Archivi del mese: novembre 2009

Meno cd, più concerti (e più cari)

Mentre in Europa si discutono la dottrina Sarkozy e il pacchetto Telecom contro la pirateria digitale (cioè contro coloro che scaricano musica e audiovisivi col P2P), i dati del mercato mondiale della musica vanno in una direzione piuttosto chiara.

Cito dalla tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Giulia Giapponesi «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», discussa ieri mattina:

«Secondo il report annuale della IFPI, la più importante agenzia di analisi di mercato dell’industria musicale, nel 2008 globalmente le vendite di musica “physical” sono scese del 15,4% [physical sales include: audio formats (singles, LPs, cassettes, Cds, DVD Audio, SACD, MiniDisc) and mudic video formats (DVD, VHS, VCD)].

E anche se le “vendite digitalicontinuano ad aumentare (+24,1%) [digital sales refer to: sales via online and mobile channels and via subscriptions. Income from ad-supported services, mono/polyphonic ringtone income and bundled subscriptions], così come gli introiti provenienti da “performance rights” (+16,2%) [performance rights figures reflect monies received by record companies from collection societies for licenses granted to third parties for the use of sound recordings in music videos in broadcasting (radio and TV), public performance (nightclubs, bars, restaurants, hotels) and certain internet uses], queste crescite non coprono la perdita nel settore “physical”, che fa registrare un calo globale dell’industria musicale dell’8,3%.

I concerti invece vanno bene. Nonostane la crisi economica del 2008 il settore non ha dato segni di recessione. Secondo Billboard.biz l’industria dei concerti ha incassato nel mondo quasi 4 miliardi di dollari, stabilendo il suo record con una crescita di quasi il 13% rispetto all’anno prima.

La crisi si fa sentire poco e soprattutto sul numero di show che globalmente sono scesi del 6%. Nel dettaglio, in Nord America la media del ricavo del box office è salita del 18%, mentre la media di partecipazione agli eventi è salita del 6,3%.

Evidentemente quello che è salito è il prezzo medio dei biglietti. Secondo un articolo del Wall Street Journal, nel 2008 il costo medio per il biglietto di uno dei 100 concerti più grossi dell’anno è di $66,90, con un aumento dell’8% (+$4.83) rispetto al 2007 e superando il doppio della media dei prezzi del 1998.

[…]

Oggi il concerto non può essere in alcun modo considerato uno strumento promozionale per tirare le vendite degli album, neanche per i grandi artisti. È semmai vero il contrario. […] Gli artisti che avevano diradato i concerti durante il periodo d’oro dei CD, gli anni ’90, dall’inizio dell’ultimo decennio hanno ricominciato a fare tournée mondiali.

Un esempio per tutti quello di Madonna, che nel 2001 ritorna sul palco dopo otto anni di assenza con il Drowned World Tour, a seguito del quale ricomincia a fare tour ogni due anni, fino all’ultimo Sticky & Sweet, il tour dal guadagno più alto nella storia, che ha contato 3,5 milioni di spettatori per 85 shows e un incasso totale di 408 milioni di dollari.

Naturalmente i concerti sono sempre stati una parte importante del mercato musicale, ma mai come nel primo decennio del duemila sta crescendo l’industria che li gestisce e organizza.»

(G. Giapponesi, «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Bologna, a.a. 2008-2009, Sessione II, pp. 46-47).

Lo spot contro l’omofobia della Presidenza del consiglio

Il 9 novembre è stata presentata a Roma la campagna contro l’omofobia promossa dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del consiglio, e curata dall’agenzia Young & Rubicam Italia.

L’iniziativa – sulla quale sono stati investiti 2 milioni di euro – comprende per ora uno spot (che ho visto) e migliaia di opuscoli informativi (che non ho visto) da inviare alle scuole, ed è stata condivisa anche dalla deputata del Pd Paola Concia e da diverse associazioni LGBT (fra cui Arcigay, Agedo e altre).

In rete però infuria la polemica.

