Spot Intesa Sanpaolo: com’è andata a finire

Dopo le polemiche, la campagna Intesa Sanpaolo lanciata ai primi di marzo – con la firma dell’agenzia Saffirio Tortelli Vigoriti e dei registi Francesca Archibugi, Silvio Soldini, Paolo Virzì (vedi Intesa Sanpaolo: un sogno che fa male) – è stata ritirata. Anche il canale YouTube dell’agenzia è stato chiuso e oggi, per trovare on line gli spot, bisogna fare un po’ di ricerche.

All’inizio vedevo due possibilità: o lo scandalo era un banale errore, o era programmato per attirare l’attenzione sul marchio, con lo stratagemma del «parlino bene o male purché parlino» che, se ben pianificato e gestito, in pubblicità può sempre funzionare.

L’ipotesi dello svarione era più probabile: in Italia anche la comunicazione commerciale, come molti altri settori, è spesso mediocre. Però non si sa mai, mi ero detta: meglio sbagliare per troppo credito che per sottovalutazione. In ogni caso, la banca aveva le risorse per gestire la crisi anche a posteriori, piegando a suo favore un rilancio dell’attenzione nazionale sui problemi dell’università italiana. Bastava che concordasse, a pagamento, opportune e ripetute apparizioni televisive e sulla stampa main stream.

Invece niente: solo una maldestra risposta, inviata dal responsabile Pubblicità e Web Fabrizio Paschina, al gruppo Facebook contro lo spot “Ricercatore” e ai blog che avevano trattato il caso, fra cui il mio (vedi Ricercatore: Intesa Sanpaolo risponde).

Nel frattempo, i ricercatori precari hanno prodotto un paio di video per rispondere agli spot della banca.

Doppiamente tristi. Innanzi tutto per i contenuti, che danno un quadro realistico delle difficoltà della ricerca italiana e non lasciano spazio a illusioni. Il che è inevitabile, non solo perché la situazione è grama, ma per reagire all’onirismo della campagna Intesa.

Ma la tristezza peggiore, dal mio punto di vista, è quella comunicativa. Non lo dico per deformazione professionale, ma perché i tratti parodistico-amatoriali dei video sono talmente forti da impedire che i contenuti – pur condivisibili – possano essere apprezzati oltre la ristretta cerchia in cui sono stati concepiti e stanno circolando.

Mentre oggi tutti sanno che, per un buon prodotto su YouTube, non occorrono né grosse cifre né tecnologie inaccessibili. Bastava infatti coinvolgere ricercatori esperti in produzione video e comunicazione multimediale, per realizzare – sempre su base volontaristica – spot professionali che ambissero a un pubblico più vasto e un maggiore impatto.

La ricerca fraIntesa

Il ricercatore: com’è andata a finire?

60 risposte a “Spot Intesa Sanpaolo: com’è andata a finire

  1. Ciao Giovanna, è molto bello che per quanto ti è possibile cerchi sempre di chiudere il cerchio dei soggetti qui evidenziati.

    Il secondo è un adattamento raffazzonato, quindi di poco impatto, ma il primo, a parte l’espressione “che coglione!” mi è parso calzante ed equilibrato.

    Se poi la realtà delle cose è tale che la semplice narrazione causa tristezza, beh, che ci si può fare?!

    Buon proseguimento,

    V

  2. Penso che per icontenuti l’obiettivo sia stato raggiunto: trasmettere la tristezza della situazione della ricerca italiana.

    Per la forma: è vero, al primo video bastava poco per aumentarne di molto la qualità, magari solo un audio più pulito e meno da “registrazione in aula”. Però, personalmente, mi sono piaciuti molto, specie il secondo, che uno si aspetta un raccordo fra i sottotitoli e l’audio… e lo ha solo alla fine.

  3. Infatti, tanto amatoriali da risultare ridicoli; nel primo c’è pure una sirena di ambulanza in sottofondo.
    Ma, da trentenne, sono i contenuti che non posso accettare. Non tanto l’insistenza sul descrivere la realtà presente nel modo più deprimente possibile (è effettivamente spesso così, anche se non solo), ma per me è imperdonabile il messaggio finale: dopo il “C’è un’Italia che lotta per i propri sogni” (giusta ripresa dallo spot San Paolo), si legge: “Resteranno tali” nel primo e “…e inevitabilmente si arrende” nel secondo. Perché “resteranno tali”, perché “inevitabilmente” e “arrendersi”, questo masso che viene calato anche ad abbattere il futuro? Ecco, qui il messaggio che passa è: i trentenni si piangono addosso (e ne hanno ben donde) ma non hanno nessuna intenzione di lottare, non cambieranno niente. Si dice che i ventenni di oggi siano meglio; lo spero.

  4. @Ilaria
    Questa ventata di pessimismo penso fosse voluta.

  5. Carissimi,
    il primo giro di commenti già dimostra, a mio avviso, cosa intendevo dire quando rilevavo che il messaggio NON passa oltre la ristretta cerchia di chi già ne condivide l’autoreferenzialità…

  6. @Comizietto: lo so, e la contesto. Quello che voglio dire è che se dallo spot San Paolo emergeva un eccessivo ottimismo, qui emerge non semplicemente pessimismo ma rassegnazione e immobilità.
    In questi spot ci sono due dimensioni: presente e futuro (nello slogan finale). Quello che passa a me è: ok, ricercatore precario, la tua è proprio una realtà di m… qui in Italia e anche se non penso che sia proprio l’unica realtà, comunque ok, capisco che tu vivi questa e me la vuoi descrivere così. Passi. Però poi non puoi dirmi che sai già adesso che il futuro domani sarà ‘sto schifo. Il futuro chi lo costruisce? Sembra sempre che debbano essere “gli adulti cattivi” a darci un buon futuro. Altrimenti che facciamo? “Inevitabilmente ci rassegniamo”. Eeehhh???!!! O_0

  7. Innanzitutto mi congratulo con Paschina di BancaIntesa che ha avuto l’intelligenza di capire quanto gli spot non funzionassero e li ha tolti: non ci sono molti responsabili della comunicazione che, come lui, sono in grado di fare autocritica.

    E ora veniamo agli spot fatti in casa dai Ricercatori: gli spot nostrani.
    Prima di tutto voglio sottolineare che se, come richiesi più volte, ci fosse il supersito della Ricerca, l’allegra brigada dello spot contro, avrebbe, senza problemi, trovato una troupe per girare il tutto, meglio.

    Meglio perchè?

    Spo1: i cesaroni-The Researcher

    Ora io mi domando: “The Researcher” vorrebbe farci credere che gli studi della Ricerca Americana, sono quei tuguri prefabbricati dove lui e i suoi compari hanno attaccato, impunemente, l’adesivo simulante un ipotetico “block one” o qualcosa del genere?
    Non si offendano ma lo spot è la classica burinata agghiacciante che nun se po’ guardà, peggio ancora se l’intento è quello di ottenere qualche finanziamento in più.
    Sarebbe stato molto più efficace far vedere quali sono le reali difficoltà del Ricercatore durante la sua giornata tipo. E invece The Researcher sembra stia sponsorizzando un cellulare, ed è emblematica l’immagine di lui nel parcheggio desolato delle autovetture (la location era l’esterno di un supermarket?). Lasciamo perdere la tarantella dello script perchè è chiaro che los caballeros non hanno fatto manco uno straccio di storyboard.

    Spot 2: quello in stile club mediterranèe.
    Non ho ancora capito che ci stanno a fare quei due sotto l’arco vista mare.
    Cos’è un casting per qualche telenovela? senza i sottotitoli, escludendo l’audio, la lettura del labiale dei protagonisti non perdona, va da sè: stanno parlando d’altro, di Ricerca no di sicuro.
    Questo è un estratto di qualche soap della quale mi auguro i ricercatori abbiano pagato i diritti, sennò son dolori.

