Contro la violenza sulle donne

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Scendere in piazza sulla questione femminile non basta, per ragioni che ho discusso QUI, ma se la piazza è molto, molto numerosa, aiuta.

Tante forze, istituzioni, associazioni, persone convergeranno nella manifestazione di sabato 28 novembre a Roma, alle ore 14.00, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per adesioni e informazioni: www.torniamoinpiazza.it.

Per chi parte da Bologna c’è un pullman:
Partenza dall’Autostazione delle Corriere (posteggio 25) alle ore 07.30.
Prezzo: 20 € andata e ritorno.
Puoi prenotare i biglietti presso il Centro delle Donne, via del Piombo 5, tel.051/4299411.

A commentare l’importanza di questa giornata, ho deciso di postare una delle più celebri scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Quella in cui Simone Parondi (interpretato dall’attore Renato Salvatori) – un fratello di Rocco (Alain Delon) – aggredisce e uccide a coltellate Nadia (Annie Girardot), perché lei vuole troncare la loro relazione.

Vale la pena ricordare che Rocco, a sua volta innamorato di Nadia, dopo aver saputo dell’omicidio dallo stesso Simone, alla fine gli offrirà solidarietà e rifugio.

Cosa è cambiato su questo tema fra l’Italia del 1960, che Visconti rappresentava, e quella di oggi?


 

9 risposte a “Contro la violenza sulle donne

  1. Giovanna, mi rivolgo a te e al tuo blog perché tratti un tema sul quale nutro idee confuse e molti dubbi. Lo faccio in punta dei piedi, senza voler emettere sentenze, perchè so che il tuo spazio conta molte presenze femminili e da loro vorrei un’opinione.
    Siamo tutti d’accordo che la violenza sulle donne è deprecabile e vigliacca. Abbiamo inventato nuovi termini (stalking), aggiornato categorie giuridiche (lo stupro come reato penale), inasprito le pene (oltre 16 anni nei casi più efferati). Siamo giunti a considerare culturalmente lo stupro (e la pedofilia) come reati di gravità capitale, assimilabili all’omicidio. Tutti concordi, principio giusto, nulla da eccepire.
    Ho però sotto mano i dati Istat sulle violenze perpetrate alle donne, diffusi all’unisono dai principali quotidiani in occasione della giornata a loro dedicata.
    E ancora una volta smetto la lettura, infastidito dalla stupidità e incredulo dall’assurdità dei dati. Si dirà che le quantità non contano, che è il principio a valere. Certo.
    Guardiamo però i dati: 1 donna su 3 (16-70) ha subito violenza da un uomo, 6,743 milioni. 3 milioni durante una relazione o subito dopo la fine,mezzo milione negli ultimi 12 mesi. Ai danni di mogli e fidanzate i reati gravi: 8 donne su 10 malmenate, ustionate o minacciate con armi hanno subito le aggressioni tra le mura domestiche. Un milione di donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro. A ottenere con la forza rapporti sessuali il 70% delle volte è il partner stesso e in questi casi il reato è reiterato. Solo il 6,2% delle aggressioni è stato opera di estranei.Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze subite da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite.

