Archivi del mese: marzo 2010

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Oggi l’inchiesta di Studenti&Reporter su Repubblica Bologna parla di ragazze che vendono la propria immagine per guadagnarsi da vivere.

Questo è il mio pezzo introduttivo, seguito da due interviste:

In un mondo in cui l’ingresso nel lavoro è sempre più difficile, precario e sottopagato soprattutto per le donne, molte ragazze usano la loro immagine per guadagnare qualcosa: hostess, ragazze immagine, cubiste sono alcuni dei ruoli più noti.

Non tutte sognano di entrare nello spettacolo: molte si pagano gli studi in attesa di altre occupazioni.

Abbiamo fatto una ricognizione sulle agenzie bolognesi che lavorano nel settore. La maggior parte offrono, più in generale, servizi locali di organizzazione eventi; pochissime sono sede locale di realtà nazionali e internazionali che operano nello spettacolo. Non tutte le ragazze si rivolgono alle agenzie, molte si mettono in proprio. Ecco le principali mansioni.

La promoter indossa magliette sponsorizzate e distribuisce volantini e gadget per circa 50 euro al giorno. La hostess, in rigoroso tailleur, offre accoglienza clienti e servizi di traduzione durante convegni, fiere, eventi, per circa 80 euro a giornata di 8 ore.

Delle promoter e hostess, il 70% sono studentesse fra 18 e 26 anni.

Poi ci sono i veri e propri ruoli “di immagine”, in cui la bellezza fisica ha il ruolo più importante.

La ragazza immagine, per minimo 150/200 euro a servizio, semplicemente sta ferma in abito elegante o in costume durante fiere, eventi o feste, prestandosi a foto con prodotti, clienti e ospiti; in caso di necessità, si rifiuta di fare qualsiasi cosa. La driver, in pantalone nero e camicia bianca, si fa offrire da bere dai clienti di un locale, per un compenso di circa 80 euro a serata di un paio d’ore. La cubista balla sui cubi in discoteca, pagata minimo 100 euro per 3 o 4 ore di lavoro. L’accompagnatrice, infine, fa da partner a clienti importanti in cene e summit di lavoro, anche fuori sede e all’estero; completamente spesata, prende un minimo di 1000 euro a servizio, più una diaria variabile.

INTERVISTA 1: «Allevavo e istruivo Top Class: me le portavano i genitori», di Aura Tiralongo

INTERVISTA 2: «In discoteca mi guardavano tutti: l’ho fatto diventare il mio lavoro», di Aura Tiralongo

——————

Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Ancora, sempre ragazze tristi

Arriva la primavera e – invece di allegria e sorrisi – la moda propone come sempre ragazze magrissime, con occhi cerchiati e pallore inquietante. Tristi. Disperate.

La giovane del nuovo marchio Amy Gee, che in questi giorni ha tappezzato le città italiane, sembra addirittura volersi strappare i capelli:

Amy Gee

Mentre le ragazze di Sisley si piegano sotto il peso di una improbabile chiave (prego sbizzarrirsi sui significati del simbolo) e, più in generale, di una vita che nessuna gioia, evidentemente, prospetta.

Campagna Sisley primavera estate 2010

Campagne primavera estate Sisley 2

E se dicessimo basta? Se ci organizzassimo per verniciare di colore tutte le affissioni che incontriamo per strada? Se decidessimo tutti di scrivere a Sisley e Amy Gee dicendo loro che non compreremo nessun abito finché non ci restituiranno immagini meno deprimenti e, soprattutto, più reali delle giovani donne?

Il berlusconismo di Luttazzi

Fra i numerosi commenti arrivati al post Santoro: nuovo medium, vecchio messaggio, seleziono – perché lo trovo acuto e condivisibile – quello di Davide, 20 anni, studente di Scienze della Comunicazione.