    Non ci siamo: l’obiettivo dei Ricercatori italiani era quello di rendersi ridicoli?
    Se l’obiettivo era quello, ci sono riusciti alla grande.
    E la componente onirica?
    Cos’è un horror o uno splat movie che volevano girà?

    Dopo non lamentiamoci se non arrivano i fondi, qui l’impressione che lo spettatore ha, è quella di scarsa professionalità.
    Della Ricerca Italiana.

  8. Ciao,
    Anche io apprezzo molto il tuo riportare la storia di questo spot con inizio, svolgimento e finale. Come creatore del gruppo facebook mi auguro davvero che lo spot sia stato ritirato. C´e´ una fonte ufficiale?
    Certamente i due “contro-spot” comunicano tristezza e pessimismo. Peraltro penso che la prima reazione comune sia stata una semplice imprecazione. Personalmente apprezzo chi ha tentato di andare al di la´ di questo con un video o anche solo un commento in rete. Poi si puo´ sempre fare meglio ma almeno il primo spot a mio parere lascia il segno.
    Ho 35 anni, non mi lamento, non so se i 20enni di oggi sono meglio e non mi interessa. Sto tentando di fare il meglio per me lavorando in Germania ma credo in un futuro migliore nel nostro paese e credo che stia a noi costruirlo. Sto pensando di creare un gruppo di discussione “permanente” su universita´ e ricerca in Italia e all´estero cosi´da tirare fuori qualcosa di buono dalla nostra irritazione di queste settimane,
    G.

  9. Gabriele, é una bella idea! Se lo fai, manda un messaggio privato a quelli che hanno sottoscritto la pagina facebook contro le tre pubblicitá, molti di loro sicuramente s´iscriveranno anche a quella nuova(e io con loro)

  10. Concordo con Lu, mi piace il tuo spirito, Gabriele! 🙂

  11. Sì dai Gabriele, yeah come vedi, sopra hai già due fans al tuo fansclub 😉
    tutto all’insegna del vulimmose bbene.

  12. eloisette:
    1) prima dei “tuguri prefabbricati” compare la scritta “in Italia”: non dovrebbe essere difficile da leggere.
    2) critiche e dialettica sono importanti ma forse un filo di rispetto e di conoscenza del tema che si affronta aiuterebbero a mantenere il tono della conversazione piu´alto.
    G.

  13. Questo vento di “reazione”, non si sa se alla crisi o a cosa, si sente e si vede in parecchia pubblicità. Segnalo questa campagna radiofonica se non è già conosciuta. CNA “per un’Italia che reagisce”. Già il nome dice molto ma ad ascoltarla è peggio, soprattutto il momento della “gente tosta”.

    http://www.cnaemiliaromagna.it/campagnaimmagine/2010/campagnaImmagine2010.php

    [audio src="http://www.cnaemiliaromagna.it/campagnaimmagine/2010/audio/CNA_Italia_che_reagisce.mp3" /]

  14. Ciao … a tutti,

    le critiche sull’aspetto tecnico della realizzazione sono comprensibili. Non siamo dei professionisti (se non nel nostro campo scientifico) e ci abbiamo lavorato nei ritagli di tempo, con l’intenzione di rispondere al più presto allo spot di Banca-Intesa.

    Le critiche al messaggio.
    1) per chi si fosse perso gli ultimi 2 anni, molti ricercatori e ricercatrici (fra cui noi) si sono sbattuti ogni giorno per far emergere la ricerca in questo paese del cavolo. Abbiamo tentato tutte le strade. E non siamo stati zitti nemmeno quando San Paolo se n’è uscita con questo spot assurdo e fuorviante.
    L’iniziativa della “Ricerca Calpestata” è stata solo uno dei tanti tentativi di bucare lo schermo (da quella di Bologna fino a quella di Roma). Interviste, interventi, manifestazioni, lettere al parlamento, ai giornali ecc … Sono 2 anni che ripetiamo le stesse cose.
    Abbiamo fra i 35 e i 45 anni e di certo non ci piangiamo addosso se abbiamo ancora la forza di sbatterci, nel silenzio collettivo.

    2) il pessimismo: forse a forza di sentir appellare “porta sfiga” e “pessimisti” quelli che descrivono la crisi o, più in generale, i problemi di un paese o di una parte del paese, ci siamo abituati a non recepire più alcun messaggio che non sia “va tutto bene”. Non va tutto bene e, secondo noi, le conseguenze reali sono che la gente spesso si deve arrendere all’idea che l’Italia è sorda e cieca. Chi non si arrende resta e cerca di squarciare il velo delle balle che girano sul nostro lavoro, sul nostro mondo ecc … ma la realtà è che molti si arrendono. Triste ma vero.

    Se faremo un altro video, useremo dei microfoni direzionali, promesso :), ma il giornalismo-fai-da-te che spesso funziona meglio di quello fai-da-loro ha i suoi limiti.

    raffaele (uno dei realizzatori di “The Researcher”)

    PS: il “tugurio” è un vero laboratorio, per la cronaca

  15. @eloisette.

    Credo che le critiche siano sempre da accettare, a parte quando sono dettate da palese malafede o manifesta incompetenza. Delle due l’una:
    o sei un quadro di BancaIntesa
    o non conosci la situazione della ricerca italiana

    A parte tutto quanto detto sopra, mi auguro che tu non sia un’addetta ai lavori nel campo della comunicazione. Non accorgersi nemmeno che i container non si riferivano alla realta’americana ma a quella italiana (tra l’altro vera, quando vuoi venire a verificare sei bene accetta) mostra quanto meno un’attitudine dilettantesca. Ma questo, in italia, purtroppo non e’piu’un handicap.

  16. Rispondo prima a rif71 la più gentile:
    come fate a lavorare in un tugurio del genere e a produrre ricerche, questo rimane per me un mistero.

    E ora a Gabriele ed Anto:
    probabilmente non avete mai preso in mano una telecamera professionale in vita vostra, se così fosse, vi accorgereste che la mia dialettica è fin troppo forbita per un addetto ai lavori.
    Fuorviante l’abbreviazione esterofila lab1 nello spot, fuorvianti i fichi d’India dello spot, c’è una sovrapposizione delle locations tale da non capire, dove stiano girando la scena.
    Mi auguro, buon Anto, che tu intenda fermarti ad uno pseudo cartello con la scritta “in Italia…” per valutare la credibilità di uno e se uno sia o non sia un comunicatore, se così fosse sei davvero lontano dalla verità.
    A Gabriele ribadisco che se la Ricerca italiana vorrà comunicare la propria competitività dovrà scegliersi strumenti ufficiali ben più efficaci di un forum tra amici.
    Libero comunque tu di andare avanti per il tuo percorso, ma altrettanto libera io di dirti come la penso, senza infingimenti.
    Se i Ricercatori italiani navigano in cattive acque è solo e soprattutto responsabilità loro.
    Si adeguano.

  17. Antò ho scritto di getto: “non intenda fermarti…”

  18. Ciao Raf, hai ragione sugli “ottimisti a tutti i costi”, non piacciono neanche a me, ma non mi piace neanche la rassegnazione, ecco, e in quello spot (o “contro-spot”) io personalmente l’ho vista, il che non significa che non ci sia gente che si sbatte per il proprio futuro; io parlavo solo del messaggio dello spot come è arrivato a me. E facendo un discorso più generale, a volte cercare di non limitarsi solo a descrivere una squallida realtà ma proporre nella descrizione un imput di speranza e forza, è più efficace comunicativamente (sempre secondo me che sono un’ignorante) del dare l’impressione del piangersi addosso. Mi ha dato fastidio quella frase sul futuro, ecco… perché prima o poi noi trentenni arriveremo pure a governare qualcosa, no?

