Ricercatore: Intesa Sanpaolo risponde

Ho appena ricevuto da Fabrizio Paschina, responsabile Pubblicità e Web di Intesa Sanpaolo, una mail di risposta al mio Intesa Sanpaolo: un sogno che fa male e, più in generale, alle reazioni sul web che lo spot “Ricercatore” sta suscitando.

Per una riflessione sulla comunicazione pubblicitaria nel settore bancario, sui suoi rapporti con il contesto di crisi nazionale e internazionale, e sulle nuove tendenze dell’advertising (vedi anche Invertising), la campagna Intesa Sanpaolo, con le polemiche relative e la loro gestione da parte della banca, è sicuramente un caso di studio interessante.

Nel pubblicare la risposta di Paschina ricordo che, come sempre, su questo blog non accetto né turpiloquio né polemiche vuote, ma solo interventi equilibrati e critiche costruttive.

Eccola:

Gentile professoressa Cosenza,

chiedo ospitalità al suo blog per rispondere alle reazioni al nostro spot sul giovane ricercatore che rientra in Italia per cominciare una nuova attività nel campo della ricerca.

Prima di tutto, ringrazio tutti coloro che si sono espressi, anche in modo molto critico. Questi confronti sono utili per mettere a fuoco un tema come la ricerca nel nostro Paese. Il nostro spot ha proprio l’obiettivo di portare in primo piano la discussione sul futuro, non in modo astratto ma raccontando storie rilevanti per la realtà con cui siamo a contatto tutti i giorni.

Lo spot in questione mette in scena i progetti di chi ha investito in studi e ricerche in contesti più avanzati del nostro, e vuole avviare – nel suo Paese – una propria impresa nel campo della ricerca di laboratorio. Attività che a noi, come banca, capita spesso di finanziare attraverso diversi strumenti.

Concretamente un sostegno che noi offriamo in questo ambito è una linea di finanziamento dedicata all’innovazione e alla ricerca che si chiama Nova+ (www.mediocreditoitaliano.it), accessibile senza garanzie reali e per cui abbiamo erogato oltre 1 miliardo di euro negli ultimi anni, peraltro con un ulteriore miliardo messo recentemente a disposizione. Selezioniamo poi progetti high tech nati da spin-off universitari o da giovani imprenditori (un programma denominato “Start up initiatives” http://isp.startupbusiness.it), che vengono sostenuti con training formativo e accesso alla rete di finanziamenti di investitori privati. Offriamo inoltre la consulenza per l’accesso ai fondi UE per l’innovazione tecnologica, con un ufficio dedicato a Bruxelles (Intesa Sanpaolo Eurodesk, www.intesasanpaoloeurodesk.com).

Tutto questo, ovviamente, non basta a cambiare lo stato di difficoltà, anche grave, in cui versa da tempo la ricerca in Italia. Sono tante le ragioni politiche, economiche, organizzative: non è questo il luogo per esaminarle. Però, non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese è anche ricco di eccellenze in campo medico, scientifico, tecnologico. Progetti spesso nati dall’iniziativa e dalla creatività individuale.

Vogliamo condividere le esperienze di chi non si arrende e, giorno per giorno, costruisce con coraggio e caparbietà il futuro del nostro Paese. Misurandoci con i problemi reali e cercando di dare, consapevoli dei limiti del nostro ruolo, risposte concrete.

In questo spirito va letto il nostro spot. Senza sottovalutare le grandi difficoltà di questo importantissimo settore.

Fabrizio Paschina, Responsabile Pubblicità e Web, Intesa Sanpaolo

38 risposte a “Ricercatore: Intesa Sanpaolo risponde

  1. Paschina si incarta da solo già alle prime righe: “non in modo astratto ma raccontando storie rilevanti per la realtà con cui siamo a contatto tutti i giorni.” Ma quando mai? Lo spot racconta una vicenda in colori pastello, peggio che astratta, irreale.
    Loro erogheranno anche questo e quello ma se la loro visione della ricerca è quella dello spot, 1) direi che devono scendere sulla terra 2) non viene tanta voglia (a una ricercatrice meno che mai) di rivolgersi a loro quale interlocutore credibile per un prestito.
    Le “ragioni politiche, economiche, organizzative” sfavorevoli si combattono anche evitando di diffondere stereotipi e scenette irrealistiche.

  2. La risposta di Fabrizio Paschina, responsabile di Pubblicità e Web di Intesa Sanpaolo mi sembra attendibile per quel che concerne i riferimenti ai progetti di Ricerca che Intesa Sanpaolo finanzia direttamente.
    Vengono segnalati in modo ben preciso e sarà bene prenderli in considerazione.
    Sulla scrittura comunicativa pubblicitaria scelta dal Gruppo nello spot in questione, sulle aspettative oniriche create, sulle cedevolezze dello stesso, Fabrizio Paschina non esprime nessuna valutazione, anche se immagino avrà considerato con attenzione le perplessità sollevate a riguardo.
    Perplessità che mi riservo di mantenere.

