Archivi del mese: maggio 2010

Forme e spazi della comunicazione

Forme e spazi della comunicazione. È così che si intitola il volume appena uscito da Clueb in onore della collega e amica Marina Mizzau e curato da Renata Galatolo e Roberta Lorenzetti.

Il lavoro raccoglie i contributi di amici, colleghi, allieve e allievi di Marina Mizzau che, in segno di affetto e stima, trattano i molti temi su cui lei ha proficuamente lavorato nella sua lunga carriera universitaria e su cui ancora sta lavorando.

Queste sono le sue aree di interesse principali (che corrispondono alle tre sezioni del volume): (1) l’analisi della comunicazione in situazioni di interazione; (2) l’analisi di testi letterari in chiave di psicologia della comunicazione; (3) il rapporto fra linguaggio verbale e comunicazione.

Al volume hanno contribuito: Luigi Anolli, Carla Bazzanella, Fabrizio Bercelli, Marino Bosinelli, Cristina Cacciari, Renzo Canestrari, Nicoletta Caramelli, Roberto Caterina, Silvana Contento, Giovanna Cosenza, Umberto Eco, Franco Farinelli, Pier Luigi Garotti, Paolo Leonardi, Roberta Lorenzetti, Luisa Lugli, Marinella Manicardi, Giuseppe Mininni, Franca Orletti, Pio Enrico Ricci Bitti, Ilaria Riccioni, Stefania Stame, Gabriella Turnaturi, Patrizia Violi, Andrzej Zuczkowski, Valentino Zurloni.

Per gentile concessione dell’editore Clueb e delle curatrici del volume, puoi scaricare da qui il pdf del mio pezzo, che si intitola «Frammenti, storie, scrittura. Intervista come vera».

Questo è l’indice del libro.

Questa infine è l’introduzione di Renata Galatolo e Roberta Lorenzetti.

Miriam Mafai, le donne, la politica

Leggevo ieri, in un’intervista di Iaia Caputo a Miriam Mafai:

Caputo: «Tu non sei mai stata femminista, anzi, tra la tua generazione [Mafai è nata nel 1926] e le più giovani donne del movimento ci sono state a lungo distanze, incomprensioni, persino inimicizia. Secondo te, dove sbagliavano?»

Mafai: «Personalmente sono ancora d’accordo con quello che scrisse Simone De Beauvoir, e cioè che donna non si nasce ma si diventa, mentre il femminismo esalta la differenza. E anche se riconosco che ha portato alla luce temi che forse non avremmo fatto emergere con la stessa forza, purtroppo il femminismo nella vita politica ha inciso pochissimo, almeno nel senso che non ha portato a una maggiore presenza delle donne sulla scena pubblica.

Dove sbagliava? Lo dirò con una battuta: se ti siedi a un tavolo dove stanno giocando a poker e dici che vuoi fare un gioco diverso, ti rispondono: “Fatti un altro tavolo”.

La politica è, se vuoi, questo orrore: un insieme di passione autentica, di intelligenza vera, e poi anche di intrigo, di ambizione. Non vedo come le donne possano introdurvi elementi diversi: se vogliono far politica quelle sono le regole, se non piacciono bisogna fare un’altra cosa: volontariato, associazionismo.»

(I. Caputo, Le donne non invecchiano mai, Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 64-65.)

Scappo a Far Game. Mi attende una giornata intensa. Questa.

Studenti&Reporter 9 – Il futuro degli studenti

Oggi l’inchiesta di Studenti&Reporter, uscita su Repubblica Bologna, riguarda le difficoltà di inserimento dei neolaureati nel mercato del lavoro italiano, le cui condizioni di depressione cronica si sono ulteriormente aggravate con la crisi economica.

E infatti, un buon numero degli studenti che abbiamo intervistato già immaginano di fuggire all’estero.

Qui c’è l’inchiesta, condotta da Daniele Dodaro, Laura Mazzanti, Gloria Neri, Marco Salimbeni, Aura Tiralongo:

Lasciare l’Italia è il modo migliore

E questo è il mio pezzo introduttivo (Laureati e lavoro al tempo della crisi), che per comodità riporto anche qui:

Negli ultimi mesi a Bologna e in Emilia-Romagna si sono moltiplicate le iniziative di riflessione e dibattito sul rapporto fra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, in svariate direzioni.