    Riguardo ai tuguri, quelli sono più che credibili… mi basta ripensare a quel che ho visto in “Viva la ricerca” di Iacona (ecco, quell’inchiesta mi sembrava veramente fatta bene)… 😦

  19. Ciao a tutti,

    faccio anche io parte del cast improvvisato per realizzare il contro-spot.
    Gli appunti sulla qualità e lo stile del video sono sacrosanti e ne prendiamo atto (peraltro ne eravamo abbastanza consapevoli): come ha detto raf lo abbiamo fatto nei ritagli dei ritagli di tempo, proprio perchè per dimostrare la nostra competitività e il nostro valore in genere usiamo altri strumenti, tipo progetti, pubblicazioni, ricerche, appunto. Siamo ricercatori, non comunicatori nè attori nè registi. Non “bastava coinvolgere ricercatori esperti in produzione video e comunicazione multimediale” perchè penso che uno o è un ricercatore esperto o un esperto di produzione video e comunicazione multimediale. D’altra parte lo scopo non era sfondare nel campo della comunicazione, ma solo mostrare un’immagine ben + realistica del mondo della ricerca rispetto a quella dipinta dalla pubblicità, che noi abbiamo trovato profondamente offensiva (visto che come diceva raf sono 2 anni che ci sbattiamo etc etc).
    Quello che ci tengo a chiarire è che non volevamo trasmettere un’immagine di una generazione arrendevole e lamentevole. Il nostro video va visto e interpretato in contrapposizione con lo spot intesa. Dopodichè è vero che ahimè molti sono costretti ad arrendersi, ma se fosse vero per tutti non ci sarebbe oggi e da molti anni in Italia questa allucinante e inverosimile situazione di precariato nella ricerca.

    @eloisette solo una domanda in riferimento a “Se i Ricercatori italiani navigano in cattive acque è solo e soprattutto responsabilità loro.”…..ma in che mondo vivi? E’ evidente che non sai di che stai parlando, il che non sarebbe particolarmente grave in sè, ma come dire in qs casi ‘un bel tacer non fu mai scritto’. Ah…un’altra cosa…di solito per ottenere finanziamenti si scrivono progetti…

    ciao
    Manuela

  20. Incisivo o no, fuorviante o no, quelli sono i nostri laboratori e i nostri fichi d’india. Purtroppo ci dobbiamo accontentare e ti dovrai accontentare pure tu. Le disamine tecniche le lascio a voi professionisti dell’informazione, che avete piu’tempo e piu’conoscenze per scorporare, analizzare giudicare.

  21. A Manuela e altri: uno studioso o ricercatore nel campo della comunicazione multimediale sa anche produrre audiovisivi professionali, se cerchi il profilo giusto.

    Conosco neolaureati (basta una semplice laurea nel settore, una bella testa e la passione giusta!) che sanno produrre video (spot e cortometraggi) degni di stare sul mercato internazionale. Un po’ di interdisciplinarietà in più poteva evitarvi grosse fatiche e produrre risultati che andassero a segno anche nel circuito della comunicazione. Solo questo volevo dire. È chiaro che, se un ricercatore lavora nel campo della fisica, della biologia, o che ne so, della medicina, non può produrre video professionali. Ma il mio punto è: perché il biologo (fisico, matematico, ecc.) non si mette assieme al ricercatore che lavora nel campo degli audiovisivi e della comunicazione web? Assieme si farebbero scintille da tutti i punti di vista, no?

  22. Bastava che Soldini s’informasse un po’ di più sulla “vera” situazione della ricerca e dei ricercatori italiani: avrebbe realizzato (lui si!) un bellissimo spot che ci avrebbe davvero rappresentati, noi tutti, con le nostre soddisfazioni quando un risultato riusciamo a ottenerlo e con le nostre malinconie e stanchezze quando siamo costretti a lottare per tutti i problemi che a volte sembrano sommergerci ma dai quali desideriamo assolutamente emergere. In questo modo, invece, ci ha offesi e delusi e con noi tutte quelle persone che riconoscono l’importanza del nostro lavoro e l’entusiasmo col quale l’affrontiamo.
    E’ per continuare a essere ricercatori e ricercatrici che siamo in mobilitazione. Noi vorremmo occuparci di altro: non ce la facciamo più a dover rispondere, controbattere, scrivere, manifestare, chiarire ma… non possiamo tacere, non possiamo non reagire. Non è giusto.
    Tutto quello fatto negli ultimi due anni è molto più di “scintille” ma, evidentemente, il buio va oltre la nostra immaginazione.

  23. Giò condivido le tue osservazioni 🙂

    Linko qui un riferimento che, a mia volta ho trovato sul blog di Luca de Biase,
    riguarda Storia Contemporanea, ma temo, valga anche per gli altri settori di reclutamento della Ricerca Italiana

    http://www.sissco.it//index.php?id=207

    Se dovranno esserci riflessione ed unità sulla Ricerca in Italia, da lì, penso, sarà necessario ripartire.

    Maria Grazia ci sono nuovi sconosciuti registi italiani bravi tanto quanto Soldini.

  24. Ho voglia di parlare dei ricercatori.
    Per quale motivo una Banca dovrebbe finanziare un ricercatore in Storia moderna, uno studioso di Filologia Romanza, un borsista di antropologia culturale?
    La frustrazione del ricercatore nasce da due equivoci:
    1) Tutto è ricerca e ogni settore gode della medesima legittimità (fisica o lettere, che importa)
    2) Il ricercatore è una professione che mira al tempo indeterminato ed è aperta a tutti i volenterosi. Inoltre viene vissuta come un diritto.
    Per quanto concerne il punto uno, una Banca può finanziare solo progetti a ritorno d’immagine o di brevetto. A parte il restauro della chiesa X o l’allestimento del vernissage Y, chiaramente per il privato che investe Ricerca è sinonimo di Scienza dura (Matematica, fisica, chimica). Lo Stato invece dovrebbe finanziare anche quei settori umanistici che non hanno ritorni economici e qui ci si collega al punto due.
    Se il ricercatore vuole fare della propria vocazione una professione con un reddito soddisfacente occorre che sia il primo ad incentivare una selezione durissima. Lo Stato può permettersi di pagare a tempo indeterminato solo cervelli di gran classe, autentici talenti con caratteristiche di memoria e IQ elevatissimi. Fine. Invece la Ricerca è, non solo in campo umanistico sebbene principalmente in quello, sacca parassitaria, luogo di collocamento lavorativo.
    In altri termini, per garantire una vita da ricercatore occorre diminuirne drasticamente il numero, altrimenti la richiesta di diritti non è che flatus vocis. Solo che come ricordato dal link postato da Eloisette, il ricercatore finisce per corrispondere alla manovalanza di cui ogni professore si circonda per gestire il proprio lavoro. E l’assegno da borsista è il premio fedeltà per il gregario.
    Non ci si stupisca perciò se la vita da Ricercatore è grama e povera di ritorni. È così e sarà sempre peggio se non si comprendono bene i due punti. Il ricercatore umanistico è in fondo il bohemien della nostra contemporaneità. Giusto che si lamenti, perché proprio dell’artista è il soffrire dell’incomprensione dai più. Ma chi pagherebbe un solo centesimo per finanziare queste Ricerche umanistiche o scientificamente nulle? Se un progetto fosse valido otterrebbe finanziamento immediato, assunzione dall’impresa interessata. Non ho mai visto nessuna buona idea finire nel cesso del dimenticatoio. Forse occorrerebbe ritornare ad essere cattivi, spiegare alle persone che il loro cervello non è sufficiente per farne un ricercatore e che la parola Ricerca è un passepartout con cui si è inquinata la falda delle Scienze serie da tutta quella pletora di pubblicazioni, che più che ricerca sarebbe appropriato chiamare studio, approfondimento sovente pleonastico, trastullo finanziariamente giusitificabile per un committente appassionato. Ci sono altri modi di creare posti di lavoro, meno frustranti per lo studioso che queste cose non le ha comprese. D’altronde c’è un modo di essere onesti anche nel farsi finanziare un ruolo meno creatore, di pura ripetizione, senza evocare sedicenti ricerche: basta fare come i Conservatòri che non mentono sulla funzione del loro istituto e si fannp pagare per conservare, appunto, il già detto. Ma se uno studia, immaginiamolo per diletto, il ruolo delle scene di caccia in Chrétien de Troyes, non chiamiamola Ricerca.