  3. Ho ricevuto la stessa risposta, a meno di un paio di righe piu´ personalizzate (il che mi ha fatto piacere), nel pomeriggio. Risposta molto garbata ma a mio parere piuttosto irritante e del tutto deludente. Ho replicato a mia volta a Paschina, se volere dare uno sguardo trovate la mia lettera sul gruppo di facebook contro lo spot sul ricercatore di intesa san paolo, grazie!
    G.

  4. Sposterei il problema – anche se non è esattamente nelle mie competenze, ma è invece il tema di questo blog – sul tema della comunicazione, che nel caso dello spot è stata semplicemente fallimentare.
    Non è che sia giusto sottovalutare gli investimenti di Intesa San Paolo nella ricerca, nè posso ritenere San Paolo responsabile dello stato di delirio della ricerca in Italia. Non è volendo manco colpa di San Paolo, se la prospettiva onirica dipinta nello spot è infattibile – per la famosa rete di cause socio economiche e politiche etc.
    Ma è anche decisamente poco intelligente – sotto il profilo della comunicazione – saltare a piè pari gli effetti di quella rete di cause socio economiche etc. Saltare a piè pari le condizioni concrete, i palazzi fatiscenti (ricerca? ma lo sapete che ci sono atenei in Italia sprovvisti di biblioteca! BIBLIOTECA! te pensa il resto) l’assenza cronica di fondi, ma anche- parliamone, l’uso malaccorto di fondi quando ci sono – e insomma…. ignorare queste cose in uno spot non è un problema etico, e trovo anche strano che ci si arrabbi con Banca Intesa, non è mica la Caritas Diocesana, è un errore di strategia commerciale, è un autogol.
    Non c’è possibilità di identificazione alcuna, da parte dello spettatore italiano, e se quello spettatore disgraziatamente è un ricercatore – che si vede li davvero il suo sogno, e che onestà vuole non basta banca intesa a concretizzarlo in quella gagliarda e sfavillante perfezione, il ricercatore si deve difendere, come diceva Giovanna Cosenza, deve ironizzare, si deve distanziare – deve psicologicamente squalificare lo sponsor. Col cavolo che glieli da lui, i soldi a banca intesa.
    Eppure, Banca Intesa sostanzialmente voleva questo.

  5. Questo è completamente in linea con la prassi di pubblicità oggi – signor Paschina ha messo tutti i programmi bancarii in evidenza, ma purtroppo, l’ha messo qua nel blog, è invece nello spot non c’è niente di tutto questo. Ma l’idea che uno spot può essere anche un pò informativo sembra così lontana per tutte le agenzie pubblicitarie. Questo spot avrebbe ricevuto reazioni un pò diverse, mi pare, se avessero scritto, almeno alla fine, che ci sono finanziamenti per l’innovazioni accessibile senza garanzie reali, con l’indirizzo del sito e forse numero del telefono apposto per questo tipo di finanziamento.

    Così, senza nessuna informazione dentro e con “happy end”, questo spot è presente solo al livello immaginativo e associativo. “Misurandoci con i problemi reali e cercando di dare, consapevoli dei limiti del nostro ruolo, risposte concrete. In questo spirito va letto il nostro spot. Senza sottovalutare le grandi difficoltà di questo importantissimo settore.” Caro signor Paschina, ma lui ha davvero visto questo spot pubblicitario? Delle risposte non ci sono, ma neanche le domande, tutto “la vie en rose”…

    Sasa

    PS. E notiamo ancora che sì che Intesa Sanpaolo finanzia innovazione e ricerca, e che ci sono i fondi UE, e finanziamenti per progetti high-tech – e come è collegato tutto questo con quelle due ragazze che fanno il nido? La risposta a questa domanda, sono quasi sicuro, avverrà attraverso uno blog e non attraverso la pubblicità…

  6. Quindi Banca Intesa vuole i tuoi soldi, caro il mio Ricercatore. E così facendo finanzierà altri Ricercatori come te. Al postutto non è molto diverso dal metodo del gratta-e-vinci. Inclusa naturalmente la clausola che viene redistribuito solo parte del montepremi. I veri ricercatori sono loro: e tu sei il ricercato.

