Un Twitter al giorno da chi ha tolto il medico di torno

L’Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disordini alimentari (ABA) da vent’anni accoglie persone affette da disturbi alimentari, seguendole dalla telefonata al percorso di cura.

In ABA, che è presente in 16 città italiane, lavorano un centinaio di persone, distribuite nelle diverse sedi. Sono psicoanalisti, psicoterapeuti, psichiatri e medici internisti, che hanno il riferimento teorico del co-costruttivismo, che in parole povere valorizza l’importanza del costruire insieme, pazienti e terapeuti, una terapia centrata sulla persona.

In occasione del ventesimo compleanno, ABA ha affidato a Ogilvy Italia una campagna di comunicazione che prevede, oltre all’immagine coordinata (firmata di Nausica Boccali), una campagna stampa che uscirà a giorni.

ABA Twenty

Per sensibilizzare anche la rete sul tema dei disturbi alimentari, spesso cinicamente strumentalizzati dalla comunicazione, Paolo Iabichino di Ogilvy One ha voluto che ABA diffondesse su Twitter i tantissimi messaggi di ringraziamento, fiducia, speranza e ottimismo ricevuti da Fabiola De Clercq, presidente e fondatrice dell’associazione, in questi vent’anni di attività.

Mi sembra un modo delicato e rispettoso di trasmettere speranza a chi soffre di questi disturbi.

Un modo per dire: va’ da qualcuno che ti possa aiutare (che sia ABA o siano altri), perché dall’anoressia e bulimia si può guarire.

http://twitter.com/AssociazioneABA

58 risposte a “Un Twitter al giorno da chi ha tolto il medico di torno

  1. Signora in Giallo

    Prima di sperperare soldi in campagne pubblicitarie perché l’ABA non abbassa i prezzi proibitivi richiesti per le terapie? o magari li destina ad un accesso gratuito a questo tipo di terapie. I disturbi alimentari sono trasversali, non riguardano più solo i cosiddetti borghesi.

  2. Signora in Giallo, non posso rispondere in merito all’appunto sui prezzi che lei ritiene proibitivi perché lascerò che sia la stessa ABA a farlo.

    Posso però rassicurarla sul fatto che neanche un euro è stato “sperperato” da ABA per sensibilizzare sui disturbi alimentari poiché tutti i professionisti coinvolti hanno partecipato gratuitamente alla causa. Dal fotografo al sottoscritto. Ivi compresi gli eventuali spazi media che verrano offerti dalle concessionarie.

  3. Interessante il punto sollevato dalla Signora in giallo e grazie a Iabichino per averci prontamente rassicurati su ciò che riguarda Ogilvy e lui medesimo.

    Spero che ABA abbia l’accortezza di rispondere anche in questo spazio (come in molti altri), se vuole tener fede all’attenzione per la rete…

  4. Signora in Giallo

    Altrettanto interessante potrebbe essere rendere pubblici e verificabili i dati di follow-up della strategia adottata da ABA nel trattare i disturbi alimentari. Così mi spiace dirlo ma ABA godendo di maggiore visibilità (è la più conosciuta, la più nominata, la più intervistata e la più pubblicizzata) va a coprire numerosi altri metodi scientificamente validi che la gente -soprattutto malata- non conosce. ABA vende un prodotto. Il che non mi piace. Sia per come è posta l’offerta di terapia ovvero come una compravendita, sia perché è autoreferenziale (infatti il confronto con altri metodi terapeutici è pressoché assente) sia perché gioca sul proprio brand piuttosto che sulla propria efficacia (per come la vedo io).
    Attendo con impazienza una risposta di ABA sui prezzi.

  5. Capisco il pensiero della signora in giallo. Le terapie in ABA sono affidate a professionisti che ben volentieri si adeguano alla mia richiesta del prezzo politico. Rispetto alle tabelle dell’Ordine noi siamo sotto la media. E’ certo che tutti fanno anche del volontariato, alcune pazienti sono state seguite anche a 5 euro. Purtroppo i disturbi alimentari non sono ancora ritenuti gravi nel nostro paese e sono poche le persone disposte a capire il valore di una psicoterapia e di una Associazione come ABA, che si sostiene purtroppo da sola.

  6. Complimenti Fabiola, non ho mai sentito nessuno specialista che chiedesse solo 5 euro per curare un paziente.
    Per quel che mi riguarda, ti posso dire che la scelta della comunicazione attraverso Twitter è davvero efficace.
    Complimenti ancora, anche per il lavoro che svolgete.

  7. Signora in Giallo

    Ringrazio la Signora Le Clercq per aver risposto al mio quesito in questa sede. Tuttavia non mi sento ancora soddisfatta.
    Credo che nell’ambito dei disturbi alimentari capiti di tanto in tanto seguire un paziente anche ad una cifra simbolica di 5 euro. Tanto quanto capita, di volta in volta in ambiti terapeutici altrettanto costosi e scarsamente coperti dal pubblico. Forse come Lei dice i disturbi alimentari nel nostro paese, similmente ai disturbi psicologici/psichiatrici in generale, sono ancora di serie B. Sono d’accordo solo in parte. Molti passi avanti sono stati fatti in questo senso ed i disturbi alimentari godono addirittura di un riconoscimento pensionistico e di alcuni vantaggi di esenzione per terapie ed analisi.
    La desolazione dei centri pubblici che si occupano specificamente di disturbi alimentari porta le ed i pazienti a rivolgersi alle strutture private come ABA. Alcune sono convenzionate altre no. Ma la mia domanda è un altra. Per quanto il prezzo -che comunque Lei non indica- sia politico. E insisto, sarebbe interessante sapere cosa per Voi significhi a livello pratico “prezzo politico”. Cosa proponete a lungo termine? Perché i DCA sono lunghi, lunghi, lunghissimi da curare.. ed è questo il VERO problema per questa categoria di pazienti. Ok l’accoglienza, il “come ti aggancio il paziente” e lo rendo consapevole della necessità di curarsi, nella quale per altro siete molto ferrati. E poi che fine fa il paziente che non si può permettere le cure? Chi lo assicura
    che il tipo di terapia che gli proponete di intraprendere (psicanalitico quindi lunghissimo di suo) sia adeguata ed efficace? Non sarebbe più proficuo
    destinare le energie a cercare di rendere maggiormente accessibile -per non dire pubblico- uno standard elevato di terapia per DCA, piuttosto che far sapere all’Italia che ABA esiste? Fra l’altro non è la sola associazione/ente ecc. impegnata in questo frangente (mi vengono in mente i Servizi di Assistenza Psicologica delle Università come primo accesso e sono completamente gratutiti) tanto quanto non è la sola a proporre un tipo di terapia co-costruttivista. Se non c’è collaborazione e sinergia medico-paziente nei disturbi alimentari dove ci deve essere?! Ad ogni modo non vedo l’ora di vedere la campagna pubblicitaria che avete realizzato per costruirmi un opinione più completa.
    Saluti.