  25. Ugo sei andato al cuore del problema.

    Segnalo a questo proposito la campagna “Tutto ha un prezzo”:

    http://www.sestosg.net/pls/portal30/COMUNICATI.DYN_VISUALIZZA_COMUNICATI_CMS.show?p_arg_names=id&p_arg_values=1550

    Quanto costa alla collettività italiana una Ricerca che non produce risultati?
    Poi si può discutere sul fatto che tutto abbia davvero un prezzo e sulla scelta di inculcarlo a bambini di cinque-sei anni, ma è altrettanto vero che se uno vuole dedicarsi tutta la vita alle scene di caccia del Chrétien, abbia almeno la decenza di farlo a spese sue.

  26. Il riferimento a Soldini era provocatorio, semplicemente in quanto autore dello spot originale. So bene che esistono registi sconosciuti ma bravi, è una situazione diffusa in tutti i settori lavorativi, e se mai qualcuno tra loro volesse collaborare con noi, non potremmo che esserne più che contenti.

  27. I soliti commentatori che si compiacciono a distruggere. Più che un blog mi pare una palestra di dialettica. Sofisti.

  28. @ Ugo ed Eloisette

    Caro Ugo, visto che ti piacciono tanto le “hard sciences” e anche ecco un po´ di numeri:
    PIL speso nella ricerca in Italia 1% : Pil medio in Europa 1.9%, in Germania 2.5%.
    in Italia è presente il più basso numero di ricercatori per unità di pil fra i Paesi industrializzati – la percentuale dei ricercatori sulla popolazione attiva è pari allo 0,33% , contro lo 0,61% della Francia e della Germania e lo 0,55% del Regno Unito.
    Ora i ricercatori sono la meta´ non saranno mica tutti a occuparsi di letteratura, o no? Ti assicuro che non lo sono.

    Rispetto ai meccanismi di selezione questi sono un problema davvero serio. Una delle lotte che molti ricercatori stanno conducendo e´proprio quella di rendere l´ingresso in universita´ basato sul merito e non sulla prolungata presenza nella stessa. Andrebbe anche garantita e supportata l´indipendenza scientifica per evitare i fenomeni di gregariato di cui parli. Dopo di che non credo che sia dando ai ricercatori dei parassiti che li si aiuta in questa giusta battaglia.

    TI ho gia´ linkato, caro Ugo, le mie opinioni in merito, ma tu dopo la scorsa provocazione non ti sei degnato di rispondere, posso mandare altro se preferisci, ammesso che tu non ti diverta solo a renderti antipatico.

    Il problema italiano, ancora piu´ della scarsita´ di finanziamenti pubblici e´ quella di finanziamenti privati che sono in percentuale ancora piu´ bassi se confrontati con il resto d´Europa.
    Molte delle tue frasi sono al limite dell´insulto cito: “Il ricercatore umanistico è in fondo il bohemien della nostra contemporaneità. Giusto che si lamenti, perché proprio dell’artista è il soffrire dell’incomprensione dai più. Ma chi pagherebbe un solo centesimo per finanziare queste Ricerche umanistiche o scientificamente nulle?”.
    Onestamente non meritano risposta. Ti basti pero´ sapere che ho una laurea in Fisica e un PhD (dottorato di ricerca) in Biologia e lavoro all´estero ma da scienziato mi sento tremendamente offeso dalla tua frase pronuciata sui colleghi italiani che lavorano in ambito umanistico.
    Le parole ci sono non serve inventarle scienziato e studioso per il fisico e il letterato, scientist e scholar in inglese. Siccome pero´ in Italia se dici “sono uno scienziato” la gente pensa che tu ti creda Einstein si preferisce il piu´neutro ricercatore.
    MI sembra che il tuo scritto sia permeato dall´idea che le cose che “non servono” non vadano finanziate. Chi poi dovrebbe decidere cosa serve e cosa no non mi e´chiaro. Eloisette rilancia dicendo che “ogni cosa ha un prezzo”. E´ forse il mercato che deve stabilire su cosa fare ricerca e su cosa no? Io, anche per storia personale, sono fautore di una vicinanza tra universita´ e industria ma sono anche convinto che una societa´ senza ricerca di base, senza cultura umanistica e senza studiosi sia una societa´ piu´ povera e votata al suicidio.

    Lavoro al bancone, in un laboratorio, ma la consapevolezza di quello che faccio e la capacita´ di avere idee mi vengono dall´impostazione sviluppata negli anni del liceo anche e soprattutto studiando letteratura filosofia e storia (e ho fatto lo scientifico).
    Le mie insegnanti di allora forse non averebbero potuto formarsi bene ed insegnare meglio, in un mondo come il tuo dove gli studiosi e gli innovatori delle discipline umanistiche, storiche filosofiche e sociali fossero visti come dei parassiti.
    Mi piacerebbe una risposta, anche tenendo conto della mia precedente e sarebbero gradite delle scuse.
    G.

  29. Vado alla sintesi Gabriele e il riferimento “tutto ha un prezzo” volevo che, in parte, fosse positivamente inteso.
    Mi spiego al volo: non ho criticato le Scienze umanistiche nel loro insieme, nè gli umanisti, ho criticato la mancata selezione.
    Vedi io penso che se in un determinato contesto “la Ricerca” inserisci i Ricercatori più motivati ed innovativi, saranno loro i primi a dirti che, se si vuole comunicare anche solo un’allitterazione all’esterno, nel mondo reale, non ha senso studiare tutta la vita il ruolo delle scene di caccia nel Chrétien, meglio occuparsi di Pepsi.
    Con questa mia affermazione non intendo dire che mi piace la Pepsi 🙂 solo anticipare che nei prossimi mesi le Scienze Umanistiche della Comunicazione dovranno darsi una bella rinfrescata e iniziare a competere, anche in un megasito.
    Se le altre Facoltà vorranno seguire sarà un bene, se non vorranno, almeno inizieranno a capire cosa significhi essere selettivi, nero su bianco, o full colours.

  30. @Gabriele M.
    Mi duole ammettere che da umanista che constata la bulimia autolesionista di ricercatori umanistici devo ulteriormente rivalutare con lei l’importanza delle scienze umane se un’analisi semplice e piana come la mia, ma non per questo semplicistica né erronea, viene interpretata come un vulnus alle discipline umanistiche. Ma forse lei si è eretto a paladino della categoria del ricercatore e vede attacchi dove al massimo si tenta una difesa. Ma difesa non vuol dire fare quadrato, chiedere più finanziamenti o (ri)proporre come criterio di una ricerca umanistica l’arbitarietà di una commissione di peer reviews o la quantità di citazioni ricevute, perché in un lavoro umanistico è arduo decretare il successo o la sconfitta, a differenza di obiettivi scientifici. Comunque sia, resta da spiegare per quale ragione i finanziamenti non ci siano e non ci si può davvero nascondere dietro il rapporto ricerca/pil italiano, il cui meccanismo a pioggia finisce per punire le idee migliori. Non parliamo del privato, il cui ragionamento ho già spiegato.
    Da umanista quale sono, non capisco minimamente di cosa dovrei scusarmi nel descrivere una situazione di fatto, cosa ci sia di offensivo nel tentare di capire e spiegare cosa è bene attendersi e cosa è materia da unicorni. Ma se “sacca parassitaria” viene da lei interpretata come un’indebita generalizzazione che starebbe per “tutti i ricercatori umanistici sono parassiti”, allora lei non ha capito nemmeno gli interessi dei quali pretende di farsi rappresentante, sia pure su facebook. Rilegga con pacatezza il mio commento e forse potrà trovarvi la differenza che passa tra il descrivere e il condividere quella descrizione.
    Lei parte per la tangente e conclude con una apologia appassionata e biografica del ruolo delle discipline umanistiche. Una difesa inutile perché nessuno ha proposto di eliminare la formazione umanistica di insegnanti e studenti, né di svilire la sua importanza. Ma educazione non è Ricerca, è trasmissione. Sono ruoli diversi, non faccia l’errore di confonderli.
    Mi scuso per la risposta che non avrei dato alle sue opinioni precedenti, ma non mi sembrava né che lei avesse introdotto interrogativi, né che le sue osservazioni ponessero anche la minima soluzione al problema. Però se lei vuole smontare ciò che ho detto può provarci. Ma ha capito ciò che ho detto o ha replicato per riflesso condizionato?

