web. Il messaggio si nasconde e sfrutta i media e le persone come cassa di risonanza: il vero obiettivo che dovrebbe avere ogni campagna di guerrilla.

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