Archivi del giorno: venerdì, 21 Mag 2010

Quando lo stage funziona

Sullo stage (o tirocinio) come strumento per inserire i giovani nel mondo del lavoro si dice tutto e il contrario di tutto.

Una cosa è certa: occorre che i ragazzi stiano in guardia, perché spesso le aziende ne fanno occasione di sfruttamento gratuito, più che di inserimento.

Per evitare guai, ho già più volte rimandato – e colgo l’occasione per rifarlo – al preziosissimo lavoro di monitoraggio e consulenza che Eleonora Voltolina fa con la Repubblica degli stagisti.

Tuttavia, dagli studenti ricevo in media più notizie positive che negative: di stage che diventano rapporti di lavoro, più o meno stabili, me ne vengono riferiti tanti e, quando non accade, di solito i ragazzi si dicono contenti lo stesso, perché considerano utile l’esperienza che hanno acquisito durante lo stage.

Non sto parlando di dati, ovviamente, ma di una mia impressione complessiva sui resoconti che ogni giorno gli studenti mi restituiscono.

Poiché faccio parte della Commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e, come tale, di storie ne sento davvero tantissime, una mattina mi è venuto in mente che potrei chiedere ai ragazzi che ne hanno voglia di scrivere due parole sulla loro esperienza.

Non so se l’esperimento funzionerà e dove porterà: non ci ho ancora riflettuto bene. Ma intanto mi è arrivata la prima storia, che mi ha mostrato uno scarto che non mi aspettavo: a parole Valentina era entusiasta (giuro!), per iscritto ci è andata più cauta. Leggi qua:

Ho scelto questo corso di laurea perchè al terzo anno, nel piano di studi, era previsto un tirocinio obbligatorio e quindi una prima esperienza nel mondo del lavoro.

Giunto il momento, ho iniziato a chiedere pareri ad alcuni miei colleghi che avevano già fatto il tirocinio: mi sono ritrovata davanti a pareri estremamente negativi, racconti di perdite di tempo a fare fotocopie e portare caffè, alcuni mi hanno consigliato di acquisire i 10 crediti facendo due laboratori formativi perchè sarebbero stati meno dispersivi e più concreti.

Io ho deciso di fare un laboratorio e un tirocinio curriculare più breve (125h) proprio per fare quest’esperienza cercando di non perdere troppo tempo. Ho contattato, attraverso il sito dell’università, l’Ufficio Risorse Umane di un’azienda di S. Lazzaro di Savena che si occupa di animazione, progettazione di eventi, ricerca di modelle e hostess per fiere.

Il primo giorno mi è stata assegnata una mia scrivania, con un computer, un telefono e tutto ciò che serve a un lavoratore per svolgere al meglio i suoi compiti, e questo mi è sembrato subito un buon segno: non essere in costante subordinazione a una collega. Mi è stato spiegato a grandi linee di cosa si occupava l’azienda, com’erano suddivisi i compiti, di quale campo mi sarei occupata io e quali sono gli strumenti (materiali e umani) fondamentali in un ufficio che si occupa di relazioni con le persone e selezione delle stesse.

A inizio marzo il reparto Animazione era in piena attività con la ricerca di animatori e capi-villaggio per le strutture estive con cui collaborano in Italia e in Spagna. Io mi sono occupata principalmente della ricerca delle persone e dello smistamento dei curricula che ci arrivavano ogni giorno, per poi fissare un colloquio con la mia collega che avrebbe giudicato i ragazzi idonei o meno a questo tipo di esperienza.

Non ho fatto io personalmente i colloqui, ma ho assistito a molti di essi e ho imparato un nuovo modo di porsi, più professionale e specifico. Ho dovuto imparare a usare Microsoft Excel senza che nessuno me l’avesse mai spiegato, e poi ho dovuto utilizzare programmi di archiviazione dei contratti interni all’ufficio di cui non avevo mai sentito parlare e per i quali ho improvvisato una conoscenza.

Mi sono stati dati anche compiti noiosissimi, ho fatto mailing list per intere giornate, e fatto scatoloni con materiale da spedire alle strutture turistiche ma non ho portato caffè a nessuno se non ad alcune mie colleghe durante la pausa di metà mattina, e non ho fatto fotocopie per più di 5 minuti ogni giorno.

Bisogna essere una spugna, raccogliere quanti più segnali possibili dall’ambiente in cui si vive 8 ore al giorno, capire i meccanismi e gli equilibri (spesso precari) che regolano i rapporti di lavoro tra colleghi, ma anche tra titolari e dipendenti.

È stata un’esperienza nel complesso positiva, per quanto riguarda l’ambiente ma anche per il lavoro in sé. Ci vuole un po’ di fattore C, per vivere il tirocinio in maniera davvero formativa, ma anche capacità di adattamento e attenzione a qualsiasi cosa ti venga detta.

Da tirocinante ora sono diventata una collaboratrice con lettere di incarico mensili, ho scelto un part time per non lasciare indietro l’università e mi pagano una miseria. Ma lamentarsi non è la soluzione: io volevo imparare a lavorare, a rapportarmi con dei superiori e con dei colleghi.

In bocca al lupo a tutti e siate positivi!

Valentina