  8. Ma perché c’è bisogno di discutere di questo? non perché quelli di ABA si occupano di un argomento difficile devono farlo gratis, non credo che campino d’aria…

    Se la signora in giallo non vuole spendere prenda appuntamento alla ASL così pagherà solo il primo ticket.

  9. @ A. – Non è dunque lecito informarsi sui costi di una terapia?
    Già, dimenticavo che in Italia si vuol far divenire la sanità un servizio da destinare ai soli benestanti… gli altri si arrangino come possono!

    @ fabiola – Se è vero che “alcune pazienti sono state seguite anche a 5 euro”, è senz’altro una buona notizia.

  10. Pingback: ABA su Twitter, ma… | Francesca Grillo.net

  11. Ringrazio la signora in giallo per aver sollevato questo discorso. Vorrei avere più spazio per rispondere, magari una serata nella sede Milanese di ABA .
    Mi piacerebbe fare un ”a domanda rispondi” per raccontare l’esperienza di tutti noi, condividere con altri quello che cerchiamo ancora di capire essendo che tutto cambia ancora e sempre nei ”cosidetti” disturbi alimentari che sembrano essere piuttosto ”malattie dell’amore”.
    ABA cerca di attraverso il suo Corso di specializzazione operatori di ogni settore, da 15 anni per migliorare la cura psicoanalitica- psicodinamica.
    E’ tuttavia la cura nel piccolo gruppo monosintomatico l’approccio che viene utilizzato e che rende possibile l’elaborazione delle cause senza le quali riteniamo difficile ‘una ”guarigione” che abbia una tenuta nel tempo.
    Non penso che l’uso della psicanalisi tout-court proprio per i tempi lunghi di cui parla la signora sia applicabile con questi pz. Certò è che i terapeuti ABA hanno quella formazione nel senso che hanno una personale analisi alle spalle. Il costo delle sedute si aggira intorno ai 45/ 70 euro, anche per i genitori molto presenti nelle terapie ABA ma separatamente, per sedute che si svolgono 1 volta a settimana o 15 giorni.
    ABA da vent’anni si dedica alla prevenzione nelle scuole elementari e superiori, ha contribuito a promuovere l’uso della psicoterapia in Italia e a accorciare la distanza tra un pz che non si ritiene tale e lo strumento psicoterapeutico.
    ABA è una realtà diversa da luoghi di cura convenzionali, si avvale della collaborazione professionale di clinici specializzati nell’approccio delle dipendenze. Cerchiamo da anni di fare in modo che ci possano essere gli stessi approcci nel pubblico con il quale ci sono collaborazioni a molti livelli e sperando di arrivare presto a convenzionamenti per il bene di tutti!

  12. @Re Felix
    È senz’altro lecito informarsi sui costi, ma non capisco perché informarsi con aggressività! Né capisco perché scansare così il servizio pubblico, che ha degli ottimi centri!

  13. @Signora in giallo
    5 anni di psicologia, un anno di tirocinio, l’esame per l’iscrizione all’albo, 4 anni di scuola di specializzazione. Quindi direi una non trascurabile serie di marchette.
    Occorrerà rifarsi dell’investimento, no?
    I più onesti di solito finiscono per inventare nuovi termini per concetti vecchi come il cucco, e si dia un’occhiata al D.S.M. , bibbia della categoria, per sincerarsi sulla funzione di accelerazione degli ultimi decenni nella identificazione dei disturbi – ma io sono molto generoso nei confronti degli psicologi che fanno i modesti, e dico loro sempre che di creazione artistica si tratta. Psicodinamica, co-costruttivismo, metodo Ericksoniano, un’orgia di sigle e declinazioni che non ha eguali. Cacopedia pura.
    I meno onesti si infiltrano nelle scuole a diverso titolo e con la scusa dell’assistenza a chi ne abbia bisogno rendono sfumato il confine tra servizio e autopromozione.
    Vogliamo una soluzione condivisa? Niente di più semplice: divieto di esercizio della psicoterapia a titolo privato, ovvero facendosi pagare dal paziente. In questo modo si eviterebbe quasiasi aberrazione, dilatazione insensata dei percorsi terapeutici, onorari osceni.
    Qui si gioca sulla pelle di persone, spesso ingnare e vittime di circonvenzione d’incapace. Mettetevi una mano sulla coscienza, fate i seri. Ci sono tanti modi di guadagnare denaro.

  14. Comprendo le buone intenzioni di Fabiola, tuttavia, (considero sempre che ci sia un “tuttavia”) non condivido il mezzo. Che da un idea positiva può -resto sempre nei ranghi della mia opinione personalissima- diventare non proprio positiva. Tralasciando l’iper-esposizione di cui gode ABA, che come ho detto sopra, sembra essere la SOLA ed o la più efficace (in quanto la più autorevole semplicemente perché è la sola che si sente parlare di più) ad occuparsi di DCA, a discapito di tante altre persone che lavorano e lottano tutti i giorni in questo campo. E già questo non mi piace tanto, quanto non mi piace il principio di “Cura della Salute=Vendita di prodotto”.

    A proposito, ad “A.” mai pensato che i professionisti ABA debbano lavorare gratis, tanto quanto non lavorano gratis quelli del pubblico. E quanto al tuo ultimo post. Mi pareva d’aver capito che il servizio pubblico per te era di serie B..ma posso aver capito male.. Comunque, io tifo per il pubblico ed il perché lo spiegherò tra poco.