  31. @Ugo,
    Sarebbe interessante sapere quale secondo lei (visto che il tu non le piace) potrebbe essere un buon criterio per stabilire il valore di una ricerca in ambito umanistico. Visto che lei e´un umanista sono sicuro che ne sa piu´ di me. In ambito scientifico impact factor, citation index e altri parametri sono spesso un buon punto di partenza nella selezione ma da soli sono comunque insufficienti.
    Mi era chiaro che lei non propone di eliminare la formazione umanistica ma dire che “per garantire una vita da ricercatore occorre diminuirne drasticamente il numero” in un paese in cui, come le ho fatto osservare il numero dei ricercatori e´ la meta´ che nel resto d´Europa non mi sembra certo una buona ricetta per incentivarla.
    La mia considerazione “biografica” serviva a evidenziare che senza ricerca in ambito umanistico (conseguenza ovvia dei tagli da lei auspicati) sarebbe ben difficile mantenere un livello culturale alto nel paese.

    Per quanto poi riguarda i meccanismi di finanziamento e di ingresso dei ricercatori sembra che sia necessario ripetermi. Evidente che i soldi non vanno dati a pioggia ma su progetti ben precisi e documentati. Evidente che vanno selezionati i migliori e ne va garantita la possibilita´di successo, i metodi che ho descritto nella mail a cui mi riferivo sopra, almeno all´estero funzionano bene. Ma queste cose le ho gia´ dette ed argomentate con qualche bozza di proposta.
    Partendo dalla osservazione che condivido con lei che il sistema accademico italiano vada cambiato in modo sostanziale le chiedo ora quali siano le sue concrete proposte a parte quella direi poco costruttiva di tagliare il gia´ basso numero di ricercatori,
    Saluti,
    G.

  32. Per approfondire l’argomento consiglio la visione di “The ghostwriter” di Roman Polanski (Gabriele dovrebbe averlo già visto perchè è stato presentato alla Berlinale).

    Vogliamo chela Ricerca Italiana sia competitiva sì o no?
    Se la risposta è affermativa, tagliamo il numero dei Ricercatori e scegliamo i migliori.
    Che la smettano certi parameci della cultura italiana di definirsi Ricercatori e con loro, i loro illustri tutori.

  33. @Eloisette
    Beh, qualche post fa avevo sperato che si potesse alzare il livello del dibattito, invece siamo arrivati a livello microscopico citando organismi unicellulari. Ma se abbiamo intorno parameci della cultura italiana (grazie eloisette, sto ridendo da 10 minuti per questa definizione), i loro “tutori” chi sono? Le amebe? O conosci altri organismi piu´ esotici?

  34. Guardate un po’

    http://web.mit.edu/newsoffice/2010/slideshow-origami-0408.html

    c’è un italiano nel team di Ricerca del Mit.
    Gabriele ti ho preso in parola, e sono arrivata al sole, ti basta come livello del dibattito?

  35. Eh si, un bel cambio di prospettiva eloisette. Sono sicuro che al MIT di ricercatori italiani c´e´ ne piu´ di uno e siamo davvero in tanti a lavorare all´estero, spesso in istituzioni prestigiose.
    Il che mostra che molti dei ricercatori italiani hanno la forza e la voglia di mettersi in gioco e accettare nuove sfide. Vorremmo solo potere giocare la nostra partita anche (ma non solo) in Italia. Per fare questo servono maggiori finanziamenti, aumento del numero dei ricercatori, revisione delle procedure in ingresso con abolizione dei concorsi e finanziamenti dipendenti dai successi raggiunti, competizione tra le universita´.
    Questo lo dico e lo diciamo, in tanti ricercatori in Italia e all´estero, da tempo.
    Purtroppo siamo molto, troppo, lontani da questa situazione.
    Questo e´il motivo per cui, all´inizio di questo dibattito, la realta´ zuccherosa dello spot ci ha irritato tanto.

