Perché non mi piace l’articolo di Gianni Riotta

Domenica sul Sole 24 Ore è uscito un fondo del direttore Gianni Riotta dal titolo «Cara, vecchia internet vai sul sito www.verità», che sta scatenando un vivace dibattito sul web e fuori.

Non ho commentato – se non brevissimamente su Facebook – perché non volevo contribuire a una discussione che speravo si spegnesse presto, il più presto possibile. Speravo, ma le mie speranze son state deluse. Perciò non riesco a tacere.

Perché non mi piace?

Perché è il classico articolo furbetto: tutti sanno che, a parlare di Internet, gli italiani – che hanno una cultura di rete ancora molto scarsa e come tale intrisa di pregiudizi – si dividono in apocalittici e integrati. Basta schierarsi da una parte per urtare automaticamente la suscettibilità dell’altra e attirare l’attenzione su di sé. Semplice, no?

Riotta in realtà sostiene di non essere né apocalittico né integrato, e simula una posizione equilibrata:

«Avendo creduto – e credendo – nella potenza sociale, culturale, economica e creativa della rete, e avendo a lungo scocciato colleghi e amici sulle sue virtù […], è giusto che oggi mi faccia carico del dilemma: come è possibile riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione (i siti e i Tersite che denunciano, a destra e a sinistra, in Italia e negli Usa, chi non è d’accordo con loro come «venduto» non sono «informazione»)?»

Invece il pezzo è chiaramento apocalittico, per molte ragioni, fra cui l’occhiello «Il declino del web» (… signora mia, dove andremo a finire?) e il titolo, che manda internet al sito http://www.verità presupponendo che la rete contenga solo menzogne. E poi ci sono affermazioni come questa:

«Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia

E questa:

«Il compito non è immane, ma è urgente. Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza.»

Chi decide cosa è diamante e cosa coccio? Chi definisce i «canoni» di serenità, autorevolezza, vivacità, onestà, libertà e tutte le altre meraviglie?

In altre parole, chi gestisce i contenuti del sito http://www.verità?

Insomma, poiché nel nostro paese la diffusione di internet è purtroppo molto limitata e la diffidenza degli italiani verso la rete ancora alta, una posizione del genere porta inevitabilmente acqua al mulino dei politici che vorrebbero distinguere i diamanti dai cocci di bottiglia a colpi di leggi che limitino, controllino e censurino la circolazione di informazioni sul web, i social network e via dicendo.

In questo concordo con lo splendido commento di Vittorio Zambardino, a cui lo stesso Riotta ha dato una risposta che però continua a non convincermi.

Non credo Riotta volesse davvero implicare queste cose. Credo volesse solo – banalmente – sollevare un polverone. Ma questi sono gli impliciti del suo pezzo, che lui voglia o no.

Dal direttore di una testata importante come Il Sole 24 Ore, che fra l’altro manda in edicola e in rete un gioiellino come Nòva, non me l’aspettavo.

4 risposte a “Perché non mi piace l’articolo di Gianni Riotta

  1. Giovanna, stiamo parlando di Riotta. Io non ho conservato tutte le sue perle, ma molti commentatori ricordano perfettamente il suo utilizzo disinvolto della Rete quando era al TG1. Come fai notare, la maggior parte dei lettori non saprà nulla di tutto ciò e la posizione di autorevolezza farà il resto, alimentando paure ed emozioni poco nobili.

    Guarda, non ho neanche avuto voglia di andare a curiosare il (vero) pensiero di Lanier. Questa volta penso che un sano pre-giudizio (in senso stretto) mi abbia fatto guadagnare un sacco di tempo prezioso.

    (Geniale prendere come stampella alle proprie idee un “tecnofilo rasta”, tanto distante dalla sua “giacca e cravatta buon padre di famiglia”.)

    Concludo dicendo che ciò che auspica Riotta è *tecnicamente* impossibile, anche volendo. Si metta l’anima in pace.

  2. Giovanna, non credo sia la sede né che tu possa più di troppo esporti in una piena critica esplicita ma vorrei comunque chiederti, da semiotica e giornalista, un parere su Riotta. E non ti chiedo una valutazione sull’uomo o la sua etica. Ti chiedo una valutazione tecnica su come scrive perché a mio giudizio Riotta, che seguo da anni, è un fenomeno. Ogni articolo è di una banalità analitica, di una inadeguatezza lessicale, così genialmente privo di stile da rendere compulsiva la domanda su come possa questo giornalista avere raggiunto posizioni così importanti. Riotta non morde mai, fa il suo temino da liceale paraculo sparando quei due, tre raudi da festicciola aziendale. Ad ascoltarlo sembra sempre il cocco della maestra (bacucca), sempre in prima fila, sempre a far sì con la testa, con quella faccia che sembra uscita fuori dal libro Cuore. In ogni suo pezzo c’è sempre un uso aggettivale fastidioso, l’importato anglicismo che tradisce il provinciale. Ho poco tempo e non voglio farne un bozzetto divertito, anche perché ti chiedo davvero un’opinione, ma non posso fare a meno di ricordarti gli impagabili editoriali del tg1 autografati e recitati come un bambino un po’ scemo dell’asilo leggerebbe l'”io racconto” del lunedì mattina. Senza pudore o idea dell’imbarazzo provocato in chi ascolta. E nonparliamo delle sue mortifere conferenze, a metà strada tra la narcolettica litania del prevosto e la supponenza del vanesio che ti chiede l’applauso perché ha scoperto che le lettere dell’alfabeto sono 21. Ma i colleghi? Non voglio pensare quale Versailles dei veleni possa essere il tg1 se nessuno ha avuto il coraggio di battergli sulla spalla aggrottandco le ciglia in un tacito consiglio a smettere almeno di dar voce alla sua mediocrità .
    Io, Giovanna, sono un nulla che nulleggia ma rispetto a Riotta dovrei riconsiderare il mio valore. E vale per quasi tutte le persone che conosco.

  3. Riotta ha discusso di questo argomento anche ieri sera ad Otto e Mezzo (puntata intitolata “Chi ha paura di Internet?”). Tra gli ospiti di Lilli Gruber anche Nicholas Negroponte, fondatore di Media Lab di Boston. Ecco il link per riveere la puntata: http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50166707

  4. E’ soltanto un populista.

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