  7. La legge che ne deriva è quindi spietata: un ricercatore paga per un altro.

  8. Paschina nella missiva parla di consulenze per l’accesso ai fondi UE per l’innovazione tecnologica, nel loro ufficio di Bruxelles.
    Qualora la consulenza non fosse gratuita, scelta che in un primo momento potrebbe risultare, ad un lettore attento e consapevole, ovvia, (Paschina non lo specifica e ci gioca) questo potrebbe rivelarsi un ulteriore boomerang comunicativo per Comunicazione e Web di Intesa Sanpaolo.

    Rimangono perplessità sulla scrittura.

  9. E a quanto pare, Ugo, tra i ricercatori ricercati preferiti c’è Gabriele M.

  10. Chissà, Eloisette, magari scatterà l’intesa tra ricercatore e ricercato…

  11. Uhm – dov’è la sorpresa?
    Banche cari eh, stiamo parlando di Banche. Non di ministero, non di governo. Banche.
    Stiamo anche parlando di uno spot. Per cosa paga Banca Intesa uno spot? Per patrocinare la patria cultura? Per amore della depressione italica? No: per drenare i pochi quatrini in un bilancio costi benefici che deve pendere dalla parte della banca, sembrando che ci guadagni l’utenza.
    Quello che voglio dire – è che spostare su Banca Intesa e su questo spot la sacrosanta battaglia per i finanziamenti alla ricerca e lo stato di coma dell’università italiana, vuol dire mancare il bersaglio e fare un autogol. I contesti dove arrabbiarsi sono altri. Banca Intesa da questa polemica può solo trarre l’insegnamento per una strategia comunicativa più proficua – per lei.

  12. Mi limito a rilevare che in base alla risposta di Paschina, che non si trattiene da fare uno spot nello spot, si tratta di una pubblicità ingannevole, perché il filmato fa chiaramente vedere che il laboratorio in Italia è collocato dentro un edificio universitario, mentre i finanziamenti che cita sono destinati alle imprese.

  13. @ Zauberei
    Certo, siamo tutti d’accordo con te. Ci mancherebbe che una banca fosse la succursale della filantropia di Nonna Papera.
    La filosofia con cui lo Stato finanzia la ricerca fa acqua da tutte le parti, lo sappiamo. La metafora è comunque incompleta senza dire che l’acqua è poca, siamo in un deserto e gli assetati di turno che vi vagano rimarranno a bocca asciutta se il metodo è a pioggia.
    Banca Intesa non offende il ricercatore offrendosi come vicaria di un mecenatismo di Stato inesistente: Banca intesa lo irride invece dimostrando di non capire nulla di quella Ricerca di cui pubblicizza il proprio ruolo. Il ricercatore non si amareggia per la scoperta elementare che una banca persegua il profitto, tutt’altro. La sua mestizia è per la lucidità con cui comprende che la Banca gli sta rivendendo la dimensione sognante, stralunata, che avrebbe della ricerca un bambino delle elementari quando guarda Piero Angela. Solo che qui sono solo adulti che hanno nutrito il proprio immaginario con la neomitologia dei film alla Muccino, per capirsi; la versione nazionale del provincialismo importato dove i cliché a cui non credono neppure più gli stessi statunitensi, pressati da nuovi giganti a cui stanno consegnando inconsapevolmente il testimone, sono qui celebrati come l’ultima moda con cui irretire il ricercatore nostrano, che si immagina ovviamente più cretino dei pubblicitari intenti a confezionare una caramella per chi ha già male ai denti, una benzodiazepina a chi dorma anche troppo.
    Se il ricercatore è naufrago in un deserto povero di risorse, la soluzione non è proporgli di credere alla Fata Morgana, al miraggio.
    Ricordiamolo: una banca, come ogni persona, è libera di fare ciò che vuole. Ma facendo ciò che vuole si qualifica per quello che è.
    Qui si ricade in un classico: tutti sodomitici con i deretani altrui.

  14. A questo punto, dopo l´interessante definizione di “ricercatore ricercato” vi tedio un po´ postando anche qui la mia risposta a Paschina. Pare abbia finora risposto con lettere molto simili ad almeno 3 persone sul web.

    Gentile Signor Paschina,

    sono rimasto deluso dalla sua risposta.
    La recente campagna pubblicitaria di Intesa San Paolo viola una massima della saggezza popolare: “non parlare di corda in casa dell´impiccato”. Nonostante la presenza di alcuni eccellenti centri di ricerca, la scarsita´ di finanziamenti pubblici e privati rende fare scienza in Italia un´impresa ardua per i piu´. In questo contesto, e´ del tutto inopportuno rappresentare il rientro di un ricercatore di successo in Italia. Il messaggio pubblicitario suggerisce che questa sia una possiblita´ e, purtroppo nella gran parte dei casi, non lo e´.

