Archivi del giorno: lunedì, 8 febbraio 2010

La tristezza del mondo, vista da una chat

Comincio con una citazione tratta dal bel libro Eretici digitali (devi leggerlo!) di Massimo Russo e Vittorio Zambardino, a proposito di quanti demonizzano la rete e i nuovi media, facendo di tutta l’erba un fascio (da facebook alle chat, da YouTube ai siti porno):

«Il “male esiste”, come si suol dire, ma il racconto del male non è neutro. Il video che un gruppo di adolescenti italiani pubblica on line per compiacersi delle sevizie inflitte a un compagno di scuola disabile è un documento eccezionale, che solo grazie a uno strumento portentoso di verità e conoscenza è potuto arrivare fino a noi. Eccezionale perché ci fa conoscere un lato marcio e oscuro della nostra esistenza che forse esiste da sempre. E invece no, la risposta sta nella demonizzazione del mezzo; si veda la reazione del ministro di allora, che chiese un “filtro” alla cinese.» (M. Russo, V. Zambardino, Eretici digitali, Milano, Apogeo, p. 9).

Mi scrive Manuele, studente di Semiotica che in questi mesi si trova a Parigi per l’Erasmus. Ha appena scoperto quello che chiama l’«ultimo giocattolino di Internet», Chatroulette.com. E non ci è stato bene. Il pezzo di mondo che Manuele ha visto in questa chat è triste e vuoto. Ma il suo racconto non demonizza la rete, non banalizza né generalizza, e la sua malinconica partecipazione induce a riflettere.

Per questo te lo propongo:

«Per tre giorni a settimana faccio il cameriere in un ristorante italiano per guadagnarmi qualcosa. A fine serata ho convinto il mio datore di lavoro a provare insieme questo giocattolino. È una videochat ad accesso anonimo e privo di iscrizione (quindi “immediatezza” e facile “fruibilità”), che ti connette con un altro utente a caso. Si attacca la webcam e si aspetta che appaia in pochi secondi il nostro nuovo amico.

Se non ci piace basta premere F9 e avanti un altro.

Uno zapping di casi umani. Ci si può parlare se entrambi si ha il microfono, o si può scrivere chattando. La maggioranza (circa 9 su 10) sono maschi, e appena capiscono che sono un maschio pure io, cambiano (“ZAP”). Tra questi, una parte tiene inquadrato il pisello durante l’atto di masturbarsi (“ZAP”). Questa categoria è straordinariamente costante.

Io e il mio capo ci siamo poi imbattuti in due ragazze carine con cui abbiamo inziato a chattare. Erano spagnole e ci hanno detto che erano a caccia di pervertiti. “Why?” gli scriviamo. Ci rispondono che per 3-5 euro tramite PayPal.com (servizio che permette transazioni on-line) avrebbero fatto vedere le tette e fatto qualsiasi altra cosa. Il mio capo scherza e fa vedere un biglietto da 100 euro alla webcam, ci ridiamo sopra e cerchiamo di continuare la conversazione.

Non abbiamo il tempo di scrivere che loro si alzano e ci fanno vedere le tette. Occhi e bocca spalancati da parte nostra. Non per le tette (non ci trovo niente di erotico in un atto così), ma per il gesto. Non potevamo crederci. Lo fanno davvero. Insistiamo con il nostro “Why?”. Rispondono che in questa maniera fanno circa 300 euro a settimana e si possono comprare qualche cosa (“some stuff”).

Le salutiamo e andiamo avanti, tra tizi che ci fanno versi, linguacce, gente in maschera, gente che suona la chitarra, una ragazza che fa una fellatio, finte webcam dove invece ti inviano un filmato porno in loop. Tutti contatti di qualche secondo o microsecondo. Insomma, la giungla e i suoi insetti.

Quando torno a casa voglio fare un altro tentativo. Sto per andare a letto ma provo. Stessa storia, ma questa volta incontro anche diversi gruppi di ragazze che ridono e cambiano dopo qualche istante. Finalmente, dopo forse 100 contatti, trovo due giovani, un ragazzo e una ragazza. Iniziamo a chattare. Sono di New York, in uno studio radio. Parliamo di musica e mi faccio dare qualche nome di band che loro ascoltano e che io non conosco.

Dopo qualche minuto ci salutiamo e continuo. Trovo pure un gruppo di ragazzine (16-17 anni) koreane con l’aria divertita, che mi chiedono di dove sono io, e cercano di farmi capire che loro sono di un’isola che si chiama Dokdo, che i giapponesi la rivendicano, che loro sono lì da centinaia di anni e che devo farlo sapere ai miei amici. Saluti e “ZAP”.

All’ennesimo pisello eretto stacco e vado letto. Penso. Rifletto. Meccanismi di significazione, struttura immanente, interpretazione. Vuoto e tristezza. Sesso trasgredire sesso trasgredire sesso trasgredire sesso trasgredire sesso.

Veramente è tutto qua? Cosa ci succede? Un mezzo pericoloso che non serve a niente, ecco tutto. Fatta eccezione per l’isola di Dokdo di cui ora vengo a conoscenza e qualche band metal. Ma ci sono voluti troppi contatti prima di questi.

La brevità della cosa, il richiamo allo zapping televisivo, tutte quelle facce da divano annoiate in cerca di sesso e trasgressione. Ancora un altro mezzo che potrebbe essere usato in tante belle maniere, ma che si riduce a questo. Aumentano i mezzi ma diminuisce la capacità di saperli usare (e non di farsi usare).

Sono confuso e ci sto ancora riflettendo. Penso alla prostituzione di quelle due ragazze. Così semplice e indolore. Così divertente e innocente per loro. Anche se qualche riflessione l’hanno esternata “Maybe we are like whores”. Oh no, non dite così. Togli “maybe”.

Adesso mi scuso con lei. Troppo lungo lo sfogo. Ma le volevo affidare del materiale fresco da prima linea. Devo capire e lei può aiutarmi. Sono in crisi e devo uscirne. Pensi che due settimane fa mi sono pure cancellato da Facebook. La semiotica mi sta dando delle risposte, Marcuse pure. Sento sempre il riverbero di un grido disperato che rimbalza e fa eco tra i corpi della gente.»

Io gli ho già risposto, chiedendogli fra l’altro di pubblicare la sua mail. Tu cosa gli diresti?