    Se il sommerso raggiunge quasi il 100%, con quali divini metodi l’Istat arriverebbe a conoscere l’opinione delle interessate, disposte a tacere con chiunque tranne che di fronte ad un anonimo questionario? I quasi 7 milioni di violentate sono quindi estrapolati da queste ipotesi oppure sono al netto?
    Rileggiamo i dati, prego. Sono percentuali sconcertanti che lascio alla vostra personale sensibilità e intelligenza.
    Tuttavia nutro un personale problema d’ambiguità con questo concetto di violenza e con la sua indebita generalizzazione. Fate una prova, per favore. Prova che ho personalmente sottoposto a molte sodali. Parlate con un’amica della quale non avete conoscenza di espliciti traumi a riguardo; chiedetele se ha subito una violenza sessuale. Di primo acchito (e per fortuna, si spera) riceverete un no. Insistete, prego, e ditele che violenza sessuale è anche un indesiderato amplesso con il partner, consumato contro voglia e con il mal di testa, un coito accettato a mezza bocca, appena più grigio degli altri mille di quotidiana esperienza. Vedrete che la risposta si muterà in un immediato sì. Ecco fatta la statistica istat, una donna su 30 ha subito uno stupro autentico.
    Ecco, io dissento da queste statistiche. Per me lo stupro è qualcosa di più grave, di meno sfumato di una bagatella tra coniugi. Parlo da maschio e me ne scuso. Ma se vogliamo gettare via la chiave della cella del nostro stupratore occorre che stupro sia un termine preciso, traumatico, che segna purtroppo la personalità di chi lo prova. Non si può porre sullo stesso piano (anche) linguistico la persona nota, il partner, il suo membro, per quanto non più gradevole, e lo sconosciuto, le percosse, la straordinarietà contestuale di una scena imprevedibile negli attori e negli esiti.
    Lo stupro è Franca Rame. E’ davvero l’ abuso dell’avventore occasionale. L’incertezza di non sapere cosa accadrà un minuto dopo alla tua vita, che leva il fiato. La vendetta vile dell’ex incapace di sapersi incapace. L’innocenza soffocata da un impronunciabile merda di parente.

    Non desidero urtare chi legge suggerendovi che un uomo non più amato con cui fare forzosamente all’amore, sia un’esperienza indolore.
    Ma le statistiche battono questo punto di gran lunga,non c’è altra interpretazione. Se si allarga il concetto, si contabilizza uno schiaffo alla stregua di un pestaggio, il preludio di una relazione finita assimilato allo stupro, a rimetterci saranno proprio le donne.
    Perché non sarà per decreto che si diminuiranno le violenze. E nemmeno per una cultura che vittimizza più del necessario, perché se prendiamo per buone le statistiche le donne non denunciano e una ragione ci sarà pure. L’omertà e il timore del giudizio si alimentano dell’esagerazione. Da un lato non si denuncia perché si è giustamente insicure di ciò che è violenza. Ma dall’altro la stessa insicurezza dei confini di ciò sia sopruso subito la rende titubante di veder affermato il suo diritto a essere risarcita almeno moralmente. Si preferisce tacere agli altri per rimuovere la sofferenza di un’ammissione lacerante a se stesse. Ma tra i due punti passa un abisso e la gravità indifferenziata attribuita al termine violenza sessuale finisce per anestetizzare, che è appunto il contrario di ciò che una campagna deve fare (è successo anche a me).
    Sempre che davvero non si voglia considerare una oscena percentuale degli uomini alla stregua di barbablu, perché se così fosse non c’è speranza e non sarà certo l’ennesima giusta manifestazione a sensibilizzare chi gli vive accanto a denunciarlo. Perché poi dovrebbe spiegare a se stessa cosa gli piaceva e perché ci stesse insieme, e qui, nel pieno di una modernità che conosce da decenni l’alfabetizzazione femminile, il divorzio e l’aborto, le cose si complicano psicologicamente anche per lei.

  2. Scusate i molti refusi, ero stanco, ho scritto di getto.

  3. Ugo, hai toccato punti fondamentali: sulle statistiche, sui significati delle parole, sull’importanza di distingure, sulla difficoltà di distinguere, sulle sfumature psicologiche, sulla complicità, connivenza, subalternità femminile.

    Sono cosa che mi chiedo sempre anch’io, e credo si chiedano molte donne e molti uomini.

    Secondo me bisogna parlare con operatori e operatrici sociali che lavorano a diretto contatto con le vittime della violenza domestica, quella fisica, brutale. Reiterata o meno, ma sempre brutale. Bisogna andare a trovarli, vedere cosa fanno, sentire che storie raccontano, conoscere che numeri hanno loro.

    Perché un conto sono i discorsi da salotto, un altro è il lavoro duro nel sociale, sulla strada, nelle periferie (ma anche nei centri storici) dove le donne si ritrovano con lividi in faccia, ferite sulla pelle. E ci muoiono. Credo che solo a diretto contatto con la concretezza del sociale si possa trovare il modo di fare le giuste distinzioni. Senza timore di generalizzare e banalizzare, da un lato, o di colpevolmente minimizzare, dall’altro.

    Il problema di certe affermazioni è che sono fatte nel salotto. O nella piazza intesa come estensione del salotto.

