Archivi del mese: settembre 2009

Vita da Facebook 11 – L’uso di foto per pubblicità

Eleonora mi segnala uno scambio fra un lettore e la redazione di Hi*_Test (la rivista di Altroconsumo dedicata al mondo hi tech), a proposito di Facebook e l’uso di foto personali per fare pubblicità.

Abbiamo parlato altre volte del problema della privacy su Facebook (ad esempio QUI e QUI).

Credo che la risposta di Hi*_Test possa essere utile a tutti.

Ho fatto come loro suggeriscono, non autorizzando nessuno a vedere mie foto in inserzioni pubblicitarie (tu l’hai fatto?), ma ho notato che qualcosa, rispetto alla descrizione passo passo di Hi*_Test, è già cambiato.

Tutto resta comunque abbastanza fumoso.

Non ho tempo per approfondire, qualcuno mi aiuta?

NON USATE LE MIE FOTO NELLE INSERZIONI:

Ho sentito dire che facebook si è messo a utilizzare le foto delle persone iscritte a questo popolare social network per pubblicizzare servizi e prodotti.

Se ho capito bene, ci sarebbe il rischio che i miei amici vedano la mia faccia associata a qualche réclame.

Volevo sapere se è vero e, se lo è, cosa si può fare per evitarlo: sarò retrogado, ma a me sembra di ricordare un tempo in cui i protagonisti di un spot venivano pagati per la loro prestazione.

Un lettore, Roma.

RISPOSTA DI HI*_TECH:

Siamo andati a indagare su quanto segnala il nostro lettore.

Scegliendo il menù “impostazioni – impostazioni sulla privacy – notizie e bacheca – inserzioni di facebook” appare un avviso che s’intitola “sfatiamo le false voci relative alle foto nelle inserzioni”.

Ma le spiegazioni date non ci convincono, in particolare la frase “questa voci si riferivano alle applicazioni di terzi”: non cambia niente, per un utente, che a usare la propria immagine in maniera inappropriata sia direttamente facebook o un’applicazione di terzi. Scrivendo così facebook ammette che la cosa è effettivamente accaduta e non si capisce se può continuare a succedere oppure no.

Se poi clicchiamo su “per maggiori informazioni”, appare la consueta pagina semivuota della “assistenza” di facebook: “per questa lingua non sono ancora disponibili Domande e Risposte di facebook”. Se invece si clicca su “chiudi” e si accede quindi alla pagina “inserzioni di facebook” scopriamo che facebook non consente alle applicazioni di terzi o alle reti delle inserzioni si utilizzare il tuo nome o la tua foto nelle inserzioni.

Ma questa funzionalità potrebbe venire abilitata in futuro. Dunque, è lecito supporre che, per via delle critiche ricevute, facebook abbia disabilitato tale funzionalità per le applicazioni terze, ma si riserva comunque di riabilitarla in futuro.

Se non volete che le vostre foto vengano usate per pubblicità, non vi resta dunque che accedere a questa pagina, e alla voce “le inserzioni sulle pagine della piattaforma possono mostrare le mie informazioni a” selezionare “nessuno” e poi cliccare su “salva modifiche”.

A chiudere il tutto, in fondo alla pagina si legge: “tieni presente che le inserzioni create dalle applicazioni di terzi da te utilizzate non sono controllate da questa impostazione”. Una scritta di cui non capiamo il significato, ma che sembra comunque rendere poco efficace pure l’impostazione di protezione della privacy che abbiamo appena descritto.

Insomma, fra i tanti lati positivi del social network, e di facebook in particolare, può nascondersi anche qualche ombra.

(Hi*_Test, numero 15 settembre 2009, pag. 3.)

Berlusconi e la credibilità della stampa

Dal blog di Luca De Biase, un post di ieri (i grassetti sono miei):

«Pew registra in un’interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali.

Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.»

Ecco, appunto.

Credo sia proprio questa la direzione in cui sta andando la stampa italiana, dopo i colpi e contraccolpi sulla vita pubblica/privata del cavaliere e dei suoi avversari politico-mediatici: perdita di credibilità.

E credo sia questa la strategia comunicativa di fondo della cosiddetta «campagna d’autunno» berlusconiana: più che «imbavagliare» la stampa, «censurarla», «toglierle la libertà di espressione» – come spesso si dice a sinistra – Berlusconi la sta avvolgendo in una cortina fumogena. Tutta: da Repubblica all’Unità (querelate), dal Giornale (più volte smentito) alla stampa internazionale.