  36. Va bene, vedo che Gabriele mi costringe a mettere in moto seriamente il cervello. Dai dati da lui citati, si fa riferimento alla nota ricerca di David A. King, consigliere scientifico del governo inglese, apparsa su Nature (14 luglio 2004, The Scientific Impact of Nations). Analisi datata, ma è ciò che il sito Ricercaitaliana ci propone per proporsi. Le tabelle 2007 vengono orgogliosamente esibite dai centri di ricerca italiana perché presenterebbero una produttività elevata per ricercatore (e il problema parrebbe ridursi al numero esiguo di ricercatori rispetto agli altri Stati, o al rapporto di spesa della ricerca in rapporto al Pil del territorio italiano).
    Proverò ora a dimostrare in estrema sintesi com’è facile barare con i numeri, svelando gli errori gravi di un’analisi come questa, o di approcci simili.
    Questi i dati: cifra stanziata da ogni Paese, numero di pubblicazioni per anno e per intervallo 1996-2007, pubblicazioni per ricercatore, numero ricercatori, numero pubblicazioni per ricercatore, citazioni per pubblicazione (http://www.lascienzainrete.it/node/480).
    Per capire un po’ meglio, diamo uno sguardo alle tabelle dell’OECD, sempre dell’anno 2007 (http://www.oecd.org/dataoecd/49/45/24236156.pdf).
    Dove sta l’errore nella ricerca di King? Nell’escludere due correlazioni fondamentali e omettendo un dato: numero di brevetti prodotti in assoluto (e per ricercatore), spesa media per ricercatore, distinzione tra pubblicazioni scientifiche e non.
    Affidandosi al metodo del numero di pubblicazioni (irrilevante, si può produrre a cavallo battente un gran numero di banalità) si istituisce un rapporto con il numero di citazioni per numero di pubblicazioni ritenendo di poter dedurre la qualità delle singole ricerche. Purtroppo in ambito scientifico, il vero correlatore significativo è il numero di brevetti prodotti, sia in ricerca applicata che in ricerca pura.
    Si consideri la percentuale di Pil spesa dagli Stati europei per la ricerca (Istat 2007, http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1%5Bid_pagina%5D=91). Non è vero che lo Stato italiano allocherebbe una percentuale di Pil così scandalosamente bassa rispetto agli altri Stati membri (0,6 vs 0,7 della Germania e della Francia, peggio dei Paesi scandinavi (0,9%) ma in linea con tutti gli altri). È invece vero che il mondo imprenditoriale in Italia non investe e vedremo di spiegare successivamente il perché.
    Vediamo ora di calcolare se la spesa media per ricercatore, dedotta dal Pil, ci dice qualcosa di più; prendiamo a esempio il dato degli Usa, come punto di riferimento economico assoluto, e confrontiamolo con Francia, Germania, Italia, Svezia (miliardi di euro/n°ricercatori):
    USA 376,9/1387000=271737
    Francia 43,7m / 204484=213708
    Germania 71,8 / 282063=254553
    Italia 19,6 / 82489=237607
    Svezia 13/55729=233271
    Come si vede l’Italia non produce significativamente di più a parità di risorse allocate, addirittura la spesa media per ricercatore supera la blasonata Svezia e la Francia, tallonando di poco la Germania. Comunque il dato serve a capire che non pare un problema di risorse medie spese per ricercatore
    Ma tutto questo sarebbe inutile senza dire quale sia la proporzione tra brevetti prodotti da, prendiamo per esempio, la Germania e l’Italia (dato 2005): 90000 a 10000. Un rapporto di nove a uno. (http://www.ufficiobrevetti.it/brevetti/brevetto_europeo.htm; http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=3740; http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/ricerca-tagli/ricerca-crisi/ricerca-crisi.html). Perciò se la spesa media per ricercatore è alta e proporzionale agli altri Stati leaders nella ricerca, vuol dire che, data la scarsità dei brevetti: 1) I progetti-ricerca sono troppi e succhinao risorse che andrebbero concentrate in singoli specifici progetti; 2) Alcuni ricercatori sono eccellenti, altri spendono senza produrre; 3) Gli umanisti sono troppi rispetto ai non, intercettando gran parte della spesa progetto.
    Vediamo di trarre qualche conclusione. Sebbene lo Stato venga vituperato e addossato di ogni responsabilità in merito alla spesa sulla Ricerca, la responsabilità primaria l’hanno le imprese e il loro mancato gettito al settore del R&D, perché davvero è qui che le percentuali di spesa sul Pil si divaricano tra Italia e altri Paesi (ie % spesa totale vs % spesa imprese: Svezia (3,6; 2,7); Germania (2,5: 1,8); Italia (1,2; 0,6), etc.).
    Inutile nascondersi dietro il confronto numerico tra i ricercatori italiani e quelli di altri Paesi europei (ie 82000 vs 282000 in Germania, caso più eclatante) senza confrontare la percentuale relativa tra spesa governativa e spesa industriale.
    In Italia non vi sono numeri significativi di realtà industriali ad alta tecnologia dall’epoca degli Olivetti e della Petrolchimica, quindi non c’è mai stata dalle imprese la volontà a incentivare la formazione scientifica in fase di scolarizzazione. Le responsabilità sono nell’ordine: 1) Capitalismo italiano e della sua natura manifatturiera; 2) Disinteresse economico di multinazionali straniere a investire nel territorio italiano sulla produzione di tecnologia.
    Lo Stato italiano, d’altronde non ha contrinuito a farsi carico del rinnovamento della filosofia Gentile, che assegna al mondo umanistico il primato della conoscenza – e il numero ridicolo di matricole che ogni anno si iscrivono a materie scientifiche lo dimostra, tanto che 3 anni fa i dipartimenti di matematica italiani esentavano dal pagamento delle tasse i primi anni di università, per penuria di iscrizioni. È abbastanza ovvio che laddove le Facoltà scientifiche sono scarse di iscritti, scarso sarà il loro peso nella distribuzione della torta, e scarso il loro peso politico.
    Tra l’altro, il vero punto offensivo della campagna di Banca Intesa è stato cavalcare l’idea mitica che un ricercatore possa avviare un processo di start-up imprenditoriale, generalizzando l’ascesa di un Bill Gates o di una coppia alla Brin-Page, come se un vincente all’enalotto fosse preso a modello collettivo di un metodo di guadagnar denaro. Un ricercatore, al massimo, può dar vita a uno spin-off imprenditoriale ma solo quando è chief executive di una società 🙂
    Torniamo alle lamentele del nostro researcher. Come giustamente ricordato da Gabriele, il ricercatore si suddivide in scholar e scientist. Tuttavia il fatto che i due termini in Italia non siano usati se non con l’epiteto comune di ricercatore, ne agglutina le lagnanze. Lo scholar umanista fa il precario e si lamenta del posto indeterminato che non avrà mai. Il scientist si lamenta di uno stipendio che all’estero è più sostanzioso e di attrezzature che non ha e che non gli permettono la prosecuzione della sua ricerca in tempi utili. Problemi diversi. Ma ciò che è bene capire è che la percentuale di scholars in Italia è molto alta in rapporto agli scientists, e che per campare dei soldi governativi o delle fondazioni bancarie, le uniche a stanziare quantità rilevanti di denaro in progetti umanistici, occorre diminuire il numero.
    Occorre invece aumentare il numero degli scientists, e mi congratulo per la scelta fatta da Gabriele nella sua laurea e Phd. L’unica speranza non consiste nel richiedere utopicamente l’innalzamento dei fondi di un Governo che in definitiva già stanzia poco meno di quel che dovrebbe, perché per colmare il gap tra numeri di ricercatori italiani e stranieri si potrà fare affidamento solo sulla spesa dell’industria, che paga per avere brevetti, non le scene di caccia in Chrétien de Troyes. Perciò lo sapzio a disposizione per ulteriori ricercatori non scientifici (hard) è nullo.
    Infine ricordo che non c’è alcuna correlazione tra ricerca in ambito umanistico e livello culturale di un Paese. Ciò che è importante è formare, educare e trasmettere il già noto a una popolazione la cui ignoranza è abissale. La ricerca in ambito umanistico la fanno gli scrittori, i pittori, i poeti, i commediografi, i musicisti…Non è l’ennesima ricerca sull’ombelico di Heidegger che arricchirà un Paese e la sua civitas. Sarebbe come dire che i records della nazionale olimpica migliorano la consapevolezza e la frequenza dello sport nei cittadini di quella Nazione. Ma l’analogia è imperfetta, perché i ricercatori umanistici non hanno la visibilità mediatica, né fanno alcun record. Nel migliore dei mondi possibili ognuno ha diritto alla professione che desidera e a un equo corrispettivo per il lavoro che fa. Tuttavia, se la torta è piccola, o si impara a fare gli asceti o si accettano alla tavola solo un numero di commensali adeguato. Altrimenti, o si muore di fame o si diventa Conti Ugolino. Meglio essere onesti e rimanere piccoli Ugo senza diminutivi.

  37. Gabriele non pensi che tu sei all’estero proprio perchè, qui, in Italia, c’è qualcuno che occupa quel posto che potrebbe essere il tuo, in modo ingiusto?

    La soluzione più intelligente mi sembra quella di Ugo.
    Non ti sei chiesto come mai questo post è stato commentato da pochi Ricercatori Italiani, pochissimi dell’ambito “Comunicazione”?

    Sanno tutti “come”, “dove” stanno e soprattutto “perchè”.
    Secondo me è arrivato il momento di rendere più competitiva la Ricerca in Italia.
    I finanziamenti, dammi retta, poi arrivano, certo non puoi chiederli con simili presupposti.

  38. Sottotitolo per i non udenti
    Il mondo umanistico può credere di applicare parametri inutili come impact factor o citation index, ritenendo così di aumentare la meritocrazia nell’allocazione delle risorse. Purtroppo occorre capire che poiché l’approfondimento umanistico, per sua natura, non può decretare il successo o l’insuccesso assoluto di un’obiettivo prefissato o scoprire per serendipità, a differenza di scienza e tecnologia. Perciò sarà sempre soggetto all’arbitrarietà di una commissione nello scegliere progetti e ricercatori, e l’unico auspicio è sperare che i loro membri siano professori di altissima qualità e rigore morale. Comunque il meccanismo sarà sempre per cooptazione, o investitura soggettiva.
    Un mio dubbio che vale SOLO per mondo umanistico, su cui mi piacerebbe sapere il parere di Gabriele e naturalmente delle altre persone, riguarda l’obbligatorietà per diventare professore universitario d’essere anche ricercatore. Ci sono professori bravissimi che onestamente non sono bravi ricercatori e viceversa, o che hanno materie in cui il nuovo emerge in tempi biblici. Ma con il ricatto del publish or perish sono costretti per insegnare a pubblicare di continuo, a ripetersi, a rendere oscura e farraginosa la propria prosa per dissimulare il già detto fingendo che sia nuovo. Il contrario di ciò che facevano gli Scolastici. Forse occorrerebbe distinguere Ricerca e insegnamento, stabilendo criteri e ruoli diversi, assorbendo insegnanti che oggi sono precari ma senza forzare le casse e le categorie linguistiche della Ricerca, che ha altri ruoli.