    Tornando al filo del mio discorso, proporre Tweet di persone che hanno attraversato il tunnel dei DCA, è forse una buona pubblicità ad ABA ma quanto al loro effettivo stato di salute? (ora prenderò le parti della guastafeste). A me un tweet non da la garanzia che una persona stia veramente bene, sia uscita dal disturbo. Voglio tirar fuori un altro aspetto di cui non si parla quasi mai di questa tipologia di disturbi. Le ricadute. Chi mi dice che il o la paziente non stiano attraversando una fase euforica o di parziale regressione dei sintomi? Oppure che mentano a se stesse/i fingendo di seguire le terapie? A parte il fatto che chiunque potrebbe spacciarsi per persona guarita e postare un tweet,ma ponendo che siano persone “del giro”. Che vantaggio porta effettivo ai pazienti (potenziali e non) questa scelta di comunicare “che ce la si può fare” o “grazie ad ABA” ecc.? Soprattutto a chi, suo malgrado è ancora in pieno DCA e dopo aver fallito tentativi e aver vissuto la fase “si ce l’ho fatta, sono fuori” ora attraversa la fase “non ce la faccio” ecc. ? Non sarebbe stato meglio un blog-raccoglitore di esperienze?

    E questo è il primo punto. Il secondo, quello che mi preme di più, in correlazione, è questo (che tuttavia mi riservo di rimangiarmi dopo aver visto effettivamente tutta la campagna pubblicitaria): utilizzare l’autopromozione pubblicitaria, anche se per un centro che si occupa di questi disturbi, non è forse una contraddizione? Non è una strumentalizzazione del disturbo essa stessa? La trovo una cosa rischiosa, la nascita di un DCA nasce spesso e volentieri da altre strumentalizzazioni che passano attraverso i media, attraverso immagini, attraverso pubblicità e vendita di prodotti. Questo meccanismo poi li mantiene anche i DCA ed è uno degli aspetti portanti che si cercano di combattere in terapia.

    Mi aspetterei un po’ più di coesione tra professionisti del settore in una campagna per DCA (ripeto nn l’ho vista perciò può darsi che mi stia sbagliando) piuttosto che una lotta solitaria che avvalora più il nome di una sola associazione che non la battaglia per combattere i DCA. E ne legittima la metodologia terapeutica. Io vorrei sentire, vorrei leggere, vorrei vedere dei risultati, vorrei vedere della luce chiara e trasparente che mi dimostri, a me cittadina (o a me familiare di paziente, o a me paziente), magari capitata per caso in questo tunnel che non so come muovermi, qual’è il metodo scientifico più efficace, ma ne voglio le prove! Malattia dell’amore o no è sempre un disturbo, che cambi o no ha pur sempre un grande punto fermo: il pessimo rapporto col cibo di chi soffre di questi disturbi. E non sempre c’è il tempo di elaborare le cause, per non dire che non sempre si trovano! E allora mi e, se vogliamo, Le chiedo, perché insistete a battere il ferro con autoreferenzialità? Perchè la stessa cosa non accade per esempio con il cancro? Un disturbo alimentare non è relativo, perché dovrebbe essere relativo il tipo di terapia?

    Per il bene di tutti. Comunque.

  15. @Ugo: condivido.

  16. @Signora in giallo
    “Un disturbo alimentare non è relativo, perché dovrebbe essere relativo il tipo di terapia?”
    Perché la psicoterapia, con la parziale esclusione della cognitivo-comportamentale, non è una scienza, ma è una pratica.
    Consiglio a tutti gli interessati all’epistemologia e al metodo di ricerca scientifico di andare a farsi un giro in una qualsiasi facoltà di psicologia. Non ho mai riso così tanto in vita mia.
    Personalmente non ho nulla contro la psicoterapia vista realisticamente come un tentativo di far star bene il paziente-cliente, così come non ho nulla contro l’astrologia, la chiromanzia, la confessione dal prete o dal barista del paese. Sono terapie che possono riuscire: anche un orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno.
    Invece mi innervosisce quando lo psicoterapeuta flirta non con la medicina, ma con i luoghi dove la medicina seria si esercita, come i poliambulatori. A quel punto il messaggio che passa alla gente comune è l’assimilazione di uno psicoterapeuta a categorie più autorevoli, scientifiche. E infatti un passaggio chiave nella carriera di qualsiasi psicoterapeuta consiste nell’intortarsi i medici di un polimabulatorio, così poi il procacciamento clienti è cosa fatta. È come se un filosofo aprisse lo studio vicino all’otorinolaringoiatra.
    Del resto gli psicoterapeuti sono in parte scusabili visto che altre categorie di maghi vanno per la maggiore tra il pubblico e nei poliambulatori: dietologi, nutrizionisti. Ho un problema alimentare? Coinvolgiamo in un colpo solo il medico di base, un endocrinologo per escludere qualche causa, un dietologo, uno psicoterapeuta e uno psichiatra. Non male, non male. Si può addirittura mungere di più.

  17. scrivo, dopo aver letto gli scritti qui riportati dal sig. Ugo e dalla “signora in giallo” (triste nascondersi dietro al nome della protagonista, seppur simpatica, di un telefilm) per portare la mia testimonianza. Io mi chiamo donia el ragal, ho 23 anni e sono guarita in aba.
    vivo nella case popolari di viale ungheria a milano e a volte, vi assicuro, non ho pagato neanche quei 5 euro.
    non capisco questo accanimento.
    per quanto riguarda il servizio pubblico sarebbe formidabile poterne usufruire, purtroppo non è possibile perchè servizio pubblico significa spogliarsi e salire su una bilancia (ed io ci sono salita); servizio pubblico significa essere legati ad un letto e obbligati ad ingerire cibo attraverso un sondino per poi riprendere peso e ricominciare dal principio; servizio pubblico è assenza di relazione, di Altro nel quale poter ritrovare se stessi; servizio pubblico poi è un ticket, di 24 euro che non sempre mi sarei potuta permettere.
    in aba si guarisce, l’aba è un Luogo, talvolta può essere casa.

  18. Ben venga l’outing di chi ha tratto giovamento da ABA o quant’altri. È sempre un piacere aggiungere un risultato positivo, una riuscita guarigione in un’ecatombe di insuccessi. Lei è una donna fortunata e forse è proprio Lei la miglior pubblicità che ABA possa mai avere.
    Ma il discorso non cambia di una virgola.