    Appare a me evidente che i tre temi scelti dalla recente campagna preparata da Saffirio Tortelli Vigoriti per Intesa San Paolo, l´imprenditore che sta per chiudere la sua societa´, le due amiche che vogliono aprire un asilo e il ricercatore che decide di rientrare dall´estero, toccano nervi scoperti della societa´ italiana. La crisi economica nel primo caso, la mancanza di un welfare per l´infanzia e di prospettive per i giovani nel secondo, le poche opportunita´ di lavoro in professioni ad alto contenuto intellettuale nel terzo.
    Gli spot tentano di comunicare la vicinanza della istituzione che lei rappresenta in queste situazioni critiche. I canoni con cui le diverse figure sono rappresentate sono piuttosto chiari: l´imprenditore e´ mostrato come una figura autorevole, nel suo interno di famiglia e circondato dai propri collaboratori in ditta; il ricercatore si caratterizza per il suo entusiasmo in laboratorio e la sua pensosita´ sulla spiaggia.

    La sua risposta tenta di spostare il piano della discussione pretendendo che il ricercatore in questione torni in Italia per aprire una sua impresa e citando poi le svariate iniziative di Intesa San Paolo in quest´ambito.
    Questo suo punto, del resto coerentemente alla campagna pubblicitaria presentata, risulta oltre modo irritante.
    Nulla nel breve film lascia presumere che Claudio voglia diventare un imprenditore.
    Per caratterizzare il personaggio in pochi secondi servono pochi chiari e semplici elementi.
    Aprire un´impresa e´ scelta coraggiosa e impegnativa ma non si capisce perche´, alla vigilia di questo momento importante Claudio dovrebbe meditare con faccia tetra da solo sulla spiaggia. Soprattutto non e´chiaro il motivo per cui il suo capo americano si rattristi della scelta (“it´s a pity, really”) e non sia invece entusiasta che un suo collaboratore decida di mettersi in proprio, trasformando buoni risultati scientifici in un successo economico. Claudio, che quando lascia il campus americano e´ in giacca e cravatta, cosa mai vista in una universita´ USA se non in qualche film anni ´50, tornato a Napoli indossa un camice da laboratorio, che con tutta la fantasia del mondo non e´ il modo di rappresentare un imprenditore.

    Assumiamo pero´ che i creativi che hanno ideato il filmato, quel giorno avessero una intossicazione alimentare e che abbiano dato una rappresentazione cosi´ poco chiara da fuorviare il 99% degli spettatori che ha commentato lo spot. Assumiamo che Claudio torni in Italia e diventi imprenditore. Non capisco perche´ questo dovrebbe irritarmi di meno.
    Molti dei ricercatori italiani che lavorano all´estero, incluso chi scrive, vedono nel mondo industriale un ambito interessante e stimolante. Alcuni di loro hanno depositato brevetti e alcuni hanno fondato imprese. Purtroppo la possibilita´ di far crescere imprese hi tech nel nostro paese e´ scarsa. Mi fa piacere conoscere le iniziative di Intesa San Paolo nel finanziamento di start up e spin-off e sono convinto che le banche possano e debbano giocare un ruolo di primo piano nell´innovazione. Questo pero´ non cambia la triste realta´ odierna e non cambia la mia ferma consapevolezza che l´unico modo per risolvere un problema e´ quello di individuarlo e non quello di nasconderlo.
    Insomma gentile signor Paschina, io le ho detto “per favore non parli di corda in casa dell´impiccato” e lei anziche´ dispiacersi per la gaffe ha replicato “guardi che non ho detto corda, ho detto forca”.

    Nonostante la divergenza di opinioni, ho apprezzato la sua autorizzazione a pubblicare la sua risposta anche sul gruppo facebook da me aperto e il tono garbato del suo scritto.
    Naturalmente, se crede, ogni ulteriore replica da parte sua e´ benvenuta.

    Cordialita´,

    Gabriele Malengo

  15. Troppo prolisso, Gabriele M. (giusto pour parler, come ha fatto a risponderti se non hai un link?), Paschina avrà letto tre righe di quello che hai scritto.

    Riprendendo l’osservazione di Ugo, l’intesa fra ricercatore e ricercato, espressione che mi pare efficace ed essenziale, incomincerei a focalizzare meglio il cambiamento che tutte le Ricercatrici e i Ricercatori vogliono si realizzi.

    Allora: che cos’è che viene ricercato dai Ricercatori Italiani?
    Un equo compenso e i fondi per proseguire nelle loro Ricerche, abbozzo per prima.

    Ma all’inizio del nostro percorso sarà necessario partire con dati precisi: quanti sono i Ricercatori in Italia e a quali progetti di Ricerca stanno lavorando?
    Esiste un riferimento in Rete che riassume queste richieste?
    Se non c’è non è forse arrivato il momento di incominciare a realizzarlo?

