Archivi del mese: novembre 2009

Se una pubblicità è volgare o offensiva, ecco cosa puoi fare

Se una campagna pubblicitaria ti sembra volgare, violenta, offensiva o discriminatoria per una certa categoria di persone (donne, bambini, anziani, migranti, neri, ecc.), la cosa più utile da fare è denunciarla subito al cosiddetto «giurì della pubblicità», e cioè all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP).

Lo IAP prende in considerazione ogni singola denuncia (ne basta una, ma se sono molte si esercita una maggiore pressione) e interviene in tempi rapidi (poche settimane, massimo un mese), imponendo il ritiro delle affissioni, degli annunci stampa e degli spot della campagna incriminata.

Ciò infligge all’azienda che ha pagato per la campagna un notevole danno economico (specie perché ogni campagna prevede più fasi). Il che vuol dire che, la prossima volta, l’azienda ci penserà due volte prima di scegliere (o far scegliere a un’agenzia pubblicitaria) la provocazione e lo scandalo come strategia di comunicazione.

La procedura è semplice e efficace. Da quando l’ho imparata (grazie a Annamaria Testa), l’ho provata più volte personalmente e… funziona!

Ecco come si fa:

(1) Compila e spedisci il modulo che trovi in questa pagina: bastano nome, cognome, indirizzo mail e poche parole, serie e ben assestate, per motivare la segnalazione.

(2) In qualche giorno lo IAP ti risponde con questa mail:

Segnalazione messaggi pubblicitari “NOME DELL’AZIENDA DENUNCIATA”

In risposta alla Sua segnalazione, Le comunichiamo che i casi verranno sottoposti all’esame del Comitato di Controllo, l’organo garante degli interessi dei cittadini-consumatori, al quale il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale affida il compito di valutare se sussistano o meno gli estremi per un intervento in loro tutela.

La terremo sollecitamente informata sul seguito delle pratiche.

RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo i nostri migliori saluti.

I.A.P., La Segreteria

(3) In un paio di settimane il Comitato di Controllo si riunisce e, se accoglie la denuncia, provvede a vietare la campagna inviandoti una mail di questo tipo:

Segnalazione messaggi pubblicitari “NOME DELL’AZIENDA DENUNCIATA”, rilevati su affissioni nella città di XYZ nel mese di ottobre 2009

Desideriamo informarLa che il Comitato di Controllo, esaminati i messaggi pubblicitari da Lei segnalati, ha deliberato di emettere ingiunzione di desistenza per violazione dell’art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della donna [O ALTRO ARTICOLO, A SECONDA DEI CASI]- del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Non essendo pervenuta, entro i 10 giorni previsti, alcuna opposizione, il provvedimento ha acquistato efficacia di decisione e pertanto le pubblicità dichiarate non conformi al Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale non dovranno essere più diffuse.

Potrà rinvenire il contenuto del provvedimento inibitorio nel nostro sito internet http://www.iap.it, nella sezione “Decisioni del Giurì e del Comitato di Controllo”.

RingraziandoLa per l’apprezzata collaborazione, porgiamo i nostri migliori saluti,

I.A.P., La Segreteria

Un’ultima raccomandazione: non fare l’errore (gravissimo!) di diffondere in rete, linkare o – peggio – segnalare ai media la campagna che consideri volgare, offensiva, discriminatoria.

Molti pubblicitari contano proprio sul clamore che una campagna offensiva o volgare di solito desta: anche se sarà ritirata, nel frattempo il tam tam in rete, il passaparola e i media avranno portato al marchio molta più attenzione di quella che la campagna, da sola, avrebbe potuto.

In altre parole, occorre denunciare subito allo IAP, dire ad amici e amiche di fare altrettanto, ma farlo in silenzio e dire a tutti di farlo, a loro volta, in silenzio.

Studenti analfabeti? Mica soltanto loro

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale, col titolo «Analfabeti non sono soltanto gli studenti»:

Negli ultimi giorni si è accesa a Bologna la versione locale di una polemica che ricorre periodicamente nel nostro paese: quanto sappiamo scrivere, leggere e far di conto? Il rettore Dionigi ha messo il dito sul fatto che i ragazzi entrano in università in condizioni di «semi-analfabetismo», precisando che non ce l’aveva con le singole scuole, ma con l’intero sistema educativo.

Nonostante la precisazione, alcuni presidi si sono offesi; altri invece gli hanno dato ragione, rincarando pure la dose. Persino gli studenti, intervistati dai giornalisti, si sono divisi fra pro e contro: i contro si sentono migliori di come sono stati  dipinti, i pro individuano negli «altri» (altre facoltà, altre lauree, altri compagni di corso) gli analfabeti del caso.