  19. @donia: mi dispiace se ti sei sentita offesa dalla mia opinione. Non era assolutamente mia intenzione mancare di rispetto a te o a chi come te ha ottenuto risultati grazie ad ABA, e cosa più importante adesso STA BENE. Non era mia intenzione neppure andar contro alla buona fede dell’associazione od ai risultati positivi che ha ottenuto. Le fa onore.
    Aggiungo, e lo so per esperienza, non tutto il pubblico fa schifo. E menomale che è così.

    Si fosse chiamata Pinka Pallina avrei argomentato con la stessa energia, perché l’argomento e gli argomenti che ho incalzato mi stanno molto a cuore.

    @Ugo: dato che non ho studiato psicologia come te, a prescindere che io abbia fiducia nella cognitivo comportamentale, è probabile che abbia detto varie cavolate, ma mi pare che il mio discorso abbia un filo conduttore. Perciò se ti va di spiegarmi dove ho sbagliato..volentieri.

  20. Signora, mi consenta un’ultima chiosa a proposito di branding visto che ne parla in uno dei suoi primi interventi.

    Credo di aver raccolto sufficienti elementi nel corso degli anni x aver imparato che le dinamiche di branding non sono poi così disdicevoli se e quando applicate anche a logiche di fund raising, campagne di sensibilizzazione come quella di ABA o, allargando il tema, a iniziative no profit.

    Anche Emergency lavora sul proprio brand, così come WWF, AIRC o LILA. Le posso garantire inoltre che spesso e volentieri queste realtà si trovano a dover competere – nel vero senso della parola – con enti che il marketing definisce “competitor” e quindi con tutte le strategie e le logiche di comunicazione che ne possono derivare.

    Ciò non toglie nulla alla bontà dell’operato di ciascuno, la cui validazione – che le piaccia o meno – viene certificata dalla permanenza sulla scena, visto che il mercato, soprattutto negli ultimi anni, funziona per selezione naturale.

    I vent’anni di ABA mi sembrano un oggettivo lasciapassare rispetto all’efficacia del loro lavoro in un ambito così delicato. Le testimonianze delle tantissime donne (e uomini, di cui chissà perché non si parla mai) uscite dal tunnel dell’anoressia e della bulimia sono più credibili dei “generosi” testimonial che prestano la loro faccia a campagne di questo tipo, spesso per fare personal branding su sè stessi…

    Come vede, cara Signora in Giallo, il branding pervade i nostri giorni. La buona notizia invece è che le persone hanno imparato a riconoscere i ciarlatani dai professionisti.

  21. signora in giallo:
    basta leggere un manuale di psicologia, ad esempio uno del mulino-sono validi-per conoscere watson, neisser, vygotskij-luria, bruner “la cognitivo comportamentale” e via di seguito ma ciò che conta è RELAZIONE e per fare relazione ci vuole talento e il talento non lo si impara in nessun libro

    per quanto riguarda la signora in giallo, pinka pallina intendevo dire che è triste nascondersi dietro ad un nome di fantasia (non trasparenza-opacità) soprattutto quando si parla di argomenti che “stanno a cuore”.

    ps: è tanto bello darsi del lei! 🙂

  22. @Signora in giallo
    Mi spiace se ho dato l’opinione inversa: io sono tuttora seguita da un centro pubblico, mi trovo bene e ho pagato solo _un_ ticket.

    Per cui avendo avuto l’ottima esperienza di centri pubblici, non capisco poi chi si viene a lamentare degli costi dei centri privati, che ripeto dovranno pur guadagnare due euro per lavorare.

    @Donia
    Immagino che non tutto il pubblico sia superlativo (a cui forse non ti sei mai rivolta visto che non sai che di ticket ce n’è solo uno, alla prima visita, e poi basta), ma non lo è neanche il privato, quando mi ci rivolgevo e mi prescrivevano due pasticchine e poi non capivano perché non funzionavano.

    Non facciamo di tutta l’erba un fascio.

  23. Aggiungo il mio commento a quello di Paolo Iabichino, di Donia e di Fabiola.

    Cara Signora in Giallo o forse dovrei dire in Nero vista la malignità e l’acrimonia con cui commenta situazioni che a quanto pare non conosce, mi chiamo Nausica e ho 33 anni. Ho sofferto di bulimia (e in parte anche di anoressia) per 17 lunghissimi anni.
    A 25 anni dopo un tour presso ospedali e centri pubblici (dove spesso dopo aver pagato il ticket sono stata, per così dire “addescata”, dalla psicologo o psichiatra di turno che mi proponeva di passare dal pubblico al privato, chiedendomi, nel 1999, 250.000 lire a seduta) ho scoperto l’ABA e conosciuto la Sig.ra Fabiola De Clercq.

    Sono passata dalla tortura e dall’umiliazione del diario alimentare e della pesata settimanale alla scoperta della mia “soffitta”.
    Quel luogo della mente in cui per anni avevo affastellato tutti i ricordi dolorosi e le sofferenze che la bambina di allora non aveva saputo affrontare.
    Grazie a Fabiola ho capito che Il dolore che avevo cercato disperatamente di chiudere a chiave in una stanzetta remota della mia mente aveva trovato una via di uscita il vomito. Un vomito che era l’espressione di tutto il non detto di anni. Inutile dire che il passo dalla consapevolezza alla guargione non è stato semplice ma la mia vita ha cominciato a riempirsi di sensazioni vere e reali, non più mediate dallo spostamento dell’attenzione dal dolore al corpo, che è qualcosa di palpabile con una forma e un colore ben definiti con cui è più facile confrontarsi.

    Aggiungo per stuzzicare la sua voglia di contabilità spiccia che siccome non potevo permettermi di pagare un euro a seduta sono stata seguita in ABA quasi tutti i giorni per due anni senza versare più di 5 euro al mese (visto che la matematica non è un’opinione faccia i suoi conti). Ora sono graphic designer, anche grazie alla Signora DC che ha sostenuto le mie passioni, e lavoro per pubblicizzare quanto l’ABA fa per chi come me ha conosciuto i DCA. Lo faccio non perchè si venda un prodotto ma perchè chi soffoca il dolore inespresso tramite il cibo si renda conto che esiste una via d’uscita al silenzio: la parola.
    L’ABA aiuta a mettere il dolore in parole.

