Nativi e migranti digitali in università

Ieri su Repubblica Bologna – oltre all’inchiesta – è uscito questo mio pezzo, col titolo «Professori e studenti bocciati in Internet»:

Quando si parla di uso delle reti in ambito educativo e universitario, molti richiamano la distinzione fra nativi e migranti digitali che lo studioso americano Marc Prensky introdusse nel 2001: i nativi sarebbero coloro che, nati dopo la diffusione di massa dell’informatica, cioè dopo la metà degli anni 80, si sono trovati in un mondo già informatizzato; i migranti invece, nati prima, hanno dovuto abituarsi a usare le tecnologie da adulti.

Le polemiche sulla distinzione si sono sprecate. Ma l’implicito è sempre quello: i nativi sarebbero spontaneamente più veloci e bravi col computer, i migranti più imbranati. Di solito infatti anche coloro che si oppongono alla distinzione, finiscono per ammettere che possano esserci differenze cognitive fra chi nasce col mouse in mano e chi no. E attendono dati sperimentali, che però non arrivano.

Il mio punto è un altro: la distinzione non va né confermata né negata, ma abolita, perché rinforza barriere che andrebbero invece abbattute.

Innanzi tutto quella fra studenti e docenti: i primi nativi, i secondi migranti. Che si aggiunge a quella fra studi scientifici e umanistici, tanto vecchia quanto dura a morire.

Ma parliamoci chiaro: in Italia l’opposizione fra nativi e migranti, come fra saperi tecnici e umanistici, è uno specchietto per allodole che distrae dal tema più grave della scarsa diffusione della cultura informatica ovunque, presso giovani e meno giovani, e non solo a scuola e in università, ma sul lavoro e nella vita quotidiana.

Secondo una ricerca Nielsen presentata nel settembre 2009, solo il 55% degli italiani usa internet. E solo il 34% lo usa in modo approfondito, attivo e consapevole, mentre gli altri si limitano a ricerche acritiche, passive. Chicca finale: fra gli utenti superficiali i giovani sono così numerosi, che per alcuni sono la maggioranza. I cosiddetti “nativi” non sono dunque la meraviglia a cui gli stereotipi alludono.

I dati sull’ateneo bolognese mostrano percentuali più incoraggianti, ma siamo in un ambiente elitario. Secondo la Direzione e Sviluppo delle Attività Web, sono poco più della metà del totale i docenti che usano i modo attivo gli strumenti del portale, aggiungendo informazioni, foto e materiali didattici al proprio sito. Di solito chi è attivo sul portale lo è anche su internet, ma il nesso è più complicato e c’è ancora molto da fare.

La cultura di rete degli studenti è più sfuggente, ma la pratica didattica mi restituisce ogni giorno l’impressione che anche per loro non siano rose e fiori. In questo quadro, ragionare per opposizioni stereotipate non ha senso: siamo tutti nella stessa barca, cerchiamo di muoverci assieme.

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Sulla ricerca Nielsen vedi anche:

800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

Dei nativi e migranti digitali avevo parlato anche qui:

Nativi o migranti digitali?

4 risposte a “Nativi e migranti digitali in università

  1. sono d’accordissimo che le barriere si debbano abbattere.

    Ma come la mettiamo quando in un posto di lavoro, in un laboratorio informatico, o simili, chi prende le decisioni è chi non ha affatto dimestichezza con gli strumenti informatici ed è sempre una persona adulta, sicuramente non nativa?

    Come dobbiamo comportarci noi “nativi” di fronte a chi palesa scarse capacità nell’utilizzo di strumenti che noi invece conosciamo bene eppure dirige anche le attività in campo informatico?

  2. Sono nato nel 1980…. sono un “nativo”?
    …se anche lo fossi, questa categoria non mi si addice affatto.
    Sono nato in una famiglia in cui il primo Commodore64 è arrivato molto prima della seconda televisione, ma il resto della società, intorno a me, ha iniziato ad informatizzarsi quando ero già adulto e vaccinato!
    Sono invece convinto che l’ignoranza nel campo informatico sia la nuova frontiera dall’analfabetismo? Il problema forse è che i nuovi analfabeti occupano anche posizioni strategiche nella classe dirigente, nel corpo insegnanti e nell’imprenditoria.
    La domanda, quindi, è: chi dovrebbe insegnare a chi?

  3. Posto che certe “classificazioni” o distinzioni non siano particolarmente utili, né in pratica, né in teoria, rimane quel dato sorprendente della superficialità che caratterizza l’uso “nativo” del mezzo. Una spiegazione c’è, ed è che la naturalezza e compenetrazione con il mezzo garantiscono, diciamo così, l’agilità e la velocità di utilizzo, ma non sono sufficienti per espandere l’esperienza in termini di partecipazione e consapevolezza. Per fare questo ci vuole una cultura più ricca e solida, che possa essere spesa anche nell’uso di Internet. Aver vissuto i cambiamenti degli ultimi decenni, con la necessità di scoprire e testare le possibilità di Internet portando in dote molte diverse “culture” già formate, è stata una sfida per i migranti e uno sforzo notevole di adattamento e creatività. Per questo mi sembra che tu abbia perfettamente ragione nel proporre un’alleanza tra esperienze diverse che hanno tutto da guadagnare nel lavorare insieme, cercando però un linguaggio comune e vincendo diffidenze reciproche.
    saluti

  4. Volevo aggiungere due cose. La prima è che l’analfabetismo nell’uso di internet è dovuto anche al fatto che i siti internet sono troppo spesso progettati a caso (un esempio veloce? perchè ci sono due checkbox sotto il bottono “invia commento” qui sotto? dicono la stessa cosa in due lingue diverse, cosa succede se le spunto entrambe?). Ci sono libri e libri di teoria sulla progettazione dell’HCI, basterebbe pensarci un po’ di più. Tirando a indovinare direi che questo è uno dei motivi per i quali i docenti non sfruttano gli strumenti del portale.
    La seconda cosa è una mia opinione, personalissima e discutibile, con la quale non voglio offendere nessuno: per superare la presunta disuguaglianza tra studi scientifici e umanistici ci vorrebbe, da entrambe le parti, un bel po di umiltà e buon senso. Gli umanisti non dovrebbero limitarsi a considerare web2.0 solo gli strumenti che conoscono (lo strumento blog fra poco compierà 13anni) e gli scienziati dovrebbero smetterla di considerare inutile e stupido tutto ciò di cui non si occupano loro. Cosa succede quando questi mood vengono trasmessi agli studenti?

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