C’è il problema dell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro: quanti sono i laureati che trovano subito lavoro? E che tipo di lavoro trovano? Quanto pagato?

C’è il problema della meritocrazia: per lavorare contano più il merito e la preparazione o le raccomandazioni?

C’è infine il problema della ricerca: Bologna è fra i primi 200 atenei finanziati dall’Unione Europea e nel 2008 era al secondo posto, in Italia, nell’ottenimento di finanziamenti nazionali PRIN, uno solo in meno della Sapienza di Roma, al primo posto.

Ma la situazione della ricerca italiana è allarmante: l’Italia spende solo l’1,1% del Pil in ricerca (dati OCSE), la metà dei paesi del G7 (2,2%) e ben al di sotto della media di investimenti dell’Europa allargata a 27 paesi (1,76%).

Nel contesto italiano l’Università di Bologna sta meglio di altre: i dati 2009 dell’osservatorio Alma Laurea dicono che il 50% dei nostri neolaureati, a distanza di un anno dalla laurea, ha già trovato lavoro, mentre una percentuale rilevante di quelli che non lavorano (il 28,6%) sono impegnati in ulteriori corsi di formazione o periodi di praticantato, e solo il 16,7% cercano e non trovano.

Ma a ben guardare i giovani trovano più contratti atipici (49,9%) e meno lavori stabili (32,1%), con un guadagno medio netto di 1.138 euro al mese per gli uomini e 913 per le donne, che non è molto.  Non sono tutte rose e fiori nemmeno a Bologna, insomma.

Non stupisce allora che il dibattito prenda sempre più spesso in considerazione il problema dei “cervelli in fuga”: giovani che decidono di abbandonare il paese per trovare lavoro o fare ricerca all’estero, dove si aspettano – e spesso trovano – stipendi d’ingresso più alti e carriere più rapide e meritocratiche. Data la situazione, abbiamo deciso allora di chiedere agli studenti come immaginano il loro futuro: pensano di lavorare in Italia o sono già pronti a fuggire all’estero?

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Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 8 – Bologna e i suoi giovani, fra graffiti e hip hop, 13 maggio 2010

Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti, 21 aprile 2010

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine, 31 marzo 2010

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra, 17 marzo 2010

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

La seduzione del caffè Borghetti

Mi scrive Giuliana, a proposito dell’ultimo spot di Caffè Borghetti: «Cara Giovanna, navighiamo in un mare di volgarità, ma questo l’hai visto? O sono io esagerata?»

Così le ho risposto:

Lo spot non è originale, perché punta come sempre sulla bellezza di un corpo femminile e sul richiamo sessuale.

Ma rappresenta una scena di seduzione attiva da parte di una donna. Ed è retto da una microstruttura narrativa, in cui per giunta due ragazzotti hanno la faccia da fessacchiotti, mentre la ragazza ha la faccia furbissima.

Inoltre, per una volta abbiamo una sola donna e due uomini, dunque abbiamo scampato la situazione tipica inversa, che rimanda all’harem.

Quando ho qualche dubbio, faccio sempre la prova di commutazione e mi chiedo: ci potrebbe stare un uomo bellissimo al posto della ragazza ? In questo caso potrebbe. Infatti, di spot con ragazzi splendidi che fanno girare la testa alle passanti, ne abbiamo visti.

Insomma, il problema non è l’uso del corpo in sé: il corpo è importante per tutti e l’ammirazione per la bellezza non va demonizzata. Tuttavia, in un paese in cui quasi tutte le campagne abusano del corpo femminile, siamo talmente stanchi, talmente nauseati, che ormai qualunque esibizione di corpo e bellezza ci pare offensiva per chiunque quel corpo non ce l’abbia.

Certo, anche nel caso Borghetti ci sarebbe da fare il lungo discorso sull’omologazione del corpo perfetto che ancora una volta ci viene proposta: tutti con certe forme, certe proporzioni, capelli, bocche, sguardi. Anche i due ragazzi, a ben guardare, sono omologati, seppur meno della ragazza.

Ma nel complesso non trovo lo spot offensivo della dignità femminile, questo no.

