Quando lo stage funziona

Sullo stage (o tirocinio) come strumento per inserire i giovani nel mondo del lavoro si dice tutto e il contrario di tutto.

Una cosa è certa: occorre che i ragazzi stiano in guardia, perché spesso le aziende ne fanno occasione di sfruttamento gratuito, più che di inserimento.

Per evitare guai, ho già più volte rimandato – e colgo l’occasione per rifarlo – al preziosissimo lavoro di monitoraggio e consulenza che Eleonora Voltolina fa con la Repubblica degli stagisti.

Tuttavia, dagli studenti ricevo in media più notizie positive che negative: di stage che diventano rapporti di lavoro, più o meno stabili, me ne vengono riferiti tanti e, quando non accade, di solito i ragazzi si dicono contenti lo stesso, perché considerano utile l’esperienza che hanno acquisito durante lo stage.

Non sto parlando di dati, ovviamente, ma di una mia impressione complessiva sui resoconti che ogni giorno gli studenti mi restituiscono.

Poiché faccio parte della Commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e, come tale, di storie ne sento davvero tantissime, una mattina mi è venuto in mente che potrei chiedere ai ragazzi che ne hanno voglia di scrivere due parole sulla loro esperienza.

Non so se l’esperimento funzionerà e dove porterà: non ci ho ancora riflettuto bene. Ma intanto mi è arrivata la prima storia, che mi ha mostrato uno scarto che non mi aspettavo: a parole Valentina era entusiasta (giuro!), per iscritto ci è andata più cauta. Leggi qua:

Ho scelto questo corso di laurea perchè al terzo anno, nel piano di studi, era previsto un tirocinio obbligatorio e quindi una prima esperienza nel mondo del lavoro.

Giunto il momento, ho iniziato a chiedere pareri ad alcuni miei colleghi che avevano già fatto il tirocinio: mi sono ritrovata davanti a pareri estremamente negativi, racconti di perdite di tempo a fare fotocopie e portare caffè, alcuni mi hanno consigliato di acquisire i 10 crediti facendo due laboratori formativi perchè sarebbero stati meno dispersivi e più concreti.

Io ho deciso di fare un laboratorio e un tirocinio curriculare più breve (125h) proprio per fare quest’esperienza cercando di non perdere troppo tempo. Ho contattato, attraverso il sito dell’università, l’Ufficio Risorse Umane di un’azienda di S. Lazzaro di Savena che si occupa di animazione, progettazione di eventi, ricerca di modelle e hostess per fiere.

Il primo giorno mi è stata assegnata una mia scrivania, con un computer, un telefono e tutto ciò che serve a un lavoratore per svolgere al meglio i suoi compiti, e questo mi è sembrato subito un buon segno: non essere in costante subordinazione a una collega. Mi è stato spiegato a grandi linee di cosa si occupava l’azienda, com’erano suddivisi i compiti, di quale campo mi sarei occupata io e quali sono gli strumenti (materiali e umani) fondamentali in un ufficio che si occupa di relazioni con le persone e selezione delle stesse.

A inizio marzo il reparto Animazione era in piena attività con la ricerca di animatori e capi-villaggio per le strutture estive con cui collaborano in Italia e in Spagna. Io mi sono occupata principalmente della ricerca delle persone e dello smistamento dei curricula che ci arrivavano ogni giorno, per poi fissare un colloquio con la mia collega che avrebbe giudicato i ragazzi idonei o meno a questo tipo di esperienza.

Non ho fatto io personalmente i colloqui, ma ho assistito a molti di essi e ho imparato un nuovo modo di porsi, più professionale e specifico. Ho dovuto imparare a usare Microsoft Excel senza che nessuno me l’avesse mai spiegato, e poi ho dovuto utilizzare programmi di archiviazione dei contratti interni all’ufficio di cui non avevo mai sentito parlare e per i quali ho improvvisato una conoscenza.

Mi sono stati dati anche compiti noiosissimi, ho fatto mailing list per intere giornate, e fatto scatoloni con materiale da spedire alle strutture turistiche ma non ho portato caffè a nessuno se non ad alcune mie colleghe durante la pausa di metà mattina, e non ho fatto fotocopie per più di 5 minuti ogni giorno.

Bisogna essere una spugna, raccogliere quanti più segnali possibili dall’ambiente in cui si vive 8 ore al giorno, capire i meccanismi e gli equilibri (spesso precari) che regolano i rapporti di lavoro tra colleghi, ma anche tra titolari e dipendenti.

