Il Web 2.0 può migliorare la PA?

Sono sempre più numerose le persone che, prima di fare un acquisto o un viaggio, consultano su Internet i commenti dei consumatori su questo o quel prodotto, hotel, itinerario (vedi ciao.it, venere.com, tripadvisor.com e affini). È una forma di user generated content che c’era già prima che nel 2005 Tim O’Reilly – fondatore di O’Reilly Media – inventasse l’etichetta di Web 2.0 (trovi QUI la traduzione italiana dell’articolo originario).

Sono reduce da una conferenza sulla comunicazione politica a Edinburgh, dove ho scoperto che in United Kingdom alcuni privati stanno tentando di trasferire alla pubblica amministrazione ciò che già funziona per gli acquisti e i viaggi, costruendo siti in cui i cittadini possono esprimere le loro opinioni su questo o quel servizio pubblico.

Nel settore sanitario, per esempio, su www.iwantgreatcare.com e www.patientopinion.org.uk i pazienti e i loro familiari possono lasciare commenti su come si sono trovati in questo o quell’ospedale, questo o quel reparto, con questo o quello specialista.

A onor del vero questi due siti non sono un granché e, non a caso, sono frequentati pochissimo. Il che è particolarmente grave, in un paese come il Regno Unito, in cui il 70% della popolazione usa Internet (contro il nostro 55%).

Ma l’idea mi pare splendida. Da copiare.

7 risposte a “Il Web 2.0 può migliorare la PA?

  1. Ciao Giovanna, grazie per un altro prezioso post. Solo per segnalarti che nei prossimi giorni anche in italia arriva una derivazione di Patient Opinion.

    Io li ho incontrati e hanno davvero un bel progetto sul tavolo.

    Ti segnalo i riferimenti in DM se vuoi approfondire la cosa.

  2. Splendida, se non c’è moderazione con regole strettissime e se la PA usa le critiche (e le lodi) per migliorarsi e non per querelare e mettere in difficoltà chi critica.

    Non so in UK, ma dalle mie parti la voglia di ascoltare le critiche proprio non c’è, nella PA. Neanche quelle costruttive, figuriamoci le altre…

  3. Ci sarà qualche idea che ha funzionato anche ad Edinburgh che ti ha colpito e che potremmo copiare anche qui, più che flop, copiamo i flip?
    A me piace, in tema di comunicazione politica, l’operazione trasparenza fatta dalla britannica BBC in “democracy live”.
    Ma i nostri local politicians sono più sordi dei sordi in questa direzione.
    Leggevo oggi da Gilioli che il Pd fa ammuina sul discorso referendum abrogativo per il legittimo impedimento.
    Il loro consueto coraggio è una spiegazione alla situazione nella quale si trovano.
    Non ho ancora sentito un tuo parere Giò sulla situazione Rai, se pensi che sia giusto che un’azienda pubblica sia il megafono del potere politico italiano.
    Perchè da questo blog non iniziamo a modificare geneticamente quel pachiderma atrofico chiamato Rai?
    Come mai i dirigenti Rai non mettono i loro cv e gli indirizzi della loro reperibilità, comprensivi dei loro stipendi e del deficit dell’azienda, in Rete sul sito dell’azienda in modo da capire se hanno le qualifiche per starsene lì? A me sembrano tutto fuorchè comunicatori.

  4. Un altra domanda: gli utenti che pagano il canone Rai diventano azionisti della baracca?

  5. Un’altra domanda ancora: perchè Napolitano firma tutto il firmabile e non? Stiamo assistendo ad un product placement, ne è consapevole il Presidente Napolitano?
    Come mai Scalfaro e Ciampi furono oppositori e Napolitano no?

  6. Eloisette, l’esempio che ho portato nasce da un’idea eccellente. La realizzazione non è efficace, ma mutatis mutandis può essere ripresa e diventare fantastica.

    Tornerò sul tema, prometto.
    E dirò anche di altro che ho visto in UK. 🙂

    Quanto al resto… pant, pant: da soli con questo blog non smantelliamo niente della Rai, mi spiace.
    🙂
    Appena riesco rispondo alle altre domande, magari con qualche post.

  7. Cara professoressa Cosenza, mi fa piacere ritrovarla sul web a proposito di un tema, quello della comunicazione pubblica, che mi tocca oggi da molto vicino…
    Trovo che la problematica centrale di questa materia, come lei giustamente sottolinea, sia quella dell’engagement degli utenti, ovvero dei cittadini, che si rivolgono alle amministrazioni solo per manifestare disagi, disservizi, situazioni critiche. Sarebbe auspicabile invece che il web divenisse veicolo di partecipazione, luogo di scambio di proposte se non addirittura vero e proprio strumento di azione politica, mezzo per condividere la gestione delle risorse. Ci sono alcuni esempi illuminanti che hanno già battuto queste strade seppure in direzioni molto diverse, come gli esperimenti di participatory budgeting in Brasile (di cui si occupa Tiago Peixoto -www.twitter.com/participatory- dell’EUI di Fiesole) o l’ufficio del turismo delle Canarie che ha coinvolto giovani cittadini in veste di ambasciatori nell’ultima campagna di promozione (http://www.nowinterblues.com/).
    Si tratta comunque di una sfida: come creare coinvolgimento p(rop)ositivo su temi di pubblico interesse?

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