  16. Eloisette, a Paschina ho scritto dalla mia mail e lui mi ha risposto la´citando il gruppo su fb di cui apparentemente si e´accorto da solo. Esistono numerosi e variegati gruppi di ricercatori attivi ma credo non siano abbastanza e forse dovremmo sfruttare questo momento di collettiva irritazione per riflettere insieme su chi siamo cosa vogliamo e cosi´ via… apriro´una discussione di questo tipo sul gruppo di FB nei prossimi giorni.
    Ah, se io posso leggere 400 parole di Paschina sono sicuro che lui puo´ leggerne 700 mie…
    G.

  17. Gabriele se si vuole essere incisivi là dove i soldi per la Ricerca ci sono e non li danno, bisogna strutturarsi.
    Cosa intendo per struttura: in Italia si parla tanto di Ricerca non finanziata e bla bla bla, ma in tutti questi anni, non si è aperto un bel riferimento web dove, chi lo desidera, con un bel click, Facoltà per Facoltà, analizza su cosa effettivamente stiano ricercando i Ricercatori Italiani.
    E se non la sentono i Ricercatori questa esigenza, mi viene proprio da pensare. Se non si farà così, dubito fortemente che si verrà presi in considerazione per le richieste di contributi.
    L’Università Italiana deve essere competitiva, partendo proprio dalla Ricerca, quindi deve prepararsi anche ad un’eventuale battaglia tra Atenei.
    La mia domanda: siete pronti a combattere o preferite continuare a lamentarvi e non smuovere mai una foglia?
    Vedrete che, se ci sarà una presa di posizione decisa e organizzata da parte dei Ricercatori, basata sulla trasparenza dei risultati raggiunti, i finanziamenti arriveranno anche dall’estero e Paschina sarà costretto a mettersi in fila, per finanziare i migliori.

    Lo spot comunque è scritto in modo pietoso, mi sono stupita che Soldini si sia prestato a una cosa del genere, e soprattutto che ci fosse lui alla regia.

  18. Ma secondo voi come dovrebbe essere allora lo spot pubblicitario? E’ pubblicità, non l’ennesimo (e purtroppo inutile, vedi il bel “Viva la ricerca” di Iacona, per es.) documentario sulla realtà dei ricercatori italiani. Intanto penso che la pubblicità debba vendere un prodotto. E per vendere un prodotto preferisco che lo faccia presentando magari una bella favola che non riproducendo lo schifo che viviamo. Devo deprimermi anche guardando uno spot??? A me, impelagata nella melma dell’università italiana, può far piacere vedere uno spot ottimista. Tanto poi non sono così decerebrata da prenderlo come oro colato, giusto? O devo per forza piangermi addosso? Perché nel nostro Paese non c’è mai l’idea di futuro, si sta sempre a piangersi addosso, e ce n’è motivo, ma non serve a niente. Ma probabimente io non faccio testo, perché a me son sempre piaciute anche le pubblicità Barilla (compreso Mulino Bianco)…

  19. Mulino Bianco last edition non è male.

    Lo spot come doveva essere?
    Quando mi pagheranno per dirglielo, glielo dirò.

    Capisci adesso cosa intendo Ilaria quando parlo di competizione?

  20. Ah ah, Eloisette, sì, lo capisco 😉 E sono molto d’accordo con il tuo discorso sui ricercatori. Certo, realizzarlo, non dev’essere compito di uno spot, però. Per me, compito di uno spot è puntare sulle emozioni, e a me in quel tipo di spot le emozioni arrivano, e sono anche molto più coerenti con le mie idee (o con i miei sogni) che non quelle di uno spot tipo Muller, tutto basato sulla sensualità, tanto per fare un esempio 🙂

  21. @Ilaria
    Il modo migliore per realizzare un sogno è quello di svegliarsi (diceva qualcuno).

  22. Qualcuno avrebbe detto “ahi ahi Ilaria ma come è possibile mi cade sullo yogurth”.
    Prova Mila 😉

  23. @ Ugo: sono d’accordo con te, infatti ho detto che non serve a niente lamentarsi e stare fermi, limitandosi al massimo a criticare una pubblicità… non mi sembra che sia quello il problema né che da lì debbano venire soluzioni. E’ solo uno spot… ma il suo “lavoro” secondo me lo fa.

  24. Ugo qualcun’altro ha anche detto che la vida es sueno.

  25. Ragazzi (e meno ragazzi): è bellissima questa conversazione.

    😀

    Grazie davvero, sono onorata di ospitarvi sul blog. Ciao!

  26. Concordo e rilancio, Eloisette 🙂 Anche Sigismondo si svegliò trasognando. Ma chi sogna di sognare, come sai, è prossimo al risveglio.