Fra le tante cose che ho letto, condivido buona parte dell’analisi dello spot che Gatto Nero ha fatto su www.gaycampitalia.org (segnalatami da Andrea). La riporto quasi per intero, salvo piccolissimi interventi di editing (i grassetti sono miei):

«Questo spot è mal concepito. Per molte ragioni, che si intrecciano fra loro in un pericoloso effetto domino:

  1. L’ambientazione – La prima cosa che viene da pensare, guardando il video, è: “Che lugubre!”. L’ambulanza, la notte, il suono della sirena all’inizio dello spot; i corridoi (vuoti) dell’ospedale e il rumore della barella, poi; e, per finire, la sala operatoria: buia, buissima. Tutto dà una sensazione di urgenza, claustrofobia, mancanza di alternative.
  2. Gli attori – Ci sono due gruppi distinti di personaggi: i potenziali omofobi (la ragazza malata e il suo partner, a cui potrebbe o non potrebbe “importare” la sessualità di chi la cura) e i potenziali omosessuali. Il casting, in questo caso, mi pare quanto meno bizzarro: i primi sono di bell’aspetto, sia il ragazzo (di cui si coglie solo il profilo) che – soprattutto – la ragazza che ha un bel viso sereno, luminoso; i secondi, invece, sono cupi, nervosi, tesi. In un’escalation: se l’autista ha ancora bei lineamenti, pur nella tensione del ruolo, i personaggi successivi diventano più maturi d’età e dai lineamenti più duri. A questo aspetto si unisce la prossemica: l’infermiera si gira e indossa i guanti; il dottore si gira e fa altrettanto. L’impressione generale, anziché di fiducia, è paradossale: sembrano minacciosi.
  3. Le immagini – Una cosa balza all’occhio: l’omosessualità non viene mai mostrata. È una scelta coerente col messaggio complessivo dello spot, ovvio, che ruota attorno al concetto di “dubbio”. Ma in uno spot che vuole lottare contro l’omofobia si rischia l’incoerenza, trasmettendo indirettamente un messaggio pericoloso: l’omosessualità è qualcosa da nascondere.
  4. Il messaggio che si vuole trasmettere – Che, per inciso, è diverso dal messaggio che lo spettatore percepisce: “Non importa che una persona sia omosessuale o eterosessuale”. Che è diverso dal dire “È sbagliato discriminare gli omosessuali”. Non c’è un giudizio etico che condanni l’omofobia: viene detto, semplicemente, che non importa/è superfluo conoscere la sessualità di una persona quando usufruisci delle sue capacità o funzioni. È un messaggio che si ricollega all’ambientazione ospedaliera, all’urgenza.
  5. Le parole usate per trasmettere il messaggio – La scelta delle parole pronunciate nello spot è  quanto meno superficiale. Del “Non importa”, e della sua mancanza di valutazioni etiche positive/negative, abbiamo già detto. Lo stesso slogan, “Nella vita certe differenze non possono contare”, soffre dello stesso bias. Aggiungendo un altro aspetto, quello del buon viso a cattivo gioco: “nella vita” certe differenze non contano: “puoi anche non pensarla così ma non ti conviene” ricorda, come frase, certe massime disincantate dei vecchi del paese, che consigliano di abbandonare i bei sogni dell’infanzia perché “nella vita non funziona così”. Paradossalmente, di nuovo, sembra che si strizzi l’occhio all’omofobo: hai ragione, per carità, ma nella vita non puoi permetterti di rendere esplicite le tue idee. Un significato rinforzato dalla ripetizione ossessiva della frase “Ti interessa”, durante lo spot.
  6. Il claim – L’errore più grosso, nella scelta delle parole, sta nello slogan “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Il tentativo del pubblicitario è quello di prendere un concetto tipico dell’omofobia (“il diverso”) e rivoltarlo contro l’omofobo. Tentativo non riuscito, perché – e qui si sfiora l’assurdo – usando la frase “non essere tu quello diverso” si conferma la diversità dell’altro. “Non essere TU quello diverso” implica: TU sei quello NORMALE. Anziché neutralizzare il messaggio della diversità, lo si è rafforzato

(«Gli errori comunicativi dello spot governativo contro l’omofobia», di Gatto Nero, 10 novembre 2009)

Fuori dalle gabbie, la donna Trans-Age

Alcuni giorni fa Lorella Zanardo ha scritto un post, intitolato «Gabbie», che ho amato molto. E non potevo non amarlo, visto che da anni parlo di Trans-Age. 🙂

(cfr. «La donna Trans-Age», in A. Mascio (a cura di), Visioni di moda, Franco Angeli, Milano, 2008, pp. 74-94, scaricabile da QUI.)

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009 (i grassetti sono miei):

“Un giovane di 31 anni è stato fermato in evidente stato di ubriachezza…”

“A 45 anni i giochi sono ormai fatti: se non hai fatto carriera, difficile che a quest’età tu possa avere ancora chance.”

“Obama è un Presidente giovanissimo: a soli 48 anni…”

“È necessario rinnovare un partito che vede nelle sue fila dirigenti di oltre 50 anni, ormai prossimi alla pensione.”