    A Bologna c’è una Casa delle donne, molto attiva, concreta, autentica. E gestita da donne – e volontarie – che non sono per nulla “salottiere”. Perché non vai a trovarle?

  4. Sollecitata da Ugo a dire la mia, sono d’accordo con entrambi. Con una specificazione.
    Ugo sembra molto preoccupato dalla leicità di certe affermazioni che stravolgono i sondaggi. Secondo me però la vede troppo sotto l’ottica giudiziaria: non si tratta di trovare le “prove” per mandare qualcuno in galera, bensì di mettere in risalto i vari tipi di violenza (e i vari gradi) che le donne subiscono quotidianamente. Compreso quindi quello di tipo psicologico, tanto difficile da definire quanto da superare.

    Detto questo vi segnalo un’inchiesta di Repubblica che riassume gli ultimi dieci anni di visione femminile da parte del Pdl:

    http://tv.repubblica.it/le-inchieste/piu-belle-che-intelligenti/39322?video

    Niente di nuovo, però mi chiedo: quando un capo di stato sottolinea l’aspetto “decorativo” di un altro funzionario di stato, delegittimandolo pubblicamente dal suo ruolo politico, che tipo di violenza è?
    Certo non rientra nelle statistiche Istat, ma in Italia è ordinaria amministrazione.

  5. @ Ugo: prendo spunto dalle parole di Giulia per affermare che spesso nei casi di violenza le colpe non sono verificabili, non sono giuridicamente attribuibili perché non esistono prove. Ed uscire da una situazione, della quale non mi dilungo a spiegare i particolari, è quasi impossibile. Proprio perché la legge non garantisce la giustizia, nonostante la violenza la si abbia subita.

    Per quanto riguarda le statistiche, suppongo -ma non ne sono certa- che comprendano non solo i casi “giuridicamente accertati”. Per esempio ciò che si dice in un centro anti-violenza quando si accoglie una persona a) è segreto, b) non è vincolante, c) non comporta una denuncia di alcun tipo: è la donna a decidere se denunciare la violenza (finalmente). Per tanto comunque una segnalazione che contribuisca ad un calcolo statistico la si può fare in modo anonimo ma costituisce a tutti gli effetti un dato.

    E’ sempre un compromesso dimostrare una colpa di un fatto di cui non si hanno prove, ripeto, la vera difficoltà è affrontare un percorso di difesa giudiziario. L’alternativa è cercare di ri-farsi una vita, con un fardello di ingiustizia addosso che ti porterai dietro per sempre ma finalmente potrai ricominciare a vivere. (semplificando poi all’atto pratico è difficilissimo).

    Ad ogni modo si parla di situazioni surreali: tunnel della violenza diventano ordinaria follia, ma l’ordinario e l’accondiscendenza di un coito indesiderato e subito ma necessario a non far peggiorare la situazione fino magari a condurla ad uno stupro vero e proprio od a qualcosa di più efferato, non è da confondere con una concessione di coito con mal di testa in una coppia equilibrata! Che fra parentesi l’insistenza su questo punto è comunque una mancanza di rispetto, ma sono due cose assolutamente diverse!

    E poi scusa Ugo ma tu chiedi a tue conoscenti se hanno subito violenza così come se avessi chiesto cos’ha mangiato a cena? Sei fortunato se ti rispondono.. Una violenza non si racconta mica su richiesta! Tante volte la si tiene per sé e basta. Non mi sembra una contro-verifica efficace, ecco.

    Mi fido di queste statistiche: rispecchiano la realtà e semmai la sottostimano, molte donne non hanno nemmeno il coraggio di rivolgersi ad un centro anti-violenza.

    Che poi la società abbia prodotto gente che non si fa lo scrupolo di fingere di aver subito una violenza per attirare l’attenzione o qualsiasi altro motivo, è un altra faccenda. Triste e bieca ma differente.

  6. Dimenticavo: che cosa è cambiato? Sono cambiati gli abiti, la tecnologia, i modi di muoversi e consumare ma non sono cambiati i ruoli di uomo e donna. Non si è fatto nulla per renderli praticabili diversamente.