  27. Quale sarebbe Ugo il risveglio dalla vita?
    Lascia perdere i Malatesta 🙂

    Allora che si fa? Iniziamo a mappare i gruppi di Ricerca in Italia per aumentare il loro potere d’acquisto sul Ministero e sugli investitori esteri?

    Bel blog Giò.

  28. Eloisette, abbi pazienza, questa cosa del mappare i gruppi di ricerca e´con “un bel riferimento web dove, chi lo desidera, con un bel click, Facoltà per Facoltà, analizza su cosa effettivamente stiano ricercando i Ricercatori Italiani” e´un filo ingenua.
    In tutto il mondo, inclusa l´Italia, non siamo arretrati fino a questo punto, le universita´ hanno loro siti web dove puoi cliccare dipartimento per dipartimento e vedere la ricerca dei vari gruppi e in alcuni casi finanche dei vari individui. A titolo di esempio:
    http://www.unimib.it/go/Home/Italiano/Dipartimenti
    Un sito internet con TUTTI i ricercatori italiani di TUTTE le facolta´ sarebbe un tantino troppo abbondante, non credi? Per quanto non sia contento della struttura dell´universita´ italiana, ci sono tanti ricercatori impegnati in tante ricerche, difficile e poco pratico metterli tutti in un sito.
    Detto questo, condivido in pieno che lamentarsi e basta e´improduttivo. Nei prossimi giorni ho intenzione di buttare giu´ le mie idee su ricerca e universita´(dal mio privatissimo e molto limitato punto di vista) e spero che tanti altri le critichino e ne presentino di loro, tanto per vedere quali sono i cambiamente di cui ricercatori e non sentono l´esigenza,
    Ciao!

  29. Il Malatesta era già sveglio di suo, ha sempre dormito poco. Io parlavo del tuo citato (amato?) Caldéron, Eloisette.

    Non sono un ricercatore e la premessa è d’obbligo per scusare anticipatamente la mia eventuale incompetenza. Di converso, non essendolo, posso dare una valutazione con occhi non velati dall’interesse, più o meno consapevole.
    La proposta di Eloisette mi sembra talmente razionale che fa specie solo il pensiero di poterla mettere in discussione.
    Proviamo a svilupparne il ragionamento ponendoci la domanda finale: perché si nutre scetticismo verso un coordinamento di alto livello, monitorizzabile, economico, che non ha ritardi, consultabile da aziende e istitui di credito con un semplice click? Non sarà mica che la sbandierata concorrenza, la competitività, la meritocrazia sia vessillo da sventolare solo come lamentela?
    Non si avrà mica il timore che poi qualcuno finisca per accettare seriamente la proposta e ti dica Hic Rodus, Hica salta? Perché a quel punto ho il sospetto che molti ricercatori preferirebbero di gran lunga un sistema burocratico bizantino e paralizzante – ti paga una miseria ma ti paga – che non si prenda la briga di sanzionare le ricerche improduttive.
    Il problema della Ricerca non sarà mica l’eccesso di un’attività che non sanziona dall’interno le proposte feconde distinguendole dai vicoli ciechi, spianando di fatto la strada e facilitando l’accesso al credito attraverso una maggior credibilità e un’assunzione di maggior responsabilità?
    Io comprendo che ogni ricercatore giudichi la propria ricerca come fertile e meritevole di finanziamento. Ma se vesto i panni di un creditore, non posso essere imputabile di cattiva arbitrarietà quando manca una selezione interna a monte. La trasparenza accessibile di tuttte le ricerche in corso finirebbe per agevolare la gestazione dei progetti validi, eliminando il delirio e l’inutile.
    Ma siamo davvero sicuri che il problema non sia un eccesso di “ricercatori”, finiti a ricercare nemmeno per talento ma neanche per vocazione, sottratti ad altri ruoli in cui la propria personalità sarebbe fiorita prima e meglio?
    Perché la Ricerca seria non è un brefotrofio. È un agone. Per uno che riesce, cento falliscono. O il fallimento non è contemplabile dai tanti ricercatori che ricercano ricercando il ricercabile?
    Mi si dirà che non ha senso mettere ricercatori contro ricercatori. Tuttavia occorre alzare l’asticella: l’importante qui non è solo partecipare.

  30. Ugo, completamente d´accordo con te sulla necessita´ di rendere appetibile il proprio progetto di ricerca e sulla necessita´dei ricercatori di rischiare. Ritengo solo che il metodo proposto non sarebbe efficace.