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini

Sabato 22 maggio Pier Luigi Bersani ha chiuso l’Assemblea Nazionale del Pd proponendo una «figura eroica»: quella degli insegnanti di scuola, che inseguono i disagi sociali e i bisogni di tutti i ragazzi a costo di enormi sacrifici.

Bella chiusura, molti elettori del Pd avranno pensato: finalmente una «cosa di sinistra». Retorica, certo, perché non corredata da proposte concrete a favore della scuola. Ma le chiusure sono tutte retoriche, no? Già.

Peccato che Bersani abbia aggiunto: «mentre la Gelmini gli rompe i coglioni». Agli insegnanti eroi.

Ma come? mi lamento che Bersani parla burocratese e poi m’indigno se per una volta usa un’espressione colloquiale?

Il problema non è il turpiloquio, né tanto meno il linguaggio colloquiale: le parole vanno usate tutte, incluse le parolacce, se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo senza offendere nessuno.

Ma la parolaccia di Bersani menziona metaforicamente un attributo maschile e lo riferisce a una donna. Risultato: volgarità gratuita, di sapore vagamente maschilista, in un periodo in cui la disparità di genere è sulla bocca di tutti. E per giunta offre al ministro Gelmini l’occasione di rispondere con stile.

Prendi infatti, da un lato, la risposta che ieri ha dato Mariastella Gelmini, a Palermo per la manifestazione in memoria della strage di Capaci: «Non commento, siamo qua per discutere di cultura della legalità e non di altro» e confrontala, dall’altro lato, con la controreplica che il Pd ha affidato a Giovanni Bachelet:

«Il numero di entusiastici messaggini spediti da amici e parenti insegnanti subito dopo le parole di Bersani sulla scuola suggerisce che la scelta di definirli eroi del nostro tempo, malgrado l’espressione birichina che sintetizzava il più volte dichiarato disprezzo del ministro verso il loro lavoro considerato un ammortizzatore sociale, rallegra molte persone per bene».

Morale della favola: mentre gli «amici e parenti» di Bachelet lodano e imbrodano il «birichino», Gelmini svetta su tutti i media per signorilità.

Sapeva, Bersani, di fare un regalo del genere alla sua avversaria?


Quando lo stage funziona

Sullo stage (o tirocinio) come strumento per inserire i giovani nel mondo del lavoro si dice tutto e il contrario di tutto.

Una cosa è certa: occorre che i ragazzi stiano in guardia, perché spesso le aziende ne fanno occasione di sfruttamento gratuito, più che di inserimento.

Per evitare guai, ho già più volte rimandato – e colgo l’occasione per rifarlo – al preziosissimo lavoro di monitoraggio e consulenza che Eleonora Voltolina fa con la Repubblica degli stagisti.

Tuttavia, dagli studenti ricevo in media più notizie positive che negative: di stage che diventano rapporti di lavoro, più o meno stabili, me ne vengono riferiti tanti e, quando non accade, di solito i ragazzi si dicono contenti lo stesso, perché considerano utile l’esperienza che hanno acquisito durante lo stage.

Non sto parlando di dati, ovviamente, ma di una mia impressione complessiva sui resoconti che ogni giorno gli studenti mi restituiscono.

Poiché faccio parte della Commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e, come tale, di storie ne sento davvero tantissime, una mattina mi è venuto in mente che potrei chiedere ai ragazzi che ne hanno voglia di scrivere due parole sulla loro esperienza.

Non so se l’esperimento funzionerà e dove porterà: non ci ho ancora riflettuto bene. Ma intanto mi è arrivata la prima storia, che mi ha mostrato uno scarto che non mi aspettavo: a parole Valentina era entusiasta (giuro!), per iscritto ci è andata più cauta. Leggi qua:

Ho scelto questo corso di laurea perchè al terzo anno, nel piano di studi, era previsto un tirocinio obbligatorio e quindi una prima esperienza nel mondo del lavoro.

Giunto il momento, ho iniziato a chiedere pareri ad alcuni miei colleghi che avevano già fatto il tirocinio: mi sono ritrovata davanti a pareri estremamente negativi, racconti di perdite di tempo a fare fotocopie e portare caffè, alcuni mi hanno consigliato di acquisire i 10 crediti facendo due laboratori formativi perchè sarebbero stati meno dispersivi e più concreti.