Acuto perché ben evidenzia come e quanto la performance di Luttazzi – da molti osannata – in realtà non faccia che riprodurre il celodurismo e berlusconismo più bieco. Che nemmeno i berlusconiani e leghisti più accorti sottoscrivono: alcuni perché ne sono davvero distanti, altri perché – più furbi di Luttazzi – pur condividendolo, non lo fanno vedere per darsi un look da “partito dell’amore”.

Ma per difendere quale satira e libertà di espressione ci si deve ostinare a rappresentare rapporti sessuali aggressivi, in cui c’è qualcuno che fa male mentre qualcun altro (donna o uomo che sia) gode del dolore? So bene che esiste il sado-masochismo e che si può usarlo per costruire metafore e diverse altre figure retoriche (dall’iperbole all’ironia), ma che senso ha, per un comico che si vuole alternativo e “di sinistra” (ammesso che significhi qualcosa), farvi appello per l’ennesima volta, quando la stessa identica cosa fanno, da oltre quindici anni, campagne pubblicitarie alla D&G (ma persino Pittarello!), video e film più o meno hard, barzellette da Bagaglino e affini?

E come può, Luttazzi, pensare di corrodere con la satira il sistema videocratico che lo ha censurato, se ne condivide e addirittura amplifica gli assunti culturali più beceri? Chi sta prendendo in giro? Se stesso o gli altri?

Nelle parole di Davide:

«È da  venerdì sera che rimugino, e ho bisogno di esprimere la mia disapprovazione sull’intervento di Luttazzi, in particolar modo nella sua parte iniziale: la minuziosa e ossessiva “sodomitica descrizione”.

Passi il gergo quotidiano, pregno di disprezzo maschilista e feticista nei confronti dell’individuo (chiunque esso sia) che svolge un ruolo “passivo” durante il coito (prenderlo nel c**o = umiliazione, dolore, perdita di dignita e onore).

Il discorso di Luttazzi per me ha rappresentato un’esaltazione offensiva e pericolosa di questa concezione della copula anale. In primo luogo per la parafiliaca minuziosità della descrizione, poi per la metafora del seviziatore sadico e orgoglioso che infligge la pena fallica al sottomesso, sofferente ma compiacente seviziato

L’ilarità e l’approvazione del pubblico è scaturita dalla condivisione automatica di questa concezione del rapporto anale, che è passata del tutto inosservata: il sadismo berlusconiano di cui parla Luttazzi è innanzitutto nella sua testa e in quella dei suoi interlocutori.

Tant’è che Luttazzi si è riferito fin dall’inizio a “quello che fate con la vostra ragazza”, e tant’è che Berlusconi stesso fa uso più o meno velatamente di un’enciclopedia simile per mietere lui stesso consenso tra i suoi fan.

Il piacere stesso del rapporto sessuale così concepito scaturisce non tanto dal coito in sé, quanto dal perverso gioco dei ruoli e dalla presunta sofferenza del seviziato.

Si potrebbe estendere il discorso all’infinito. È un’idea dell’analità pericolosa e radicata: oltre che a reggere la metafora berlusconiana di venerdì sera, tiene anche in vita una serie di nevrosi, perversioni e pregiudizi omofobici, misogini e machisti diffusi.

Credo che l’ossessività stessa con la quale viene trattato l’argomento sia la prova evidente di questo feticismo ignorante, sadico e crudele.

Vorrei che si fosse capito che il problema a cui mi riferisco non è tanto “estetico” quanto semantico.»

Santoro: nuovo medium, vecchio messaggio

L’evento “Raiperunanotte” organizzato ieri a Bologna da Michele Santoro e dal sindacato dei giornalisti Fnsi contro la decisione di sospendere i talk show politici in Rai è molto interessante dal punto di vista comunicativo, perché ha coinvolto una molteplicità di ambienti e mezzi di comunicazione, dalla rete alle piazze, che riprende, amplifica e rende sistematici il metodo introdotto in Italia da Beppe Grillo.