    In genere, quando si richiede un finanziamento, di solito al proprio ministero o a un ente internazionale o a fondazioni pubbliche e private nazionali e internazionali si presenta un progetto molto dettagliato con budget, ricadute scientifiche, background e competenze dei proponenti ecc. ecc.
    L´ente che eroga il finanziamento nomina una commissione di peer-reviewer che vorrebbe dire altri scienziati (delle piu´varie nazionalita´) dell´ambito per valutare i numerosi progetti in competizione e poi finanzia i migliori. Questo sistema funziona bene dovunque applicato e, quando e´stato applicato, ha funzionato bene anche in Italia. Essendo il progetto valutato da esperti questi hanno accesso a tutte le pubblicazioni e informazioni dell´ambito per cui difficilmente potrebbero trarre giovamento da un super-sito come quello proposto che comunque non esiste in nessun paese del mondo.
    Per quanto riguarda invece la possibilita´di avviare start-up (che vuoldire una nuova societa´da, ad esempio, un brevetto ottenuto con un lavoro fatto in universita´), devo dire che non conosco bene queste realta´ ma sono certo che qualunque istituto di credito, trattandosi di un forte investimento, possa trovare gli strumenti piu´adatti per discernere i progetti economicamente piu´attraenti da quelli inconsistenti.

    Non voglio intasare questo blog per cui mi auto-cito:

    http://atominofvg.wordpress.com/2010/03/08/la-parola-ad-un-ricercatore/

    qui parlo della mia visione del rischio nella ricerca, magari dacci uno sguardo, a me piacciono molto i mosaici di Ravenna ma di certo non i sistemi burocratici bizantini.

    Grazie di nuovo,

    G.

  31. La lettera del dott. Peschina è esemplare: Peschina crede davvero (e non c’è ragione di dubitarne) che la sua banca (e forse anche altre, oltre la sua) stiano facendo qualcosa “contro” la crisi, “in favore di” chi, come Topolino, si rimbocca le maniche e si mette alla ricerca di un’opportunità. Come la mosca nel bicchiere che non vede le pareti di vetro, Peschina è prigioniero del proprio linguaggio, e non riesce a vederne i limiti: di un linguaggio che è parte integrante, sostanziale di quella finanziarizzazione dell’economia che ha prodotto l’enorme bolla (il rapporto tra denaro nominale circolante e merce 11/1) che, esplodendo, ha causato la crisi. Il linguaggio suo e degli spot è lo stesso che, performativamente, si trasformava in capitale finanziario persuadendo il lavoratore a cedere i redditi futuri sottoscrivendo un fondo pensione, il risparmiatore ad acquistare un bond o un future, ecc. È la stessa dinamica della speculazione dei semi di tulipano nell’Olanda del Seicento, ma attuata con strumenti e sostanza linguistici.
    Per questo è inutile chiedersi quale altro spot avrebbe dovuto produrre una banca, posto che gli scenari descritti dai tre filmini sono del tutto irreali: è come chiedersi in quale altra direzione dovrebbe volare la mosca. Oppure, è come chiedersi come può il capitale uscire dalla crisi: non può, perché il capitale È crisi. E dunque i banchieri comunicatori, o i comunicatori dei banchieri, non possono che essere quello che sono, e comunicare col linguaggio che gli è proprio. Il problema è rovesciare l’ordine del discorso.
    Mi limito a qualche segnalazione bibliografica, per chi vuole approfondire l’argomento: Christian Marazzi, “Capitale e linguaggio” (Derive e Approdi, Roma 2002); Carlo Vercellone (a cura di), “Capitalismo cognitivo” (Manifestolibri, Roma 2006); Sandro Mezzadra e Andrea Fumagalli (a cura di), “Crisi dell’economia globale” (Ombre Corte, Verona 2009);

  32. Sono ben felice che Ugo abbia compreso quello che intendo suggerire e che ne condivida le finalità.
    Anche Gabriele, pur mostrando ritrosia, ha capito che la mia idea è quella di un super-sito.
    Girolamo con i suoi riferimenti bibliografici, ci suggerisce come sia auspicabile uscire da quel cul de sac nel quale è finita la Ricerca Italiana.
    Perchè un super-sito?
    Perchè è arrivato il momento di squarciare quel velo di ipocrisia che circonda molti Atenei Italiani.
    Come? Mettendoli, sfacciatamente a confronto.
    Non penso siano molti i ricercatori in Italia, come non penso siano incatalogabili gli ambiti della Ricerca Italiana. Anzi.
    Qui si tratta di capire, se al di là delle contestazioni più o meno plausibili, chi contesta abbia il coraggio di farci vedere quello per cui si accalora.
    Dobbiamo superare lo stereotipo del Ricercatore che se ne sta chiuso per ore e ore nel suo anfratto.
    Mettiamo la Ricercatrice e il Ricercatore Italiani on-line.
    Se poi nessuno, in nessuna parte del mondo, ha ancora fatto questo, non sia un nostro limite. Michelangelo quando dipinse la Cappella Sistina non si domandò di sicuro, se qualcuno prima di lui, l’avesse fatto.
    Ora, io ho consultato il primo riferimento segnalato da Gabriele, e pare che la sua Università se la passi bene, visto che tra i dieci video caricati sul Canale YouTube in uno si afferma che la sua Università è all’ottavo posto in Europa per i finanziamenti alla Ricerca.
    Per avere questa informazione ho dovuto accedervi attraverso 3 clicks, sarebbero stati molti di più se Gabriele non mi avesse segnalato il suo link.