    Magari impari lei, nel frattempo, a non celarsi dietro un nome di fantasia. Sarebbe già un passo avanti per chi non ha il coraggio di esprimere a viso aperto le proprie opinioni. AHHHH e faccia tesoro di questo consiglio terapeutico visto che è gratis.
    Chiedo per piacere a tutti i partecipanti a questa conversazione di non perdere più tempo a rispondere a Jessica Fletcher. Ci sono persone che hanno bisogno di aiuto vero e di ascolto ma che soprattutto sono in grado di mettersi in gioco. Concentriamoci su di loro. Lasciamo alla Signora le sue abbuffate di acrimonia.

  24. Ad ogni modo faccio davvero fatica a considerare una malattia un prodotto. Questo credo mi rimarrà anche dopo eventuali studi di branding.
    Che venga chiamato “mercato” mi fa accapponare la pelle, perché se è vero che la permanenza (sulla scena, sul mercato) è reale, non sempre si arriva al centro giusto perché ha esperienza ventennale, magari ci si passa, non si risolve e si passa altrove, a un centro poco noto il cui valore è conosciuto solo nel giro. E se se ne parla poco è perché la gente che guarisce ha voglia di
    lasciarsi tutto alle spalle.
    Dove sono tutti sti enti che concorrono nel campo dell’anoressia e bulimia? Non li vedo.
    Sul testimonial. invece, sono in accordo con te o Lei come preferisc-i/e. Sulla capacità di riconoscimento dei ciarlatani no (e non sto dicendo che ad ABA siano ciarlatani, vorrei non essere fraintesa), come ho detto poc’anzi, a capire chi è ciarlatano e chi no, ci si arriva solo dopo averne visto più d’uno di esperti, ci si arriva con l’esperienza. E di fatti “nel giro” si sa chi è più efficace, a prescindere che sia pubblicizzato o no, di solito ha tanto afflusso da non avere bisogno di essere pubblicizzato. Poi le persone vanno prima in un centro di cui sentono parlare (con la pubblicità, con l’intervista, per un esperienza di qualcuno ecc.) e se non risolvono vanno altrove.

    @donia: ciò che tu chiami “talento” io lo chiamo “professionalità”, ahimè, come tu sai, non è garantito da una laurea. Sul pinka pallina mi riferivo al nome dell’associazione. Si fosse chiamata così.

    @A. : sulla questione dei prezzi, quelli che ha riportato Fabiola De Clercq sono più che dignitosi -chiaramente sono comunque insostenibili per chi non se lo può permettere soprattutto per la lunghezza di questi disturbi- quel che conoscevo io in merito ai prezzi di specialisti ABA, era tutt’altro. Se le cose sono cambiate in positivo, io sono solo che felice!
    Il fatto che io insisto sul “rendere pubblico” il più possibile questo tipo di terapie, non è da intendersi in senso assoluto contro il privato, ne come ho puntualizzato in uno dei post precedenti, essere una “beneficienza” per chi ci lavora -che pure deve campà.
    Insisto perché secondo me si rischia di non potere curare una larga fetta di persone malate e povere, o comunque non sufficientemente abbienti. Così si rischia di avere super-centri privati di serie A per pochissimi, e centri pubblici di serie B e C. Un divario che aumenta. Non lo trovo giusto ma neppure utile.

    Il problema non è porre pubblico contro privato, non è una battaglia! Ci sono eccellenze in entrambi.

  25. Non capisco per quale motivo le ex anoressiche-bulimiche se la prendano tanto con uno pseudonimo usato in questo blog come se si parlasse della lettera anonima di un offensivo delatore.
    Per quel che mi riguarda, come lettore del blog, i dubbi della Signora in Giallo sono non solo leciti ma stimolanti. Perché lo scopo non è affossare il lavoro dell’ABA, o umiliare i pazienti che ne hanno tratto una fausta prognosi duratura.
    Lo scopo è esplicitare la percentuale di guarigioni in una letteratura che sia frutto di ricerche non leggere, l’efficacia della eventuale terapia e pure le considerazioni economiche che vi stanno dietro. E proprio per dare a ABA quel che è di ABA, spazzando via, se possibile, le maligne ipotesi che vedono l’efficacia della terapia molto simile al viaggio a Lourdes. Per qualcuno funziona, ma non c’è correlazione significativa.
    L’ABA è solo uno tra gli operatori nazionali, forse il più importante nei disturbi alimentari psicogeni, ed è un bene per tutti che riesca nel suo scopo. Ma le obiezioni della Signora in Giallo non si pacificano con il racconto personale di un’esperienza positiva, per quanto mi riguarda altamente istruttiva. La signora ha un giallo tra le mani: e non è la confessione del singolo che risolverà il caso.

  26. manca un pezzo al mio ultimo post, questo (sarebbe l’incipit):

    Non è indispensabile che mi diate del Lei, anzi, sono under 20 perciò che mi si chiami signora, se vogliamo mi da pure fastidio. E’ solo un nickname, per altro scelto a caso, tuttavia non sono qui per discutere del mio alter-ego on line, che comunque risale a prima del mio j’accuse in questo blog.
    Sono qui per imparare, non credo di avere la verità in tasca. Caro Iabicus, non ne so mezza di marketing, ho lanciato il mio quesito perché è una cosa che mi domando quando vedo certe pubblicità, quando ci sono in ballo la salute o la vita delle persone. Chissà un giorno studierò marketing e scoprirò che le mie affermazioni sono carta straccia. Può darsi. Però intanto ne stiamo parlando.

  27. Sinceramente non mi ero posta la questione dei prezzi perché prima di servirsi in un centro privato trovo buona norma farsi fare un preventivo, anche per quanto riguarda la salute.

    Sarebbe interessante magari fare dei paragoni con altri centri, ma conoscere dei prezzi così campati in aria non lo trovo utile.

    (Il pubblico ripeto è praticamente gratuito quindi non è paragonabile con nessun centro privato!)

    PS: In tutto il web da quando è nato ci si dà del tu e ci si cela dietro un nickname, anche Donia e Nausica (quelle dei 5 euro) lo sembrano dopotutto. Se volete criticare la Signora in Giallo fatelo con argomenti più consistenti.