Nessuno deve più credere a niente: questo è l’obiettivo.

Sul fatto che ci stia riuscendo non abbiamo dati, come dice Luca De Biase, ma ho l’impressione di sì.

PS1: Ringrazio mio fratello per l’illuminante conversazione in proposito.

PS2: Aggiungo che ho firmato anch’io l’appello di Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky in difesa di Repubblica, pur percependo l’ambivalenza del gesto conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco.

Poiché in questo momento in Italia nessun gioco alternativo e nessun meta-gioco è possibile, sostenere simbolicamente una parte in gioco – specie se si è in molti a farlo – è comunque rilevante.

Franceschini, Ceausescu e Madonna

Neanche a farlo apposta, dopo il post di ieri vengo a sapere di Dario Franceschini che, per commentare lo slittamento di Ballarò a favore della puntata di Porta a Porta sulla consegna delle prime case ai terremotati abruzzesi, paragona Berlusconi a Nicolae Ceausescu.

Così La Stampa riportava ieri la notizia:

Franceschini è durissimo: «Anche Ceausescu avrebbe avuto un po’ di orgoglio nel dire no a una rappresentazione» come quella annunciata per domani [stasera, n.d.r.] a Porta a Porta». Il segretario del Pd parla di «reality in cui i terremotati sono trasformati in comparse» e il presidente del Consiglio «andrà dentro le case, aprirà il frigorifero e dirà “che meraviglia!”». «Non si capisce – continua Franceschini – perchè utilizzare così il dramma delle persone». Per il segretario del Pd la consegna delle case ai terremotati «andava fatta» ma «non c’era bisogno di trasformarlo in uno show mediatico».

Come diceva Ugo in uno splendido commento che ti invito a rileggere, «occorre essere colti anche per offendere bene». Infatti. E occorre anche sapere, aggiungo, che se sbagli l’insulto o lo esageri, chi ti ascolta simpatizza subito con l’insultato.

Ho sentito perfino un paio di immigrati romeni, ieri, indignarsi per l’infelice uscita di Franceschini, prendendo le difese di Berlusconi al grido di: «Questa gente non ha idea di cosa sia una  dittatura!».

Hai notato, inoltre, che dopo la battuta su Ceausescu nessuno fa più caso al resto del commento di Franceschini, peraltro condivisibile?

Mi viene in mente quando, un anno fa, nel Get Stupid Interlude dello Sticky and Sweet Tour Madonna paragonava John McCain a Adolf Hitler e altri dittatori, per sostenere la candidatura di Obama. Una stupidaggine pianificata che scatenò subito un bel po’ di polemiche, come da sempre accade per le uscite di Madonna (puoi leggere QUI cosa dicevamo in proposito).

Ma nel caso di Madonna le polemiche sono programmate per attirare l’attenzione sul brand. E pazienza se non servono alla causa.

Nel caso di Franceschini?

La piazza contro Obama

Sulla riforma sanitaria Obama sta rischiando grosso.

Secondo i dati ufficiali dell’US Census Bureau relativi al 2008, l’attuale sistema sanitario americano, per due terzi privato e tra i più cari al mondo, non copre 46,3 milioni di americani (erano 45,7 milioni nel 2007). La riforma è perciò necessaria, e su questo concordano persino alcuni repubblicani, ma Obama stenta a farla passare perché l’attuale sistema coinvolge troppi interessi corporativi, assicurativi, finanziari.

Contro il cosiddetto Obamacare, sabato scorso «la gente» – dicono gli oppositori di Obama – è scesa in piazza a Washington.

La gente?

A proposito di quanto dicevamo la settimana scorsa sulla piazza mediatizzata, vale la pena ricordare che, secondo l’osservatorio Campaign Media Analysis Group, gruppi di pressione e lobby ostili alla riforma hanno speso, in soli 6 mesi, oltre 57 milioni di dollari in spot televisivi, la maggior parte dei quali fra luglio e agosto.

C’è da stupirsi se la gente è scesa in piazza?

Si tratta di verificare quanti erano: il New York Times parla di qualche decina di migliaia, i media conservatori dicono un milione o due. La polizia non ha fornito dati ufficiali. Solito balletto di cifre. Solite angolature tendenziose, per cui in una foto vedi la folla, in un’altra sembrano pochi.