La buona notizia è che si torni a parlare di un grave problema. Come scriveva tempo fa Tullio De Mauro, «soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea» (Internazionale, 604, 6 marzo 2008).

Questa percentuale nasce da un’indagine comparativa svolta nel 2004-2005 in una dozzina di paesi, europei e non: era il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills) che mirava a verificare la literacy dei paesi partecipanti, ove per literacy si intende un insieme ampio di competenze e abilità di scrittura e comprensione di testi, tabelle e grafici, più alcune capacità elementari di fare conti e risolvere problemi. È in questo senso, dunque, che va intesa l’espressione «semi-analfabetismo» usata dal rettore. Ma il problema non riguarda solo le matricole (né solo le nostre), perché l’indagine fu condotta su accurati campioni della popolazione italiana fra 16 e 65 anni.

Ed ecco dunque la cattiva notizia: a parlare di analfabetismo in ambito locale, si rischia che persone, ruoli e istituzioni si accapiglino per nulla: «È colpa dei prof», «No, è colpa degli studenti»;  «È colpa delle scuole», «No, anche l’università deve fare il mea culpa». Le ragioni della illiteracy italiana sono invece più complesse, sistematiche e ampie di come appaiono nel gioco dello scaricabarile.

Ancora negli anni cinquanta, circa il 50 per cento degli italiani non sapeva distinguere né scrivere le lettere dell’alfabeto (oggi sono solo il 5 per cento). In questo senso i ragazzi di oggi sono mediamente molto più alfabetizzati dei loro padri e nonni. Tuttavia, in poche generazioni si è passati da un’economia basata sull’agricoltura a una industriale e postindustriale, senza che lo sviluppo economico fosse mai affiancato da politiche culturali ed educative – non a destra, ma neppure a sinistra – degne di queste nome. Il che si è sempre tradotto in mancanza di soldi e risorse per scuola e università. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa possono fare Bologna, la sua università e le sue scuole in questo quadro desolante? Chiedere, ottenere e distribuire – equamente e meritoriamente – soldi, soldi e ancora soldi. Pubblici e privati, come e dove si può. Occorrono borse di studio per i ragazzi più meritevoli e le famiglie più bisognose,  soldi per finanziare la ricerca, e ancora soldi per sostenere e incentivare il lavoro di chi fa buona didattica, a scuola come in università. La cattiva notizia è che il contesto nazionale dei finanziamenti all’istruzione è quel che è.

La buona notizia è che il sistema educativo bolognese è in posizione di forza perché sta in alto nelle classifiche nazionali. E una posizione di forza non basta come consolazione, ma è un buon punto di partenza per ottenere risorse.

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Avevamo già parlato dell’indagine ALL in questi post (febbraio 2008):

Letterati allitteranti o allettanti illetterati?

Qualche conclusione dall’indagine ALL

Contro la violenza sulle donne

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Scendere in piazza sulla questione femminile non basta, per ragioni che ho discusso QUI, ma se la piazza è molto, molto numerosa, aiuta.

Tante forze, istituzioni, associazioni, persone convergeranno nella manifestazione di sabato 28 novembre a Roma, alle ore 14.00, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per adesioni e informazioni: www.torniamoinpiazza.it.

Per chi parte da Bologna c’è un pullman:
Partenza dall’Autostazione delle Corriere (posteggio 25) alle ore 07.30.
Prezzo: 20 € andata e ritorno.
Puoi prenotare i biglietti presso il Centro delle Donne, via del Piombo 5, tel.051/4299411.

A commentare l’importanza di questa giornata, ho deciso di postare una delle più celebri scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Quella in cui Simone Parondi (interpretato dall’attore Renato Salvatori) – un fratello di Rocco (Alain Delon) – aggredisce e uccide a coltellate Nadia (Annie Girardot), perché lei vuole troncare la loro relazione.

Vale la pena ricordare che Rocco, a sua volta innamorato di Nadia, dopo aver saputo dell’omicidio dallo stesso Simone, alla fine gli offrirà solidarietà e rifugio.

Cosa è cambiato su questo tema fra l’Italia del 1960, che Visconti rappresentava, e quella di oggi?


 

Una donna bellissima

In questo periodo pullulano in tutta Italia le iniziative e manifestazioni per il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Venerdì sera ero alla Cineteca di Bologna, invitata da Viviana Vignola della Casa delle donne per non subire violenza a una tavola rotonda sul documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi «Il corpo delle donne». Con me c’erano la scrittrice e organizzatrice culturale Chiara Cretella, l’autrice e conduttrice televisiva Syusy Blady, la sociologa Rossella Ghigi e la regista Chiara Idrusa Scrimieri.

Serata intensa, belle persone. Vivace e autentica la discussione, anche col pubblico.