  39. Scusate il paio di refusi e gli anacoluti, l’argomento mi appassiona ma scrivo con il palmare e il T9 🙂

  40. Domanda retorica: società di che tipo? 🙂

  41. Prima aspettiamo il parere di Gabriele 🙂

  42. Visto che è passato un ampio quarto d’ora accademico e Gabriele è disconnesso, dico la mia, Ugo 🙂
    In ambito universitario, per me, è essenziale che una futura Professoressa sia stata e continui ad essere un’ottima Ricercatrice, e, stando ai dati sopra riportati e alle tue osservazioni susseguenti “continuo ripetersi…rendere oscura e farraginosa la propria prosa (etc)”, non sarà difficile identificare da parte della commissione di Probiviri Umanistici chi sia la candidata migliore.

  43. Cos’è, Ugo, non ti va più il T9?
    Evita di fare il maschilista, se la logica è logica, con l’ultima affermazione che hai fatto ti sei giocato la bella spatafiata sulla meritocrazia, sull’IQ, sulla memoria, sulla selezione e sulla riduzione del numero dei Ricercatori, requisito indispensabile quello di Ricercatrice per diventare Docente Universitaria, almeno in Italia, almeno fino ad oggi, domenica 11 aprile 2010.
    Salvo che tu non voglia cambiare le regole del gioco, ma a me il Conte Ugolino è sempre piaciuto.

  44. @Eloisette
    Sei impazzita?

  45. Che bello! Dopo un po´ di incomprensioni ecco un dibattito davvero stimolante. Mi scuso anzitutto per non avere citato il sito Ricercaitaliana e l´articolo di Nature li´ richiamato, ero di fretta quando ho scritto il post. Molto interessante e condivisibile l´analisi di Ugo al riguardo.
    Sapevo che le industrie italiane investono molto meno in ricerca che nel resto dei paesi avanzati ma onestamente non conoscevo i numeri. Il testo di Ugo mi e´ dunque davvero utile per future riflessioni sul tema.
    Non conosco le statistiche ma almeno durante gli anni dei miei studi le matricole nelle facolta´ scientifiche andavano via via diminuendo. Direi che non c´e´ da stupirsi, se anni di fatiche non producono nessun miglioramento nella ricerca di un impiego, i corsi di laurea di “hard sciences” attrarranno esclusivamente pochi entusiasti. Al limite ci si iscrivera´ a ingegneria.
    A quanto immagino, i paesi dell´area UE si sono impegnati a raggiungere il gia´ citato obiettivo del 3% di PIL investito in ricerca anche perche´ la competizione economica con le “tigri asiatiche” non puo´ reggersi sulla riduzione dei costi della manodopera ma deve passare da produzioni ad alto contenuto tecnologico.
    Il nostro paese non ha abbastanza matricole nella facolta´ di scienze, non ha una industria che incentivi la ricerca e ha un sistema universitario inefficace nel reclutamento dei ricercatori, il rischio di finire male e´ forte!

    Che fare? Certo non si puo´ cambiare il sistema industriale in un giorno e non sono neanche convinto che se per magia da domani avessimo le migliori facolta´ di scienze del mondo questo aiuterebbe a risolvere il problema. Anzi, il rischio sarebbe quello di creare laureati iper-qualificati che non potrebbero trovare adeguata collocazione nel mondo del lavoro se non emigrando. In qualche misura questo gia´ succede.
    Credo che si debba tentare di riformare la nostra universita´ garantendo che le posizioni da ricercatore e docente siano occupate da persone capaci di affermare nuove linee di ricerca e di gestire e motivare un gruppo di post-doc e dottorandi. Gruppi giovani e indipendenti con una gerarchia snella e chiara sono un buon incubatore per formare ricercatori ambiziosi e responsabili.
    Credo anche che misure economiche forti andrebbero adottate a livello governativo per incentivare gli investimenti industriali in ricerca e forse addirittura misure punitive andrebbero adottate in caso contrario. Forse dobbiamo guardare agli industriali che non investono in ricerca come a dei moderni latifondisti, e impegnarci per affermare un sistema diverso e piu´ moderno. Difficile in un paese che si basa sulla piccola industria ma almeno da provare.

    Su “scientists” e “scholars”, davvero il rapporto numerico tra i secondi e i primi e´ maggiore di 1? E qual e´ il rapporto nel resto dell´UE, Ugo ha dei numeri e delle fonti al riguardo?
    Dal mio punto di vista la fusione di tutto nella definizione di “ricercatore”, pure imprecisa e a volte fuorviante, puo´ essere funzionale per evidenziare i comuni problemi strutturali dell´universita´ italiana. In una parola l´immobilita´. A quanto conosco della realta´ americana anche per le facolta´ umanistiche e´ prevista la trafila laurea, dottorato, uno o due post-doc in genere in tre istituti (e spesso in tre citta´) diversi. Per quanto questo possa essere difficile sul piano della vita privata e´ in genere un buon metodo per sviluppare idee e progetti innovativi. L´accomunare “scientists” e “scholars” nella stessa categoria e il sottolineare come siano selezionati piu´ per fedelta´ che per originalita´ da forza alle istanze che spero riusciremo a sostenere nei tempi a venire.

    Altrettanto interessante la considerazione su ricercatori e docenti che io estenderei anche oltre
    l´ambito umanistico. Per definizione chi ricerca non sempre trova. Ma nel processo di ricerca si impara molto e si impara spesso a trasmettere il sapere. Questo pero´ non vuole dire che per essere un buon docente si debba essere a vita anche un buon ricercatore. D´altro canto si puo´ essere grandi ricercatori e avere l´abilita´ di trasmettere il sapere dei gia´ citati parameci. Capita che docenti brillanti nella ricerca siano costretti a carichi didattici eccessivi e capita che intellettuali che hanno imparato tanto ma non hanno trovato nulla di nuovo siano forzati a pubblicare qualunque bischerata per avanzare nella carriera. Sono convinto che ricerca e insegnamento si aiutino a vicenda e che le figure non vadano separate. Pero´, per insegnare matematica a scienze della formazione primaria o fisica a scienze infermieristiche (nessuno ha il coraggio di definirsi scienziato ma oggi tutti i corsi di laurea sono scienze di qualcosa) forse sarebbe meglio avere qualcuno che voglia dedicare la maggior parte del suo tempo alla didattica.
    Non ha molto senso che un associato con lavori su Nature e Science debba spendere una massiccia quantita´ del suo tempo in didattica e non ha senso che per fare principalmente didattica si venga selezionati sulla base di impact factor o simili parametri e non per il desiderio e la capacita´di insegnamento.
    Grazie del suo post Ugo, spero questa discussione continui.

  46. Post Scriptum @Eloisette
    Sono all´estero perche´ ho seguito i miei interessi e ho scelto di lavorare in un laboratorio dove potere sviluppare nuove abilita´ e crescere nuovi saperi. Per mia fortuna ho fatto il dottorato in italia in un centro privato dove la mentalita´ e´ molto diversa che in universita´ e il principio “resta e sarai premiato” non viene applicato.
    Se poi un giorno vorro´ tornare in Italia non lo so, dipendera´ da tanti fattori anche personali. Pero´ quello che mi piacerebbe e´avere almeno la possibilita´ di tornare e trovare una realta´ evoluta e funzionante. Questo e´ il senso del tempo che sto iniziando ora a dedicare a questo problema. Sono convinto che se i ricercatori delle universita´ italiane che vivono sulla loro pelle il problema della “fedelta´” ad una linea di ricerca e gli italiani all´estero che se ne sono emancipati si muoveranno insieme le cose potranno cambiare.
    Poi, certo, io sono un ottimista. Non un ottimista da spot ma, temo, anche piu´ ottimista di uno spot. Ma questo serve!

  47. Gabriele, spero di trovare un paio di orette per “ricercare” tutti i rapporti tra finanziamenti umanistici e non, all’interno degli Stati Europei. Sono già persuaso dai corollari delle mie analisi che la spropozione sia enorme, e proprio in deduzione della composizione percentuale nelle iscrizioni universitarie, dei licenziati laureati, e del peso economico della ricerca industriale degli altri Paesi, denaro che non finanzia alcun progetto umanistico. Penso di cominciare dal sito del MIUR, che già ho visitato per buttar giù il mio commento precedente, e che nella compilazione dei bandi mi ha già fatto sorridere non poco – andate alla pagina dei programmi di ricerca di interesse nazionale e scoprirete il sottotitolo, questo sì, tutto un programma: DIPARTIMENTO PER L’UNIVERSITA’, L’ALTA FORMAZIONE ARTISTICA, MUSICALE E COREUTICA E PER LA RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA DIREZIONE GENERALE PER IL COORDINAMENTO E LO SVILUPPO DELLA RICERCA.