È stata un’esperienza nel complesso positiva, per quanto riguarda l’ambiente ma anche per il lavoro in sé. Ci vuole un po’ di fattore C, per vivere il tirocinio in maniera davvero formativa, ma anche capacità di adattamento e attenzione a qualsiasi cosa ti venga detta.

Da tirocinante ora sono diventata una collaboratrice con lettere di incarico mensili, ho scelto un part time per non lasciare indietro l’università e mi pagano una miseria. Ma lamentarsi non è la soluzione: io volevo imparare a lavorare, a rapportarmi con dei superiori e con dei colleghi.

In bocca al lupo a tutti e siate positivi!

Valentina

7 risposte a “Quando lo stage funziona

  1. Anch’io devo scegliere in questi giorni che tipo di tirocinio fare. Faccio interpreti e traduttori e mi è stata data l’opportunità di scegliere se andare ad una azienda o di tradurre un sito web.

    Dopo aver letto questo mi è venuta voglia di tradurre il sito web, cosa che potrei fare da casa. 😀

    Seriamente, sono una persona che lavora e ha già lavorato durante l’estate, nelle vacanze. Sono stato in Fabbrica e perfino ad un Autogrill, ad Agosto, uscita Rimini, potete immaginare il Caos.

    Se il tirocinio serve ad imparare a rapportarsi con i superiori o i colleghi allora so già come si funziona. Se serve a imparare a usare Exel so già come fare, anzi in informatica me la cavo benino. Per cui non vedo molte cose positive se non il fatto che uno possa esercire un lavoro legato a quello che sta studiando. Ma dalla lettera di Valentina – per lo meno, cosi ho capito io ma forse sbaglio – non mi è sembrato che lei stia facendo esattamente quello per cui sta studiando. Non so a questo punto non posso dire niente perché non la conosco.

  2. Caro Santiago,
    Mi sono spesso chiesta di cosa si occupa il mio corso di laurea e in quali ambiti lavorativi posso mettere in pratica ciò che sto studiando. Io credo che le Risorse Umane sia uno di questi: il rapporto con gli altri, la gestione dei colloqui, l’archiviazione intelligente del materiale, la selezione dei collaboratori. Ho dato più esami attinenti la psicologia ed esiste anche una laurea magistrale di Scienze della Comunicazione orientata verso questa disciplina. Ho spesso sfruttato una mia personale conoscenza delle lingue per gestire situazioni laorative all’estero, ho tradotto contratti e mandato mail. Ho creato la grafica di una brochure che pubblicizzava un nostro evento utilizzando la mia passione le Photoshop e altri programmi. Ho reso, nel mio piccolo, più semplice alcuni lavori e ho fatto raggiungere all’azienda diversi obbiettivi. Probabilmente io sto studiando per questo, per gestire un ambiente comunicativo, per renderlo all’avanguardia. Credo che questo tirocinio mi abbia fatto capire che quello che studio serve ed è applicabile sempre, con un po’ d’astuzia;)

  3. Credo che l’ideuzza della Prof. fosse appunto raccogliere storie DIVERSE. Quella di Valentina è positiva perché riporta piena convergenza e soddisfazione tra aspettative della stagista e richieste dell’azienda. Ma in ogni relazione gli ingredienti possono variare assai. Lo stage, come tutti gli strumenti, ha di per sé valore neutro. Tutto dipende da come lo si usa, dai contenuti che veicola, dalle capacità e della creatività dei soggetti che se ne avvalgono.
    Anch’io devo scegliere tra tirocinio e laboratorio formativo. Leggere le esperienze altrui mi pare una cosa molto utile, ma non determinante. Più informazioni avrò, meglio deciderò. Ma deciderò io.

  4. Apprezzo lo spirito di Valentina, e il suo glissare sull’attuale paga da miseria che le viene offerta. Credo sia giovanissima, quindi capisco il suo entusiasmo.

    Mi rivolgo soprattutto agli studenti del campo umanistico:

    Durante il percorso di studi la soglia di tolleranza sulla retribuzione è giustamente alta, ed è innegabile che un periodo di apprendistato al lavoro (quando realmente formativo) sia utile e da incoraggiare. Previo monitoraggio.
    Per gli stage suggeriti dai corsi di laurea, sarebbe ottimo rendere obbligatorio un dettagliato report post-tirocinio, stilato dai ragazzi e da far reperire all’università. Non mi riferisco al canonico: “elenca le mansioni svolte”, non so se mi spiego.