    Mi sembra chiaro che se si vuole realmente rendere competitiva la Ricerca Italiana, non ci si può basare sul passaparola.

  33. Chissà se Intesa San Paolo voleva di nascosto alimentare un dibattito sulla ricerca in Italia… In qualche modo c’è riuscita, tanto da avviare un confronto sulla ricerca in un blog di comunicazione! Confronto davvero interessante e di valore.
    Io lavoro in banca (ma non in IP), mi occupo di comunicazione. Solo un paio di cose riguardo questi spot:

    – devo comunque dare atto ad IP che il sito della campagna on-air è davvero impattante, ben fatto al di là dei contenuti.

    – Gli spot seguono il filone di Montepaschi, secondo lo standard dei corti (o storie rappresentate brevemente), avviato già dal progetto PER FIDUCIA. L’obiettivo è quello di mettere l’economia reale al centro dell’attività delle banche. Famiglie, ricerca, piccole imprese. Sogni italiani. Ormai, però, gli spot delle banche (non dei loro prodotti) mi sembrano davvero fotocopiati. Forse era meglio rimanere con la Gialappa’s e trovare i contenuti giusti da proporre, in un momento poi in cui la crisi vive ancora, specie per l’occupazione…

    – Da spettatore mi preoccupa sia lo spot su ricerca che sull’impresa. perché i sogni di un imprenditore si possono frantumare al momento in cui le banche chiederanno sempre maggiori garanzie, per evitare un domani di “svalutare” i prestiti fatti. Occupandomi di banche, queste stanno perdendo miliardi (miliardi!) di euro perché i loro crediti si sono svalutati. Le aziende invece chiudono e, purtroppo, alcuni imprenditori si tolgono anche la vita (specialmente nel nord-est, per fortuna lo spot è ambientato almeno in Toscana). Dopodomani Intesa presenta i dati annuali. Vediamo che dice la voce “margine di interesse”, che in pratica fa capire il rapporto tra la raccolta e gli impieghi (ai clienti). Al settembre 2009 questo rapporto era calato del 7.7%, i crediti alla clientela calati del 4,4%, anticipazioni e finanziamenti scesi del 12,6% (pag. 39 della trimestrale)… Che dicono i nostri ricercatori? Tornano in Italia perché IP fa il prestito?

    – Care Banche… invece di investire i risparmi dei clienti in titoli o azioni di altre società che contano (Mediobanca, Generali, RCS) perche’ non andate più spesso tra la gente, con una buona campagna di relazioni pubbliche, con l’obiettivo di tornare un po’ più umili??? Tutte voi avete in mano i nostri soldi!!

    Saluti.

    Markito

  34. I Ricercatori rispondono:

    “Un recente spot parla di Ricerca Scientifica” raccontando, attraverso immagini fuorvianti, storie ambigue e illusorie di un’Italia che nella realtà non esiste.
    Non si può parlare di Ricerca e precariato senza conoscerli, senza informarsi.
    Per queste ragioni abbiamo voluto presentare la nostra visione del “Ricercatore” che decide di tornare in Italia… l’Italia, uno dei Paesi in cui l’investimento nella Ricerca è tra i più bassi in Europa, se ancora non si fosse capito, un Paese in cui i diritti di tanti Ricercatori precari sono violentemente calpestati.
    Noi difendiamo il nostro posto di lavoro, la nostra dignità e l’orgoglio di svolgere un lavoro così importante che offre nuove conoscenze mediche, tecnologiche, ambientali, umanistiche.
    Noi difendiamo e gridiamo la nostra passione per la Ricerca e il desiderio di svolgere il nostro lavoro serenamente. ”
    EscapingBrains

  35. Pingback: Dall’ITalia della non politica (reprise) « kitchen

  36. Ciao, ho linkato il tuo post sul mio blog.

    So che non è niente, ma volevo esprimere un po’ di solidarietà a chi sta portando avanti l’eccellenza nella ricerca in campo tecnologico/medicale nel mondo e che rappresenta il vero motivo d’essere orgoglioso di essere italiano.

  37. La diffusione è importante: grazie a thesp0nge.

  38. Pingback: ROCK HOUSE EPISODIO 24 – San Patrizio e le maliziose spruzzate « The Rock house blog&podcast

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