    Forse, ancora una volta, il metodo migliore per differenziare istruzione e ricerca ce lo insegna la Matematica. A differenza di tutte le altre branche del sapere, la massima onorificenza conseguibile dal ricercatore viene conferita con un occhio di riguardo all’annientamento di ogni gerarchia, gregariato o sfruttamento.
    La medaglia Fields, infatti, non solo viene attribuita ogni 4 anni ma non può per statuto essere conferita a chi abbia superato i 40 anni di età. Non valgono attenuanti, fosse anche la dimostrazione da parte di un 40 enne + un giorno della teoria quantistica del campo di gauge Yang-Mills – infatti il Wiles risolutore del teorema di Fermat non ottenne il premio perché alla prima imperfetta dimostrazione aveva meno di 40 anni mentre la pubblicazione della dimostrazione esente da errori avvenne dopo tale età.
    Le ragioni sono semplici: la Ricerca matematica è agonismo per giovani; il potere si conquisterà pure per anagrafe ma il metodo scelto per la Fields annulla la possibilità che il potente usi il cervello del talentuoso per ottenere una fama immeritata.
    Tuttavia per l’universo umanistico questi criteri sono assolutamente inapplicabili per le ragioni già ampiamente discusse. Se l’idea di Eloisette di un megasito è valida, lo è solo come vetrina a uso e consumo delle imprese alla ricerca di progetti compatibili con i propri profitti. Al contrario, per le discipline umansitiche è un’arma spuntata e proprio perché la soggettività nel ritenere valido o meno un progetto da finanziare resta intatta.

  48. Ugo rivolgo a te la stessa domanda:
    sei impazzito a chiedermi se sono impazzita?
    Ragiono, e fin troppo bene, e questo lo sperimento ogni giorno di più.
    Ti ringrazio per aver riconosciuto che la mia idea sul megasito è valida, oooh come ti ringrazio, troppa grazia Sant’Antonio, ma, aggiungo, non solo come orientamento per le imprese.
    Multipolare in una società bipolare, ecco come mi va di autodefinirmi.
    I progetti per le discipline umanistiche da finanziare li so intuire in anticipo, per quelli esistenti, riconoscere.
    Gabriele a me fa molto piacere che tu stia in Germania, l’avamposto italiano in Prussia.
    Quando vorrai tornare, fai come se fossi a casa tua, sai stanno per costruire un bel pacco di centrali nucleari qui da noi, sia mai che riescano a distruggere in maniera definitiva anche il mare. Un biologo serve sempre, come ai tempi del Vajont servirono gli ingegneri.
    Intanto continua a spulciare i numerini che ti ha dato Ugo.

  49. @Eloisette
    “Cos’è, Ugo, non ti va più il T9?
    Evita di fare il maschilista, se la logica è logica, con l’ultima affermazione che hai fatto ti sei giocato la bella spatafiata sulla meritocrazia, sull’IQ, sulla memoria, sulla selezione e sulla riduzione del numero dei Ricercatori, requisito indispensabile quello di Ricercatrice per diventare Docente Universitaria, almeno in Italia, almeno fino ad oggi, domenica 11 aprile 2010.”

    Eloisette, nessuno mette in discussione la tua intelligenza, quando è usata. Ma proprio in virtù dell’apprezzamento delle tue idee e della padronanza del settore Comunicazione, ti è richiesto un uso dei registri consono ai tuoi interlocutori. Proprio per questo le tue sparate confidenziali in cui dai del maschilista per boutade, come se parlassi a tuo cugino, non è apprezzata, non fa ridere, e al massimo richiama il desiderio di irriderti – facile ma inutile. Non perdi nulla del tuo charme intellettivo se eviti di provocare a cazzo di cane.

  50. Ugo come faccio ad utilizzare un registro come dici tu “consono ai tuoi interlocutori” se non so chi siano i miei interlocutori ( 🙂 ), utilizzo un registro passe partout che può funzionare con tutti, compreso l’uomo o la donna della strada.
    Facevi il figo con il T9, e ho pensato di fartelo notare.
    Non penso sia una buona idea quella del circuito chiuso dell’IPad, è asfittica in riferimento alla democrazia dell’universo Rete ed Internet, ha ragione Cafonauta.

  51. Solo per questa volta rubo spazio al thread per una considerazione privata.
    @eloisette
    “Ugo come faccio ad utilizzare un registro come dici tu “consono ai tuoi interlocutori” se non so chi siano i miei interlocutori ( 🙂 ), utilizzo un registro passe partout che può funzionare con tutti, compreso l’uomo o la donna della strada.”
    Brava, così dicendo dimostri di essere una peracottara della comunicazione, incapace di ricostruite gli autori modello che vai leggendo, costretta a far gaffes o a lanciare provocazioni autoreferenziali, a parlare per parlare, senza sfruttare nemmeno l’intelligenza di chi ti parla, senza nemmeno accorgerti di essere multipolare, come ami definirti, ma sulla semisfera di una capocchia di spillo. Se giustificare per rispetto di chi li legge un paio di refusi e sintassi non concluse adducendo il T9 è fare il figo, beh, è la ratifica del tuo handicap, costretta a insistere con il tuo passepartout interpretativo verso porte che non si sono mai aperte e continueranno a restarti inaccessibili.

    “Non penso sia una buona idea quella del circuito chiuso dell’IPad, è asfittica in riferimento alla democrazia dell’universo Rete ed Internet, ha ragione Cafonauta.”
    Sulla comprensibilità di questo periodo, di converso, la porta resta inaccessibile alle chiavi interpretative altrui, compresa la mia. Ma forse dovremmo chiedere la combinazione a Ermete Trismegisto, che sicuramente ne avrà capito il senso.

  52. Ugo sei solo un povero kamikaze deficiente imbottito di parole e numeri, e da gentaglia come te non ci si arrischia neanche ad accettare un caffè, altro che “porte aperte”.
    E poi che cazzo di autorità credi di avere tu per decidere l’accessibilità o meno.
    A me fai pena, ma vedo che ululi con protervia il tuo dogma.
    Peracottara? Meglio essere peracottara che una pera cotta come te.

  53. Commenta lo spot sulle mutande elastiche che fai più bella figura Ugo Paleolitico.

  54. Salve a tutti,

    Ugo, hai tutta la mia stima, trovo anche stavolta i tuoi interventi corposi e pertinenti.

    Per la diatriba accesasi, direi che chi più ne ha, più ne usi.

    Enjoy,

    V

  55. Arriva, stantia abitudine, la claque.
    Prosit.
    Et cetera.

  56. @eloisette: ti parli addosso, troppo spesso. Le tue ultime frasi finalmente ti mostrano per quella che (qui) sei: un’irascibile sofista-iconoclasta.
    Questo blog penso abbia bisogno di costruttività e non di distruttività.
    Leggi, fai un bel respirone, conta fino a 10^n, poi commenta pure.

  57. Ma chi sei qui tu mah? Sei forse la direttrice di questo blog?
    Quali sono i bisogni di un blog, ammesso che ne abbia?
    E se conto fino a nove che succede, qui si diventa iconoclasti con poco, per te.
    Comunque mi sembra che l’argomento sia stato esaurito, complimenti a tutti.

  58. Pingback: Requiem « Marketing Park

  59. Quello che mi stupisce è che nessuno sia intervenuto sul mio “credo che l’argomento sia stato esaurito”, notevole, si vede che ritengono sia così.
    E no, questo è solo l’inizio, un po’ come il requiem di Titti che nella liturgia segna sempre un inizio.

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