  28. a: e poi non perdo più tempo con voi

    donia è il mio vero nome, origine araba, significa vita
    presentarsi con il proprio nome è semplicemente sinonimo di trasparenza
    facciamo funzionare i blog, usiamo educazione e trasparenza!

    per quanto riguarda il ticket, non mi sono neanche posta il problema dopo essere stata mandata a casa con un diario alimentare
    che non si debba pagare tutte le altre “pesate” mi tranquillizza, grazie.

    vi lascio alle vostre interessanti discussioni non vedo spiragli.

  29. Scusa Donia, la mia non era un’accusa, avevo letto la tua frase “Io mi chiamo donia el ragal”, avevo immaginato che tu non fossi di origine italiana.

    Oltre le abitudini del web, sono sicura che tu possa capire il mio senso di vergogna – perché ci sei passata anche tu – nell’associare il mio nome ai miei problemi alimentari. Problemi che sto superando bene, mi sento un’altra, ma ancora non ho vinto del tutto.

    Se qualcuno ti ha obbligato a scrivere un diario alimentare che non volevi fare fai bene a denunciarlo, però ripeto di non fare tutta l’erba un fascio: i medici del pubblico non sono tutti dei mostri col frustino, né vedo tutti i medici del privato col simbolino del dollaro inciso sulle iridi.

    Il mondo per fortuna è fatto di sfumature.

  30. @Donia
    >per quanto riguarda il ticket, non mi sono neanche posta il problema

    Aggiungo che io mi sono impuntata sul “problema” ticket proprio perché tu invece precedentemente avevi scritto:

    >servizio pubblico poi è un ticket, di 24 euro che non sempre mi sarei potuta permettere.

    frase che dava l’idea che tu al pubblico non ti ci fossi neanche rivolta.

  31. Fabiola, siccome qui nel blog, qualcuno ha, giustamente, affermato che “il mondo, per fortuna, è fatto di sfumature”, io le voglio chiedere questo, per quel che si riferisce all’ambito che mi riguarda, quello comunicativo, quindi non entro nel merito delle vostre scelte terapeutiche,

    “pz”, il termine che lei ha utilizzato nel suo commento, esattamente per cosa sta?

  32. @Eloisette
    Pazienti? Pazzi? O semplicemente pezzi? Io dico che sta per puzzle…
    Detto con affetto e per stemperare il clima

  33. Ugo, facciamo che ce lo dice Fabiola che significa, visto che è lei ad avere usato quel termine?
    Oggi Ugo stempera, stempera, però l’altro giorno non stemperavi.

  34. Io dico pizzi… :))

  35. Stempero, ma solo per evitarne l’anagramma: spremo te.
    Hai ragione, Eloisette, meglio lasciare la parola alla signora Fabiola de Clercq.
    Faccio un passo indietro e chiedo venia.

  36. Bene Ugo, siamo almeno in cinque, a quanto pare 🙂 ad attendere che Fabiola dipani questo nodo gordiano (gorghiano?). Comunicativo?

  37. Sto aspettando pure io, dunque sei 😉

  38. Rispondo a nome di Fabiola, ovviamente autorizzata, l’abbreviazione pz sta per pazienti. Per chi avesse dei dubbi sulla mia identità mi chiamo Nausica Eleonora Boccali e mi occupo della grafica del sito ABA. Chiunque volesse verificare la mia storia basta che chiami in ABA.
    Sono stata paziente per anni e quando ho terminato la terapia ho sentito il desiderio di comunicare la possibilità di mettere il dolore e i sentimenti in parola attraverso il mio lavoro di grafica.

    @ A: concordo con te, non facciamo di tutta l’erba un fascio, io e donia, che conosco e saluto con un bacio, siamo state poco fortunate con il pubblico ma non è detto che tutti abbiano fatto la nostra esperienza.
    Per la vergogna di non voler parlare a viso aperto dei propri problemi, condivido, ma vedrai che nel momento in cui questi saranno stati superati, ti sentirai libera di testimoniare la tua storia senza problemi. Non c’è vergogna in un pezzo di vita vera vissuta.

  39. Fabiola cerchi di farmi capire: la terapeuta delega la grafica del sito a rispondere? A che titolo? Cos’è per voi un “pz” il porto delle nebbie del quale possono parlare anche i grafici del sito, in delega?

    Aaaah caro vecchio amato Freud che costò anche meno di cinque euro quando il caso da studiare gli si rivelò interessante.
    Certo Freud si ricordava anche i nomi di nascita dei “pz”.

    @ Signora in giallo
    Ti avevo già contato, o meglio, sovrapposto.

  40. Fabiola non delega la grafica del sito per parlare dei pazenti, ho semplicemente risposto io alla domanda “cosa significa pz”, perchè ero connessa e volevo evitare commenti del tipo pz significa pazzi o pizzi, ironia fuori luogo.
    Ho chiesto io a lei il permesso di farlo, non sono stata delegata, e probabilmente ti basterebbe leggere due righe scritte da Fabiola per sapere quanto lei curi nei dettagli l’accoglienza di chi si rivolge all’ABA. Nulla è lasciato al caso o delegato.
    Comunque mi sembra che la discussione si sia persa in rivoli di superficialità e attacchi privi di fondamento.
    Interrompo qui.

  41. Non mi pare che “pz” sia “rivoli di superficialità”, non mi pare.
    Parliamo di comunicazione, non di grafica.

  42. Qui Comunicazione, Altrove Grafica.

    😉

  43. Per tutti e tutte: credo che parlare di questi temi difficili, su cui molte persone sono state o stanno male, in modo il più possibile delicato e rispettoso, senza mai pretendere di avere la verità in tasca, sia doveroso.

    Non dico che non siate state rispettose/i e delicate/i, ma a volte il tema doloroso vi ha coinvolti/e al punto che l’effetto finale è un po’ quello di una battaglia in atto. Indipendentemente dalle buone intenzioni dei vari commentatori e delle varie commentatrici, che – sono sicura – certo non volevano dare battaglia.

    I disturbi alimentari, lo ricordo una volta di più, sono molto, molto complessi e difficili da risolvere perché comportano una multifattorialità (situazione familiare, storia personale dell’ammalata/o, contesto sociale, economico, geografico) che trasforma i fallimenti, le prove ed errori e così via, in un calvario per chi ci passa.

