Macchine per raccontare

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio articolo, col titolo «La strana storia che ha un finale solo se gesticoli».

Per altre informazioni sull’evento che annuncio, vedi anche Made un Uni(BO). Macchine per raccontare.

Prendi un gruppo di studenti universitari di informatica e un loro docente; metti una manciata di studenti di semiotica e una loro docente; condisci l’insieme con la direttrice di un dipartimento di comunicazione, il direttore di una cineteca e, per non farti mancare nulla, aggiungi il presidente, il direttore e lo staff di un consorzio nato tanti anni fa per animare i rapporti fra Bologna e il suo ateneo. Infine chiudi tutti nella stessa stanza e decidi su cosa scommettere: giocheranno a ostentare i loro mondi senza capirsi? Litigheranno entro la prima ora? Riusciranno a lavorare assieme?

Io stessa, quando un anno fa entrai in quella stanza, ero perplessa. Non sulle singole persone, naturalmente, ma sulla loro inedita mescolanza. Certo, su qualcosa di buono avrei scommesso – altrimenti non sarei entrata – ma più per amor di sfida che per altro. E invece uscimmo già dal primo incontro con un’idea che ci piaceva: noi semiologi avremmo scritto storie, gli informatici le avrebbero trasformate in un sistema interattivo, tutti insieme le avremmo arricchite di immagini, suoni, voci. Al primo incontro seguirono molti altri, sempre incastrati fra lezioni, esami, conferenze, spesso ostacolati da modi diversi di intendere le stesse parole, in ogni caso salvati dall’ironia e autoironia con cui tutti eravamo disposti a sorridere sui pregiudizi e luoghi comuni del «noi informatici, voi umanisti», «noi studenti, voi professori».

Un anno è passato, l’idea si è trasformata in un progetto condiviso, la voglia di lavorare insieme è cresciuta al punto che non riusciamo più a smettere. Il risultato di questa improbabile combinazione di persone, idee, energie sarà presentato questa sera in una performance multimediale che si terrà, dalle 18 in poi e per tutto domani, alla Biblioteca Renzo Renzi della Cineteca di Bologna. Renderanno la brigata ancora più avventurosa gli interventi di un fumettista, uno sceneggiatore e un graphic designer.

Cosa accadrà di preciso? Dopo qualche spiegazione, il pubblico potrà giocare, muovendo braccia e gambe al centro di uno spazio, per scegliere frammenti di storie in una babele di parole, suoni e immagini, e ricomporli in modo sensato. A volte si vince, a volte si perde, sempre si fanno incontri buffi: gatti giganti, contrabbandieri di sabbia, neonati che miagolano  e altre anomalie.

Se fossimo negli Stati Uniti, un’idea del genere sarebbe stata ricoperta di dollari da qualche venture capitalist, perché venisse realizzata con tecnologie d’avanguardia e come minimo presentata in una multisala con maxi schermo, proiezioni 3D, impianti acustici digital surround. Poiché siamo in Italia, soldi per l’università e la cultura non ce ne sono, capitalisti di ventura non se ne vedono e tutto è stato fatto con poche persone e pochissimi euro, giusto per pagare le spese vive. La demo di stasera servirà dunque anche a mostrare ciò che il sistema potrebbe essere se implementato con molto più denaro, persone e mezzi.

L’entusiasmo e la creatività degli studenti hanno finora compensato queste carenze. La tenacia dei docenti e degli organizzatori ha condotto alla presentazione pubblica. Spero che qualche illuminato finanziatore, e un briciolo di fortuna, possano permettere al progetto di andare oltre. Magari lontano. Con altre storie e molta fantasia.

4 risposte a “Macchine per raccontare

  1. Perchè sono così disilluso su queste cose? Rimarrà un lodevole esperimento, un bellissimo prototipo che, per così dire “non andrà in produzione” perchè si preferiscono le cose di sempre, perchè non lo propone un grande industriale, perchè le abitudini sono sacre anche a chi sa che sono dannose. “Troppo innovativa, troppo avanti” si dirà. “Il pubblico non capisce queste cose da filosofi, il pubblico vuole ringtones& giochi gggiava, windows crackato e la ppplaystesscion.” A che pro offrire caviale ad chi ti paga oro per una scodella di fagioli? Certo, l’acquirente si può abituare al meglio, ma non giova certo al venditore! Troppo pessimista? Io non la dimenticherò mai la storia del prof. Massimo Marchiori, di Page & Bryn e la nascita di Google…

  2. ma che te ne importa se troverà/non troverà illuminati e piovosi finanziamenti? resterà nell’anima delle persone che l’han creato, a dirsi interiormente ‘si’… si può fare… e accorrerà in altri pezzi, in altri cammini, a dirsi ancora ‘perchè no’? tutto si può fare… a me pare già così mirabolante.
    un caro saluto agli scettici dei motori primi, dei volani cerebrali.

  3. Una volta, meno di un anno fa peraltro, la pensavo come te, dicevo che un contributo, anche quando snobbato sulle prime, sarà sempre raccolto da qualcuno e in ogni caso farà bene al progresso (quello vero, quello non meramente tecnico) per vie traverse ed inimmaginabili, anche se l’inventore non sarà noto, anche se non diventerà miliardario e la sua scoperta non farà sensazione o verrà rivalutata cent’anni dopo. Ma ormai mi sono convinto che nulla più dell’inerzia alimenta sè sè stesso e che questo meccanismo può benissimo far sparire nelle nebbie del tempo e dell’indifferenza tante ottime idee poco in linea col pensiero del momento. E in Italia di inerzia e di indolenza ne vedo così tanta, allo stato attuale, che le masse potrebbero ignorare persino la scoperta del moto perpetuo. Se sei mentalmente più giovane di me o se credi alla semplice soddisfazione di sapere che un mondo migliore può esistere (ma non te lo lasciano mettere in pratica!) continua la battaglia anche per me, ne sarò felice. Per ora temo che la politica e l’ndustria, per la maggior parte, si lasci guidare dai desideri della gente e dalle sue abitudini irrazionali, solleticandole invece di smuoverle. E sento nell’aria una cultura, un’ideologia dominante ormai che giustifica questo immobilismo nel nome del profitto immediato, del guadagno terra-terra, del capitalismo senza rischio che sfrutta la tendenza che trova, sapendo di poter contare su di un bacino d’utenza sicuro e assonnato, anzichè tentare nuove vie.

  4. Che bella iniziativa. dimostra che c’è sempre spazio per creare storie nuove e interessanti partendo dal già detto e dal già fatto, o come dice il mio amato Corto Maltese: “Non c’è niente che non sia stato scritto, Ismael, niente che non si possa riscrivere.”

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