  7. “[…]Compreso quindi quello di tipo psicologico, tanto difficile da definire quanto da superare.”

    Brave, brave, continuate pure a includere la violenza psicologica, come se la donna fosse vittima anche qui. Mi duole dirlo ma la maggior parte delle discussioni sono ideologizzate, non prendono nemmeno in considerazione le mille violenze psicologiche che le donne infliggono agli uomini. L’uomo è un bruto violento e la donna è la vittima del carnefice. I lividi? Contano anche se non si vedono, ma sì, dite pur quello che volete nella vostra visione manichea.
    Si potrà parlare dell’argomento quando ci si renderà conto dei mille ricatti, menzogne, tradimetni che una relazione mette in gioco, nel quale una donna sovente la fa da padrone. Quante donne hanno rovinato la psiche dei loro partner lagnandosi una volta messe spalle al muro con il ricatto del sesso debole e con l’ostruzionismo? Che peccato che la maggior parte di donne non sia della stessa stazza fisica del loro uomo: io farei a schiaffi volentieri in un gioco alla pari. Perché non si creda che condannare il conflitto fisico sia progressista quando la violenza di mille raggiri e menzogne, umiliazioni e provocazioni è ben più barbaro. Perché lo è? Perché se una persona rifiuta il linguaggio come metodo, evade, mente con dolo, sta facendosi scudo di un diritto che non è concedibile al barbaro che conosce le regole del gioco e le usa pro suo. Meglio dire chiaramente che entrambi i sessi provocano con le armi a loro disposizione. Una mia ex, piuttosto corpulenta e ben più forzuta di me, mi prese a zampate, mi fece anche un’occhio nero sebbene cercassi di dargliele anch’io. La storia è finita, ma non mi sognerei mai di andare a denunciarla. Perché aveva semplicemente ragione e l’occhio nero mi è servito a capire che ci sono provocazioni linguistiche e fattuali violentissime anche tra persone molto colte. Potrei portare all’esasperazione una donna in pochissimo tempo, facendole alzare le mani per poi condannare la sua fisica violenza col supporto universale della morale comune. Alzi le mani? Allora hai torto, ecco, discussione finita, sei un violento, un bruto, hai osato alzare la manina o stavi per farlo. Non è che la donna sia buona, è solo fisicamente più debole in media.
    In definitiva limitiamo le denunce al livido ma non si tiri fuori la violenza psicologica, mi sembra di sognare, perché in questo campo le donne sono spesso inarrivabili anche nei confronti degli uomini che poi degenerano con le armi che hanno.

  8. Che uomo triste sei Marcus..

  9. ..voglio dire per violenza si intende che uno dei due non sia consenziente. Se una coppia decide di risolvere una litigata dandosele di santa ragione, libera di farlo (la coppia).

    Essendo che in questo post si sta parlando di violenza verso persone di sesso femminile, che comunque è un problema che esiste (contrariamente al tuo qualunquismo) parlare di queste povere vittime di sesso maschile non mi sembra pertinente.

    Ad ogni modo, l’incapacità di controllare le proprie emozioni e farle diventare comportamenti lesivi nei confronti dell’altro che si presume non molto contento di ricevere carezze “diversamente tenere” (maschio-femmina, femmina-maschio, femmina-femmina o maschio-maschio) a casa mia si chiama violenza.

    A controllare le proprie emozioni si può sempre imparare comunque.

    E non mi dare dell’ideologista per favore, non è proprio il mio caso: parlo con cognizione di causa ed esperienza.

    “Si potrà parlare dell’argomento quando ci si renderà conto dei mille ricatti, menzogne, tradimetni che una relazione mette in gioco, nel quale una donna sovente la fa da padrone. Quante donne hanno rovinato la psiche dei loro partner lagnandosi una volta messe spalle al muro con il ricatto del sesso debole e con l’ostruzionismo”

    Beh, ti auguro vivamente di andare oltre a questa idea. Altrimenti torniamo alla legittimazione dello stupro perché la donna che l’ha subito era vestita in modo provocante. Ohi esiste pur il libero arbitrio! Il carnefice diventa tale quando decide consapevole o no di comportarsi come tale.

    A proposito sarei curiosa di sapere come la pensi sugli stupri..

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