Conosco «Il corpo delle donne» da quando è uscito (se non l’hai ancora visto, fallo subito QUI!).

Non conoscevo invece lo splendido documentario – o «piccolo film», come dicono i titoli di testa – di Chiara Idrusa Scrimieri. Le organizzatrici lo hanno proposto dopo quello di Lorella, perché Amelia, la protagonista, è un antidoto potente contro la morsa di umiliazioni e chirurgia plastica in cui la televisione stritola le donne. Una ventata di vita. Una donna bellissima.

Non anticipo altro. Prenditi 15 minuti di pausa e fatti rapire dall’incanto di Amelia. (scaricato dal sito di cinema moovioole.it, che merita più di una visita).

The Fun Theory

A fine settembre l’agenzia DDB di Stoccolma ha lanciato per la Volkswagen svedese la campagna The Fun Theory, volta a dimostrare che le persone cambiano più facilmente i comportamenti dannosi per la salute e l’ambiente, se le si stimola al cambiamento facendole divertire. L’obiettivo ultimo è associare al marchio Volkswagen i significati e valori della responsabilità ambientale, per attirare l’attenzione sulle nuove auto ecologiche.

La Fun Theory è stata finora sperimentata in tre situazioni diverse, da cui DDB ha tratto tre video che stanno contagiando viralmente i social network di tutta Europa, a suon di «Troppo bello», «Nice!» e commenti entusiastici in varie lingue. Il che dimostra che la Fun Theory è una idea brillante sia come atto di comunicazione sociale e ambientale (perché in pratica, stando ai dati forniti da DDB, funziona), sia come pubblicità commerciale (perché Volkswagen ne trarrà i benefici del caso).

Fra l’altro, se ti viene una buona idea per ulteriori applicazioni della Fun Theory, puoi inviare QUI la tua proposta: la gara è aperta fino al 15 dicembre e il primo premio ammonta a 2500 euro.

Prima situazione: ai cestini per la spazzatura di un parco pubblico è stato aggiunto un effetto sonoro che si attiva ogni volta che qualcuno vi getta dentro qualcosa.

Seconda situazione: i gradini di una scala nella metropolitana di Stoccolma sono stati trasformati in tasti di pianoforte che suonano quando ci si va sopra, per indurre le persone a salire a piedi, facendo un po’ di moto invece di usare la scala mobile.

Terza situazione: i contenitori per la raccolta differenziata del vetro sono assimilati a un videogioco, in cui si guadagnano punti per ogni bottiglia inserita.

Stage negli enti pubblici: la proposta della Repubblica degli Stagisti

«Uno stage in un ufficio pubblico dovrebbe valere un tot di punti nei concorsi. In questo modo gli ex tirocinanti di un ente avrebbero un piccolo vantaggio rispetto agli altri partecipanti, qualora si aprisse un bando per assumere personale.»

La proposta è stata lanciata da Eleonora Voltolina, direttore della testata giornalistica online La Repubblica degli Stagisti, e Antonino Leone, animatore del blog Cambiamento nelle organizzazioni, durante una trasmissione su Radio Hinterland.

Se l’idea ti piace, puoi sottoscriverla sul Forum della Repubblica degli Stagisti.

Io l’ho fatto.

Bello e impossibile (2)

In Bello e impossibile ho già notato come i corpi maschili muscolosi e plastificati di molta estetica pubblicitaria non siano in realtà destinati alle donne, ma ai gay. In certi casi il target è duplice (donne + omosessuali), ma in altri le componenti omosessuali (gesti, posture, ruoli, prossemica dei corpi) sono talmente marcate, che le donne davvero non c’entrano.

La tendenza è talmente pervasiva che mi pare ovvia. Eppure (non ho ancora ben capito perché) molte donne si ostinano a illudersi che non sia così. E ogni volta che mi capita di condividere questa ovvietà con amiche, studentesse, conoscenti, immancabilmente registro reazioni di incredulità: volti attoniti e risolini nervosi, come fossi io – troppo incline all’analisi per deformazione professionale – a non volermi abbandonare alle fantasie sul principe azzurro.

Dai primi di novembre il portale danese di e-commerce Fleggaard sbeffeggia questa tendenza (e un po’ anche le donne che ci cascano), con uno spot che mette in scena una manciata di belloni unti e palestrati, e li combina con ruoli e simboli tipici dell’immaginario gay (dal pompiere all’ufficiale in divisa, dall’uccello rapace al dirigibile), in un crescendo trash che culmina con il prodotto pubblicizzato, il detersivo OMO, e il payoff «Lige over graensen», che significa «Appena oltre il confine».

Mi auguro che, vedendo lo spot, anche le più scettiche si convincano. 🙂

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere

L’uomo senza paura (o quasi)