“A 63 anni Michele Placido diventa papà! Confermando la sua vitalità creativa, presenta al mondo la sua giovane moglie di 23 anni!”

“Cosa cerca Riccardo Scamarcio nella storia con Valeria Golino? Certo una figura materna.”

“Demi Moore e il suo toy boy: il giovane marito di ben 14 anni più giovane…”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei è così giovane… si faccia prima le ossa.”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei, mi perdoni, ha già una certa età, non vorrei che non sapesse interpretare le esigenze del mercato.”

“Stai bene vestita così, certo che i pantaloni così stretti alla tua età…”

A 30 anni sei ancora un giovane, a 45 è già tardi però per dimostrare di valere: in 15 anni la percezione che la società ha degli individui cambia in modo schizofrenico. Si è considerati troppo giovani fino a più di 30 anni, vecchi dopo i 45.

A 50 anni sei un giovane presidente, ma sei solo un politico attempato, se non hai già raggiunto una leadership conclamata.

A 60 e più anni sei un ganzo se sei uomo e fai un figlio con quella che potrebbe essere tua nipote; ma sei una vecchia carampana, probabile nave scuola ecc., se hai un compagno anche solo di qualche anno più vecchio di te.

Dopo i 40 anni non si va in discoteca, vuoi che ridano di te?

I figli si fanno prima dei 30 anni, se no vuol dire che sei egoista, hai voluto godere di tutto prima di procreare.

Se hai un’ idea vincente e sei troppo giovane, non sei affidabile.

Se hai una buona idea e non sei più tanto giovane… non sei affidabile.

GABBIE

Propongo di liberarcene.

Ne soffriamo tutti, uomini e donne, anche se noi donne subiamo tutte le restrizioni a cui i maschi sono soggetti oltre ad altre, quelle che riguardano l’età e l’estetica. Lacci e lacciuoli che ci immobilizzano. Alcuni riescono a rimanere spiriti indomiti, la maggior parte subisce e si fa docilmente ingabbiare. Basterebbe, anche qui, porre delle semplici domande:

“Perché sono troppo giovane per questo lavoro? Mi ascolti.”

“Perché sono troppo vecchio per questo progetto? Guardi cosa le propongo.”

“Perché non posso andare in discoteca a 50 anni? Sto da dio e quando esco ho tanta di quella energia che riesco a migliorare ciò che mi circonda.”

“Perché non posso proporre un nuovo percorso al mio partito, anche se ho solo 20 anni? Ascoltatemi.”

Poi tutti ammiriamo Louise Bourgeois che a quasi 100 anni scolpisce con una energia pazzesca circondata da giovani allievi. Ieri [31 ottobre 2009, n.d.r.] tutti abbiamo commentato con meraviglia il coraggio di Mahmoud Vahidnia il ragazzino che ha chiesto a Khamenei, Guida Suprema dell’Iran: “Scusi, perché nessuno può criticarla?” Pare che l’artista Marina Abramovic stia un gran bene con suo marito, di 18 anni più giovane di lei. Il miglior interprete delle poesie di Thomas Stearns Eliot fino a qualche anno faceva il manovale; a 48 anni ha letto Eliot e ha cambiato vita. Bill Gates a 20 anni aveva già iniziato a cambiare il mondo.

Il brutto è che spesso ci infiliamo noi nelle gabbie. E siamo talvolta i peggiori nemici di altri che, dalle gabbie, coraggiosamente provano a evadere.

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009

Una storia di emoticons

Ho trovato su TED, tradotta in italiano, questa storia d’amore narrata a colpi di emoticons.

L’autore è Rives, artista multiforme e multimediale statunitense.

Sulle faccine vedi anche:

Fammi un sorriso

Se vuoi contribuire alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post.

 

L’uomo senza paura (o quasi)

Continuo la ricognizione delle rappresentazioni mediatiche della mascolinità.

Lo spot norvegese (agenzia Try, Oslo) per la nuova Volkswagen Golf Estate mostra le acrobazie del ciclista parkour Danny MacAskill in giro per Lisbona.

Un altro supereroe dalle prestazioni inarrivabili, un altro campione in cerca di sfide estreme.

E tuttavia, appena entra in auto… 🙂

«New Volkswagen Golf Estate. Suits every side of you» è il claim.

Il brano musicale si intitola «Austere» ed è di The Joy Formidable.

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere

800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.

 

La comunicazione sull’influenza H1N1

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):