Meno cd, più concerti (e più cari)

Mentre in Europa si discutono la dottrina Sarkozy e il pacchetto Telecom contro la pirateria digitale (cioè contro coloro che scaricano musica e audiovisivi col P2P), i dati del mercato mondiale della musica vanno in una direzione piuttosto chiara.

Cito dalla tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Giulia Giapponesi «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», discussa ieri mattina:

«Secondo il report annuale della IFPI, la più importante agenzia di analisi di mercato dell’industria musicale, nel 2008 globalmente le vendite di musica “physical” sono scese del 15,4% [physical sales include: audio formats (singles, LPs, cassettes, Cds, DVD Audio, SACD, MiniDisc) and mudic video formats (DVD, VHS, VCD)].

E anche se le “vendite digitalicontinuano ad aumentare (+24,1%) [digital sales refer to: sales via online and mobile channels and via subscriptions. Income from ad-supported services, mono/polyphonic ringtone income and bundled subscriptions], così come gli introiti provenienti da “performance rights” (+16,2%) [performance rights figures reflect monies received by record companies from collection societies for licenses granted to third parties for the use of sound recordings in music videos in broadcasting (radio and TV), public performance (nightclubs, bars, restaurants, hotels) and certain internet uses], queste crescite non coprono la perdita nel settore “physical”, che fa registrare un calo globale dell’industria musicale dell’8,3%.

I concerti invece vanno bene. Nonostane la crisi economica del 2008 il settore non ha dato segni di recessione. Secondo Billboard.biz l’industria dei concerti ha incassato nel mondo quasi 4 miliardi di dollari, stabilendo il suo record con una crescita di quasi il 13% rispetto all’anno prima.

La crisi si fa sentire poco e soprattutto sul numero di show che globalmente sono scesi del 6%. Nel dettaglio, in Nord America la media del ricavo del box office è salita del 18%, mentre la media di partecipazione agli eventi è salita del 6,3%.

Evidentemente quello che è salito è il prezzo medio dei biglietti. Secondo un articolo del Wall Street Journal, nel 2008 il costo medio per il biglietto di uno dei 100 concerti più grossi dell’anno è di $66,90, con un aumento dell’8% (+$4.83) rispetto al 2007 e superando il doppio della media dei prezzi del 1998.

[…]

Oggi il concerto non può essere in alcun modo considerato uno strumento promozionale per tirare le vendite degli album, neanche per i grandi artisti. È semmai vero il contrario. […] Gli artisti che avevano diradato i concerti durante il periodo d’oro dei CD, gli anni ’90, dall’inizio dell’ultimo decennio hanno ricominciato a fare tournée mondiali.

Un esempio per tutti quello di Madonna, che nel 2001 ritorna sul palco dopo otto anni di assenza con il Drowned World Tour, a seguito del quale ricomincia a fare tour ogni due anni, fino all’ultimo Sticky & Sweet, il tour dal guadagno più alto nella storia, che ha contato 3,5 milioni di spettatori per 85 shows e un incasso totale di 408 milioni di dollari.

Naturalmente i concerti sono sempre stati una parte importante del mercato musicale, ma mai come nel primo decennio del duemila sta crescendo l’industria che li gestisce e organizza.»

(G. Giapponesi, «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Bologna, a.a. 2008-2009, Sessione II, pp. 46-47).

4 risposte a “Meno cd, più concerti (e più cari)

  1. Una tesi sui Radiohead! Spero che abbia ottenuto il massimo del punteggio 🙂

    Fan moment a parte, se non ricordo male (anche se non saprei citare nomi e date), la previsione sul peso sempre maggiore delle esibizioni dal vivo nei guadagni della musica era stata formulata già vari anni fa, quando la crisi del disco di fronte al p2p stava iniziando. Ma allora l’atteggiamento delle major è semplice miopia, o consapevole decisione di sfruttare sino all’ultimo il vecchio modello mentre si preparano ad abbracciare il nuovo?

  2. Il punto è: quali major?

    Le vecchie major dell’industria discografica sono state prima miopi, poi presbiti, e adesso stanno collassando.

    (notizia dell’ultima ora:
    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/11/emi-citigroup-terra.shtml?uuid=f1814116-d2af-11de-8f9f-35464fef2c65&DocRulesView=Libero
    non ho fatto in tempo a metterla nella tesi!)

    Le nuove “major” seguono invece l’esempio di Live Nation (http://en.wikipedia.org/wiki/Live_Nation) dove l’organizzazione e la promozione dei tour è il primo aspetto che viene curato (con particolare cura per il sito web dell’artista e il relativo merchandising – altro settore in crescita) e la produzione del cd passa in secondo piano. La musica viene prodotta pensando già ai concerti, il tutto in armonia con un’immagine di brand che viene seguita nei minimi dettagli dalla major stessa.

    Per quanto riguarda una tesi sui Radiohead, be’.. Sono stata mooolto fortunata a trovare la prof.Cosenza, che conosce bene “l’argomento” ed è stata la relatrice ideale, davvero.

    Grazie Giovanna!

  3. Chapeau all’amica Giulia con cui sono finalmente d’accordo su qualcosa 🙂

  4. Giusto un assaggio della tesi di Giulia… spero di leggerne altre parti…al di la’ dei numeri!

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