Notevoli anche i numeri (relativamente ai mezzi). La conta del giorno dopo riporta 125mila accessi contemporanei al sito dedicato, più diverse decine di migliaia fra YouDem, sito di Repubblica e altri siti collegati. Più il tam tam non denumerabile nei blog e social network. E le 200 piazze reali in tutta Italia, dove persone in carne ossa si sono ammassate attorno ai maxi schermi della trasmissione (a Bologna circa 6000 dentro al PalaDozza e più o meno altrettanto fuori).

E i contenuti? Interessante mescolanza di intrattenimento, musica e talk show, più spiccata del solito.

Ma per il resto, c’era tutta l’ossessione (anti-)berlusconiana che ci si poteva aspettare da Santoro, Travaglio & C. Insomma, l’elefante è stato seduto nel bel mezzo dell’arena, per tutto il tempo. Anzi, crescendo minuto dopo minuto.

Perciò concordo con quanto Aldo Grasso ha scritto oggi sul Corriere:

«Il Santoro show che ieri è andato in onda dal PalaDozza è stato molto più interessante per le modalità di fruizione che per i contenuti (a parte il dramma dei lavoratori che perdono il posto).

Nel nome della libertà d’espressione si sono incrociati generi differenti (informazione, intrattenimento, musica, satira…), tutte le nuove tecnologie distributive (Internet, satellite, digitale terrestre, tv locali, radio, siti, blog, social network, dirette streaming, maxischermi, persino 200 piazze), personaggi di diversa provenienza, professionale e artistica, chiamati in platea come fossero grandi star.

Ma il problema, e grave, è un altro. Quando Luttazzi conclude il suo monologo ricordando che «odiare i mascalzoni è cosa nobile » non fa un enorme regalo elettorale a Berlusconi?

Fomentare l’odio, alla vigilia delle elezioni, non è un atto di irresponsabilità? Se oggi la maggioranza reagirà pesantemente sarà inutile nascondersi dietro la retorica della libertà d’espressione o della rivoluzione. La politica è effetto di scena e la censura il peggiore dei suoi effetti, un indice di stupidità, ma spesso il rumore delle piazze, delle adunate, degli applausi ottunde le menti e copre i pensieri.»

Happiness is an older woman

Il Sunday Times ha intervistato sette scrittori su cos’è che di fatto rende le persone felici. Fra le varie risposte, riporto quella di Howard Jacobson, scrittore e conduttore televisivo britannico:

«Happiness is an older woman. I don’t mean older than oneself necessarily. Beyond a certain age [Jacobson è nato nel 1942] its’ hard to find a woman older than oneself who’s still capable of standing up. But an older woman in the sense of no longer being a younger woman. Not a girl. And not a girlie.

A lower voice is part of the appeal, along with lower skirts, lower heels ad higher neckline. Men are hypocrites in the matter of overtly coltish women: they might look them over on someone else’s arm, but the truth is they dont’ want them on their own. The company of a young woman showing too much leg or breast, breathing too excitedly through her nostrils, makes a man feel a fool.

Of course, some older women make the same mistake, so we should say that happiness is an older woman with judgement. And that means non facelift, no Botox and no liposuction. Desperation isn’t attractive in either sex.

An amused resignation to the ravages of age, however, is. Cleopatra wouldn’t have been half the woman she was, had she not made a jest of the condition of her skin – “Think on me/That am with Phoebus’ amorous pinches black/And wrinkled deep in time” – turning the sun himself into one of her many lovers.

Nothing beats the conversation of a woman with the confidence to laugh at herself while piquing you to the point of jealousy with the depth of her sexual experience. Whare has she been, the older woman? What has she done? Who else has pinched her, where? No younger woman can light these fires of curiosity. In the amused lines around the older woman’s eyes you read the questions that never will be answered. There’s the excitement. There’s the challenge. There’s the sting that makes us happy.»

Uno spot facile ma difficile

Su segnalazione di Luisa Carrada ho visto lo spot della campagna di Emma Bonino per le regionali nel Lazio. La regia è di Francesca Archibugi, la voce è di Margherita Buy, la produzione di Riccardo Tozzi e Angelo Barbagallo.