    I risultati, tutti, dovrebbero essere resi pubblici nella stessa lista delle strutture “convenzionate”, in modo che la scelta dei futuri stagisti non sia un salto nel buio, che siano guidati dalle esperienze precedenti dei loro coetanei.
    In questo modo le strutture saprebbero che sono controllate, che viene loro richiesto di rientrare in alcuni parametri “di garanzia”, non solo formali. E che la prassi dell’avvicendamento di stagisti non retribuiti costituisce titolo di demerito, e sospetto di sfruttamento.

    La questione si complica molto dopo la laurea, specie per chi ha iniziato presto a “fare esperienza”. Ti accorgi che “lo stage”, specie in alcuni settori attualmente “poveri” (cultura, editoria, giornalismo sono l’emblema), diventa un calderone per speranzosi precari senza alternativa, e tassello di un sistema che ha tutto l’interesse a farti restare “giovane” il più a lungo possibile. Ti vedrai trattato/a alternativamente da esperto o da apprendista, a seconda delle necessità del momento. La tua formazione non avrà niente da guadagnare, in questi casi, e il ritorno psicologico di questo limbo sarà ben più invalidante dei vantaggi di aver “fatto contatti”.

    Il mio personale suggerimento, ragazzi, è di fare le cose con criterio, e di stare con gli occhi bene aperti, perchè che i tempi sono duri è un fatto. Creare una continuità fra le esperienze e un “crescendo” curriculare, possibilmente iniziando presto, già dal triennio. Fare due stage al massimo, tre se proprio l’offerta è eccezionale, dopodichè dire basta, e dirlo con convinzione. Entro un anno dalla laurea la disponibilità agli stage deve interrompersi, e dovete inziare ad essere pagati. Il periodo formativo deve essere terminato. Se invece arrivate alla laurea vergini di qualsiasi esperienza avete un problema…

    Non fatevi intimidire da chi vi dice che pretendete di dettare le condizioni, negoziare la disponibilità delle vostre competenze in base a quello che ricevete in cambio è un vostro diritto. Guardinghi sulle collaborazioni non pagate o pagate simbolicamente, quindi! E’ un malcostume e non fa il vostro interesse.

    Abbiate ben chiaro che se non dite stop al lavoro non o mal pagato voi, sarà molto difficile che ve lo dica chi può farvi lavorare senza costi aggiuntivi per l’azienda.

    Non mi va di incoraggiarvi ad essere positivi (mi ricorda la canzoncina sarcastica “sempre allegri bisogna stare, esser tristi fa male al re”), nè negativi a oltranza. Siate realisti e attivi, che è un buon indice di maturità.

  5. Sono d’accordo con Grillo Parlante: bisogna stare svegli, essere realisti, attivi.
    In questo caso, tuttavia, credo che, per quanto sia corretto ricoradare i pericoli in cui incorriamo noi giovani neolaureati o in procinto di laurea, l’esperienza di Valentina sia essenziale sotto un altro aspetto.
    L’ambiente universitario, si sa, è tutt’altro che rose e fiori. I problemi ci sono e mi sembra inutile in questa sede elencarli. E’ bene denunciare quello che non va e battersi per cambiare, ma è corretto che, se anche solo un’ unica volta qualcosa ha preso una piega differente, quella giusta, dirlo.
    La tua esperienza Valentina, per quanto solo il commento che hai inserito a corollario alla storia lo renda chiaro, ti è servita, ti ha insegnato ed è l’esempio che nonostante tutto, nonostante la paura del caffè e delle fotocopie questa è stata un’esperienza positiva. E’ solo una, però mostra che a volte (è vero, probabilmente troppo poco spesso) le collaborazioni università-lavoro possono funzionare. Ora bisogna continuare, impegnarsi e lavorare per migliorare in questo senso.

  6. Per quello che conta anche la mia esperienza da tirocinante è stata positiva – anzi, posso dire che è stata decisamente la migliore da quando frequento l’università. Magari sono stata fortunata io, ma sono riuscita a fare un lavoro coerente con quello che sto studiando (giornalismo), mi sono trovata benissimo con i colleghi e non ho mai fatto una fotocopia o portato un caffé a nessuno, anzi: ho scritto articoli e recensioni per quotidiani locali, partecipato a conferenze, intervistato persone, scattato foto… E ovviamente anche una marea di attività molto più noiose, ma che comunque fanno parte del lavoro.
    Sono d’accordo con Eleonora P., alla fine molto dipende da come si decide di “usare” il tirocinio. Sicuramente questo stage mi è sembrato positivo perché ancora devo laurearmi, e un’esperienza simile nel periodo post-laurea potrebbe diventare frustrante, ecco. In ogni caso è una cosa che consiglierei di fare, mi sembra illuminante sia per i suoi lati positivi che per quelli pessimi.

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