Io ho deciso di fare un laboratorio e un tirocinio curriculare più breve (125h) proprio per fare quest’esperienza cercando di non perdere troppo tempo. Ho contattato, attraverso il sito dell’università, l’Ufficio Risorse Umane di un’azienda di S. Lazzaro di Savena che si occupa di animazione, progettazione di eventi, ricerca di modelle e hostess per fiere.

Il primo giorno mi è stata assegnata una mia scrivania, con un computer, un telefono e tutto ciò che serve a un lavoratore per svolgere al meglio i suoi compiti, e questo mi è sembrato subito un buon segno: non essere in costante subordinazione a una collega. Mi è stato spiegato a grandi linee di cosa si occupava l’azienda, com’erano suddivisi i compiti, di quale campo mi sarei occupata io e quali sono gli strumenti (materiali e umani) fondamentali in un ufficio che si occupa di relazioni con le persone e selezione delle stesse.

A inizio marzo il reparto Animazione era in piena attività con la ricerca di animatori e capi-villaggio per le strutture estive con cui collaborano in Italia e in Spagna. Io mi sono occupata principalmente della ricerca delle persone e dello smistamento dei curricula che ci arrivavano ogni giorno, per poi fissare un colloquio con la mia collega che avrebbe giudicato i ragazzi idonei o meno a questo tipo di esperienza.

Non ho fatto io personalmente i colloqui, ma ho assistito a molti di essi e ho imparato un nuovo modo di porsi, più professionale e specifico. Ho dovuto imparare a usare Microsoft Excel senza che nessuno me l’avesse mai spiegato, e poi ho dovuto utilizzare programmi di archiviazione dei contratti interni all’ufficio di cui non avevo mai sentito parlare e per i quali ho improvvisato una conoscenza.

Mi sono stati dati anche compiti noiosissimi, ho fatto mailing list per intere giornate, e fatto scatoloni con materiale da spedire alle strutture turistiche ma non ho portato caffè a nessuno se non ad alcune mie colleghe durante la pausa di metà mattina, e non ho fatto fotocopie per più di 5 minuti ogni giorno.

Bisogna essere una spugna, raccogliere quanti più segnali possibili dall’ambiente in cui si vive 8 ore al giorno, capire i meccanismi e gli equilibri (spesso precari) che regolano i rapporti di lavoro tra colleghi, ma anche tra titolari e dipendenti.

È stata un’esperienza nel complesso positiva, per quanto riguarda l’ambiente ma anche per il lavoro in sé. Ci vuole un po’ di fattore C, per vivere il tirocinio in maniera davvero formativa, ma anche capacità di adattamento e attenzione a qualsiasi cosa ti venga detta.

Da tirocinante ora sono diventata una collaboratrice con lettere di incarico mensili, ho scelto un part time per non lasciare indietro l’università e mi pagano una miseria. Ma lamentarsi non è la soluzione: io volevo imparare a lavorare, a rapportarmi con dei superiori e con dei colleghi.

In bocca al lupo a tutti e siate positivi!

Valentina

Dalle radio libere alle micro web tv

Una micro web tv è una tv fatta in casa: bastano un computer, una telecamera e una connessione a banda larga. E difatti, in un paio d’anni il numero delle micro web tv italiane è passato da 42 nel 2008 a 88 nel 2009, fino a 240 all’inizio del 2010.

C’è un filo rosso che unisce le radio libere degli anni Settanta alle micro web tv, passando per le telestreet dei primi anni 2000? Possiamo considerarli esperimenti diversi, ma tutti legati più o meno dalla stessa idea di cittadinanza partecipativa?

A questa domanda cercheremo di rispondere oggi alle 18.30 presso la libreria Coop Ambasciatori (via Orefici 19, Bologna) per la presentazione del libro TV fai-da-web di Giampaolo Colletti, appena uscito per le edizioni Sole24Ore.

Cover TV fai-da-web

Oltre a me interverranno Roberto Grandi (Università di Bologna), Bruno Pellegrini (The Blog TV), Ciro D’Aniello (Orfeo TV), Giacomo Andreucci (Università di Bologna).

Modererà l’incontro Carlo Valentini (TG3).

Prenderanno parte ai lavori anche alcune micro web tv locali – che testimonano come l’Emilia-Romagna sia ricca da sempre di esperienze di partecipazione in rete – e i ragazzi di Studenti&Reporter.