Mi è piaciuto perché è tutto giocato su un montaggio fotografico, un’idea narrativa e un buon testo. Insomma, non occorrono una regista e un’attrice nota per realizzarlo: bastano una speaker professionista e un/a neolaureato/a in comunicazione che abbia una buona testa e un po’ di esperienza di regia, montaggio e produzione video, per fare altrettanto a costi bassissimi. (E suppongo/spero che Archibugi e Buy non si siano fatte pagare.)

In questo senso lo spot è davvero semplice.

Unico problema: ci vuole una storia densa, interessante ed emotivamente coinvolgente come quella di Emma Bonino, per dare significato e conferire autenticità a quel «Ma io ci sono» finale. Come dire, più in generale: occorre trovare un candidato che abbia idee, contenuti, qualcosa da trasmettere, per farne uno simile.

È qui che il compito si fa difficile. In Italia, quasi impossibile.

Gad Lerner, Berlusconi e le donne

Ieri sera ho guardato L’infedele di Gad Lerner (se non l’hai vista, è sul sito della trasmissione). E mi sono abbacchiata. Per due motivi.

Uno. Il giochetto che fa Berlusconi è sempre lo stesso dal 1994: un po’ di show prima delle elezioni, e tutti abboccano. Avversari politici e media, per giorni e giorni, non fanno che parlare di lui. E ci cade anche chi, come Lerner, presume di essere più furbo degli altri, e fuori dal coro perché parla da un tv non controllata da Berlusconi. Sarà anche non controllata, ma se lui fa così è peggio che se lo fosse.

Mi annoio da sola a riparlarne, ma ricordo per l’ennesima volta la regola principale di Non pensare all’elefante! di George Lakoff:

«Ricordarsi di “non pensare all’elefante”. Se accettate il loro linguaggio e i loro frame [degli avversari] e vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista» (trovi le altre regole QUI).

Due. Mi avvilisce in modo crescente la nicchia che Lerner ha riservato alla questione femminile nel nostro paese (che ora lui chiama «donna tangente»). Intendiamoci: sulla tv italiana è l’unico che lo fa, da quando il 4 maggio 2009 invitò Lorella Zanardo a presentare Il corpo delle donne. All’inizio non dico che ci credevo (vedi il commento che feci QUI), ma stavo a vedere.

Ora non ce la faccio più: si vanta a ripetizione di essere l’unico uomo, in Italia, ad avere questa attenzione costante. Il che è vero, povere donne. Ma puntualmente le sue ospiti stanno lì come in una gabbietta per le scimmie.

Il tempo è sempre ridotto agli ultimi minuti di trasmissione, e vabbe’: non si può parlare sempre di quello. Ma il confine col fenomeno da baraccone è stato oltremodo superato, specie da quando è iniziata la carrellata di escort chiamate a spiegarci “perché lo fanno”.

Infine – cosa per me più grave – se invita donne a parlare di “cose da uomini”, il tempo e l’attenzione che riserva loro è sempre inferiore (molto) a quelli per gli uomini. Esempio di ieri: ha invitato la politologa Sofia Ventura a parlare di Berlusconi e bla bla bla, con il sociologo Ilvo Diamanti, lo storico Marco Revelli, il filosofo Marcello Veneziani e altri uomini. Era seduta in prima fila con Revelli e Veneziani (bene!), ma la camera saltava sempre da Diamanti (dietro) a questi due, mentre Ventura era meno interpellata e spesso interrotta. Non la conosco personalmente e non sempre condivido ciò che pensa, ma ieri diceva cose molto più interessanti, dal mio punto di vista, non dico di Diamanti, ma sicuramente degli altri due in prima fila.

Non ho avuto tempo né voglia di misurare col cronometro (se ti va, QUI c’è la trasmissione), ma la differenza era macroscopica.