Si tratta di capire, ora, se le organizzazioni che sostengono Obama agiranno con altrettanta virulenza finanziaria e mediatica. Ma perché non lo hanno già fatto? Dov’è finita la loro capacità di mobilitarsi? I loro soldi?

Il problema – di questa come altre piazze – più che i numeri (manipolabili) sono i simboli.

Mi ha colpita, in questo caso, la loro aggressività: Obama come Hitler (nazista) e come Joker (malvagio e pazzo). Obama Parasite-in-Chief (comandante dei parassiti). Il tutto urlato da persone che, rifacendosi ai padri fondatori, vestivano abiti coloniali.

Mi hanno colpita le contraddizioni: Obama come Hitler, ma anche Che Guevara. A pochi metri di distanza (clic per ingrandire).

Obama Hitler

Obama Joker

Obama Parasite-in-Chief

Obama Che Guevara

Manifestanti in abiti coloniali

Blog, editoria on-line e censura

Negli ultimi anni in Italia si è spesso dibattuto sull’opportunità di regolamentare il flusso di informazioni che circolano su Internet.

Tipicamente la discussione vede schierati, da un lato, coloro che difendono la libertà di espressione facendo appello all’art. 21 della Costituzione, dall’altro, coloro che sottolineano la necessità di aggiornare la legislazione italiana per fare fronte ai casi di diffamazione o apologia di reato su Internet.

La legge italiana sull’editoria tuttora in vigore è quella n. 47 dell’8 febbraio 1948, che ovviamente non include Internet. Per colmare la mancanza, è stata approvata la legge n. 62 del 7 marzo 2001, che estende la definizione di prodotto editoriale «alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico» (art. 1, comma 1).

Stando a questa definizione, qualunque blog sarebbe un prodotto editoriale, con conseguente obbligo di registrazione al tribunale competente. Ma la situazione è più complessa, perché alle leggi del 1948 e 2001 sono stati aggiunti, negli ultimi anni, il decreto n. 70 del 9 aprile 2003 e diverse proposte di legge, non ancora approvate in forma definitiva.

Il 9 luglio 2009 Giulia Pavani ha discusso una tesi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, dal titolo «Blog, editoria on-line e censura: un sguardo alla legislazione italiana».

Ho deciso di pubblicarla perché, oltre a essere un lavoro documentato e ben scritto, può essere utile a chi voglia farsi un quadro sintetico e equilibrato della normativa vigente su blog e editoria on-line.

La tesi presenta la normativa vigente e le varie proposte di legge (Levi-Prodi, Cassinelli e emendamento D’Alia del 9 marzo 2009, detto anche «proposta salvablog»); discute inoltre due casi di censura: l’oscuramento di www.accadeinsicilia.net, che risale al 2004 (ma la sentenza definitiva è dell’8 maggio 2008) e quello del blog anonimo www.ilbolscevicostanco.blogspot.com, che risale al 26 maggio 2006. Infine mette a confronto questi casi con il sequestro di due forum dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, sequestro dichiarato illegittimo dal Tribunale del Riesame di Catania.

Per saperne di più, scarica da QUI la tesi di Giulia.

Vuoi tradurre le conferenze TED?

Segnala questa settimana Annamaria Testa su Nuovo e Utile un interessante esperimento di social translation:

«Da qualche mese è online il progetto di sottotitolare le TED conferences in varie lingue. Più di 50 sono già state tradotte in italiano. Può farlo chiunque sia abbastanza fluent (guadagnandosi una scheda su TED). Vogliamo dare una mano?»

Per sapere cos’è TED (Technology Entertainment Design), leggi QUI.

Il racconto della prospettiva, di Luca De Biase

Sempre a margine di Frattocchie 2.0, alcune riflessioni che Luca De Biase ha condiviso sabato scorso con Loredana Lipperini e me, così come le ha raccontate ieri sul suo blog (i grassetti sono miei):

Una volta, nel 1989, l’allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in tv».

All’inizio degli anni Ottanta, l’Italia era stata l’ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l’oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l’imperinflazione. I socialisti erano solo all’inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'”arco costituzionale”.

I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell’immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all’inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell’esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l’esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas.

E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l’umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza.

La ricostruzione dell’immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un ineludibile bisogno.

(Luca De Biase, Il racconto della prospettiva)