    Non si tratta, dunque, di stare *dalla parte del pubblico* o *dalla parte del privato* a tutti i costi. Non si tratta di prendersela con questo e quello. Tutti conosciamo esperienze di terapie fallimentari, nel pubblico come nel privato. Ma per fortuna conosciamo pure molte esperienze di guarigione completa (sì, completa). Nel pubblico come nel privato, a nord come a sud.

    Lo so che lo sapete. Ma l’argomento smuove passioni e lacrime che a volte fanno perdere lucidità. Non dimentichiamo che la barca va tanto meglio, quanto più si rema assieme…

    Un abbraccio e grazie per l’intelligenza e il coinvolgimento che ci mettete.

  44. Eloisette, il dramma è che pz è proprio il rivelatorio rivolo di superficialità.
    La giustificazione data supera il concetto di gaffe; per te un dettaglio, per lei solo un dettaglio.

  45. @Nausica
    Non lo so, forse quando avrò superato i miei problemi avrò finalmente altri argomenti di cui parlare e basta.

    Avevo letto il tuo nome nell’articolo, mi dispiace di aver dato a te e Donia la necessità di confermare la vostra esistenza, non ce n’era bisogno.

    Come vuoi interrompiamo pure sul termine “pz” (sul quale Eloisette si è già espressa molto bene… inutile dire che avevo detto “pizzi” non per prendere in giro ma per stemperare come tentava di fare Ugo) tanto abbiamo capito che non era previsto dalla vostra “campagna”.

    Continuando sul tema comunicazione (motivo per cui seguo questo blog, non certo per i miei problemi di peso)

    Posso chiederti:

    per riprendere un’espressione di qualcuno, la terapia di ABA raccontata da voi sembra quasi un viaggio a Lourdes.

    Oltre il racconto di Donia qui nei commenti che non ammette altri tipi di esperienze abbiamo un cinguettio totalmente positivo.

    Non avete paura che questo tweet estremo possa dare una impressione contraria e allontanare invece le pazienti?

    @Giovanna
    grazie per lo spazio che ci dai a disposizione, spero di usarlo meglio 😛

  46. Ciao A. Mi permetto di rispondere io alla domanda sul Tweet, visto che nasce da una mia idea che è stata accolta da ABA. E soprattutto mi piace che la tua domanda riporti la discussione sull’origine del thread che poi mi sembra degenerato in questioni che poco avevano a che fare con il post di partenza.

    Anch’io mi sono chiesto se questo Tweet non potesse allontanare anziché coinvolgere. Ma poi mi sono risposto che in fondo 140 caratteri ogni giorno delle tantissime persone che in questi 20 anni si sono lasciate dietro il problema potesse essere un augurio, una speranza, un incitamento.

    Non ho evidenze scientifiche, ma credo che la responsabilità di chi fa comunicazione sia quella di mettere in circolo modelli di riferimento. Troppo spesso questi modelli di riferimento sono proprio quelli che finiscono per condizionare negativamente. Qui mi sembra che si possa registrare un movimento contrario. Se questo sia giusto o sbagliato io in questo momento non lo so. So però che un tweet no fa male. Se allontana anziché avvicinare non avrà assolto la sua funzione e avremo sbagliato. Ma non fa male.

  47. Cercherò di rispondere quando tornerò in Italia. Grazie comunque all’amico Paolo che ha deciso di fare la prima campagna ABA per i suoi vent’anni di vita che durerà fino a dicembre. Grazie a Paolo anche per aver risposto, a Nausica e Donia che mostrano finalmente una bella determinazione a proteggere ciò in cui credono. In questi anni sono stati i miei 5 libri a parlare di una malattia seria, grave e rendere possibile una cura anche nelle asl. Ho nominato la bulimia e l’anoressia nel 1990 quando queste parole non erano conosciute neanche in Ospedale! A presto, lo dico per chi ha sollecitato una mia risposta…

  48. Ugo, “pz” per me un dettaglio significativo, per lei un dettaglio insignificante.
    Ma attenzione, chi ha il coltello dalla parte del manico nella “relazione d’incanto” medico-“pz”?
    Per questo motivo parlo spesso di meritocrazia.
    A proposito, mi sono informata Ugo: i ricercatori in Italia sono solo quarantamila, non sarà difficile censire i loro lavori in un super-sito anche se penso che un buon ottantacinque per cento tema gli effetti delle cazzate che scrive 🙂
    Da qui le paure dei più, le paure dei deboli.

  49. @Iabicus, grazie per la risposta.

    La mia lode:

    L’idea del tweet è bella e dà un forte senso di calore, complimenti per averla avuta.

    La mia critica:

    Tra i vari messaggi positivi “Finalmente mi guardo allo specchio e vedo una persona che si accetta, che sta bene con se stessa!! Grazie ABA!” ce ne sono alcuni che secondo me sono un po’ grotteschi (mi dispiace prendere in giro una frase che in realtà è spontanea) ma stiamo parlando di una campagna di comunicazione appunto, e questa frase “La mia vita è a colori adesso e l’amore ne fa parte.” comunica uno stile bacio perugina.

    Il pericolo è che questo eccesso di positività tenga lontane le persone che si sono già rivolte ad altri centri e sono già assuefatte a promesse mai mantenute (per tanti motivi – tralascio), e questo fa male a chi continuerà a non farsi curare.

    Certo che voi non avete la responsabilità di curare tutte le anoressiche/bulimiche d’Italia..

    @fabiola
    (In realtà mi sembra che Donia e Nausica abbiano dimostrato ben poca determinazione, interrompendo molto in fretta la conversazione)

  50. @eloisette
    Siamo d’accordo quasi in toto. Ciò nonostante io ho scordato che prendere le parti del paziente mettendo sotto torchio il terapeuta sia giusto solo laddove i partecipanti non sono pazienti o non sono troppo coinvolti. Altrimenti fare le pulci alle teorie psicoterapeutiche, per quanto bizzarre possano essere e per quanto lo ritenga doveroso, potrebbe gettare nello scetticismo radicale chi soffre di questo problemi.
    Qualcuno diceva che l’errore non è fatto per le menti fragili. È una battuta feroce, forse giusta, ma che non dovrei mai usare con chi lo è momentaneamente.
    Sospendo il giudizio: bene twitter, ma sul sito ABA si mostrino fieramente anche i propri insuccessi. Se avessi un problema e dovessi risolverlo sarei rassicurato da chi fin dal principio mi espone il limite della mia guaribilità.

  51. @A. hai centrato il punto!! Condivido 100% sulle persone già rivoltesi ad altri centri.

    @Fabiola: nel 1990 la FA.NE.P. bolognese esisteva già da un po’ e stava per aprire il Day Hospital. Di anoressia si parlava già negli ospedali ed i primi rudimentali tentativi di curarla erano presenti negli ospedali. L’ho visto con i miei occhi. Certo erano gli albori degli albori ma senza nulla togliere al suo grande contributo nella divulgazione su questo disturbo, spesso e volentieri trattato come la peste bubbonica, qualcun’altro, anche in Italia, se ne stava interessando.

  52. Nausica (il tenente colombo)

    @Signora in Giallo

    …”nel 1990 la FA.NE.P. bolognese esisteva già da un po’ e stava per aprire il Day Hospital. Di anoressia si parlava già negli ospedali ed i primi rudimentali tentativi di curarla erano presenti negli ospedali. L’ho visto con i miei occhi. Certo erano gli albori degli albori”…

    “Non è indispensabile che mi diate del Lei, anzi, sono under 20 perciò che mi si chiami signora, se vogliamo mi da pure fastidio.”

    UNDER 20? e nel 1990 hai visto i primi rudimentali tentativi di curare l’anoressia?

    La frustrazione è una brutta malattia soprattutto se si fallisce dove un’associazione come l’ABA riesce. Non è difficile stanare chi non sa fare il suo mestiere… indoviniamo quale? (e qui emerge il lato del tenente colombo)

    Due piccole note da chi sul serio si occupa di comunicazione: per essere under 20 usi congiunzioni desuete che si utilizzavano nelle scuole negli anni 60 e hai scelto un nick che un under venti non si sarebbe mai sognata di scegliere.

    @ eloisette

    QUI grafica e verità (eloisette, per tua informazione, sono architetto, a me dia pure del Lei, non mi offende, grazie).

    ALTROVE frustrazione, menzogna e giudizio.
    Mascherato dietro l’incapacità di rivelarsi.
    Meglio offendere chi testimonia, mettendoci la faccia, la riuscita di un percorso di vita, piuttosto che rivelarsi e esprimere un’opinione fondata su un’esperienza (e questo non è un dettaglio insignificante).

    Aaaah caro vecchio amato Freud non rivoltarti nella tomba per non aver potuto risolvere tutti i casi interessanti!

    Usare i blog x questi scopi equivale a togliere spazio a chi ha bisogno di ascolto.

  53. @Nausica: peccato non ti venga in mente la più banale delle possibili opzioni sulla mia identità. Ad ogni modo hai ragione, non ne ho 20 ma ne ho comunque ancora qualcuno meno di 30. Leggo tanto e quindi uso termini meno usuali per la maggior parte dei ventenni, ma non per tutti. Tutto ciò che ho affermato, in particolare quello sugli anni ’90 è la verità che ho VISTO VERAMENTE. Rimarresti probabilmente esterrefatta se conoscessi la mia vera identità e storia. Ad ogni modo, visto che batti il martello sul chiodo del mio presunto intento di screditare chi ti ha aiutato, ti rassicuro dicendoti )anzi ripetendoti che frequento questo blog da moolto prima della comparsa del post su ABA e che comunque non mi verrebbe in tasca nulla nel farlo. Che tu ci creda o no sono alla ricerca della verità (in senso generale) tanto quanto lo sei tu. Non puoi giudicare una persona soltanto perché non la vedi o non sei d’accordo con lei.

    Fine dell’escursus sulla mia identità.

  54. Vedi, Nausica, la prima regola che ho imparato un anno fa, è che sul web è prassi darsi del “tu”.

    Per il resto, non mi hai convinto.

  55. @ Nausica, ci siamo viste in ABA a Milano, un giorno in cui eri lì, non ho il coraggio di firmare questo pezzo perchè mi vergogno della condizione in cui vivo. Io piangevo nella sala d’attesa, aspettavo il primo colloquio e senza conoscermi mi hai avvicinata e mi hai parlato della tua esperienza con un sorriso, offrendomi un tè.
    ora sono in un gruppo, non sono guarita ma il vuoto dentro mi divora ogni giorno un pò meno.
    Grazie per il coraggio che hai mostrato esponendoti anche a commenti poco educati e grazie per quel sorriso.

  56. Grazie ABA. Grazie Fabiola, anche se non ho ancora avuto il piacere di conoscerti.

  57. torno sul web, leggo, evito il grottesco. non commento.
    mi chiedo come possa esserci crescita, discussione reale/leale poi vedo una PERSONA e sorrido, c’è ancora del buono!

    a: “frase che dava l’idea che tu al pubblico non ti ci fossi neanche rivolta”
    io ho scritto “spogliarsi e salire su una bilancia (ED IO CI SONO SALITA)”
    frase che da l’idea che io al pubblico mi sono rivolta.

    sono d’accordo con te sul non fare di tutta l’erba un fascio, io mi riferisco al pubblico milanese, tu? se stai guarendo grazie ad una struttura, nominala PER TUTTI!!! io sono guarita in ABA tu? facciamo funzionare i blog!

    nausica: grazie!!!

  58. @Donia
    Non ho messo in dubbio che qualcuno ti abbia fatto spogliare e salire sulla bilancia, o trattato male in qualunque altra maniera (non penso che tutti i centri pubblici debbano essere per forza irreprensibili come non lo penso per i privati), ma che qualcuno ti abbia fatto pagare più di un unico ticket.

    Ti faccio inoltre notare che sono inizialmente intervenuta in questo blog a _difesa_ dell’ABA, tanto che la Signora in Giallo aveva supposto che per me il pubblico fosse di serie B.

    Figurati quindi se io faccio di tutta l’erba un fascio. Assolutamente no.

    Ultima cosa, come ti avevo _già_ detto provo ancora un certo fastidio a vedere invaso il mio privato. Sono sicura che tu per prima – che ci sei passata – puoi capirmi perché preferisco non nominare né i luoghi dove sono stata male né quelli dove sono stata e sto bene, vorrei rimanere anonima il più possibile.
    (Già il fatto che la povera Giovanna Cosenza abbia la mia mail mi turba 😛 )

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